Contro il tradizionalismo

Di Guillaume Faye

Come le epidemie di acne, si vedono periodicamente fiorire, negli ambienti prossimi a quella che che viene spesso chiamata la “destra rivoluzionaria”, o più in generale la “destra antiliberale”, accessi di quello che potremmo definire “tradizionalismo metafisico”.

Autori come Evola o Heidegger sono in generale il pretesto – e lo sottolineiamo: il pretesto – dell’espressione di questa tendenza di cui molti aspetti ci appaiono negativi e smobilitanti. Gli autori in questione non sono qui in discussione. Per non citare che questi due, né Evola né Heidegger – le cui vere idee furono spesso molto lontane da quelle degli “evoliani” e degli “heideggeriani”, si prestano davvero allo stesso tipo di critica che è legittimo portare ai loro “discepoli” di destra di cui stiamo parlando.

Come caratterizzare questa “devianza” tradizionalista, e quali sono gli argomenti che le possono essere opposti? Tale mentalità appare caratterizzata da tre presupposti assiomatici:
1) La vita delle società deve essere governata da una “tradizione” il cui il oblio sarebbe ciò che ci precipita nella decadenza.
2) Tutto ciò che concerne la nostra epoca è da secoli oscurato da questa decadenza. Più si risale nel passato, minore la decadenza, e viceversa.
3) Solo contano in fondo le preoccupazioni e le attività “interiori”, rivolte verso la contemplazione di un non-so-che, spesso globalmente indicato come “l’essere”.

Senza attardarsi sullo schematismo e sulla superficialità, relativamente pretenziosa, di questa assiomatica, che preferisce alla vera riflessione ed alla chiarezza le facili oscurità dell’inverificabile e dei giochi di parole gratuiti, che – sotto il pretesto della profondità (se non addirittura in certi personaggi in cui domina il narcisismo patologico, di “poesia”) misconosce l’essenza stessa di ogni filosofia e di ogni lirismo, bisogna soprattutto riconoscere che il tradizionalismo metafisico entra in contraddizione profonda con i valori che generalmente pretende di difendere, cioè la rivolta contro le ideologie moderne, lo spirito della tradizione europea, l’anti-egualitarismo, etc.

In primo luogo, infatti, l’ossessione per l’ineluttabilità della decadenza e il passatismo dogmatico che essa induce si apparenta a un progressismo rovesciato, ad una reintroduzione della visione lineare e determinista della storia: l’identica disposizione di spirito, ereditata dal finalismo cristiano, di tutte le ideologie “moderne”. Solo, la storia sarebbe discendente, dal passato al presente, anziché ascendente.

All’inverso delle dottrine progressiste, tale pessimismo sul mondo è per di più profondamente smobilitante. Ma questo pessimismo è esattamente dello stesso ceppo dell’ottimismo naïf dei progressisti. Procede dalla stessa mentalità e incorpora lo stesso tipo di vanità, in particolare un profetismo ridondante assortito con una propensione ad erigersi a giudici della società umana, della storia e dei propri simili.

Questo tipo di tradizionalismo, a cause della sua tendenza ad odiare, a svalorizzare tutto ciò che appartiene al “tempo presente” non tradisce solo nei suoi fautori una acidità e una fatuità spesso ingiustificabile, ma rivela gravi contraddizioni che rendono il suo discorso poco credibile, perché incoerente.

Quest’odio del tempo presente, dell'”epoca moderna” è infatti sprovvisto di conseguenze pratiche nella vita quotidiana, al contrario di quello che si è spesso osservato, per esempio, nel cristianesimo. I nostri anti-moderni non si peritano infatti di approfittare delle comodità della “vita moderna” disprezzata a parole. E da qui danno la vera dimensione del loro discorso: l’espressione di una cattiva coscienza, di una “compensazione” effettuata da spiriti profondamente borghesi relativamente a disagio nel mondo attuale, ma nondimeno incapaci di farne a meno.

In secondo luogo, questo tipo di tradizionalismo sbocca nella maggiorparte dei casi in un individualismo esacerbato, quello stesso individualismo che la loro visione pretesamente “comunitarista” vorrebbe denunciare nella modernità…

Con la scusa che il mondo è “cattivo”, che i contemporanei sono ben inteso decadenti e imbecilli per definizione, che questa società materialista “corrotta dalla scienza e dalla tecnica” non coglie gli alti valori dell'”interiorità”, il tradizionalista, che ha sempre un’ideale apicale di se stesso viene portato a non credere più nella necessità di una lotta nel mondo, a rifiutare ogni disciplina, ogni vincolo di solidarietà con il suo popolo, ogni interesse per la politica.

Solo il suo ego ipertrofico lo interessa veramente, e al massimo il fatto di trasmettere il “suo” pensiero alle generazioni future (senza vedere la contraddizione insita nel fatto che – salvo l’inizio di nuovi cicli che se ne farebbero comunque ben poco – queste generazioni si suppone non potranno mai capirlo, in quanto sempre più decadenti), con un messaggio in una bottiglia.

Tale individualismo sfocia così logicamente nell’inverso stesso dell’ideologia di partenza, ed esattamente nell’universalismo e nel mondialismo impliciti.

In effetti, la tentazione del tradizionalista metafisico è di stimare che solo conta la riunione “spirituale”, la messa in comunicazione degli uomini di alto sentire, dei suoi simili attraverso il mondo, quali che siano la loro identità e la loro provenienza, per tanto che paiano rigettare la “modernità occidentale”. Al servizio del popolo, del politico, della comunità, al servizio del sapere, della causa, si sostituisce, oltre al servizio e alla contemplazione di se stessi, il servizio ad una ragnatela di analoghi narcisismi reazionari.

Si difendono dei “valori”, quale che sia la loro origine e il loro luogo di incarnazione. Dacché, per certuni: orientalismo fascinato; per altri: mondialismo militante; e per tutti un disinteresse cinico per il destino del loro popolo. E si arriva in questo persino ad atteggiamenti mentali decisamente cristiani in autori che pure si propongono di combattere il cristianesimo. Per citare alla rinfusa qualche esempio: scelta di privilegiare le buone intenzioni rispetto al perseguimento del risultato; adozione, per giudicare un’idea o un valore, di criteri intriseci a questa idea e a questo valore, e non di criteri fondati sulle loro conseguenze pratiche; mentalità spiritualista che consiste nel valutare ogni cultura, ogni progetto collettivo sulla base del loro preteso valore “spirituale”, e non sui loro effetti reali, storici e concreti.

Quest’ultimo atteggiamento, d’altronde, si rivela ben poco corrispondente al paganesimo europeo cui pure vorrebbero richiamarsi molti dei nostri “tradizionalisti”. Infatti, considerare un’opera, un progetto, una cultura sotto un aspetto esclusivamente “spirituale”, si pone il principio cristiano di separazione tra materia e spirito, di dissociazione dualista tra l’idea pura e la produzione concreta di storia.

Una cultura, un progetto, un’opera non sono che prodotti storici, nel senso concreto e dinamico del termine.

Non vi è separazione, dal nostro punto di vista, tra il “valore” e la “produzione”. Le qualità liriche, poetiche, estetiche di una cultura, di un’opera, di un progetto, sono intimamente incorporate nella sua forma, nella sua pro-duzione materiale. Spirito e materia sono una sola e identica cosa. Il valore di un uomo o di una cultura è quella dei loro atti, non del loro “essere” o del loro passato.

E’ esattamente questa idea, che ereditiamo dal più antico bagaglio tradizionale europeo, che i nostri tradizionalisti metafisici, tutti imbevuti del loro spiritualismo e del loro “monoteismo della Tradizione” o della “ricerca dell’Essere”, tradiscono allegramente.

Paradosso: nulla di più lungi dalle tradizioni europee che i “tradizionalisti”. Niente di più vicino di questi ultimi allo spirito medio-orientale del monastero.

Ciò che caratterizza la tradizione europea e che i culti venuti dall’Oriente hanno tentato di abolire è assolutamente l’inverso di ciò che difendono i “tradizionalisti” europei di oggi.

Lo spirito europeo, in ciò che ha di più grande, praticò sempre l’ottimismo della volontà, fu sempre rivolto verso l’esterno e il mondo e non verso una pura interiorità, fu costruttivista e non spiritualista, filosofo e non teologo, disinstallato e non rinchiuso nel suo passato, fondatore delle sue proprie tradizioni e delle sue forme e non genuflesso di fronte ad idee immutabili, conquistatore e non contemplativo, “tecnico” ed urbano e non campagnolo, attaccato alle città, ai porti, ai palazzi e ai templi più che ai campi.

In realtà, lo spirito dei tradizionalisti attuali fa integralmente parte della civilizzazione occidentale e mercantilista, come i musei fanno parimenti parte della civilizzazione del supermercato. Il tradizionalismo è solo la parte d’ombra, la giustificazione, il cimitero vivente del borghese moderno, cui fornisce talvolta un “supplemento d’anima”, facendogli credere che non è grave né foriero di conseguenze amare New York, le soap opera e il rock, a condizione che si abbia una “interiorità” e che ci si atteggi a nostalgici di un passato perduto.

Il “tradizionalista” è del resto superficiale: schiavo delle sue idee pure e delle sue contemplazioni, dei suoi pretenziosi giochi filosoficheggianti, considera in fondo il pensiero come una distrazione, come un esercizio gradevole e vagamente élitario, alla maniera di un collezionista – e non come un mezzo dell’azione, della trasformazione del mondo, dell’autocostruzione di una cultura.

Egli crede in effetti che i valori e le idee preesistano all’azione. Non capisce che l’azione precede tutto: “Im Anfang war die Tat”, come diceva Goethe, e che non è che tramite la combinazione dinamica della volontà e dell’azione che nascono a posteriori le idee e i valori.

Tutto ciò chiarisce la vera funzione giocata dalle ideologie tradizionalista in seno alla “destra antiliberale”. Il tradizionalismo metafisico è una giustificazione per abbandonare ogni forma di lotta, ogni intenzione concreta relativa ad una realtà europea diversa da quella di oggi, sotto vesti solo pseudo-rivoluzionarie. Non soltanto infatti le sue utopie regressive, le sue considerazioni fumose ed astruse, la sua metafisica oziosa occasionano fatalismo, inazione, perdita d’energia, ma rinforza l’individualismo borghese promuovendo implicitamente il tipo ideale del “pensatore” – se possibile contemplativo e il più disincarnato possibile – come sale della terra, così che l’uomo d’azione, il militante e le vere personalità storiche se ne ritrovano automaticamente svalorizzati.

Poiché il tradizionalista in fondo non supporta davvero la “comunità”, la dichiara impossibile hic et nunc e se ne fa una rappresentazione fantasmatica del resto proiettata nelle brume di non si sa quale “Tradizione” indifferenziata da primati. In questo senso, il tradizionalismo pretesamente “antimoderno” e “antiborghese” appartiene oggettivamente al sistema delle ideologie borghesi.

Parimenti, il suo odio del “presente” costituisce un buon modo, un abile pretesto per dichiarare impossibile ogni costruzione storica concreta, ivi compresa ogni costruzione contro questo presente.
Coltivando – e sta qui il centro del suo discorso – una confusione assurda tra la “modernità” della civiltà tecnoindustriale europea e lo spirito moderno delle ideologie egualitarie ed occidentali (che dichiara senza prove essere legati l’una all’altro), sfigura, svalorizza (talora a vantaggio di un Terzo Mondo “tradizionale” idealizzato), accettando di abbandonare allo spirito occidentale ed americano il genio stesso della civiltà europea.

Come il giudeocristianesimo, ma in altro modo, il tradizionalista dice “no” al mondo, e di per ciò stesso attenta alla tradizione della sua propria cultura. In fondo, un tradizionalista è qualcuno che non ha mai compreso cosa sia una tradizione, come quella parte dell’idealismo filosofici che non ha mai compreso cosa fosse un’idea.

Dal punto di vista del “pensiero”, infine, poiché questo è il cavallo di battaglia di un tradizionalismo metafisico che si vorrebbe anti-intelletualista, quale attentato allo spirito è più grave, più contrario alla qualità del dibattito delle idee ed alla riflessione, che renderle gratuito e contemplativo, che disincarnarlo da qualsiasi progetto “politico” in senso nietzschano, che fuorviarlo nel vicolo cieco d’una sorta di elitismo da biblioteca o di nascisismo da autodidatta salariato?

Osiamo perciò liquidare gli evoliani e gli heideggeriani.

Leggiamo piuttosto Evola e Heidegger: per metterli in prospettiva, piuttosto che castrarli su fogli di carta patinata.