Per l’indipendenza economica

Di Guillaume Faye

Il libero scambismo in crisi – Per un’autarchia d’espansione – Una nuova strategia per l’Europa – Predominio del politico e nuovo sviluppo – Un’alleanza necessaria.

Il liberoscambismo, attorno al quale si ritrovano non solo gli ultraliberali (1) ma anche i socialdemocratici, è severamente rimesso in discussione dalla crisi energetica e dall’apparizione della disoccupazione di massa. Nessuno, fino ad ora, si opponeva al dogma secondo il quale un’economia mercantilistica, anche se statalizzata, dovrebbe avere interesse allo sviluppo di un mercato mondiale, al fine di ridurre i costi e di trovare sbocchi tramite una “divisione internazionale del lavoro”.

Oggi, queste tesi sono ormai vivamente contestate e l’ardore che mettono i «nuovi» economisti a difenderle e a denunciare i «pericoli» di un nuovo protezionismo, significa forse che la loro lotta è già di retroguardia. Da una parte, infatti, i paesi del terzo mondo stanno sottraendosi alla divisione internazionale del lavoro architettata dall’Occidente liberale; in Europa, d’altra parte, si levano voci numerose ed autorevoli per contestare il modello del libero-scambio. Ciò in nome di tre argomenti: il rischio di una disindustrializzazione europea, causa di disoccupazione; l’egemonia degli Stati Uniti, del Giappone, e delle multinazionali sulla nostra economia; e il pericolo di una colonizzazione culturale e di una dipendenza politica cui ci pone di fronte un’organizzazione planetaria dei mercati.

In questi mesi a questa contestazione del libero-scambio, si sono aggiunte altre due voci, contribuendovi con il peso della reputazione di cui godono e della competenza che viene loro riconosciuta: la prima è quella di André Grjebine, professore all’Institut d’études politiques di Parigi, che ha pubblicato La nouvelle économie internationale (2). La seconda è di François Perroux il cui ultimo libro è intitolato Pour une économie du nouveau développement (3). Questi due autori si schierano per una formula moderna e aperta di «autarchia dei grandi spazi» che, sotto molti aspetti si riallaccia alle tesi espresse fin dal 1979 dal movimento metapolitico chiamato Nuova Cultura (4).

L’autarchia, conformemente alla sua etimologia, non designa il ripiegamento, ma l’indipendenza economica. Benché molti, tra cui Grjebine, si rifiutino di utilizzare questo termine, ciò che egli prospetta, in termini di stretta teoria economica, col suo vocabolo «sviluppo autocentrato» non è niente di diverso. Egli predica infatti un’autarchia «d’espansione» che permetta di controllare gli scambi, in simultanea contrapposizione sia all’autarchia «di ripiegamento» – quella del colbertismo o dei regimi reazionari – nella quale si rifiutano gli scambi, sia al liberalismo commerciale ove invece gli scambi internazionali vengono subiti. Il liberalismo internazionale è diventato di fatto inapplicabile, dagli anni ’70. Esso riposava sulla pericolosa idea che l’aumento del prezzo delle materie energetiche importate ci costringesse a esportare sempre di più e a «riconvertire» la nostra industria. Ora, non soltanto il prezzo del petrolio può prendere a calare, come in realtà ha fatto, ma è certo che la «riconversione» comporta la disindustrializzazione, creatrice di disoccupazione, strategicamente rischiosa e dispendiosa, a causa dell’esportazione di tecnologia in direzione di futuri concorrenti. D’altra parte, l’alto costo delle materie prime importate limita i nostri investimenti e ciò contraddice la necessità di esportare molto per pagare i nostri bisogni energetici.

Infine, una variabile indipendente sfugge completamente alle analisi su cui sono fondate le strategie economiche attuali: i violenti rincari delle materie prime dovuti a sbalzi d’umore politico. Appena sopraggiunge un tale rialzo, il fragile equilibrio degli scambi con l’estero faticosamente ottenuto, crolla: l’emorragia di valuta paralizza l’investimento e rilancia l’inflazione.

Persino la «moneta di pagamento» internazionale predicata dai liberoscambisti, cioè le esportazioni industriali, diventa sempre più difficile da tirar fuori. Chi ci assicura alla fin fine che saranno sempre richieste le nostre esportazioni di prodotti e di fabbriche «chiavi in mano»? Già l’India, la Corea, Taiwan, ecc. ci fanno una concorrenza serrata, non soltanto presso i nostri fornitori di petrolio e di materie prime, ma nei nostri stessi mercati interni. Qual’è dunque il margine di manovra strategica di un continente alimentato in petrolio dal Sud, in gas naturale dall’Est e in soja dall’ovest?

A conti fatti, l’importazione massiccia di materie prime e di energia, difesa in nome di una ingannevole redditività a breve termine, si rivela disastrosa. Tutti i paesi che praticano una politica di questo tipo vedono la loro situazio ne aggravarsi. La disoccupazione aumenta, l’inflazione persiste, l’equilibrio della bilancia dei pagamenti è compromesso. Nota Grjebine: «I paesi europei dovrebbero lanciare un piano comunitario di grande vigore mirante ad accrescere nel più breve termine la loro autonomia. La riconversione industriale avrebbe così per bersaglio non una specializzazione ancora più accentuata, bensì al contrario uno sviluppo economico europeo autocentrato che privilegi la domanda interna».

E ciò è possibile. Con i suoi trecento milioni di abitanti, l’Europa possiede un formidabile mercato interno, che intelligentemente gestito, potrebbe dar luogo ad un forte dinamismo concorrenziale. L’argomento della «sclerosi economica» avanzato dai «nuovi economisti» non regge. La sclerosi è oggi quella che ci impone l’economia multinazionale, i cui meccanismi sono di fatto truccati dagli effetti del monopolio delle grandi società, dalle pressioni politiche americane e dalle speculazioni del mercato monetario internazionale. D’altronde, non va dimenticato come proprio gli Stati Uniti abbiano vissuto in regime d’autarchia d’espansione fino al 1975: il loro commercio estero non rappresentava che il 5% del prodotto nazionale lordo. Rimpiangono oggi questo periodo, ben diverso dalla recessione attuale.

Per stimolare la domanda interna, è necessario imporre politicamente alle industrie ed alle amministrazioni l’acquisto di prodotti europei, anche quando essi sono un po’ più cari, e praticare un protezionismo settoriale. La leggera diminuzione di guadagno immediata provocata da una tale strategia di «domanda pubblica orientata» sarebbe largamente compensata da un effetto di rilancio capace di coinvolgere a medio termine tutta l’economia. È la politica che ha praticato il Giappone per lanciare la sua industria elettronica: in un primo tempo gli industriali si sono forniti di prodotti giapponesi, anche se più cari; l’industria elettronica giapponese, stimolata da questo dumping creatore di concorrenza interna, poté allora rapidamente abbassare i costi e migliorare la qualità. Terza fase: dopo la protezione viene l’offensiva. Il risultato di questa pratica è evidente: l’elettronica giapponese dilaga su tutti i mercati.

Ma l’adozione di tali strategie in Europa presuppone l’ammissione di un’idea rivoluzionaria per i nostri economisti: l’intervento dello Stato deve essere politico e non burocratico: bisogna controllare i produttori piuttosto che sosti tuirsi ad essi e schiacciarli di difficoltà e di oneri fiscali. Oggi, tutt’al più si «nazionalizza», ma nessuno si sogna di imporre, né alle banche di Stato, né alle imprese pubbliche un comportamento preferenziale in senso europeo o nazionale. Queste importano IBM e prendono a prestito eurodollari. Sono «statalizzate» ma restano mercantiliste. Nel modello dello sviluppo autocentrato, invece, l’industria può essere al tempo stesso privata e nazionale. Per dirla altrimenti, costruire un’economia al servizio del popolo, significa vegliare affinché il tessuto industriale nazionale (o europeo) sia meno dipendente dalle multinazionali di quanto lo siano attualmente gli stessi gruppi industriali nazionalizzati, che non esitano – come ad esempio la BSN francese – a vendere i loro utili futuri agli americani per finanziare le indennità agli azionisti…

Sul piano dell’indipendenza monetaria, sono sempre più numerosi coloro che si pronunciano per la creazione di un vero e proprio sistema monetario europeo, indipendente dal mercato mondiale dei capitali e del dollaro. È necessario, per far ciò, rilanciare l’ECU, la moneta europea prevista nel 1978. Il Fondo Europeo di Cooperazione monetaria (FECOM), già esistente, potrebbe sostituirsi al Fondo Monetario Internazionale per finanziare operazioni miranti ad accrescere l’autonomia economica europea. Per esempio, i grandi programmi di energie nuove ed autoprodotte resi possibili dallo sviluppo della tecnica moderna, come la fusione nucleare, la cui materia prima è l’idrogeno, cioè alla fin fine l’acqua. Programmi di questo tipo, secondo Grjebine, che demistifica il monetarismo e l’inflazione, potrebbero essere lanciati persino da un solo paese, in attesa degli altri.

Come? Finanziando, tramite un massiccio deficit di bilancio ed una creazione monetaria controllata, un piano di autonomia energetica ed un programma di rilancio industriale che passi attraverso ordinazioni pubbliche ed aiuti all’investimento interno.

Il deficit e l’inflazione non sarebbero che provvisori: l’inflazione, in effetti, è perversa solo se è improduttiva (spese assistenziali o per l’acquisto di petrolio); ma un’inflazione di rilancio sarebbe dinamizzante. Le imprese vi avrebbero interesse, poiché, essendo pieni i loro carnieri di ordinazioni, non sarebbero più indebitate, mentre l’inflazione attuale appesantisce i loro oneri. Questa fu la politica scelta dal Giappone, che ha ora uno dei più bassi tassi d’inflazione del mondo.

Queste idee, terza via tra il paleoliberalismo di Margaret Thatcher [alias] o di Ronald Reagan [alias] e il paleomarxismo dello Stato-dinosauro dei socialisti francesi, si fondano su di una nozione di buon senso: un’economia dipende dalla qualità e dalla quantità del lavoro nazionale, cioè sulla produzione industriale lorda interna. L’inflazione produttiva, creatrice di investimento, si riassorbe da se stessa (soprattutto se il mercato è protetto dalle «fughe»), semplicemente perché è la produzione che fa la moneta e non l’inverso come sembrano credere le classi politiche dei paesi europei.

L’inflazione monetaria risultante da una politica volontarista di investimento si troverebbe surcompensata dagli effetti congiunti di un rilancio interno e di una diminuzione delle spese energetiche verso l’estero. Le valute che attualmente se ne vanno dall’Europa per l’acquisto di materie prime o prodotti stranieri sostituibili, sarebbero reiniettate nel nostro apparato produttivo. Obbiettivo dello sviluppo autocentrato è anche la costituzione di un’economia europea offensiva. Questa offensiva va diretta contro l’ordine economico americano-occidentale, per privarlo del mercato europeo ed incitare lo stesso terzo mondo a riconquistare il proprio spazio economico. È questo il senso della vera e reale decolonizzazione che prospetta François Perroux, utilizzando anch’egli, questa volta a proposito dei paesi in via di sviluppo, il modello dell’autarchia dei grandi spazi.

L’ordine economico internazionale di «nuovo sviluppo» che egli intravede, sempre più preso in considerazione dagli economisti del terzo mondo e puntellato su solide ricerche econometriche, respinge la nozione liberale e marxista di economia internazionale. Perroux parte da una contestazione dell’egualitarismo degli agenti economici e della confusione tra l’economico e il politico. «Noi arriviamo ad una costruzione» scrive «in cui politica ed economia diventano indiscernibili, (…) che sovrappone le funzioni dello Stato a quelle del mercato. La società, passata al filtro del mercato, la pseudo-market society, è una società senza potere – l’anarchia in senso etimologico». Per mascherare i rapporti di dominio, la filosofia del liberoscambio si richiama all’ordine naturale dei diritti dell’uomo e presenta lo scambio economico come «l’incontro spontaneamente pacifico e fecondo di atomi mossi da una legge di natura, o di sosia cooperanti spontaneamente».

«Con l’ossessione della mercanzia, la spersonalizzazione dei rapporti tra gli esseri umani, la pubblicità invadente e l’esca del guadagno monetario in tutte le sue forme – ivi compresa la speculazione finanziaria» aggiunge François Perroux «il mercato e il capitalismo tendono a destabilizzare le norme culturali, a “reificare” gli spiriti. Per non parlare della corruzione che incoraggiano nei rapporti tra amministrazioni pubbliche ed interessi privati». Il mercato mondiale non soltanto cancella le sovranità dei giovani Stati, ma parimenti li decultura tramite il suo modello di consumo di tipo occidentale.

Ora, per Perroux, il culturale deve precedere l’economico: «Ogni uomo» scrive «e le società di uomini sono in cerca di un senso per il loro destino: ciò è culturale». Precisa: «La cultura è un insieme di valori che danno coesione ad un gruppo; (…) è sufficiente dire che la relazione culturale è una sfida al calcolo, ed al calcolo economico in particolare. (…) Ora, in Occidente l’attività economica ha preso una distanza inquietante riguardo ai valori culturali, proclamati con insistenza, ma non vissuti…».

Questa deculturazione trova la sua legittimazione nel mito del progresso. Ma, nota Perroux «i popoli sfavoriti hanno preso coscienza dell’inganno di cui erano vittime accettando passivamente nozioni che erano loro imposte dall’Occidente per servire i suoi interessi». Tra queste nozioni, ritroviamo l’egualitarismo dell’«economia pura» che «non ha bisogno per costituirsi altro che del mercato e del suo spazio supposto omogeneo dove intervengono individui supposti rassomiglianti ed uguali»; si trova anche l’idea dello sviluppo all’occidentale che, in realtà, ha finito per «sottomettere la popolazione al diktat del prezzo mondiale e al protettorato di una potenza straniera».

Ma questo «progresso» e questo «sviluppo» di un’economia planetaria hanno altresì distrutto l’habitat umano. Questo da parte sua non è altro, per Perroux, che il quadro della nazione sovrana. «L’ordine del mercato» commenta «svuota la realtà nazionale (…) e pone la separazione assoluta dell’economico e del politico», al fine di neutralizzare e di confinare quest’ultimo tra le mani «di specialisti di political science, che definiscono l’ordine pubblico mondiale, la cui destinazione è quella di assicurare il libero funzionamento del mercato». Così, il politico, che è naturalmente gerarchizzante, diventa «anarchizzante»: le nazioni attuali sono tutte presupposte eguali ed equivalenti, sottomesse allo stesso diritto pacifista ed umanitario il cui scopo è di fatto di supplire all’«assenza di gerarchie salvo quella dei poteri d’acquisto». Lo strumento di questo progetto è il commercio internazionale in tutti i suoi aspetti. «La struttura dei paesi in via di sviluppo di fronte al commercio estero» scrive Perroux «li mette al servizio dello straniero. Il loro sviluppo è extravertito dall’investimento diretto che ricevono, che trascina con sé deviazioni dei traffici (…) e li espone ad un processo di decapitalizzazione: il flusso dei capitali esportati dalle imprese straniere supera il flusso di capitali ricevuti». Ne risulta una perdita di sostanza economica, di cui l’emigrazione costituisce un esempio (e per l’Europa la fuga dei cervelli). Il libero scambio esercita di conseguenza un’influenza strutturale sulle economie nazionali dell’Europa e del terzo mondo. Le produzioni di queste sono «strutturate», dirette dall’esterno, secondo finalità estranee ai bisogni culturali, umani o politici delle popolazioni locali. Ma oggi la pauperizzazione e la deculturazione delle masse non riescono più ad essere mascherati dagli isolotti iperindustrializzati che permettono agli esperti dell’OCSE [alias] e ai nuovi economisti di parlare di «crescita dei livelli di vita in termini monetari».

Per farla finita con questo cosmopolitismo di mercato, che esso sia «socialista» o «liberale», bisogna costruire una nuova economia centrata «sulla ricerca della compatibilità tra la necessità di cooperare con l’estero e l’esigenza di uno sviluppo autonomo». E quest’ultimo deve fondarsi sulla capacità di decisione dei poteri nazionali.

«Il potere pubblico» nota ancora l’economista francese «è un decisore, un attore, e non un’apparato inerte; esso emana dalla nazione e impregna la nazione tutta intera sotto ogni suo aspetto. La nazione è un attore, non è un oggetto». Di conseguenza, «per i paesi in via di sviluppo, la difesa degli interessi e la salvaguardia della dignità dei cittadini, passano per la nazione. Le nazioni, per povere che siano, ricercano la propria autonomia nelle interdipendenze che le collegano inegualmente le une alle altre».

Per dare scacco alla predominanza delle superpotenze e delle multinazionali che violano le loro frontiere, le nazioni devono coalizzarsi in blocchi apparentati che siano dei vasti sottoinsiemi strutturati, commercialmente ed in dustrialmente autocentrati e regolati da un ordine di tipo politico. Perroux si richiama ad esempio al progetto della costituzione di grandi insiemi imperiali che vedrebbero coincidere spazio politico, spazio economico e spazio finanziario, raggruppanti nazioni culturalmente, etnicamente ed economicamente vicine.

Ora, tali «spazi autonomi» sono forse già in via di costituzione. Gli scambi industriali «sud-sud» progrediscono più in fretta del commercio propriamente occidentale. L’India, per esempio, esporta la sua tecnologia in altri paesi del terzo mondo e i «paesi-officina» del sud-est asiatico sono sulla via di costituire con il Giappone, una nuova sfera di coprosperità industrialmente e tecnologicamente originale ed autonoma. Proponendo questo modello di autarchia regionale, François Perroux interpreta a modo suo la formula dell’UNESCO che definisce l’obiettivo morale dello «sviluppo» «la dinamizzazione della società nel suo essere stesso». Questa dinamizzazione significa per lui il sostegno delle aspirazioni nazionali e non del benessere individualista. La finalità dello sviluppo non è altro che la liberazione di un popolo dalla dominazione straniera. Aggiunge: «Una nazione, è un popolo che cresce». L’obbiettivo della crescita del livello di vita individuale in termini occidentali non è, a suo avviso, «un obbiettivo necessariamente compatibile con l’indipendenza nazionale». E precisa: «La storia registra numerosi casi in cui il “benessere”, il comfort di un popolo è stato acquisito pagandolo con la schiavitù o la subordinazione».

Come può l’Europa aiutare intelligentemente la costituzione di spazi economici nel terzo mondo? Fornendo un aiuto le cui finalità siano l’inverso assoluto dell’assistenza americana o sovietica. Sviluppare le produzioni locali, creare mercati regionali di assorbimento dei prodotti locali, smettere di comprare dal terzo mondo un’energia che noi potremmo almeno in parte autoprodurre, incitarlo a rivitalizzare la sua agricoltura e a smettere di importare prodotti di consumo stranieri, questo potrebbe essere il modello di una politica di aiuti all’europea. Il nostro interesse contro l’economia multinazionale è comune. L’Europa trarrebbe vantaggi politici e geostrategici a lungo termine considerevoli se essa contribuisse alla costruzione nel terzo mondo di spazi semiautarchici realmente decolonizzati. Immaginiamo un’Europa essa stessa organizzata in grande spazio autonomo, sottratta alla presa occidentale e americana, che cooperi con «imperi» economici e politici tutti differenti, ma solidali…

E’ in questa direzione che risiede senza dubbio la scelta più giusta e più lucida. Abbandonata la supponenza, la condiscendenza e il pietismo umanitario verso i popoli del «sud» del mondo, è verso una grande alleanza storica che l’Europa dovrebbe dirigersi con essi. Presto o tardi, essi si ribelleranno al sistema occidentale. Dunque, che non ci si confonda con quest’ultimo. Prendiamo la testa di questa rivolta. Abbiamo lo stesso nemico.

È questo il dialogo offensivo dei popoli, il vero dialogo nord-sud.

Guillaume Faye

Traduzione dal francese a cura di SIMONA SUTTI

(1) Da qualche anno, l’estremismo liberale è rappresentato principalmente dalla corrente dei cosiddetti «nuovi economisti», in cui si collocano tra gli altri i teorici della scuola di Chicago come Milton Friedman [alias] e David Friedman (propugnatore dell’anarcocapitalismo), nonché Friedrich Hayeck [alias] Henri Lepage, Florin Aftalion, ecc. Caratteristica comune dei «nuovi economisti» è la ripresa integralista e polemica delle posizioni degli autori liberali anglosassoni del diciannovesimo secolo.

(2) André Grjebine, La nouvelle économie internationale, Presses Universitaires de France, Parigi 1982.

(3) François Perroux, Pour une économie de nouveau développement, Aubier, Parigi 1981. L’economista è altresì autore di Théorie et histoire de la pensée économique, L’Europe dans le monde, e Indépendance de la nation. Altre opere disponibili sono elencate qui.

(4) Cfr. il dossier pubblicato dalla rivista Eléments nel marzo 1979.