La colonizzazione dell’Europa: la soluzione di Prometeo e del Dottor Faust

Il presente brano è tratto dal volume La colonisation de l’Europe di Guillaume Faye.

Vi apparirò ora incredibilmente utopico, quanto apparivano coloro che, all’inizio del secolo, prevedevano che per far girare le fabbriche non sarebbero più state necessarie pesanti macchine a vapore, ma semplici prese di corrente incassate nei muri. Altrettanto utopico di coloro che credevano che macchine più pesanti dell’aria potessero levarsi in volo, che la carta carbone stava per essere rimpiazzata dalle fotocopiatrici, che il comunismo era solubile nel liberalismo, e che la prima religione in Francia potrebbe diventare un giorno l’Islam.

La caratteristica centrale della storia è che essa è molto più surrealista della fantascienza stessa. Lungo il fiume della storia, l’impensabile è possibile. Mi spiego meglio. Gli storici del futuro, diciamo del 3000, considereranno forse che il maggior avvenimento del XX secolo e dell’inizio del XXI non sarà stata la prima o la seconda guerra mondiale, né il comunismo o la sua fine, né l’aviazione, né l’automobile, ma la metamorfosi – parola più forte di “rivoluzione” – delle civiltà umane provocata dal congiungersi dell’ingegneria biologica e dell’informatica.

La tecnoscienza contemporanea è un fattore storico d’importanza capitale. Essa può sconvolgere tutte le carte. Persino quelle della geopolitica e delle capacità genetiche innate dei popoli. Interferisce con la spiritualità e trasforma i dati della religione e della filosofia. Senza entrare nei dettagli, sappiamo sin d’ora che 1) la potenza degli elaboratori sarà centuplicata o più da ora al 2020; 2) dei ponti vengono stabiliti tra l’ingegneria genetica e l’informatica; 3) le capacità di intervento sul genoma (umani, animali, piante) segue una progressione geometrica.

No, non andremo tra le stelle, non colonizzeremo altri pianeti, altri sistemi solari (del resto, a che serve?) (2), ma noi faremo di meglio e di più: modificheremo l’uomo dall’interno. In altre parole, siamo alla fine dell’umanismo. In bioinformatica, tutto rischia di divenire possibile. Dalla fabbricazione di chimere (ibridi uomo-animale), all’uomo bionico, passando, alla rinfusa per l’eugenismo positivo, la fabbricazione di esseri umani specializzati (iper-intelligenti, iper-resistenti, iper-aggressivi, iper-longevi, etc., a scelta), cloni, fabbricazione di organi o geni di soccorso, nascite senza gravidanza in incubatrice con eventuale programmazione del feto (fattorie di allevamento umano), creazione di elaboratori biologici a biochip dotati di meta-intelligenza e meta-sensibilità, così come androidi del medesimo tipo. Eccetera.

In questa prospettiva, la nozione di “razza” rischia di esplodere o implodere, a scelta dei manipolatori. Di fatto, il robot biotronico X-27 della ditta Typhoon, commercializzato nel 2037, di che razza è? Bianco, negro, asiatico? No. E’ della razza X-27? E’ un “uomo”? No, vi dico. Che cos’è, chi è, allora? Non si sa (3). Ciò che si sa, è che, come aveva predetto Michel Foucault, la tendenza umanista è destinata a sprofondare, e la nozione stessa di “uomo” a relativizzarsi. Questo sconvolgimento sarà un maëlstrom, a fronte del quale la rivoluzione neolitica e la rivoluzione industriale saranno stati un ballo di campagna e la Rivoluzione francese un non-evento.

Per la prima volta nella storia umana, il “discorso” corrente, che sia filosofico, metafisico o epistemologico, non avrà più facili spiegazioni per rendere conto dei fatti o per nominarli (4).

Di fronte a questa sfida, che tocca l’ordine fondamentale del vivente, che il mito greco di Prometeo aveva prefigurato, come Goethe, nella sua allegoria del Faust (5), tutte le filosofie, tutte le metafisiche contemporanee crollano. L’uomo si automodifica. Si erge in rimpiazzo di Dio, signore della creazione e ordinatore dell’universo. Martin Heidegger, anch’egli, nel suo testo Die Frage über die Technik (6), aveva previsto che la tecnica sarebbe diventata una vera “penetrazione del mondo” ed insegnava che l’uomo, e in particolare la civiltà “greco-europea” che ha dato luogo a questa tecnoscienza, poteva essere qualificata con il concetto presocratico di to deinótatos, “ciò che c’è di più arrischiato”. L’allegoria ebraica del Golem, questo pupazzo che prende vita e diventa pazzo, costituisce da parte sua una rimarchevole “denuncia anticipata” di quello che ci sta per succedere. Questa allegoria mira a mettere l’uomo in guardia a “non cercare di imitare Dio”, sostituendosi a lui come libero creatore di materia vivente (7).

In effetti, la teologia ebraica, cristiana e musulmana, partono dal principio che il mondo è “creato” e separano radicalmente, all’inverso del “panteismo” pagano, il sacro e il profano. L’uomo, la cui attività terrena, il lavoro, s’apparenta al profano, non può in alcun caso sostituirsi all’atto creatore divino, né modificare la natura, opera di Dio e unica vera “creazione”. Per il giudeocristianesimo l’uomo la natura può certo dominarla e utilizzarla come inquilino, ma certamente non creare – come va a fare l’ingegneria genetica – un’altra natura, una meta-natura a partire dalla natura originale. Nella concezione giudeocristiana, le manipolazioni genetiche consistono semplicemente nel ripetere – in forma più grave – il peccato originale di Adamo (8): appropriarsi della conoscenza divina al fine di competere con Dio stesso, e tramite ciò negarne l'”esistenza”. E’ commettere il peggiore dei peccati, quello d’orgoglio, porre in essere una vera e propria “OPA ostile su Dio”.

Il prevedibile scatenamento delle biotecnologie non potrà certo essere arrestato a livello planetaria da qualche “comitato di bioetica”. E’ perciò vano opporvisi (9).

Le biotecnologie a venire, addizionate alla centuplicazione della potenza di calcolo degli elaboratori, finiranno ugualmente per polverizzare tutte le nostre categorie etiche. L’antropocentrismo – prodotto dal teocentrismo – delle visioni del mondo monoteiste non avrà più ragione d’essere. Come ha ben visto Baudrillard, la genetica e l’informatica sbullonano ugualmente il naturalismo e la nozione stessa di natura, poiché a lato di quest’ultima appaiono una natura virtuale (informatica) e una meta-natura (biologica) che d’altronde potranno secondo i casi fondersi.

Tutta la nostra percezione del reale, ereditata dal cristianesimo e dall’aristotelismo, sta per esserne sconvolta. Le “marionette” della caverna di Platone non saranno più delle illusioni, dei sogni risvegliati (phantasma), ma accederanno allo status di presenze, di para-realtà.

In compenso, questo avvenimento, questo scatenamento della bioinformatica, è consonante con le concezioni del mondo dei paganesimi più arcaici, come ho già tentato di mostrare nel mio saggio L’archeofuturismo. In queste concezioni, l’uomo è già posto come divino. Dio è dappertutto e da nessuna parte. Solo esiste il mondo, e il mondo è sacro. Il cosmo non è mai stato creato da un essere supremo, è increato, è esso stesso supremo. Poiché non esiste una sfera “profana” in senso cristiano, non possono esistere “profanatori” e “profanazioni” nel senso moderno della parola. Nello sciamanismo del primo uomo, l’uomo venera gli animali e si traforma per magia in lupo, in serpente, in creature mitiche (10). L’uomo non è consustanzialmente diverso dal regno animale e vegetale, come lo è nell’agostinismo e in generale nel giudeocristianesimo.

Per dirla altrimenti, la biologia a venire introduce il ritorno della magia (11). La manipolazione magica del vivente, la sua “meta-morfosi”, non era considerata come perversa nell’antichità pagana dell’India, dei paesi celtici o della Grecia orfica. La bioinformatica reintroduce la sensibilità magica e collide frontalmente con la visione naturalista e umanista, teo-antropocentrica e razionale del mondo.

Incredibile paradosso: è la conseguenza tecnoscientifica della repressione monoteista, materialista e razionalista dell’anima europea che, duemila anni dopo, contribuisce a ristabilire la visione magica del mondo. Il Golem si ribella, come nella favola ebraica, al suo creatore…

In Germania, paese di tutti i tabù ideologici, un filosofo, Peter Sloterdijk, ha fatto scandalo posizionandosi come “post-umanista” dopo una conferenza sulle biotecnologie a Elmau. Il quotidiano Der Spiegel, per criticarlo, ha pubblicato in prima pagina un articolo intitolato “Un progetto genetico: il Superuomo”, corredato da foto di statue di Arno Breker, uno dei maggiori scultori del Terzo Reich (12). Di fatto, per Sloterdijk, che non osa per altro andare sino in fondo, l’umanismo ha fallito nel tentativo di costruire una modernità appagante; le biotecnologie, tra l’altro, potrebbero dunque «andare verso una riforma delle qualità della specie». Il filosofo non esita a parlare di «una tecnologia antropologica, ivi compresa una pianificazione esplicita delle caratteristiche umane».

Riprendendo le tesi eugeniste di Carrel e di Rostand, che parlavano allora nel vuoto non esistendo alla loro epoca le tecnologie del genoma, Sloterdijk si domanda «se tutta la specie umana non sta per passare da un fatalismo della nascita ad una nascita scelta e una selezione prenatale». Tutta la specie umana, ne dubito, ma perché non una parte di essa?

Per lui, le biotecnologie permetteranno «nuove possibilità di ottimizzazione e di selezione della specie», ben più efficaci che le immemoriali pratiche sociali al riguardo (matrimonio, educazione, caste, classi, etc.). L’indignazione dei media tedeschi riposa evidentemente sul fatto che questa rimessa in questione dell’umanismo rinvia alla concezione nazionalsocialista e soprattutto che il Terzo Reich praticava l’eugenismo – come del resto gli americani e gli scandinavi nella stessa epoca. Ma dimentica che l’eugenismo nazionalsocialista non si basava che sulle vecchie tecniche dei matrimoni preferenziali e della selezione fenotipica dei genitori, pratica corrente in innumerevoli famiglie indiane ed asiatiche 13. Ma qui si tratta di ben altro. Le biotecnologie permetteranno un eugenismo che non si baserà più sulla lenta selezione famigliare ma sarà endogeno e immediato. In una sola generazione, sarà possibile modificare il patrimonio genetico di un’intero lignaggio, attraverso una tecnica di “attacco diretto” del genoma.

Peter Sloterdijk scorna in effetti i benpensanti del politically correct, quando, in un intervista al periodico Focus, si domanda se il momento non è venuto «di combattere la lotta dei grandi allevatori di uomini contro i piccoli allevatori di uomini (i “preti” e i “cattivi maestri” di Nietzsche), che è la lotta degli umanisti e dei sovrumanisti, la lotta degli amici dell’uomo e degli amici del superuomo».

Collocandosi nella sfera del pensiero inegualitario del sovrumanismo nietzschano, egli raffigura così implicitamente un “uomo naturale” e un “superuomo”, fabbricato, autofabbricato, “faber sui” in un senso nuovo ed ulteriore…

Una cosa è chiara: nel momento stesso in cui l’ideologia egualitaria regna signora incontrastata negli spiriti, essa è già condannata dai fatti, in economia come in sociologia come in biotecnologia. La tecnoscienza condanna a morte l’egualitarismo e tutti i fondamenti ideali del giudeocristianesimo. L’avventura cominciata con Galileo continua e s’accelera: «… eppur si muove!».

Si è tentati di citare la frase di Ian Malcolm, il personaggio del matematico del caos nel romanzo di Michael Crichton, Jurassic Park (14), forse profetica per la sorte dell'”ultimo uomo” contro cui si scaglia Zarathustra: «Dio ha creato i dinosauri. Dio ha ucciso i dinosauri. Dio ha creato l’uomo. L’uomo ha ucciso Dio. L’uomo ha ricreato i dinosauri. I dinosauri hanno ucciso l’uomo».

Secondo quanto riporta la Frankfürter Allgemeine Zeitung, Sloterdijk si richiama semplicemente alla fine dell'”ipermorale” che regge le civiltà occidentali (15). Ritorniamo al mito di Prometeo che, a mio avviso, illumina il senso di tutta la civiltà europea. Prometeo dona il fuoco agli uomini, e per punizione gli dei gelosi lo incatenano e un avvoltoio viene a divorargli il fegato. Il fuoco: il suo potere. La lotta dell’uomo greco contro Dio per trasformarsi lui stesso in dio, o piuttosto in superuomo (16).

Sarà necessario del tempo perché questa metamorfosi di civiltà, che autori visionari come Philip K. Dick sono stati capaci di prevedere (17) si ponga in essere: come ci è voluto del tempo perché l’elettricità si diffondesse nelle fattorie in Francia, perché il fax (il “belinografo” dell’ottocento, alleanza della fotografia e del telegrafo) s’imponesse o perché il telefono cellulare si generalizzasse a tutta velocità alla fine degli anni novanta, quando era stato inventato nel 1915 da un certo Auguste Méchin e utilizzato dall’artiglieria francese per aggiustare il tiro durante le offensive-macelleria del 1916-1918. Parimenti, la televisione, inventata negli anni venti, non si generalizzò con grande rapidità che negli anni sessanta. Il “tempo di latenza” della tecnoscienza è lungo, come ogni incubazione, ma poi si nota un’accelerazione nelle applicazioni. Tutto andrà molto in fretta, dall’inizio del XXI secolo.

Ma come rientra l’ingegneria genetica nel nostro discorso sulla colonizzazione dell’Europa? Ci rientra perché ci fornirà rapidamente gli strumenti artificiali per compensare e risanare la nostra decadenza biologica e demografica. Non oseremo forse utilizzarli. Ma in ogni caso essi esisteranno.

Poiché le soluzioni “naturali” non bastano più, in un mondo globalizzato di cui la tecnica è stata concausa e strumento, perché non coadiuvarle e supportarle con mezzi tecnici? Non è ciò nella logica prometeica della civiltà europea, che consiste a prendere in mano la propria vita e il proprio destino, smentendo le soluzioni scontate e plasmando il mondo secondo il proprio istinto tragico? Ben inteso, i regimi attuali, intrisi di egualitarismo ed umanismo, rigettererebbero oggi con orrore qualsiasi abbozzo di soluzione di questo genere, considerandoli giustamente, dal loro punto di vista, “luciferini”. Ma sotto la pressione delle circostanze, i vecchi pregiudizi umanisti possono cambiare. La “barbarie” di oggi sarà forse la nuova civiltà di domani, come già fu quella di ieri, si potrebbe rispondere, in modo molto archeofuturista.

La tecnoscienza può in effetti fornire, anche a breve termine, varie armi “artificiali” nella lotta contro l’attuale minaccia di estinzione che grava sull’identità europea e sul suo germen biologico. Ad esempio:

– le tecniche che consentono oggi un controllo delle nascite e un’identificazione dei genitori assolutamente certi consentono un grado di segregazione e selezione riproduttiva che per ciò che riguarda la specie umana non potrebbero certo più fornire l’isolamento territoriale o linguistico delle popolazioni, o l’endogamia legale a livello di comunità politica o di casta;

– l’eugenismo positivo, tramite l’alleanza tra l’ingegneria genetica e la neoinformatica, permetterà la protezione e diffusione dei caratteri ereditari e delle linee genetiche desiderate, tanto con riguardo al mantenimento ed accentuazione deliberata delle differenze identificanti dell’etnia di riferimento (18), che con riguardo allo sviluppo di una nuova élite genetica, dalle capacità globali utili a contrastare la “legge del numero” delle popolazioni demograficamente minacciose;

– la fecondazione artificiale, i concepimento in vitro e la clonazione, unito all’utilizzo su larga scala delle gestazioni in incubatrice (senza gravidanza, e senza neppure necessità di “uteri in affitto”), potrebbero facilmente contribuire a ristabilire la natalità delle popolazioni europee autoctone in una sola generazione; etc.

Questa teoria, la lascio alla vostra perspicacia. Qualcuno mi accuserà di follia, come accadeva a Jules Verne, quando preconizzava i sottomarini e gli aerei; oppure dirà che questi discorsi non derivano da altro che da sogni fantascientifici, degni di Dick, Barjavel o Lovecraft. Ma attenzione: può anche darsi che io abbia ragione (19).

Guillaume Faye

(1) Guillaume Faye, La colonisation de l’Europe. Discours vrai sur l’immigration et l’Islam, Editions de l’Aencre, Parigi 2000. Il libro, lungamente commentato in Stefano Vaj, “Per l’autodifesa etnica totale”, in l’Uomo libero n. 51, è difficilmente reperibile su carta, essendo stato disgraziatamente sequestrato in Francia, in applicazione delle leggi che hanno da qualche anno cancellato le ultime vestigia di libertà d’opinione nel paese, e non risultando ancora tradotto in Italia.

(2) Questa “resa incondizionata” è sorprendente per la verità in un autore che ha sempre insistito sullo spirito di “désinstallation”, di avventura e di scoperta come caratteristica fondante dell’identità europea, e sul riferimento mitico a Ermes e Icaro come espressioni ideali di tale spirito. Giova in contrario rilevare che mentre la domanda “a che serve?” è altrettanto applicabile, poniamo, a Marte quanto lo è stata in passato ad un nuovo continente o al monte Everest, la “finitezza” del pianeta, non solo dal punto di vista delle risorse ma soprattutto dal punto di vista della psicologia dell’uomo contemporaneo, che lo occupa e lo conosce ormai integralmente in ogni sua minima estensione, non pare lasciare alternative realmente vitalistiche al sogno di Wernher von Braun. Del resto, qualsiasi prospettiva di reale esplorazione e/o graduale colonizzazione di altri pianeti è inestricabilmente legata alla prospettiva del “terzo uomo”, essendo effettivamente inimmagibile se non nel punto di incontro di un processo di terraforming (“terraformazione”) degli ambienti in questione, nel quadro di grandiosi progetti di ingegneria planetaria, e di una deliberata auto-plasmazione dei coloni in funzione delle condizioni degli ambienti stessi. Così come l’uomo e l’ambiente sono letteralmente mutati, divenuti quasi irriconoscibili, a seguito dell’ominazione prima e della rivoluzione neolitica poi, essi sono destinati a farlo ancora se devono rendersi possibili ulteriori espansioni della specie in nuovi habitat, nonché la sua stessa sopravvivenza a medio-lungo termine.

(3) Come già notato, la fantascienza si interroga su queste da molto prima si cominciasse a parlare di “bioetica”. «Sweeney era un Uomo Condizionato. Il sangue che gli scorreva nelle vene era ammoniaca liquida; le sue ossa erano fatte di Ghiaccio IV, il suo sistema respiratorio si basava su un complesso ciclo idrogeno-metano… Se fosse stato necessario, Sweeney avrebbe potuto resistere per settimane a una dieta di roccia in polvere». (James Blish, Il seme tra le stelle, Mondadori, Milano 1997, ed. originale The Seedling Stars).

(4) C’è in effetti da dubitare che sia la prima volta. Ciò che oggi è facile da “nominare” ha implicato a quanto pare mutamenti radicali nelle lingue umane. Non a caso, la glottocronologia fa risalire la nascita della famiglia linguistica indoeuropea esattamente a una decina di migliaia di anni fa, quando per la prima volta sono state necessari un lessico e una grammatica nuova per esprimere ciò che nessuno aveva mai pensato prima.

(5) Per una edizione abbastanza recente, con traduzione italiana a fronte di Andrea Casalegno, del capolavoro del poeta tedesco, in Italia molto citato ma poco letto, Goethe, Faust e Urfaust, Garzanti, Milano 1994. Goethe naturalmente è un romantico, per cui la sua opera è assiologicamente ambigua, anzi “ufficialmente” mira a condannare il “peccato” di Faust. Ciò da cui l’autore (e il lettore) sono per altro affascinati è il patto con Mefistofele tramite cui Faust cerca di trascendere la sua natura ed insegue il suo sogno di conoscenza, di grandezza e di potere, non la edificante redenzione del protagonista con cui il racconto si conclude. E’ tale ambiguità, tale rottura tra le intenzioni e i risultati, a porre il romanticismo come sorgente ultima, e precursore, della visione consapevolmente sovrumanista e postmoderna che si incarnerà poi in Wagner, Nietzsche, George, Strauss, D’Annunzio, Marinetti, Heidegger, Jünger, etc.

(6) Martin Heidegger, “La questione della tecnica” in Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1991 (edizione originale: Vorträge und Aufsätze, Klett-Kotta, Friburgo 1967.

(7) Abbiamo già citato Frankenstein, ovvero Il moderno Prometeo di Mary Shelley (l’edizione qui linkata è Garzanti, Milano 2003, facilmente accessibile anche in edizione originale, su carta e sul Web) come l’esempio cardine della sensibilità romantica, che vede l’autrice orripilata (e cercare di orripilare il lettore), e al tempo stesso morbosamente affascinata dal potere che promette di dischiudersi alle generazioni future. Ma, come dice Giorgio Locchi, “nel petto dei romantici si agitano due cuori”… Il successo incredibile, non tanto e non solo del racconto (che pochi in realtà hanno letto), ma del suo soggetto come locus e mitema culturale della nostra epoca condiviso da tutti (ad esempio attraverso le innumerevoli trasposizioni e citazioni nel cinema e nel fumetto), non abbisogna di illustrazioni.

(8) In effetti, il mito della caduta descrive in modo del tutto trasparente la perdita dello stato di “raccoglitori” in un “giardino deserto”, e l’entrata nella storia, a seguito della quale Adamo “si guadagnerà il pane con il sudore della fronte”, e i suoi figli diventano agricoltori ed allevatori, e si portano guerra. Non si saprebbe come meglio descrivere la nascita del lavoro, della tecnica, della politica che la rivoluzione neolitica ha portato con sé, e che l’ebraismo nasce appunto per rifiutare. Vedi al riguardo anche Giorgio Locchi, “Il senso della storia”, in l’Uomo libero n. 11.

(9) Tra l’altro, come nota Gregory Stock, «Qualsiasi combinazione di personalità e temperamento che predisponga le persone ad abbracciare la selezione ed il miglioramento biologico sarà altamente rappresentata tra coloro che per primi sceglieranno di controllare la propria linea germinale. Nella misura in cui gli attributi della personalità che che conducono a ciò siano essi stessi di natura genetica, la tecnologia tenderà probabilmente a rafforzarli nelle generazioni successive. I post-umani manifesteranno e rinforzeranno la loro filosofia nella loro biologia» (Redesigning Humans: Choosing Our Genes, Changing Our Future, Mariner Books, pag. 123).

(10) Il concetto stesso di sciamanesimo, cui la metamorfosi uomo-animale è legata, rimanda oggi a popolazioni esotiche, oggetto di studi etnografici, e tipicamente a popolazioni che hanno arrestato il proprio sviluppo a quello del “primo uomo”. Per un esempio d’altronde in ambito europeo di questo tipo di “magia”, o se di preferisce di tecnica di autodomesticazione primordiale, vedi i temutissimi iniziati berserkr tra i Vichinghi, che ancora nel pieno del medioevo cristiano erano in grado in battaglia di “trasformarsi” in lupi, al punto di essere percepiti come tali dai propri compagni e dagli stessi nemici. Possiamo ancora ricordare, alla rinfusa ma esattamente in questo senso, la capacità più tardi attribuita alle streghe di mutarsi in animali, il mito perdurante del Lupo Mannaro (o Werwolf), cui ha fatto diretto richiamo la Germania alla fine di entrambe le guerre mondiale nella denominazione delle unità di guerriglia e sabotaggio (vedi anche il famoso romanzo omonimo di Hermann Löns, disponibile sul Web e su carta, anche in versione italiana) o i complessi significati simbolici che emergono dalla favola della Bella e della Bestia, persino nella adulterata versione disneyana.

(11) Vedi quanto già menzionato nell’articolo principale con riguardo alla riscoperta contemporanea della “magia” da parte della Programmazione Neuro-Linguistica come tecnica psicologica fondamentale di trasformazione di sé. Il passaggio che si opera con il terzo uomo è la trasformazione non solo della realtà espressa dal sistema neurologico umano, ma dello stesso sistema soggiacente. D’altronde, sottolinea Gehlen, «per avvicinarsi alle pratiche magiche in una prospettiva antropologica, bisogna innanzitutto tenere conto che «esse erano adeguate in relazione ad un certo livello di sviluppo» (Urmensch und Spätkultur, Verlag GmbH, Wiesbaden 1986, trad. it. L’uomo delle origini e la tarda cultura, Il Saggiatore, Milano 1994, pag. 247).

(12) Ricorda Gregory Stock: «Nel 2000 ho partecipato ad un forum pubblico a Monaco, dal titolo “Der Neue Mensch” (“L’uomo nuovo”) sugli imminenti progressi in materia di clonazione e selezione degli embrioni. La brochure dell’evento, che presentava ripetutamente immagini di una bella ragazza bionda, catturava bene gli spettri che hanno infestato la discussione che ne è seguita, un dialogo tipico di quelli che ho sempre avuto in Germania, pieni di ansia per i pericoli davanti a noi e schiacciati dal peso della storia recente» (Redesigning Humans, op. cit., pag. 117).

(13) In effetti, mentre il nazionalsocialismo non conosceva evidentemente le tecniche di manipolazione diretta del genoma, né buona parte delle tecniche di diagnosi prenatale oggi disponibili, né i portati dell’ecologia moderna, va riconosciuto che lo stesso fondava le sue misure biopolitiche sulle migliori conoscenze scientifiche disponibili all’epoca, non concedendo nulla a “soluzioni” più o meno tradizionali la cui efficacia non fosse confermata dallo stato della ricerca. Cfr. l’applicazione rigorosa dei principi della genetica mendeliana all’anamnesi familiare dei nubendi.

(14) Michael Crichton, Jurassic Park, edizione originale italiana: Garzanti, Milano 1996 (disponibile anche in edizione originale). Abbiamo già visto come significativamente il libro sia stato portato sul grande schermo da Spielberg, di cui è noto l’orientamento ideologico e religioso, nell’omonimo film (USA 1993). Le stesse tematiche sono state riprese, ancora più esplicitamente, nel sequel intitolato Il mondo perduto (USA 2000, sempre tratto da un romanzo di Crichton con il medesimo titolo, in italiano sempre pubblicato da Garzanti).

(15) Sul concetto di ipermorale, cfr. anche Arnold Gehlen, Morale e ipermorale. Un’etica pluralistica, Ombre Corte, Verona 2001 (versione originale: Moral und Hypermoral, Klostermann, Friburgo 2004).

(16) Il senso originario del mito di Prometeo era in effetti ben diverso, dato che la grecità pre-cristiana si identificava con i propri dèi. Il significato di Prometeo ed in generale dei Titani si è d’altronde tipicamente ribaltato con lo Sturm und Drang e il romanticismo, con cui questi vengono viceversa a simboleggiare la rivolta eroica, tragica e grandiosa (il “titanismo” entrato anche nel linguaggio comune) contro un ordine costituito alieno, mediocre e soffocante. E’ d’altronde normale che il mito possa parlare in termini diversi al cuore degli uomini, e farsi materiale di richiami diversamente articolati. Anche certa sinistra culturale ha tentato di impadronirsi dei mito di Prometeo (come antesignano del “proletariato che scuote le sue catene”), ma già all’epoca di Gabriele D’Annunzio o Stefan George il “titanismo” viene per lo più considerato come un mitema tipicamente sovrumanista. Quanto poi allo snobistico “antititanismo” di Evola (cfr. L’Operaio nel pensiero di Ernst Jünger, ult. ed. Edizioni Mediterranee, Roma 1998) o dei più recenti atteggiamenti di Alain de Benoist (L’Operaio tra gli Dei e i Titani, Asefi Terziaria, Roma 2000, traduzione di è anche disponibile una versione integrale sul Web), quando non rappresenta semplicemente un’effettiva deriva “di destra” dei due autori, lo stesso deriva d’altronde da una incomprensione intellettualistica dell’ovvio significato “politico”, tanto simmetrico quanto invertito, che nel contesto indoeuropeo ed in quello moderno può avere l’idea della oscura rivolta ed eterno ritorno di un substrato umano e religioso preesistente rispetto alla visione del mondo dominante ed al suo “ordine cosmico”. Non c’è bisogno di essere grandi mitografi per capire gli dèi di ieri (e magari di domani) ben possono trovarsi a giocare la parte dei titani di oggi, e che la condanna o l’esaltazione di Prometeo rappresentano in realtà nei due contesti il richiamo ad un identico sentire.

(17) Può darsi che in effetti Philip K. Dick preveda nelle sue opere il futuro di cui parla Faye, ma l’autore americano di La svastica sul sole (ult. ed. italiana Fanucci, Roma 1999) parla di tale futuro con orrore, se non addirittura per metterne in guardia il lettore. E’ solo nella versione cinematografica del suo racconto Gli androidi sognano pecore elettriche?, ovvero il celebre Blade Runner di Ridley Scott (USA 1982, versione originale in DVD), che il senso della favola – specie nella versione originale (“director’s cut”) che avrebbe voluto il regista e che è oggi distribuita su DVD – viene rovesciato: i replicanti, in quanto “superuomini”, sono i veri uomini, che soli, in mezzo ad un’umanità degenerata che abita un mondo degradato e che vuole solo ucciderli, hanno visto «cose che voi umani non potreste immaginarvi… navi da battaglia in fiamme al largo dei bastioni di Orione… i raggi C balenare nel buio presso le Porte di Tannhaüser. E tutti quei momenti andranno perduti… nel tempo… come lacrime nella pioggia» (cfr. anche Paul M. Summon, Blade Runner. Storia di un mito, Fanucci, Roma 2002).

(18) Abbiamo già visto come, se le “culture” non sono un prodotto meccanico delle “razze” come nelle teorie attribuite dalla propaganda egualitaria ai nazisti da fumetto, le razze stesse, nel caso dell’uomo, sono qualcosa di più di un fascio di caratteristiche casualmente divenute dominanti all’interno di una data popolazione per ragioni di selezione ambientale o di segregazione. Si potrebbe anzi forse dire che sono le razze umane a finire per essere un prodotto, un “progetto”, delle culture – che d’altronde nascono, non a caso, da una popolazione data, non sono state distribuite come le carte all’inizio di una mano di poker –, perché sono esattamente le culture a definire e segregare l'”ambiente naturale” degli esseri umani. A questo punto, il “terzo uomo”, prendendo in mano e ridefinendo la propria identità razziale in funzione di un progetto collettivo, non fa altro che agire direttamente ed in modo autocosciente su ciò su cui il “secondo uomo” ha sempre agito “para-biologicamente”, in particolare definendo il contesto di vita dei singoli, i confini etnolinguistici della comunità, il rispettivo successo riproduttivo dei suoi membri, etc. Del resto, una situazione analoga è riscontrabile sotto il profilo linguistico: per la prima volta negli ultimi duecento anni intere comunità hanno deliberatamente preso in mano le “naturali” trasformazioni linguistiche, scegliendo di riprendere o trasformare o proteggere eredità linguistiche scelte per ragioni politiche ed affettive, risuscitare lingue morte o quasi, ridifferenziare lingue in via di fusione entropica.

(19) Questa conclusione è stata scritta alla fine del 1999. Se ci sono voluti più o meno dieci anni perché la “provocazione”, l'”allegoria”, la “profezia” contenuta in Il sistema per uccidere i popoli, op. cit., diventasse una descrizione quasi banale della realtà quotidiana del sistema della globalizzazione, è bastato meno di un lustro perché la “fantascienza” di cui parla qui Faye diventasse il nostro orizzonte futuro immediato.