Per l’indipendenza economica

Di Guillaume Faye

Il libero scambismo in crisi – Per un’autarchia d’espansione – Una nuova strategia per l’Europa – Predominio del politico e nuovo sviluppo – Un’alleanza necessaria.

Il liberoscambismo, attorno al quale si ritrovano non solo gli ultraliberali (1) ma anche i socialdemocratici, è severamente rimesso in discussione dalla crisi energetica e dall’apparizione della disoccupazione di massa. Nessuno, fino ad ora, si opponeva al dogma secondo il quale un’economia mercantilistica, anche se statalizzata, dovrebbe avere interesse allo sviluppo di un mercato mondiale, al fine di ridurre i costi e di trovare sbocchi tramite una “divisione internazionale del lavoro”.

Oggi, queste tesi sono ormai vivamente contestate e l’ardore che mettono i «nuovi» economisti a difenderle e a denunciare i «pericoli» di un nuovo protezionismo, significa forse che la loro lotta è già di retroguardia. Da una parte, infatti, i paesi del terzo mondo stanno sottraendosi alla divisione internazionale del lavoro architettata dall’Occidente liberale; in Europa, d’altra parte, si levano voci numerose ed autorevoli per contestare il modello del libero-scambio. Ciò in nome di tre argomenti: il rischio di una disindustrializzazione europea, causa di disoccupazione; l’egemonia degli Stati Uniti, del Giappone, e delle multinazionali sulla nostra economia; e il pericolo di una colonizzazione culturale e di una dipendenza politica cui ci pone di fronte un’organizzazione planetaria dei mercati.

In questi mesi a questa contestazione del libero-scambio, si sono aggiunte altre due voci, contribuendovi con il peso della reputazione di cui godono e della competenza che viene loro riconosciuta: la prima è quella di André Grjebine, professore all’Institut d’études politiques di Parigi, che ha pubblicato La nouvelle économie internationale (2). La seconda è di François Perroux il cui ultimo libro è intitolato Pour une économie du nouveau développement (3). Questi due autori si schierano per una formula moderna e aperta di «autarchia dei grandi spazi» che, sotto molti aspetti si riallaccia alle tesi espresse fin dal 1979 dal movimento metapolitico chiamato Nuova Cultura (4).

L’autarchia, conformemente alla sua etimologia, non designa il ripiegamento, ma l’indipendenza economica. Benché molti, tra cui Grjebine, si rifiutino di utilizzare questo termine, ciò che egli prospetta, in termini di stretta teoria economica, col suo vocabolo «sviluppo autocentrato» non è niente di diverso. Egli predica infatti un’autarchia «d’espansione» che permetta di controllare gli scambi, in simultanea contrapposizione sia all’autarchia «di ripiegamento» – quella del colbertismo o dei regimi reazionari – nella quale si rifiutano gli scambi, sia al liberalismo commerciale ove invece gli scambi internazionali vengono subiti. Il liberalismo internazionale è diventato di fatto inapplicabile, dagli anni ’70. Esso riposava sulla pericolosa idea che l’aumento del prezzo delle materie energetiche importate ci costringesse a esportare sempre di più e a «riconvertire» la nostra industria. Ora, non soltanto il prezzo del petrolio può prendere a calare, come in realtà ha fatto, ma è certo che la «riconversione» comporta la disindustrializzazione, creatrice di disoccupazione, strategicamente rischiosa e dispendiosa, a causa dell’esportazione di tecnologia in direzione di futuri concorrenti. D’altra parte, l’alto costo delle materie prime importate limita i nostri investimenti e ciò contraddice la necessità di esportare molto per pagare i nostri bisogni energetici.

Infine, una variabile indipendente sfugge completamente alle analisi su cui sono fondate le strategie economiche attuali: i violenti rincari delle materie prime dovuti a sbalzi d’umore politico. Appena sopraggiunge un tale rialzo, il fragile equilibrio degli scambi con l’estero faticosamente ottenuto, crolla: l’emorragia di valuta paralizza l’investimento e rilancia l’inflazione.

Persino la «moneta di pagamento» internazionale predicata dai liberoscambisti, cioè le esportazioni industriali, diventa sempre più difficile da tirar fuori. Chi ci assicura alla fin fine che saranno sempre richieste le nostre esportazioni di prodotti e di fabbriche «chiavi in mano»? Già l’India, la Corea, Taiwan, ecc. ci fanno una concorrenza serrata, non soltanto presso i nostri fornitori di petrolio e di materie prime, ma nei nostri stessi mercati interni. Qual’è dunque il margine di manovra strategica di un continente alimentato in petrolio dal Sud, in gas naturale dall’Est e in soja dall’ovest?

A conti fatti, l’importazione massiccia di materie prime e di energia, difesa in nome di una ingannevole redditività a breve termine, si rivela disastrosa. Tutti i paesi che praticano una politica di questo tipo vedono la loro situazio ne aggravarsi. La disoccupazione aumenta, l’inflazione persiste, l’equilibrio della bilancia dei pagamenti è compromesso. Nota Grjebine: «I paesi europei dovrebbero lanciare un piano comunitario di grande vigore mirante ad accrescere nel più breve termine la loro autonomia. La riconversione industriale avrebbe così per bersaglio non una specializzazione ancora più accentuata, bensì al contrario uno sviluppo economico europeo autocentrato che privilegi la domanda interna».

E ciò è possibile. Con i suoi trecento milioni di abitanti, l’Europa possiede un formidabile mercato interno, che intelligentemente gestito, potrebbe dar luogo ad un forte dinamismo concorrenziale. L’argomento della «sclerosi economica» avanzato dai «nuovi economisti» non regge. La sclerosi è oggi quella che ci impone l’economia multinazionale, i cui meccanismi sono di fatto truccati dagli effetti del monopolio delle grandi società, dalle pressioni politiche americane e dalle speculazioni del mercato monetario internazionale. D’altronde, non va dimenticato come proprio gli Stati Uniti abbiano vissuto in regime d’autarchia d’espansione fino al 1975: il loro commercio estero non rappresentava che il 5% del prodotto nazionale lordo. Rimpiangono oggi questo periodo, ben diverso dalla recessione attuale.

Per stimolare la domanda interna, è necessario imporre politicamente alle industrie ed alle amministrazioni l’acquisto di prodotti europei, anche quando essi sono un po’ più cari, e praticare un protezionismo settoriale. La leggera diminuzione di guadagno immediata provocata da una tale strategia di «domanda pubblica orientata» sarebbe largamente compensata da un effetto di rilancio capace di coinvolgere a medio termine tutta l’economia. È la politica che ha praticato il Giappone per lanciare la sua industria elettronica: in un primo tempo gli industriali si sono forniti di prodotti giapponesi, anche se più cari; l’industria elettronica giapponese, stimolata da questo dumping creatore di concorrenza interna, poté allora rapidamente abbassare i costi e migliorare la qualità. Terza fase: dopo la protezione viene l’offensiva. Il risultato di questa pratica è evidente: l’elettronica giapponese dilaga su tutti i mercati.

Ma l’adozione di tali strategie in Europa presuppone l’ammissione di un’idea rivoluzionaria per i nostri economisti: l’intervento dello Stato deve essere politico e non burocratico: bisogna controllare i produttori piuttosto che sosti tuirsi ad essi e schiacciarli di difficoltà e di oneri fiscali. Oggi, tutt’al più si «nazionalizza», ma nessuno si sogna di imporre, né alle banche di Stato, né alle imprese pubbliche un comportamento preferenziale in senso europeo o nazionale. Queste importano IBM e prendono a prestito eurodollari. Sono «statalizzate» ma restano mercantiliste. Nel modello dello sviluppo autocentrato, invece, l’industria può essere al tempo stesso privata e nazionale. Per dirla altrimenti, costruire un’economia al servizio del popolo, significa vegliare affinché il tessuto industriale nazionale (o europeo) sia meno dipendente dalle multinazionali di quanto lo siano attualmente gli stessi gruppi industriali nazionalizzati, che non esitano – come ad esempio la BSN francese – a vendere i loro utili futuri agli americani per finanziare le indennità agli azionisti…

Sul piano dell’indipendenza monetaria, sono sempre più numerosi coloro che si pronunciano per la creazione di un vero e proprio sistema monetario europeo, indipendente dal mercato mondiale dei capitali e del dollaro. È necessario, per far ciò, rilanciare l’ECU, la moneta europea prevista nel 1978. Il Fondo Europeo di Cooperazione monetaria (FECOM), già esistente, potrebbe sostituirsi al Fondo Monetario Internazionale per finanziare operazioni miranti ad accrescere l’autonomia economica europea. Per esempio, i grandi programmi di energie nuove ed autoprodotte resi possibili dallo sviluppo della tecnica moderna, come la fusione nucleare, la cui materia prima è l’idrogeno, cioè alla fin fine l’acqua. Programmi di questo tipo, secondo Grjebine, che demistifica il monetarismo e l’inflazione, potrebbero essere lanciati persino da un solo paese, in attesa degli altri.

Come? Finanziando, tramite un massiccio deficit di bilancio ed una creazione monetaria controllata, un piano di autonomia energetica ed un programma di rilancio industriale che passi attraverso ordinazioni pubbliche ed aiuti all’investimento interno.

Il deficit e l’inflazione non sarebbero che provvisori: l’inflazione, in effetti, è perversa solo se è improduttiva (spese assistenziali o per l’acquisto di petrolio); ma un’inflazione di rilancio sarebbe dinamizzante. Le imprese vi avrebbero interesse, poiché, essendo pieni i loro carnieri di ordinazioni, non sarebbero più indebitate, mentre l’inflazione attuale appesantisce i loro oneri. Questa fu la politica scelta dal Giappone, che ha ora uno dei più bassi tassi d’inflazione del mondo.

Queste idee, terza via tra il paleoliberalismo di Margaret Thatcher [alias] o di Ronald Reagan [alias] e il paleomarxismo dello Stato-dinosauro dei socialisti francesi, si fondano su di una nozione di buon senso: un’economia dipende dalla qualità e dalla quantità del lavoro nazionale, cioè sulla produzione industriale lorda interna. L’inflazione produttiva, creatrice di investimento, si riassorbe da se stessa (soprattutto se il mercato è protetto dalle «fughe»), semplicemente perché è la produzione che fa la moneta e non l’inverso come sembrano credere le classi politiche dei paesi europei.

L’inflazione monetaria risultante da una politica volontarista di investimento si troverebbe surcompensata dagli effetti congiunti di un rilancio interno e di una diminuzione delle spese energetiche verso l’estero. Le valute che attualmente se ne vanno dall’Europa per l’acquisto di materie prime o prodotti stranieri sostituibili, sarebbero reiniettate nel nostro apparato produttivo. Obbiettivo dello sviluppo autocentrato è anche la costituzione di un’economia europea offensiva. Questa offensiva va diretta contro l’ordine economico americano-occidentale, per privarlo del mercato europeo ed incitare lo stesso terzo mondo a riconquistare il proprio spazio economico. È questo il senso della vera e reale decolonizzazione che prospetta François Perroux, utilizzando anch’egli, questa volta a proposito dei paesi in via di sviluppo, il modello dell’autarchia dei grandi spazi.

L’ordine economico internazionale di «nuovo sviluppo» che egli intravede, sempre più preso in considerazione dagli economisti del terzo mondo e puntellato su solide ricerche econometriche, respinge la nozione liberale e marxista di economia internazionale. Perroux parte da una contestazione dell’egualitarismo degli agenti economici e della confusione tra l’economico e il politico. «Noi arriviamo ad una costruzione» scrive «in cui politica ed economia diventano indiscernibili, (…) che sovrappone le funzioni dello Stato a quelle del mercato. La società, passata al filtro del mercato, la pseudo-market society, è una società senza potere – l’anarchia in senso etimologico». Per mascherare i rapporti di dominio, la filosofia del liberoscambio si richiama all’ordine naturale dei diritti dell’uomo e presenta lo scambio economico come «l’incontro spontaneamente pacifico e fecondo di atomi mossi da una legge di natura, o di sosia cooperanti spontaneamente».

«Con l’ossessione della mercanzia, la spersonalizzazione dei rapporti tra gli esseri umani, la pubblicità invadente e l’esca del guadagno monetario in tutte le sue forme – ivi compresa la speculazione finanziaria» aggiunge François Perroux «il mercato e il capitalismo tendono a destabilizzare le norme culturali, a “reificare” gli spiriti. Per non parlare della corruzione che incoraggiano nei rapporti tra amministrazioni pubbliche ed interessi privati». Il mercato mondiale non soltanto cancella le sovranità dei giovani Stati, ma parimenti li decultura tramite il suo modello di consumo di tipo occidentale.

Ora, per Perroux, il culturale deve precedere l’economico: «Ogni uomo» scrive «e le società di uomini sono in cerca di un senso per il loro destino: ciò è culturale». Precisa: «La cultura è un insieme di valori che danno coesione ad un gruppo; (…) è sufficiente dire che la relazione culturale è una sfida al calcolo, ed al calcolo economico in particolare. (…) Ora, in Occidente l’attività economica ha preso una distanza inquietante riguardo ai valori culturali, proclamati con insistenza, ma non vissuti…».

Questa deculturazione trova la sua legittimazione nel mito del progresso. Ma, nota Perroux «i popoli sfavoriti hanno preso coscienza dell’inganno di cui erano vittime accettando passivamente nozioni che erano loro imposte dall’Occidente per servire i suoi interessi». Tra queste nozioni, ritroviamo l’egualitarismo dell’«economia pura» che «non ha bisogno per costituirsi altro che del mercato e del suo spazio supposto omogeneo dove intervengono individui supposti rassomiglianti ed uguali»; si trova anche l’idea dello sviluppo all’occidentale che, in realtà, ha finito per «sottomettere la popolazione al diktat del prezzo mondiale e al protettorato di una potenza straniera».

Ma questo «progresso» e questo «sviluppo» di un’economia planetaria hanno altresì distrutto l’habitat umano. Questo da parte sua non è altro, per Perroux, che il quadro della nazione sovrana. «L’ordine del mercato» commenta «svuota la realtà nazionale (…) e pone la separazione assoluta dell’economico e del politico», al fine di neutralizzare e di confinare quest’ultimo tra le mani «di specialisti di political science, che definiscono l’ordine pubblico mondiale, la cui destinazione è quella di assicurare il libero funzionamento del mercato». Così, il politico, che è naturalmente gerarchizzante, diventa «anarchizzante»: le nazioni attuali sono tutte presupposte eguali ed equivalenti, sottomesse allo stesso diritto pacifista ed umanitario il cui scopo è di fatto di supplire all’«assenza di gerarchie salvo quella dei poteri d’acquisto». Lo strumento di questo progetto è il commercio internazionale in tutti i suoi aspetti. «La struttura dei paesi in via di sviluppo di fronte al commercio estero» scrive Perroux «li mette al servizio dello straniero. Il loro sviluppo è extravertito dall’investimento diretto che ricevono, che trascina con sé deviazioni dei traffici (…) e li espone ad un processo di decapitalizzazione: il flusso dei capitali esportati dalle imprese straniere supera il flusso di capitali ricevuti». Ne risulta una perdita di sostanza economica, di cui l’emigrazione costituisce un esempio (e per l’Europa la fuga dei cervelli). Il libero scambio esercita di conseguenza un’influenza strutturale sulle economie nazionali dell’Europa e del terzo mondo. Le produzioni di queste sono «strutturate», dirette dall’esterno, secondo finalità estranee ai bisogni culturali, umani o politici delle popolazioni locali. Ma oggi la pauperizzazione e la deculturazione delle masse non riescono più ad essere mascherati dagli isolotti iperindustrializzati che permettono agli esperti dell’OCSE [alias] e ai nuovi economisti di parlare di «crescita dei livelli di vita in termini monetari».

Per farla finita con questo cosmopolitismo di mercato, che esso sia «socialista» o «liberale», bisogna costruire una nuova economia centrata «sulla ricerca della compatibilità tra la necessità di cooperare con l’estero e l’esigenza di uno sviluppo autonomo». E quest’ultimo deve fondarsi sulla capacità di decisione dei poteri nazionali.

«Il potere pubblico» nota ancora l’economista francese «è un decisore, un attore, e non un’apparato inerte; esso emana dalla nazione e impregna la nazione tutta intera sotto ogni suo aspetto. La nazione è un attore, non è un oggetto». Di conseguenza, «per i paesi in via di sviluppo, la difesa degli interessi e la salvaguardia della dignità dei cittadini, passano per la nazione. Le nazioni, per povere che siano, ricercano la propria autonomia nelle interdipendenze che le collegano inegualmente le une alle altre».

Per dare scacco alla predominanza delle superpotenze e delle multinazionali che violano le loro frontiere, le nazioni devono coalizzarsi in blocchi apparentati che siano dei vasti sottoinsiemi strutturati, commercialmente ed in dustrialmente autocentrati e regolati da un ordine di tipo politico. Perroux si richiama ad esempio al progetto della costituzione di grandi insiemi imperiali che vedrebbero coincidere spazio politico, spazio economico e spazio finanziario, raggruppanti nazioni culturalmente, etnicamente ed economicamente vicine.

Ora, tali «spazi autonomi» sono forse già in via di costituzione. Gli scambi industriali «sud-sud» progrediscono più in fretta del commercio propriamente occidentale. L’India, per esempio, esporta la sua tecnologia in altri paesi del terzo mondo e i «paesi-officina» del sud-est asiatico sono sulla via di costituire con il Giappone, una nuova sfera di coprosperità industrialmente e tecnologicamente originale ed autonoma. Proponendo questo modello di autarchia regionale, François Perroux interpreta a modo suo la formula dell’UNESCO che definisce l’obiettivo morale dello «sviluppo» «la dinamizzazione della società nel suo essere stesso». Questa dinamizzazione significa per lui il sostegno delle aspirazioni nazionali e non del benessere individualista. La finalità dello sviluppo non è altro che la liberazione di un popolo dalla dominazione straniera. Aggiunge: «Una nazione, è un popolo che cresce». L’obbiettivo della crescita del livello di vita individuale in termini occidentali non è, a suo avviso, «un obbiettivo necessariamente compatibile con l’indipendenza nazionale». E precisa: «La storia registra numerosi casi in cui il “benessere”, il comfort di un popolo è stato acquisito pagandolo con la schiavitù o la subordinazione».

Come può l’Europa aiutare intelligentemente la costituzione di spazi economici nel terzo mondo? Fornendo un aiuto le cui finalità siano l’inverso assoluto dell’assistenza americana o sovietica. Sviluppare le produzioni locali, creare mercati regionali di assorbimento dei prodotti locali, smettere di comprare dal terzo mondo un’energia che noi potremmo almeno in parte autoprodurre, incitarlo a rivitalizzare la sua agricoltura e a smettere di importare prodotti di consumo stranieri, questo potrebbe essere il modello di una politica di aiuti all’europea. Il nostro interesse contro l’economia multinazionale è comune. L’Europa trarrebbe vantaggi politici e geostrategici a lungo termine considerevoli se essa contribuisse alla costruzione nel terzo mondo di spazi semiautarchici realmente decolonizzati. Immaginiamo un’Europa essa stessa organizzata in grande spazio autonomo, sottratta alla presa occidentale e americana, che cooperi con «imperi» economici e politici tutti differenti, ma solidali…

E’ in questa direzione che risiede senza dubbio la scelta più giusta e più lucida. Abbandonata la supponenza, la condiscendenza e il pietismo umanitario verso i popoli del «sud» del mondo, è verso una grande alleanza storica che l’Europa dovrebbe dirigersi con essi. Presto o tardi, essi si ribelleranno al sistema occidentale. Dunque, che non ci si confonda con quest’ultimo. Prendiamo la testa di questa rivolta. Abbiamo lo stesso nemico.

È questo il dialogo offensivo dei popoli, il vero dialogo nord-sud.

Guillaume Faye

Traduzione dal francese a cura di SIMONA SUTTI

(1) Da qualche anno, l’estremismo liberale è rappresentato principalmente dalla corrente dei cosiddetti «nuovi economisti», in cui si collocano tra gli altri i teorici della scuola di Chicago come Milton Friedman [alias] e David Friedman (propugnatore dell’anarcocapitalismo), nonché Friedrich Hayeck [alias] Henri Lepage, Florin Aftalion, ecc. Caratteristica comune dei «nuovi economisti» è la ripresa integralista e polemica delle posizioni degli autori liberali anglosassoni del diciannovesimo secolo.

(2) André Grjebine, La nouvelle économie internationale, Presses Universitaires de France, Parigi 1982.

(3) François Perroux, Pour une économie de nouveau développement, Aubier, Parigi 1981. L’economista è altresì autore di Théorie et histoire de la pensée économique, L’Europe dans le monde, e Indépendance de la nation. Altre opere disponibili sono elencate qui.

(4) Cfr. il dossier pubblicato dalla rivista Eléments nel marzo 1979.

NSC. La Nuova Società dei Consumi

Premessa – Il consumismo sofisticato – Camuffamento e rafforzamento dell’economismo – Il ritorno delle tribù – La “nuvola dei valori” – Omologati e marginali: il nuovo conservatorismo – La pseudo-“società civile” e la repressione permissiva – Interregno e tempi post-moderni: verso un’epoca indecisa.

Che la crisi si aggravi (FRANCOIS PARTANT)

Premessa

La società dei consumi è morta: viva la nuova società dei consumi. Tanta acqua è ormai passata sotto í ponti da quando, nel 1970, Jean Baudrillard [alias] ha descritto in La società dei consumi (1) la natura profonda della società mercantilistica occidentale coniando questa espressione. La vecchia «società dei consumi» ha cambiato volto e si è trasformata come se avesse subito una «mutazione». Curiosa metamorfosi: essa rinnega, ma al tempo stesso accentua i tratti più caratterizzanti della «prima» società dei consumi. Vediamone le linee generali.

La crisi economica ed i rischi crescenti di destabilizzazione planetaria non vanno a ledere la società consumista, ma piuttosto a rafforzarla, a trasformarla in ciò che i sociologi chiamano già «società dei consumi di crisi». Il suo volto si delinea fin da oggi. E narcisista, iperindividualista, conservatrice; allea istituzioni neofeudali e pratiche corporative ad un’accentuazione della massificazione sociale; associa l’espansione dell’autonomia individuale a quella dei poteri di controllo di tecnostrutture sofisticate; mischia stranamente una rinascita di atteggiamenti «organici» – quali un recupero ambiguo delle radici e delle forme di. vita conviviali – con un sovrappiù di tecnicismo freddo, di egualitarismo programmato. Un misto del 1984 di Orwell e di un nuovo medioevo…

La società dei consumi invecchia e si appesantisce, si fa meno conquistatrice; con questo non è che si indebolisca, è anzi sempre più «insediata». Più discreta, penetra in profondità tutti gli strati sociali, diversificando il proprio approccio con ciascuno di essi. Contrariamente alle apparenze e a quanto succedeva ancora recentemente, non vi sono più emarginati dal consumismo e dal suo psichismo. La situazione odierna può essere descritta in termini di integrazione totale.

Il sessantotto ha marcato l’apoteosi della società consumistica classica: ci si trovava al centro della grande prosperità del dopoguerra, all’apogeo del tasso di crescita. La «modernizzazione» procedeva a passi da gigante, la disoccupazione era insignificante, il tenore generale di vita in piena ascesa. Le classi meno favorite scoprivano per la prima volta l’assalto ai consumi, e intendevano goderne immediatamente.

L’Europa sperimentava la cultura mondiale di massa di stampo anglo-sassone.

Il sessantotto fu al tempo stesso la contestazione e l’assunzione di questo stato di fatto. La contestazione: il borghesismo della società dei consumi, il culto dell’economismo liberale e del tasso di crescita, la società anonima e massificata, la razionalizzazione del lavoro e della vita sociale furono aspramente denunciati. Ma queste denunce erano inconseguenti e contraddittorie. La nuova società dei consumi appare quindi come l’integrazione dell’ideologia che ha dato vita al sessantotto nella società mercantilistica e la consequenziale evoluzione di quest’ultima: cioè il rafforzarsi del suo spirito borghese e della sua uniformità mercantile sotto il simulacro di un loro addolcirsi. La nuova società dei consumi comincia dunque simbolicamente la sua ontogenesi nel 1968.

I contestatori le intimavano, in qualche modo, di mantenere le sue promesse, di realizzare i suoi obbiettivi. «Tutto e subito», «sotto il pavé, la spiaggia», «godere senza ostacoli», che cosa sono – come tutti gli altri slogan del maggio parigino – se non l’impensato della pubblicità, se non il discorso implicito del consumismo, se non l’ingiunzione fatta alla società occidentale di adempiere al suo impegno?

Sotto certi aspetti, la nuova società dei consumi ha integrato queste rivendicazioni. I pubblicitari, i marketing makers, i «lavoratori sociali» di altro tipo, i «creativi», sono dei sessantottini omologati. È falso dire che si sono lasciati «recuperare» dal sistema, perché essi erano già da sempre nel sistema, dentro il nuovo sistema.

Come scrive Alain de Benoist «non è certo che il sessantotto sia stata una reazione contro lo spirito del tempo. Ho piuttosto l’impressione che ne fu un prodotto (e persino un sottoprodotto). Chi si ribellava (…) contestava la società in atto in nome dei suoi stessi principi, rimproverandola (…) di averli traditi » (2).

Giacché, che venissero da paleomarxisti o da situazionisti, le contestazioni, nella loro estrema ambiguità, attaccavano le forme della società dei consumi classica (ineguaglianza, standardizzazione e razionalizzazioni brutali, ecc.) in nome della sua stessa ideologia (l’economismo, il diritto alla felicità, l’individualismo, l’egualitarismo, il diritto all’abbondanza, ecc.).
Espressi dal sessantotto, gli ideali della nuova società dei consumi non hanno potuto essere messi in atto che a partire dalla fine degli anni settanta, che a partire dal momento in cui ciò che si è convenuto di chiamare la «crisi» ha interrotto la grande ondata di euforia e di prosperità del dopoguerra. La NSC, Nuova Società dei Consumi, comincia effettivamente a prendere piede all`alba degli anni ottanta. Essa è oggi in piena espansione. Quali sono le sue principali caratteristiche?

Il consumismo sofisticato

La crisi, la minaccia all’occupazione e la precarietà del tenore di vita frenano le contestazioni contro il consumo e l’organizzazione della società. Si preferisce preservare ciò che, a conti fatti, è ben gradevole: il modo di vivere urbano e industrializzato. Nella nuova congiuntura economica, che vede cessare l’espansione lineare e introduce la disoccupazione come fatto sociale «normale», l’edonismo e il consumismo non retrocedono, ma progrediscono sotto una forma al tempo stesso più potente, più discreta e più sofisticata. Sofisticazione: parola chiave della NSC.

Il Central Economics Survey Institute di Londra giunge, in un rapporto di ottocento pagine destinato agli investitori stranieri e concernente lo stato della società britannica negli anni 1985-1990, agli stessi risultati dell’inchiesta condotta per conto della Commissione europea di Bruxelles su La société européenne à la fin du siècle. Comportements sociaux et économiques. Conclusioni simili anche nei numerosi studi realizzati con sondaggi comparativi per conto del Centre de Communication Avancée di Parigi e nelle conclusioni di un rapporto socioeconomico pubblicato dall’istituto Marketing Office, la Guida del consumo all’orizzonte del 1990.

Il consumo ed il suo raffinarsi prenderanno una parte capitale, molto più importante rispetto ad oggi, nella vita sociale. «Cosa consumare?», questa sarà la preoccupazione centrale. Apparentemente sbarazzato di ogni frenesia, il consumo, «responsabilizzato» e gestito in modo più sofisticato, diventerà sol per questo ancora più radicalmente il perno della vita sociale. Le recenti campagne pubblicitarie sul tema del «consumatore intelligente» annunciano questa psicologia. Più che un «fatto», che aliena la personalità, ma le è ancora esterno, il consumismo sarà un sistema culturale interiorizzato, anche e soprattutto se la generalizzata frenesia di acquisti scomparisse dai comportamenti. Al consumo d’intasamento, che corrispondeva all’età giovanile e prospera della società consumista, sta per succedere l’età matura dell’homo consumans. Ma quest’ultimo, in apparenza responsabile, sarà molto più alienato del suo predecessore: alienato non tanto alle mercanzie stesse, quanto al consumo in sé come fatto di civilizzazione. E’ interessante notare come questo fenomeno sia direttamente provocato dalla maturazione senescente delle ideologie che, un tempo, denunciavano la società dei consumi e che, ora, cominciano ad «omologarsi»: vecchi ecologisti, rivoluzionari riconvertiti alla difesa del consumatore, vegetariani passati all’igienismo ed al «controllo delle scelte alimentari», eccetera. Il fatto di «scegliere ciò che si consuma» prenderà, nella scala dei valori, un’importanza crescente; le categorie culturali si determineranno sempre più spesso a partire dal «paniere» di prodotti che i loro appartenenti consumano e da cui sono orientati nelle loro scelte di vita. La California, dove la «spiritualità» pretende di fondarsi sul cibo e sulla «filosofia dell’abbigliamento», mostra già l’esempio di ciò che avverrà (3).

Le associazioni di consumatori, vere e proprie corporations che si aggiungeranno alle altre, da quelle dei genitori ai sindacati di disoccupati, saranno abilitate a concludere convenzioni con i distributori e si costituiranno in apparati che interverranno nella politica produttiva e nella vita pubblica. I centri commerciali sono chiamati a farsi carico di funzioni di animazione urbana e di spettacolo culturale sempre più importanti. Un negozio urbano del 1990 assomiglierà ad un drugstore con mini-nido d’infanzia, spazio show di presentazione dei prodotti, ufficio di assistenza sociale, centro di trasfusione sanguigna itinerante. Tickets d’acquisto potranno essere offerti al consumatore regolare di tale o tal centro commerciale (il negozio isolato è già oggi in declino), il che gli darà diritto a privilegi economici, al beneficio di un ventaglio di servizi extracommerciali e soprattutto ad un diritto di controllo sulla gestione del «suo» centro commerciale. Questa «democrazia del consumatore», che del resto è scritta negli indirizzi programmatici di un buon numero di governi e partiti europei, non costituisce un mezzo supplementare per spoliticizzare il cittadino e lasciar libero corso al cesarismo delle tecnocrazie centrali?

Si assisterà ad una intellettualizzazione del consumo: ogni settore produttivo di beni di consumo sarà riallacciato ad un concetto di vita dominante, per esempio l’alimentare, il tessile e il farmaceutico alla «nutrizione» e alla «salute», la manutenzione all’«efficienza», gli elettrodomestici all’organizzazione del «focolare domestico», i prodotti cosmetici all’«igiene» e all’«estetica», il bricolage al «risparmio» e alla «autenticità», le merci pratiche ed a buon mercato alla «democrazia», eccetera.
Il che condurrà l’offerta, così come le agenzie di pubblicità, ad intervenire sempre più nella filosofia sociale, ovvero direttamente nell’ideologia esplicita, per imporre i prodotti e i servizi (4).

Per ciò che concerne le merci consumate, è atteso un balzo in avanti dell’elettronica domestica sotto le forme più diverse. Ben presto appariranno glì orologi-computer, i muri d’immagini che rimpiazzeranno il tubo catodico dei televisori, i telefoni portatili miniaturizzati, le macchine da scrivere a dettatura (la dictaprint è in prova in una ditta italiana), eccetera. Balzo anche dei prodotti alimentari e di tutto ciò che partecipa alla sofisticazione del comfort personale, come i gadgets elettrodomestici, la cura del corpo, eccetera. In rischio di declino, in compenso, i prodotti «pesanti» come l’automobile, la casa a credito, e così via. Il nuovo consumatore sarà un nomade radicato. «Nomade» perché non avrà che pochi punti di ancoraggio materiali (tipo casa, famiglia, debiti a lunga scadenza, risparmio, etc.), ma «radicato» per i suoi bisogni culturali di appartenenza, la sua sete di un immaginario «caldo», di un ambiente familiare e conviviale. Queste «radici» non hanno ovviamente niente di autentico. Non sono vissute interiormente come un’appartenenza spirituale profonda, ma adottate coscientemente come strategia di fuga e di autoprotezione. E’ il segno del freddoloso bisogno di rassicurazioni affettive.

L’individuo restringerà i suoi progetti, non risparmierà più, non investirà che nel quotidiano, volendo conservare a qualsiasi prezzo in tempo di crisi il suo tenore di vita, e, per far ciò, misurerà i suoi acquisti, razionalizzando progressivamente i suoi gusti e programmando i suoi bisogni come i suoi valori personali. II nuovo consumatore non amerà le «sparate», gli sprechi ostentati, ma sarà al contrario riflessivo, tecnico, matematico, egotistico.

I temi del diritto al consumo si amplificheranno, forse persino nello stesso campo giuridico, in maniera considerevole. Consumare indipendentemente dal lavoro diventerà – ciò che oggi non è ancora affatto – un valore comunemente ammesso. Il rapporto guadagno-spesa sarà infranto. Questo congiungersi di un rinforzo dell’individualismo e dell’accesso del «consumo» allo status di funzione sociale egemone, ai posto della produzione, farà probabilmente scomparire ciò che resta dello spirito di classe: lo spirito particolaristico di gruppo lo rimpiazzerà. Già i sindacati diventano quasi dei centri di gestione clientelare; nel campo del consumo appariranno nuove forze di pressione dotate di mezzi giuridici importanti. La democrazia del consumatore, il diritto all’edonismo, ovvero all’equilibrio ed all’eguaglianza psicosessuale, come vide Béjin (5) fanno la loro entrata nell’arsenale dei fantasmi ideologici.

L’edonismo tranquillo diventa un valore cardinale e sostituisce l’«ebrezza del consumatore» (6). Questa espressione è stata creata da un redattore di Lui, rivista che esprime molto bene la mentalità della prima società dei consumi, alla scoperta neofita di un’abbondanza che si tingeva allora dei piccoli brividi di un erotismo che si voleva sorridente e chic. La pornografia specializzata ha rimpiazzato l’erotismo e Lui, come Cosmopolitan, sono stati in Francia detronizzati da Actuel, periodico mediocre ma molto simbolico dello spirito della NSC. Il «consumatore sfrenato» non vi è più di moda. L’edonismo prudente lo rimpiazza. Actuel ha lanciato una campagna molto significativa del nuovo costume: lo slogan centrale Vers des jours meilleurs corrisponde esattamente ad un riassunto della nuova mentalità della NSC.

Questa mentalità è quella di coloro che sono passati per l’anticonsumismo, per speranze rivoluzionarie o contestatrici e che, feriti dalle delusioni, ma nondimeno cicatrizzati, «mettono giudizio», si reintegrano, e tornano al consumismo con una mentalità del tutto differente, più profonda e disincantata, più assennata di quella dei «giovani quadri dinamici», dei cavalieri del tenore di vita degli anni sessanta e dell’inizio degli anni settanta (7). Nel gergo oggi di moda, diremmo che un consumismo cool rimpiazza il suo predecessore hard, ma che in ogni caso il consumismo si trova perciò maturato, vaccinato da ogni autodenigrazione, rinforzato. La campagna Vers des jours meilleurs insisteva per esempio su temi come «noi vogliamo dei begli appartamenti», «noi vogliamo amici simpatici», «noi vogliamo delle serate riuscite», eccetera. Vuoto intellettuale, ma anche ricaduta nella piattezza borghese. Due mentalità si intrecciano qui: quella dei delusi dei grandi ideali e delle speranze rivoluzionarie e quella, alquanto banale e normale, dell’edonismo. La ricerca del piacere dal nostro punto di vista non è certo in sé condannabile; ma dal momento in cui ha bisogno di esplicitarsi ed assolutizzarsi diventa il segno di una patologia. Il piacere, la dolcezza del vivere diventano ossessioni, fantasmi.

La nuova società dei consumi si vuole più dolce. Essa ammortizza gli shock della produzione e del consumo di massa, dell’uniformizzazione culturale e della meccanizzazione dei rapporti sociali. Li rende sopportabili e indolori e, per ciò stesso, li garantisce da ogni spinta contraria.

La NSC non crede più alla modernità, al progresso, alla democrazia di massa. Si limita a viverli. Da lirica, l’ideologia del benessere è divenuta prosaica e pratica.

Rientrato a casa alle diciassette e trenta in punto in una piccola vettura diesel, il quadro medio della NSC si guarda una videocassetta porno, poi gioca ad una guerra stellare con i suoi due figli sul PC familiare – per quanto sostenga Amnesty International. Il suo predecessore della prima società dei consumi tornava esausto, alle undici di sera, su di una rutilante “duemila” a credito, e passava i week-end a lavorare freneticamente al giardinetto della sua rovinosa seconda casa.

Ad onta della sua crescente sofisticazione tecnologica, la NSC lascia in bocca un gusto bizzarro di povertà, di penuria crescente.

La «mancanza di credito»: leitmotiv centrale di una società paradossalmente ossessionata dall’inflazione, cioè dalla sovrabbondanza dei segni monetari. Pletora di danaro, ma al tempo stesso mancanza di danaro: strana contraddizione malsana. La parola «decadenza» assilla le coscienze. Vi è nella mentalità della NSC qualcosa in comune con lo spirito che doveva regnare a Parigi all’inizio dell’occupazione tedesca, quando il bel mondo tentava di tergiversare con la penuria crescente e di inventare un nuovo chic, una nuova abbondanza. L’epicureismo di massa si allea al disimpegno, alla smobilitazione delle coscienze. Così come si alleano il proseguimento dei comportamenti «permissivi» ed «amorali» apparsi negli anni sessanta e il soprassalto di moralità sessuale, familiare e di tranquillità domestica «rétro», soprattutto presso i giovani. Ma tutti si tollerano.

Nessuno si sente implicato dai comportamenti altrui. Non vi sono più poste in gioco. Si tratta semplicemente, per ognuno, dì trovare da solo la sua piccola via personale verso la felicità cool. Il corpo sociale non reagisce né con la violenza né con la ribellione alle disillusioni della prima società dei consumi, alla fine del sogno dell’arricchimento continuo, bensì al contrario con una strategia di mantenimento e di perfezionamento di quanto già acquistato.

L’ideale dell’accumulazione fa progressivamente posto a quello della gestione ottimale dei piaceri. Piuttosto che cercare di acquistare una seconda residenza, arredate il vostro appartamento. Ridipingiamo dunque gli edifici in stile rétro: ristrutturiamo, smettiamo di costruire. Preferiamo un’architettura assennata, un habitat restaurato, alle audacie moderne che non siamo stati capaci di assumere culturalmente. Il Concorde ci offre le sue ultime ore di volo prima di essere tolto dalle linee aeree e la tecnologia spaziale non serve più alla conquista delle stelle bensì alle telecomunicazioni, cioè alla fin fine al nostro rassicurante televisore domestico.

Nella nuova società dei consumi, la gente cerca di conservare il proprio tasso lordo di felicità, non più grazie alla crescita ed all’aumento dei redditi monetari, ma attraverso tutte le pratiche che circondano ciò che viene chiamata la ricerca della “qualità della vita”. Ed eccolo qua il grande slogan che ha fatto vibrare tutta una società all’alba degli anni settanta! La nuova società dei consumi in fondo s’è data per missione di realizzare questo ideale povero. La «qualità della vita» assilla l’Occidente che invecchia, demograficamente sempre più deficitario. Khomeini e Gheddafi devono certo farsene delle belle risate. Ma questa ossessione non fa che tradurre il concludersi della vecchia aspirazione delle ideologie occidentali. Marx parla di continuo, sotto altri termini, di questa famosa qualità della vita. L’ironia della storia è che la NSC del vecchio occidente imbellettato si è assegnata il compito di realizzare questo ideale planetario iscritto nel secondo tomo del Capitale.

La «qualità della vita» prolunga, senza rinnegarlo, il quantitativismo monetario delle aspirazioni economiche della prima società dei consumi.

Essa sostituisce l’ossessione dello standing, del tenore di vita, del reddito più alto possibile. Si organizza attorno a rivendicazioni quali l’incremento del tempo libero, la qualità dell’ambiente urbano, i passatempi, l’efficienza e l’estensione dei servizi sociali. Per nulla anormali, questi desideri diventano, per inversione, patologici, perché costituiscono un ideale unico, monopolistico; e perché a dispetto dei simulacri di cui si colora, la qualità della vita copre un’aspirazione non ad una vita di migliore «qualità» (8), ma ad un’esistenza sempre più presa maternamente a carico dallo Stato-provvidenza e sempre più alienata dall’economismo.

Camuffamento e rafforzamento dell’economismo

In un rapporto di prospezione sociale pubblicato dall’istituto francese di proiezioni INFORCO, possiamo leggere: “Il Presidente eletto – immagine: “la forza tranquilla” con un villaggio sullo sfondo – ha trionfato su un candidato che prometteva con la sua propaganda agli elettori di portarli a battersi sul fronte di operazioni mondiali (…). Così, i socialisti hanno vinto eccitando il vero immaginario dei loro elettori, ed oggi, la necessità obbliga, non parlano che di economia. Perderanno dunque il potere a meno di riuscire a prolungare il sogno suscitato. Ma i loro successori eventuali non potranno fare una politica di restaurazione che al prezzo di cadere a loro volta”. Il fatto è che, prosegue il rapporto, “la Francia è entrata nella ‘civilizzazione socialista’ (…). E’ un fatto irreversibile sul piano ‘sociologico’. Coloro che ci dirigono, di destra o di sinistra, dovranno sottomettercisi (…) indipendentemente dai poteri politici. E’ una novità, ed è anche una trappola per gli uomini politici (…). Ciò che non era che una mutazione lenta sta diventando una rivoluzione precipitosa “.

Questa nuova società dei consumi, «socialista», che tende a dominare al di là delle varie etichette di partiti e governi tutta l’Europa occidentale, vedrà il politico e l’economico dominati in apparenza dal sociale. Il primato del «qualitativo», la domanda culturale, l’adeguamento crescente dell’offerta industriale e commerciale alle mentalità, possono dare l’impressione di una messa in ombra del politico e dell’economico. In realtà l’economico non passa in secondo piano che per meglio riapparire: là dove, nella società dei consumi, dominava e orientava il culturale, va oggi a confondersi con esso, dando l’impressione di sottomettervisi. In effetti, se è vero che, da quanto sembra disegnarsi, le preoccupazioni qualitative (il «vivere meglio») avranno il sopravvento sulle esigenze di riuscita economica (propria, della propria impresa, del proprio paese, etc.), sembra nondimeno che gli stili di vita, i gusti, le affinità, le personalità, saranno modellati e definiti sempre più dalla tipologia di consumo di ognuno. I prodotti, beni e servizi, decideranno dello stato psicologico e della «casella» di appartenenza sociomentale delle popolazioni.

Le speranze di sfuggire alla presa dell’economia, e di restaurare così il politico al posto che gli compete, vengono riposte tutte nel fatto che la nuova società dei consumi darà più spazio al sociale. In realtà, questo «sociale» potrebbe non significare nient’altro che un rinforzo ed un camuffamento della presa dell’economia, una mera sofisticazione dell’economismo della prima società dei consumi. In apparenza, il «sociologico» avrà la meglio sull’economico perché quest’ultimo sarà meno presente nei discorsi e nelle rivendicazioni. perché gli stili di consumo concerneranno meno le classi sociali e i livelli finanziari che i segmenti socioculturali. Ma in realtà l’economismo si accontenterà di prendere un nuovo volto: quello del «socialismo sociologico» che non è più un socialismo politico o di classe, ma un socialconservatorismo, un bisogno di madrinaggio da parte dello Stato-provvidenza.

La NSC sarà, si dice, meno dominata dal danaro, perché nuovi corpi intermedi si stanno creando, perché la società, reagendo contro la massificazione tecno-economica della prima modernità industriale, secerne anticorpi quali un rifiorire della vita associativa, il ritorno dei folklori, dei regionalismi, delle radici, della qualità della vita, dei gruppi di pressione per la difesa della libertà, eccetera. Ma questi corpi intermedi, come le dottrine che li guidano, sono tutti organizzati intorno a concetti socioeconomici, sono tutti animati dall’ideologia individualista del benessere del singolo (il cui punto ultimo è la concezione economica del mondo). Anche il regionalismo contemporaneo è spesso falsamente etno-nazionale: è infatti per lo più centrato attorno a rivendicazioni autonomistiche, pseudotradizionali e societarie, senza essere politico nel senso pieno del termine. Il sistema che talvolta si pretende di combattere, ne esce rinvigorito. La «qualità della vita», affinando l’individualismo atomizzante, l’egualitarismo e l’ideologia del benessere, non sviluppa una mentalità veramente opposta al «quantitativismo» della prima società dei consumi, ma spinge ancore più lontano i suoi ideali.

Le nuove tendenze accettuano l’economismo. Il “sociologico”, ne è la maschera.

Si consuma cultura, qualità della vita; consumiamo, come merci, e per le stesse motivazioni (l’individualismo), calore umano, vita associativa e comunitaria, radicamento culturale, ritorno alle origini; consumiamo anticonsumismo, consumiamo corpi intermedi e socialità per vaccinarci contro il consumismo stesso nella sua forma brutale e primaria. Appaiono interi settori economici che sono deputati a produrre socialità e tempo libero – anti-produzione, in una parola.

È dunque un’illusione ottica che l’ideologia occidentale economicista, individualista ed egualitaria sia battuta in breccia dall’apparizione di una nuova società più “sociale”, più interessata alle dimensioni comunitarie ed ai corpi intermedi, più strutturata, più interessata ai «problemi della gente» ed al fatto culturale. Il capitalismo di crisi prende sì in conto il “culturale”, ma solo per controllarlo meglio. La cultura è «prodotta» e «consumata»; da energia vivente e vissuta dal popolo e dalla società civile, è diventata spettacolo, ovvero mercanzia (eminentemente rispettata) fabbricata da reti produttive mondiali. Essa entra di conseguenza radicalmente nella sfera dell’economia; neutralizzata, cessando di essere una posta politica o pratica, la funzione culturale non nuoce più al sistema: piuttosto che contrapporvisi, il consumismo le si è intrecciato strumentalizzandola.

Werner Sombart aveva ragione: già dal 1905 prediceva che il carro della civilizzazione liberale industrializzata, fondata su di un’economia di accumulazione, di prestazione, di lavoro austero, di aspra concorrenza, avrebbe dato luogo al meschino «spirito del benessere», che il capitano d’industria sarebbe divenuto un borghese assistito, paradosso ugualmente rilevato da Daniel Bell (9). L’ideale «socioculturale» della NSC, col suo miscuglio di socialismo (livellamento ed assistenzialismo) e di ideali capitalistici (consumismo felice), è il logico compimento di ciò che era al tempo stesso presente nel socialismo e nel capitalismo liberale: il dogma della prevalenza del benessere individuale su tutte le altre aspirazioni.

Il declino economico insieme ad un abbassamento generale, per il momento non ancora misurabile, del tenore di vita, sì accompagneranno al microperfezionamento tecnologico e ad una continuazione della sofisticazione tecnica crescente degli ambienti di vita. Se una nuova era di penuria – quella del dopocrisi – si annuncia prospettiva certo poco lieta, la caduta del tenore di vita e l’arresto dell’aumento di redditi finora ininterrotto da cento anni a questa parte, non significheranno per niente l’indebolimento dell’«economia mondiale» che unifica il pianeta: infatti, sul piano internazionale, la «civilizzazione dell’economia» non è stata per niente toccata dalla nuova società dei consumi.

Nel modello socio-economico a venire, sembra che il mercato non sarà tollerato altro che a livello internazionale e minieconomico. Lo Stato socialdemocratico gioca il gioco del capitalismo totale al livello supernazionale, e niente distingue di conseguenza una multinazionale privata da una società nazionalizzata; all’interno del paese, ha la tendenza invece a sovietizzare e burocratizzare l’economia nelle sue strutture fondamentali. In compenso, il microcommercio, le imprese minuscole, soprattutto del terziario, fioriscono liberamente.

Uno strano modello viene perciò a disegnarsi: il mercato e la dinamica capitalistica finiscono per continuare a dominare le grandi società, le grandi banche, mentre l’economia é sempre più burocratizzata. Burocratismo socialista e liberalcapitalismo celebrano le loro nozze sotto il vessillo del mondialismo…

La nuova società dei consumi non è una cosmesi della vecchia, né il sui, ritorno. Essa costituisce, grazie alla creazione «perversa» di nuovi corpi intermedi, l’esplosione della società dei consumi, cioè il suo passaggio a livello planetario. Nel momento stesso in cui di fatto si mondializza, la società dei consumi, per un fenomeno di compensazione, sviluppa «anticorpi psicologici»: fenomeni sociologici di differenziazione e di falsi organicismi. Quando era al suo primo stadio, il suo stadio nazionale (e «infantile»), essa appariva brutalmente uniformizzante, massificante, standardizzante. La NSC utilizza le differenze, e per ciò stesso le stimola e le neutralizza. Queste «neodifferenze», eterogeneità simulate, sono d’ordine orizzontale, e non più verticale (etnonazionale). Per esempio: le nuove tribù mondiali dei punks, dei gays, dei maniaci delle natura (nelle versioni del naturismo, dell’ecologia, della macrobiotica, del ritorno alla terra) della jet society, del «risveglio religioso», delle «donne liberate», eccetera. Ogni tribù è soprannazionale, di modo che il carattere uniforme e planetario della società occidentale si ritrova definitivamente garantito; le rivolte contro questa macro-omogeneità sono neutralizzate perché l’illusione della differenziazione esiste. In qual misura ad esempio i movimenti “alternativi” tedeschi non rinforzano almeno in parte, obbiettivamente, l’establishment borghese di una Germania Ovest americanizzata? La nuova società dei consumi rassomiglia ad un grosso mobile in cui ogni cassetto è dipinto e decorato con colori e motivi diversi. I cassetti sono felici.: si credono autonomi ed unici; dimenticano il mobile, ma è quest’ultimo che conta.

Anche se ogni casella, ogni cassetto si «radica» nella sua piccola tribù nel suo segmento specifico, lo sviluppo della macromacchina generale non ne è disturbata, anzi. Il sistema cresce tanto meglio quanto più i sottosistemi si polarizzano su se stessi, senza contestare la gestione dell’insieme. Certo, tutto ciò comincia ed interagisce …

La NSC sarà sempre più marcata dall’informatica: ma non importa quale tipo di informatica, perché si tratta della «perimatica», cioè delle reti diffuse di computer sparpagliati. Nuove protesi, nuova carta, i microprocessori governano la NSC, dai videogames alle prenotazioni dei treni ed entrano, dalla gestione delle imprese, nella vita quotidiana. L’informatica quotidiana, per il modo in cui viene concepita ed usata, segmentando ancora un po’ di più il mondo sociale, accentua l’aspetto reticolare della nostra società, società senza luoghi ma punteggiata di punti di passaggio e di flussi di transito, accentuando di per ciò stesso gli effetti di uniformizzazione di massa mentre sembra combatterli.

Il pianeta diventa veramente il villaggio globale di cui parlava Marshall Mac Luhan. Sotto la traina universale delle settoriali, tutte ed ovunque simili nelle loro tecnologie, nelle loro istruzioni per l’uso e nei loro codici di commercializzazione, «rivivono» le differenze (culturali, etniche, religiose, nazionali, tribali, etc.) mentre la prima società dei consumi sembrava schiacciarle.
Ma di fatto, così neutralizzate, le specificità sfumano definitivamente, finite da questa tolleranza, e non rinascono se non come simulacri, sterilizzati ed incarcerati sotto la nebbia e l’indistinto universale del sistema. E quest’ultimo, lusso supremo, sarà tribale.

Il ritorno delle tribù

Fine dei grandi standards. Riecco le tribù, i «segmenti». Gli omosessuali, la terza età, i notturni, i punks, i liceali, gli inseriti, i creativi, i randagi, i preppies, gli yuppies, i “tossici”, i manager, gli alternativi, gli intellettuali: tutto si interseca, le appartenenze sono mobili. Le «classi» sociali marxiste sfumano. Le grandi categorie «socioprofessionali» degli anni sessanta, pure; gli indirizzari si specializzano, i comportamenti si diversificano. In apparenza, la società neotribale, ai cui primi balbettii assistiamo oggi, reintroduce appartenenze fondate su tutt’altro che l’economico e il monetario.

Ma, fatta eccezione per gli immigrati e le loro comunità, il neotribalismo, sotto ad apparenti razionalizzazioni «culturali», si organizza in funzione di scelte ed affinità strettamente socioeconomiche. Sono i costumi e non le appartenenze che costituiscono il cemento dei nuovi corpi intermedi. Sono gli ideali domestici a proposito di benessere ad essere all’origine dei gruppi neotribali.
Le nuove tribù vengono a costituirsi per sfuggire all’omogeneizzazione della modernità industriale, per sfuggire il suo individualismo di massa e apportare una controstrategia di vita alla standardizzazione della società mercantilistica.

Ma, come i movimenti «alternativi» – postgoscisti – apparsi alla fine degli anni settanta in reazione al modello tecnico-industriale planetario della società occidentale, hanno alla fin fine riprodotto aggravandola la sua ideologia (universalismo, individualismo, umanitarismo), così le «tribù» rischiano di rinforzare in realtà l’omogeneizzazione e l’uniformità di massa della società dei consumi, che esse in un certo senso avrebbero dovuto combattere.

In effetti, la società neotribale in via di apparizione reintroduce a prima vista questa differenza tanto ricercata. Essa sostituisce, si crede, il «comunitario» al «tecnoeconomico», marcando persino un ritorno alla società organica. Sembra spezzare la standardizzazione dei consumi a profitto dei segmenti di mercato nei quali ciascuno svilupperebbe un modo di vivere più originale ed autentico, e meno alienante (più scelta, meno imposizione e manipolazione).

Essa rimpiazza, in apparenza, motivazioni produttiviste, meccaniche, monetarie, con aspirazioni più intrise di vitalismo, quali la qualità della vita, il benessere, la realizzazione di sé, eccetera. In realtà, questo nuovo modello di consumo, questa nuova definizione del paesaggio sociologico rischia fortemente di non essere altro che una metamorfosi simulata.

Le «tribù» sono fondate su appartenenze false che non essendo né culturali, né politiche, né etnonazionali, ma strettamente socioeconomiche, non spezzano l’omogeneizzazione ma l’affinano, la mascherano (e perciò la rinforzano) sotto l’apparenza di una segmentazione e di un’eterogeneità, accentuano moltiplicandole le standardizzazioni.

Questo genere di autorinforzo di una forma sociale (e politica) tramite i suo contrario, è frequente nella storia, compresa quella più recente. Esempi: il movimento operaio internazionale e il socialismo hanno permesso al capitalismo di raggiungere il suo «primo stadio industriale», i movimenti contestatari della gioventù degli anni sessanta e settanta hanno svolto obbiettivamente il ruolo di occidentalizzare le classi d’età nate nel dopoguerra e di creare la prima classe mondiale di consumatori, eccetera.

Oggi, la società neotribale, prodottasi in apparenza per reazione alla massificazione sociale, permette a quest’ultima di progredire in modo dissimulato e di neutralizzare, assorbendole, le ideologie della differenza. I corpi intermedi, quando non sono prodotti dal «basso», dalle tradizioni, dalle fasi di maturazione storica di una società, ma costituiti dall’«alto», dal sistema stesso, hanno spesso come risultato di rafforzare l’omogeneità e l’uniformità propria mentre sembrano creare eterogeneità: così il decentramento e la moltiplicazione degli organi intermedi della struttura statale, mentre conducono ad una perdita di centro e incrinano la sovranità dello Stato, accentuano di fatto il peso e l’invadenza dello statalismo nel sociale – punto questo su cui avremo occasione di ritornare.

Parimenti, l’apparente pluralizzazione delle «comunicazioni» di ogni genere (telematiche, via satellite, via telefono, telex, eccetera) e l’esplosione dell’audiovisivo così come la moltiplicazione quantitativa delle reti che lo producono e lo diffondono, introducono una eterogeneità di superficie pur permettendo di perseguire in realtà con maggior efficacia l’uniformizzazione della comunicazione sociale. La moltiplicazione dei media, la loro segmentazione e specializzazione, oppure il relativo declino dei grandi media polivalenti (il grande quotidiano nazionale, le catene televisive di Stato), non indeboliscono l’effetto di martellamento dei media stessi sull’opinione pubblica, ma lo rafforzano specializzandolo, affinandolo. Proprio nel momento in cui crede di avere una «scelta» maggiore di prima, il consumatore di messaggi mediatizzati si ritrova al contrario ancora più abbrutita e brain-washed [col cervello lavato].

Inoltre, la specializzazione dei media porta con sé una specializzazione dei messaggi. Nella NSC i pubblici sono settorializzati, «ramificati» a seconda dei loro interessi o specializzazioni hobbies. Da qui un’ignoranza di massa e una spoliticizzazione accresciute, da qui il montare di una nuova «incultura sapiente», tanto profittevole ad un sistema che divide, specializza e segmenta per regnare.

Sorriso sulle labbra, i giovani zerbinotti della «comunicazione», adoratori della tastiera, del cavo, del video e del «dialogo col computer», non vedono la povertà dei messaggi, sempre più problematici, e la loro insignificanza crescente nascosta dalla loro stessa sovrabbondanza. Non vedono ugualmente 1’insipidimento degli spiriti, la fine della creatività mentale sotto la normalizzazione del pensiero mediatizzato ed informatizzato. I tessuti audiovisivi ed informatica della NSC fanno sì che, per usare le categorie di Cartesio, l’esprit géométrique sia colpito da elefantiasi e l’esprit de finesse da atrofia. Non si tratta affatto, dal nostro punto di vista, di criticare la tecnologia della comunicazione e dell’informazione in quanto tale. È la sua utilizzazione sociale che é in causa. La nuova società dei consumi, senza ideale politico o storico, idolatra l’intendenza, i suoi strumenti tecnici. Secondo la celebre formula di Mac Luhan, i media in sé diventano i messaggi in senso collettivo, per tutta una civilizzazione. Si creano reti televisive per crearne, anche se non si ha niente da dire. Come il resto, la comunicazione si tribalizza all’infinito. Sempre più canali e vene, sempre meno sangue.

In tutt’altro campo, quello della coesistenza di gruppi etnici diversi in seno alla NSC, si ritrova lo stesso processo neotribale: la costruzione di una segmentazione sociale, con, a monte, una massificazione accresciuta e, a valle, un’individualizzazione, ed un isolamento atomistico più accentuati di prima. I media si addizionano gli uni agli altri e lo spirito pubblico si uniformizza; le tribù e i gruppi etnici si moltiplicano ed i grandi schemi comportamentali della società mercantilistica si rafforzano. L’esplosione delle reti e dei canali di comunicazione, d’altra parte, isola l’individuo di fronte al suo personale spettacolo; l’eterogeneizzazione delle tribù e dei gruppi etnici crea effetti di ghettizzazione: sempre fronte a fronte, l’illusione di un’autonomia riconquistata colta contro la realtà di una dipendenza e di una accresciuta estremità dei singoli rispetto alla struttura.
La società multirazziale, se niente viene ad interrompere il suo emergere, il che resta sempre possibile, formerà il tessuto di fondo della NSC.

Essa corrisponde perfettamente al nuovo spirito dei costumi: la differenza nell’idefferenziato. Come la società si segmenta in tribù che sono altrettanto false comunità, come le mercanzie si suddividono e si diversificano in categorie che spezzano solo in apparenza la standardizzazione, così la società si persuade di diventare eterogenea, anti-uniforme, organica e diversificata per il semplice fatto di accogliere innumerevoli minoranze etniche in un minestrone multicolore. Ma questa multirazzialità costituisce invece proprio l’affogamento delle “specialità” etniche. La differenza non è considerata come significativa che sotto un angolo strettamente individuale: “Costui è nero, o giallo, o bruno, non vogliamo sapere perché, non vediamo in un fenomeno individuale che non ha significato od origine degni di essere spiegati”.

La differenza etnica, nel quadro del mosaico multirazziale, svalorizza le etnie per farne semplici colori (“gente di colore”: incredibile espressione paradossalmente reputata… antirazzista). Se un tale è negro o arabo, non è in ragione ed una sua appartenenza ad una razza o ad un popolo (giacché, come per compensazione e rimozione, si dice che “le razze non esistono”, al momento stesso in cui il fatto razziale esplode tutti i giorni sotto i nostri occhi), non si tratta che di una semplice curiosità individuale, come il fatto di essere omosessuale o nato sotto il segno della Bilancia. Qui, una volta di più, una eterogeneizzazione del corpo sociale camuffa di fatto una massificazione ed una atomizzazione estremizzate.

La “nuvola dei valori”

La nuova società dei consumi segna il passaggio dal “Mondo II” al “Mondo III”, secondo i termini di Van Lier. Egli nota: “Nel “Mondo II” i prodotti sono tutti costituiti da elementi che rinviano ciascuno direttamente ad un tutto di cui sono parti integranti, il che ha per effetto che il prodotto finito si stagli imperiosamente come forma su sottofondo (…). Nel “Mondo III”, i prodotti sono invece costituiti da elementi originariamente separati, ovvero eterogenei, che si unificano funzionando transitoriamente e localmente, il che ha per effetto che i processi prevalgano sudi oggetti. La civilizzazione industriale avanzata lavora su elementi funzionali. La tecnica non é più “mezzo” ma “ambiente” come l’ambiente naturale – attorno ad un uomo “relais”, che innesca i processi e ne viene a sua volta innescato (…). Il “Mondo III” cessa di credere che l’universo sia distribuito in generi e categorie: ogni sistema di significati vi diventa un partito, non gratuito ma momentaneo ed arbitrario (…). E dì colpo la verità non rappresenta più l’adeguamento del significato e del reale. Il reale diventa modestamente “il referente” » (10).

Nel «Mondo III» l’essenziale non e più l’appartenenza ad una tribù, ma il fatto tribale in se stesso (si può sempre cambiare di tribù, non si hanno vere radici). La differenza è un segno tra gli altri, artificialmente ed arbitrariamente ricreato in un mondo tecnico dato come omogeneo. Tutti gli uomini sono simili, come dei cloni: voi scegliete la vostra casella colorata, la vostra tribù, la vostra piccola differenza, perché bisogna pur farlo. Se lo desiderate, diventate Brettoni e fans del celtismo, anche se siete giamaicani. La vostra «origine» non ha importanza, perché non esiste. La differenza – e il «diritto» che l’accompagna – sono rigettati razionalmente in funzione di scelte sì individuali, ma originate da una società e da un’ideologia egualitarie ed universalistiche. Nella prima società dei consumi, la differenza, minacciata di annientamento, trovava perlomeno nella reazione naturale una possibilità di sopravvivenza.

La nuova forma di differenziazione cui dà luogo la NSC riflette invece la generalizzazione, nella vita quotidiana coree negli stili di esistenza e di consumo, delle unità di individualismo. Queste ultime costituiranno dei segmenti di società viventi su se stessi, giustapposti, impermeabili, sviluppanti ciascuno il proprio stile, i propri valori, il proprio tipo di consumi: coppie urbane senza figli a medio reddito, età matura, terza e poi «quarta» età, neorurali urbanizzati, liceali, eccetera. L’età, lo stato civile, l’ambiente sociale si ìntersecheranno per formare categorie non comunicanti, dai bisogni e dai valori esattamente definibili dal punto di vista tecnico in termini di marketing. Il consumo di massa quale noi lo conosciamo, cioè con standards generali di prodotti, scomparirà sempre più. Le merci e i servizi si adatteranno ad ogni segmento di un pubblico sempre più frastagliato. Ogni «unità di individualismo» si crederà padrona delle sue soggettive scelte di vita, e si immaginerà di sfuggire alla massificazione economica a profitto di bisogni «culturali» o «psicologici»; di fatto questi bisogni saranno scientificamente condizionati da un’offerta e da una distribuzione iperarticolate. Nessuno sconvolgimento, dunque: economia, tecnicismo e individualismo rafforzeranno la loro egemonia, legittimati dalla retorica sulla «qualità della vita» e mimetizzati dietro un’eterogeneità culturale artificiosa. Dopo aver unificato i valori e i comportamenti, la società dei consumi si applica a disperderli di nuovo, a polverizzarli in una nuvola di stili e costumi economicamente e commercialmente razionalizzata. Quali possono essere le conseguenze sociali e culturali di questa polverizzazione degli stili e dei valori?

Fino ad un’epoca recente, la società si diversificava in ceti e categorie socioprofessionali, ciascuna provvista, approssimativamente, dei suoi valori, delle sue tradizioni ideologiche e del suo stile di vita. La grande concezione del mondo egualitaria «federava», naturalmente, questo insieme. La scomparsa dell’aspetto «spirituale» dei valori non impediva al loro lato «materiale» – cioè alla società industriale ed al progressismo economico – di garantirsi un consenso di massa. La stratificazione sociale e l’adesione generale ad un modello di progressione democratica, meritocratica o causale dal basso all’alto della piramide, garantivano il paradosso di una società culturalmente omogenea ed economicamente differenziata. I fattori di eterogeneità e di differenziazione si situavano infatti sulla stessa scala, si imponevano in base allo stesso modello e metro di misura – quello di un consumo tipo – e restavano perciò largamente quantitativi. Fin verso la fine degli anni sessanta, le società occidentali apparivano al tempo stesso omogenee e stratificate sul duplice piano della cultura quotidiana e dello stile di vita.
Le cose cambiano a partire dall’inizio degli anni settanta. La causa di questo cambiamento è strettamente connessa all’importanza crescente della «sfera privata». Il ripiego verso stili di vita marginali e preoccupazioni intimiste, tende a polverizzare i valori sociali. Le differenze non sono più soltanto salti di livello sulla stessa scala di valore economico e sociale, ma divengono veri e propri compartimenti stagni. Le persone non vivono più sullo stesso pianeta. La società assomiglia sempre più ad una giustapposizione «non-federata» di piccole sfere tutte decentrate – senza che il centro, in fondo, esista più da nessuna parte. Ciascuno possiede sempre più il suo piccolo mondo, col suo proprio stile di abbigliamento, di linguaggio, di gusti artistici e di costume: feudalesimo culturale.

Microculture appaiono e scompaiono, originali certo, ma effimere, come sullo spettro turbinante di un caleidoscopio. Le mode marginali si succedono senza tregua. Tutto, nella cultura quotidiana e nelle scale di valori, separa gli «ambienti» l’uno dall’altro. L’eterogeneità degli stili di vita è ancora più grande che nelle società rurali tradizionali, che pure erano frammentate dalla geografia, ma che restavano unificate da potenti sistemi di valori. Tra il farmacista di una cittadina di provincia e suo figlio, disceso in città per penetrare in un mondo semisalariato e semistudentesco, può scavarsi una differenza tanto profonda quanto quella tra due civiltà diverse. E dal momento che nessun centro d’interesse comune per problemi generali e collettivi – la politica, per esempio – viene più a frenare questa eterogeneizzazione, essa esplode in tutte le direzioni.

Il francese o il tedesco «medio» spariscono. Le classi e le categorie socio-professionali, pure. La sociologia trova sempre più difficoltà a fotografare il paesaggio dei modi di vivere e dei sistemi di valori quotidiani. Questi si disperdono e si privatizzano, si sminuzzano e si polverizzano in poli più o meno marginali di stili e di idee, in «nuvole di valori».

A questa esplosione dei centri di valore, concomitante al montare della sindrome della marginalizzazione di cui parleremo più avanti, corrisponde l’implosione del senso di cui parla Baudrillard. In effetti, una certa rinascita degli «stili di vita propri», delle «radici», dei «valori tradizionali» che si presenta come una reazione all’anorganicità della società consumista, non deve essere presa per una reviviscenza di un modello sociale più «caldo». Un insieme umano non diventa – o non ridiventa – organico e vivente che a condizione che i valori siano «federati» da un senso globale comune, di natura politica e storica. Non basta che «ci siano» dei valori perché la società intera ritrovi una valorizzazione ed un significato.

Ma come conciliare questa dispersione con l’omogeneizzazione culturale crescente della civilizzazione occidentale? Bisogna riconoscere che, più che nelle società tradizionali o nelle società della prima rivoluzione industriale, le popolazioni subiscono oggi una inarrestabile unificazione: cultura americanomorfa di massa, lavoro salariato, urbanizzazione, costruzione di un ambiente tecnoeconomico unico ne rappresentano i fattori ben conosciuti. Questa omogeneità é una riduzione quantitativa strutturale ad un ambiente medio comune, essa costituisce l’essenza della nostra società – ridotta a puro «ambiente» meccanico. E’ tale essenza che rimpiazza le vecchie formule di legittimazione ideologica. Ma questa omogeneizzazione ambientale e quantitativa necessita per realizzarsi appieno del suo apparente contrario: 1’eterogeneizzazione culturale.

Per resistere alla crescente uniformità, il corpo sociale esplode in modelli individuali e microculturali frammentari, il che costituisce in senso proprio la morte stessa della cultura, nella misura in cui la cultura é un fatto sociale, «federato», unificante. Per compensare la morte delle culture popolari ed organiche, rimpiazzate da una pseudocultura di massa, la società civile «suicida» ciò che resta delle conquiste culturali comuni, e si rifugia nelle «culture» dell’automarginalizzazione di gruppo, compartimentate e semistagne, in una miriade di miniculture letargiche e astoriche.

L’identificazione con un modello unitario – quello della televisione, del cinema e della pubblicità degli anni cinquanta e sessanta – ha fatto cilecca.

Il consumismo di massa non ha unificato o diffuso la «cultura» ma ha creato una cultura di massa sotto la quale risorgono, a partire dalla metà degli anni settanta, nuove «microculture». Non ci troviamo dunque soltanto in presenza di un modello culturale occidentale di massa omogeneo, ma di due livelli: da una parte un modo di vivere univoco, quello del Sistema occidentale, che tocca gli aspetti meccanici, economici, ambientali dell’esistenza; e dall’altra un ricrearsi a livello microsociale di scale di valori che deviano in vario modo dalle loro matrici. Apparentemente in contraddizione, i due strati culturali – modello generale di massa e molteplicità di stili limitati – coesistono di fatto in un parallelismo neutro.

II modello generale rassomiglia quindi sempre meno ad un referente culturale. Stiamo probabilmente per assistere, nei prossimi decenni, ad una dissoluzione dei grandi modelli culturali. I valori nazionali, o anche «regionali» in senso etnico e politico, non hanno necessariamente un gran bell’avvenire, non più del resto, di quanto ne avranno i fenomeni di identificazione generale con personaggi o con mode di presa globale. La società occidentale si imporrà sempre più tramite un «minimum economico-ambientale» tanto più incontestabile; in quanto lascia vivere un polverone di micromode e di valori privati.

La situazione rischia così di apparire esattamente l’inverso di ciò che conoscevamo in un passato ancora recente: le condizioni di vita, di habitat, di consumo, di reddito, di lavoro erano nettamente divise, differenziate, eterogenee. Ma grandi centri di valori federavano l’insieme, cementando in tal modo una sorta di consenso generale: la famiglia, la carriera, la democrazia, la legge, eccetera. Ciascuno applicava, viveva, traduceva differentemente valori che in sostanza erano comuni.

Oggi comincia invece a far capolino una situazione inversa: i modi di vivere si riavvicinano, le forbici socioeconomiche si stringono, i sistemi di spostamento, comunicazione, lavoro, habitat, etc, si uniformano sul modello urbano occidentale. Ma i grandi valori comuni si raggruppano e si dissolvono. Una «nuvola di valori» oscura l’orizzonte. Stiamo passando da un modello sociologicamente eterogeneo e culturalmente federato ad un tipo di civilizzazione sociologicamente omogenea e culturalmente polverizzata.

Omologati e marginali: il nuovo conservatorismo

Grande fatto sociologico previsto da tutte le inchieste: il declino radicale della politica – nel senso corrente del termine. Vedremo sfaldarsi la partecipazione alle manifestazioni e alle consultazioni politiche: elezioni, militanza, interesse per i personaggi politici, adesione ai partiti. Nella stampa, il posto accordato alle lotte ed agli avvenimenti politici rischia di decrescere severamente. Il tipo di regime politico conterà sempre meno; le società occidentali evolvono comunque verso «demotecnocrazie» gestionali e conservatrici, al cui interno apparati ristretti e settoriali si limiteranno a pilotare gli «affari», tra l’indifferenza dei cittadini.

Questi ultimi adotteranno in guisa di valori dominanti il ripiego su se stessi, la stanchezza per l’«internazionale» e le sue turbolenze (guerre) o le sue esigenze (conquiste di mercati) – stanchezza contrastante certo con la presa crescente del multinazionale sul nazionale – la richiesta di un’esistenza tranquilla e solida, il bisogno di un egualitarismo crescente, la rivendicazione simultanea, e difficilmente realizzabile, di un sovrappiú di individualismo e di una vita «conviviale», socializzata, comunitaria. Queste modificazioni delle mentalità saranno molto rapide: le nuove generazioni «postmoderne» (nate dopo il 1960) hanno già una concezione della vita ed un bagaglio culturale in rottura completa con la generazione precedente – quella per intenderci del maggio 1968 – nata nell’immediato dopoguerra.

Queste nuove generazioni sono divise dai sociologi contemporanei in due gruppi principali che gli studiosi del Centre de Communication Avancée parigino hanno battezzato con i nomi, abbastanza felici, di «omologati» e «marginali» (11).
Nella mentalità omologata, l’avvenire auspicato è quello di un mondo in cui la «pace» deve essere conservata ad ogni prezzo: i valori sociali considerati prioritari sono la sicurezza, la tranquillità, la privacy, la riduzione dell’orario di lavoro. Tranquillità domestica, questa è la scelta centrale di vita.

Le questioni collettive e i problemi sociali interessano, ma il quadro su cui si focalizzano gli spiriti non attiene al «popolo», alla «nazione», alla «patria» o alla «classe operaia»; ci si occupa molto più facilmente delle microcomunità, delle realtà del quartiere, dei problemi ecologici immediati, dei servizi sociali che toccano direttamente l’interessato, eccetera. La «società a misura d’uomo» forma tutto l’orizzonte sociale. Questa visione di equilibrio e di tranquillità che non rigetta l’economia industriale ma la limita, espelle evidentemente ogni valore di potenza. Essa è apparentemente «progressista» per il fatto di auspicare in ogni campo dei “miglioramenti”, delle “lotte”, un “progresso” un «più-di-giustizia»; ma questo progressismo può essere qualificato come minimale o subordinato, nella misura in cui, a differenza da quello della vecchia sinistra, si circoscrive all’interna del fine ultimo di una società iperstabilizzata, equilibrata, sorridente, armoniosa, molto vicina nella sua immagine a quella proposta dalla propaganda pétainista e franchìsta – o a quella esaltata da certe serie televisive americane degli anni sessanta – famiglie ideali in rapporti di buon vicinato, con ragazzi «sani» e genitori «distaccati». Lo stesso prurito mentale, la stessa pulsione caratteriale verso il riposo, la tolleranza, la stabilità riemergono oggi, ma con una colorazione ed una sensibilità espressiva diversa.

Gli omologati rigettano totalmente la strategia «macrosociale» dei loro predecessori, i giovani militanti rivoluzionari o i «giovani quadri dinamici» stakanovisti dell’era della prosperità; non è più il gruppo globale, cioè la «ditta Francia», o l’«Europa» de La sfida americana di Jean-Jacques Servan-Schreiber (12) a costituire lo strumento dell’emancipazione dei desideri individuali, ma il microgruppo di una società assennata, non-ambiziosa, pacificata – per esempio l’associazione di ambito locale, la piccola impresa cooperativa, l’unità sociale «a misura d’uomo». Da ciò la mentalità dominante, più ancora di prima, appare refrattaria ai valori della storicità, e propizia ai modelli sociali spoliticizzati.

La politica si fa sempre più «gestione»: il quadro ideologico e territoriale di questa gestione si rimpicciolisce; il sociale, che aveva rimpiazzato il politico, diventa il microsociale.

E’ certo che la sinistra, quella del socialismo di stile occidentale, quella che è attualmente al potere ad esempio in Francia o in Grecia [l'articolo è del 1984], non può che incoraggiare questo atteggiamento psicosociale. i temi dell’egualitarismo accresciuto, della decentralizzazione, dell’interventismo dello Stato-provvidenza, dell’umanitarismo, dell’autogestione, dello sviluppo del «tempo libero», vanno nel senso della psicologia dell’omologazione.

Gli omologati, secondo le inchieste sociologiche, se si interessano alla militanza, se evitano l’isolazionismo ed il disimpegno dei «marginali», di cui parleremo tra poco, limitano nondimeno il loro impegno al “piccolo quadro”: movimenti ecologici, associazioni umanitarie o di difesa sociale, gruppi locali di consumatori o di genitori o di fruitori della nettezza urbana, centri sociali, circoli ricreativi, collettivi contro la droga, o per l’assistenza ai gatti randagi, o di animazione teatrale. I «movimenti» dai grandi obbiettivi che sì situano in uri quadro nazionale o europeo – siano di sinistra o di destra – o quelli che appaiono politicizzati (partiti e sindacati), attirano poco l’attenzione delle nuove nicchie sociali. Si svela allora il denominatore comune del nuovo conservatorismo: lo spirito di microdifesa, di auto preservazione, di aggiustamento e di regolazione interna della routine sul piano territoriale come su duello storico.

I simboli detti «mobilitanti», che comportano una certa capacità di suscitare miti e immagini insieme ad una connotazione di estetica collettiva, lasciano assolutamente freddi gli spiriti assetati di «piccola giustizia» immediata, di regolazione «locale» della felicità. Preservare il quotidiano e se possibile migliorarlo, questa è la parola d’ordine. L’immaginazione e il «sublime» hanno veramente disertato il nuovo spirito dell’omologato. La sua mentalità reinventa un nuovo approccio ai media, ancora più alienante del precedente, quello del consumatore frenetico di messaggi. Se il giovane quadro dinamico della media borghesia degli anni sessanta consumava riviste e rotocalchi, gli omologati odierni si buttano da parte loro sull’audiovisivo. Ne armano l’aspetto intimista, dolce, sussurrante, rassicurante. Televisione e videocassette corrispondono più della stampa, del libro e della radio agli stili di vita domestica degli omologati, che escono poco e coltivano il sonnecchiare casalingo.

Essi leggono sempre meno secondo le inchieste, salvo forse le riviste specializzate, dedicate alla tavola a vela, al bricolage o all’arredamento. I grandi dibattiti astratti li annoiano. La loro psicologia è stiracchiata tra letture e centri di interesse iperpratici, come il tempo libero o l’abitazione, e un bisogno di evasione in un «immaginario» innocuo e non perturbante. Quest’ultimo si soddisfa tramite i serial televisivi, le videocassette di distrazione sentimentale, sessuale o fantastica, la musica diffusa dallo stereo familiare, seconda fata della home. Gli omologati vogliono essere rassicurati e «sentirsi in compagnia». Gli ci vuole un «intorno» sonoro, umano, televisivo, musicale, elettronico, domestico che sia tranquillizzante e zuccheroso. La vita, per essi, sembra essere soltanto quella privata, il nido prima di tutto.

Si assiste così ad una rottura brutale con l’ideale urbano degli anni sessanta, in cui il giovane evoluto usciva, andava al cinema, girava con la macchina, aveva molti appuntamenti, rientrava tardi dal lavoro, eccetera. I nuovi omologati finiscono per riallacciarsi alla mentalità di meschinità domestica della media borghesia degli anni trenta, schernita e messa alla berlina da Céline. Ma il loro conservatorismo autistico è ancora più coltivato nella bambagia, più suscettibile di fuga dal reale e di rifiuto del mondo, nella misura in cui è rinforzato da mezzi tecnologici di isolamento – audiovisivo e ben presto telematico – e d’autonomia solipsísta temibilmente efficaci.

Contrariamente a ciò che pensano gli ambienti della stampa scritta, la nuova psicologia conservatrice richiederà sempre meno «informazioni» ed avvenimenti a caldo, e sempre più «sogni ad occhi aperti». Le notizie stimolanti, turbative e remote perdono il loro potere di attrazione a profitto della distrazione, della compagnia, della «presa a carico» («passerete una serata meravigliosa in compagnia del programma tale»). Gli occhi e le orecchie devono essere «assistiti» e riconfortati da immagini dolci e divertenti, da sonorità facili. Quanto allo spirito, esso, vuole essere rassicurato da belle storie non-violente. Il mondo diventa di colore rosa.

L’alloggio spazio-rifugio accuramente verniciato e colorito – serve da caverna di Alì Babà per un’accumulazione di gadgets il cui ruolo non è necessariamente l’ostentazione economica come nel caso dei parvenu della crescita degli anni sessanta. Si tratta piuttosto di costruirsi un neoradicamento fantastico, un microspazio di soddisfazione totale dei desideri.
La cucina, il salotto, la doccia, la camera del bambino prendono un’aria da cabina di pilotaggio di un Boeing: bisogna equipaggiarsi, questo è il concetto-chiave. L’«equipaggiamento» gioca lo stesso ruolo della croce sopra il letto dei nostri nonni. In una civilizzazione tecnicizzata, sono i segni della detenzione dell’oggetto tecnologico che portano la funzione quasi-magica di integrazione dell’Io nella socialità. La «dotazione» in dischi, cassette, videogames, etc. permette di dire «siamo pronti» di fronte all’avversità aleatoria. La casa è protetta contro i cattivi dèmoni: la discoteca e la videoteca ci proteggono dalla noia e l’armadietto imbottito di medicinali ci protegge dai microbi. Gli omologati ritrovano queste buone vecchie ricette: si reinsediano.

Come il piccione della tavola, le classi medie occidentali, randagie e in cerca di emozioni per una generazione, rientrano nel buco caldo della piccionaia.

I marginali, da parte loro, formano il secondo gruppo d’appartenenza della mentalità del nuovo conservatorismo.
Molti «marginali» sono dei futuri quadri ed appartengono agli ambienti agiati e istruiti, abitano le città, sono abituati alla società tecnologica. Non si tratta dunque di emarginati, di adepti del ritorno alla terra, né di ribelli. Paradossalmente, i marginali sono del tutto integrati nel Sistema.

Primo tratto della psicologia della marginalità: gli interessati si sentono disimpegnati in rapporto all’ambiente politico e sociale che non contestano e non approvano perché ritengono che non li riguardi. Essi «staccano». Né contestatori, né rivoluzionari, né ciò che è più notevole – utopisti, spingono fino alla sua logica estrema il «presentiamo» degli omologati. Solo conta la piccola felicità del qui ed ora.

Ma la loro energia e la loro creatività non scompaiono necessariamente: esse possono persino mostrarsi più interessanti e più originali di quelle delle generazioni precedenti. Semplicemente, esse non si riversano sulla società. La creatività è tutta quanta mobilitata al servizio dell’individuo atomizzato e della sua ristretta cerchia. Da qui una propensione marcata verso la schizofrenia: il marginale partecipa alla società nel quadro del suo mestiere o professione, ma ne è sostanzialmente assente: la sua vita è altrove. Per la forma o per necessità, se non può farne a meno e se ne è in grado, egli lavora; ma il contenuto del suo lavoro gli è indifferente.
Questa privatizzazione dell’esistenza, questo «intimismo» mentale che curiosamente non si apparenta affatto all’egoismo o al cinismo, va di pari passo con uno psichismo da sognatore. Il marginale è in perpetua ricerca dell’evasione: il viaggio, la pop music, le espressioni figurative. L’energia psichica di questa minoranza della popolazione che pure tocca nelle nuove generazioni una percentuale che oscilla dal 20 al 40% del totale, non è più messa al servizio della collettività, ma per un effetto implosivo si ripiega verso la sfera intima del soggetto e verso la sua cerchia di relazioni personali immediate.

Marginalità psicologica, non-contestazione indifferentista, e inserimento sociale inattivo, sono le tre grandi caratteristiche che permettono di distinguere i marginali. A differenza degli omologati, essi non partecipano ad alcuna azione associativa o rivendicazione microcomunitaria, anche qualora approvino le finalità ricercate da questa forma di impegno sociale. Dando il meno possibile di se stessi alla collettività, entrano nel sistema economico recalcitrando, e preferiscono i “lavori” instabili e liberi, magari provvisori, o la disoccupazione iperassistita ai mestieri tradizionali, al «posto» o alle carriere. Votano poco, guardano la televisione con parsimonia, ma, fatto notevole ed essenziale, la struttura del loro consumo non appare realmente marginale, e non è dunque pericolosa per i circuiti economici dominanti. I marginali sono volentieri e spesso adepti dei consumi «alternativi», dei prodotti cosiddetti «naturali», dell’abbigliamento fuori dal comune; nondimeno, siamo lontani dalla «marginalità» economica: il sistema di produzione si adatta ben facilmente a questo stile. Ciò gli permette anzi di creare nuovi settori di produzione e consumo.

Il marginale é narcisista ed egoista esattamente come l’omologato. Questo bisogno d’occuparsi di sé del proprio ambiente immediato appare imperniato in un caso su valori domestici e microsociali, nell’altro su valori di evasione e sul fatto di essere «lasciati in pace». Questo declino del civismo e del senso sociale non si accompagna ad una protesta marcata nei confronti dello Stato, a differenza che nel conservatorismo tradizionale, normalmente intollerante sul capitolo dell’intoccabilità dell’autonomia individuale. Paradossalmente, l’iperindividualismo dei marginati li rende indifferenti nei riguardi del potere, che essi sopportano senza porsi la questione della sua beneficità o nocività. Basta che lo Stato tenga un discorso umanitario e decentralizzatore, che distribuisca le sue amenità, che non pratichi più alcuna oppressione visibile, perché ogni sua invadenza passi inosservata o sia tollerata con passività.

Il rock, il fumetto decadente ad alte dosi, i linguaggi ipergergali, iI microgruppo socioaffettivo, la cultura dell’immagine, costituiscono gran parte dell’orizzonte culturale e storico dei marginali. Muniti di una preparazione tecnica spesso molto spiccata, molto «affinata», essi restano perfettamente ignoranti in materia di cultura generale, ad un grado spesso difficilmente immaginabile per chi oggi ha già passato la quarantina.

La loro sensibilità é stata costruita in un’ambientazione sensoriale ed audiovisiva nella quale la psicologia «scritta», discorsiva e razionale, non ha lasciato che fossili. Non si riconoscono più del resto neppure nella televisione e nella radio tradizionali: i loro media sono, per esempio, le riviste «pazze», molto illustrate, molto disordinate e dai toni volutamente stridenti, oppure le radio libere senza programmi, le cui trasmissioni sono saturazioni di musiche ritmiche ininterrotte, secondo la tecnica delle discoteche. Musica martellante e fumetto «cinematografico» costituiscono due buone descrizioni pittoriche del loro universo ipersensoriale, al tempo stesso primitivo nello stile e compartimentato nel modo di percezione, come attesta il successo del walkman.

I marginali appaiono come il prodotto finale di una società dai valori esauriti. Solo la “domesticazione”, tramite l’abitudine ad una razione quotidiana di prodotti e di servizi da consumare, li trattiene dal cadere in un’emarginazione «totale». La società li tiene con questo mezzo. La questione che si pone allora è quella di sapere se questi marginali costituiscono una minaccia virtuale per la società dei consumi, o se la loro semi-integrazione favorisce l’apparire di nuove strutture economiche. Per la verità, due scenari sono possibili.

Prima ipotesi. i marginali, a differenza degli emarginati volontari degli anni sessanta, non sono più una categoria recuperabile. Hanno fatto interiormente secessione, e hanno isolato la loro vita privata e il loro mondo spirituale, fuori portata per la società e i suoi doveri. Non rigettando il parassitismo, la loro «marginalità clandestina», che si dissimula sotto un’integrazione apparente, costituisce una minaccia per la società contemporanea. Questa, in effetti, non può recuperarli, perché non le viene fornita alcuna presa, neppure quella di una contestazione. Indifferenti al mondo acrosociale, essi non gli consacrano alcuna energia e, per questo fatto, un recupero si rivela tutt’altro che agevole, al contrario di ciò che si era prodotto con gli ex marginali molto motivati e molto vistosi degli anni sessanta – che sono adesso degli omologati. Questa bof generation, secondo una tipica espressione, nasconde sotto la sua assennatezza superficiale una temibile forza d’inerzia capace di mandare in rovina il sistema sociale, non per esplosione, come nel caso di una grande rivolta classica di stile sessantottesca, ma per implosione, per consunzione di energie. In caso di una crisi grave, una frazione importante della popolazione delle nazioni europee si rifugerà in una sorta di passività militante, di sciopero delle energie e degli sforzi collettivi.

La seconda ipotesi non è meno plausibile. Essa parte dal postulato che in caso di grave crisi, la nostra società, tenuta in piedi da meccanismi di sorveglianza tecnocratica altamente sofisticati, al tempo stesso impersonali e fortemente èlitari, non avrà bisogno, qualsiasi cosa avvenga, dell’appoggio attivo della popolazione. Al contrario, sarebbero proprio le demotivazioni e l’indifferenza a preservare i gestori di una tale crisi da complicazioni di ordine politico e sociale. In caso di crisi galoppante, cioè per esempio di difficoltà considerevoli a mantenere l’attuale tenore di vita delle popolazioni, la psicologia della marginalità sarebbe d’un certo aiuto ai regolatori dell’apparato tecnoeconomico.

Se la mentalità degli anni sessanta non ha mai ammesso cedimenti nella progressione dei redditi, le cose vanno diversamente con i marginali odierni – e così pure, in minor proporzione, con gli omologati. Si nota un grande calo di ambizione, determinato dal fatto che essi non hanno mai conosciuto la povertà, ed uno spostamento degli ideali individuali dalla «ricchezza» quantitativa verso beni immateriali come il diminuire degli impegni, l’ampliamento del tempo libero, il rallentamento delle scadenze e dei servizi sociali, tutte amenità che corrispondono perfettamente a ciò che può offrire una società in recessione economica. Il «livello» del salario conta oggi meno rispetto ai vantaggi ed alle facilitazioni collaterali, alla frequenza dei permessi, all’elasticità degli orari, alle garanzie assistenziali, mutualistiche, eccetera. Le nuove strutture economiche della società mercantilistica in crisi economica si prestano in effetti splendidamente a fornire servizi di questo genere: assistenza, garanzia, libertà, sicurezza, in un ambiente di crescita nulla o addirittura di recessione. In compenso, sarà sempre più difficile realizzare un progresso del tenore di vita e del volume dei consumi, o ridurre la disoccupazione.

Di conseguenza, questa nuova forma di «società industriale di gestione di crisi» conviene perfettamente ai marginali come agli omologati. Il “giovane quadro dinamico” l’avrebbe, in compenso, aborrita. La «crisi di legittimazione» di cui parla Habermas (13), e che risiederebbe nel fatto che le società occidentali, legittimate dalla crescita economica, non troverebbero più ideologie di sostituzione in caso di recessione, può dunque disgraziatamente – essere risolta dall’apparizione di questo nuovo psichismo di omologazione e di marginalizzazione.

Come ha ben visto Cristopher Lasch (14), il narcisismo è il vero compimento della grande ondata di individualismo che progredisce nelle società occidentali dal diciottesimo secolo. Ricerca dell’io, egotismo, instabilità affettiva, ossessione dell’equilibrio individuale, fantasmi di esistenze «realizzate» ma senza rischi (il che costituisce una terribile contraddizione da un punto di vista etologico), tutti questi tratti patologici, segni di senilità e di addomesticamento di massa, sono realizzati nella nuova società dei consumi. Un tempo sotterranei ed impliciti, essi entrano oggi di prepotenza nell’ideologia sociale. La NSC e le sue strutture si fanno terapeuti dell’io. Dallo Stato-provvidenza alla società-infermiera …

La pseudo-“società civile” e la repressione permissiva

Intellettuali e teorici si divertono da qualche anno a criticare lo Stato e lo statalismo, e a reclamare, in forza dei loro abusi, la fine di entrambi. Oltre a confondere queste due nozioni, che sono in realtà antinomiche (15), giacché l’interventismo statale è spesso inversamente proporzionale al potere sovrano, essi credono di veder spuntare nelle mentalità dei nuovi consumatori e delle giovani generazioni una potente rivendicazione d’individualismo. Questa, si pensa a torto, sarà la tomba dello «Stato-provvidenza», e farà rinascere una società civile autonoma…

La «crisi dello Stato-provvidenza» e le critiche che gli sono state portate, non si fondano in verità affatto su una contestazione del «provvidenzialismo». Quel che viene rimproverato al Welfare State è proprio di non aver saputo realizzare i suoi obiettivi, di essersela cavata piuttosto male come reale e totale «provvidenza». Le contestazioni dello Stato-provvidenza e del social-statalismo fatte da Minc, Rosanvallon, Lepage e colleghi, possono essere ricondotte al rimprovero di non aver rappresentato una vera «buona provvidenza». Ma l’idea assistenzialista e provvidenzialista non è contestata nel suo fondamento. In queste condizioni, non si vede come ci si potrebbe sbarazzare delle burocrazie maternaliste. Non si domanda loro, in conclusione, che di essere più efficienti, di mantenere cioè le proprie promesse fino in fondo.

Perché la nuova società dei consumi diventi realmente polimorfa, e dia luogo ad una società civile liberata dalla presa dello Stato assistenziale e della burocrazia sociale, come sperano gli intellettuali, ci vuole un profondo sconvolgimento delle mentalità e dell’ideologia-«ambiente». Ora, questa – più di prima, nella società consumista iniziale – reclamerà felicità sociale, più che «felicità economica», dunque interventismo sociale da parte della tecnostruttura.

Da un certo lato, in effetti, si sente dire che la rivolta contro gli abusi dello Stato-provvidenza (fiscali, amministrativi e sociali), aggiunti ai desideri di felicità sociale che si sostituiscono alla aspirazione economica dell’«ebrezza del consumatore», costringeranno lo Stato a ripiegare sulla sua sfera politica interna, a dirigere l’economia dall’alto senza intervenire sul mercato interno, permettendo così alla società civile di rivivere in modo autonomo, producendo essa stessa con il suo associazionismo, i suoi mercati e lo svilupparsi delle sue inter-connessioni private, quella felicità sociale che non rientra nelle funzioni statali classiche.

Questo ragionamento è fallace. Non tien conto della logica e della natura profonda dell’ideologia occidentale, razionalista, iperindividualista ed antiorganicista, che, dal momento in cui é affermato il postulato di individualismo, produce necessariamente lo statalismo. Duecento anni di storia ci insegnano che l’ideologia liberale, paradossalmente fondata sul desiderio di autonomia individuale e di «crescita della felicità», ha dato luogo, a dispetto delle sue dottrine antistatali, all’intervento protettivo delle amministrazioni ritenute capaci di «felicizzare» la società intervenendo chirurgicamente sul suo corpo vivo per liberarla e favorirne lo sviluppo.

Ora, lo stesso meccanismo rischia di riprodursi nella misura in cui l’ideologia occidentale ha ancora rafforzato negli spiriti l’individualismo ed il materialismo sociale. Infatti, l’attuale domanda di felicità sociale, l’aspirazione ad una reviviscenza della società civile, della sua libertà, della sua autonomia, non sono autenticamente organiciste, ma restano individualiste. Non si tratta di un desiderio di far rivivere i corpi intermedi in quanto tali, ma di rendere felice l’individuo – più felice ancora – grazie ad una società civile «privata» che si sostituirebbe nella sua funzione protettrice all’amministrazione statale. In queste condizioni, la «società civile» polimorfa, autonoma, libera, non sarebbe che una nuova espressione per designare la tecnostruttura del Sistema e dello Stato-provvidenza. Questo si camufferebbe in tal modo da «società civile». Così, dopo aver distrutto la società, lo Stato gestionale, suprema malignità, si travestirebbe con i panni della sua vittima.

II bisogno di una maggiore felicità sociale non sviluppa meccanicamente una società autonoma ed organica, ma trascina con sé un intervento anonimo ed amministrativo. La fiscalità ed il budget sociale possono ben discendere a gradini decentralizzati ed all’apparenza «privati», ma resta sempre il fatto che il principio dello Stato assistenziale e della sottrazione a suo profitto del reddito nazionale rimane indiscusso. La domanda di felicità sociale non porta la rinascita di una società civile organica, perché quest’ultima, se dovesse per avvenutra esistere, non potrebbe riporsi, come insegna lo studio delle società tradizionali, sull’individualismo razionalista sotteso a tale esigenza. Una società civile «vivente» e comunitaria, si fonda al contrario su un sentimento collettivo di «appartenenza» sulla subordinazione del benessere individuate alle esigenze della vita della comunità, come ha mostrato Ferdinand Tönnies (16). La costituzione, in seno alla nuova società dei consumi, del desiderio di arricchimento economico e monetario, rinforza piuttosto che abolire, il bisogno di assistenza «materna» da parte dello Stato.
Gli individui quindi non chiedono la fine dello Stato-provvidenza, ma domandano un affinamento, un’«umanizzazione», una sofisticazione delle sue protezioni. La nuova società dei consumi e le sue aspirazioni ad una maggiore socialità e ad un minore statalismo vedranno crescere quest’ultimo, esigendo da esso che annulli i suoi «inconvenienti» (distanza, anonimato, inefficienza, sperequazioni, fiscalismo a cascata) e aumenti le sue gratificazioni. La NSC domanda allo Stato assistenziale di avvicinarsi agli individui, ma non certamente, di scomparire.

La «socialità», secondo l’accezione di Michel Maffesoli [alias] (17), cioè la trama vivente delle istituzioni, dei corpi e delle strategie di una comunità sociale organica, con tutta l’applicazione affettiva e lo spessore culturale che questa comparta, non ha strettamente niente a che vedere con questa rinascenza della «società civile» cui dà luogo la nuova società dei consumi. La socialità organica non é fatta per portare la felicità individuale nel senso moderno. Non riposa su postulati edonisti o eudemonisti. Né riposa sull’individualismo. L’autentica socialità, di natura comunitaria, integra l’individuo in un gruppo di appartenenza che lo trascende. La comunità è il fine dell’individuo, non il contrario, sia che il gruppo abbia carattere dionisiaco o marziale. Nel modello neocomunitario della NSC invece, l’individuo e il suo benessere – o la sua sicurezza – divengono proprio la preoccupazione centrale della comunità.

Di conseguenza l’integrazione organica degli individui nel gruppo non si produce, e l’isolamento psicologico rimane la regola.
Con l’emergere della nuova società dei consumi, questo anonimato sociale e questo declino dei rapporti sociali organici si fanno ancora più gravi. Ma sono mascherati e compensati dalla proliferazione pretenziosa degli addetti alle «comunicazioni sociali» e dall’aumento progressivo del peso della organizzazione delle public relations, che non sono in fondo che relazioni commerciali ribattezzate. La mercantilizzazione dei rapporti sociali e l’impoverimento dei legami umani si trovano al tempo stesso combattuti e rinforzati dall’instaurazione di queste «comunicazioni» artificiali. Così come l’amministrazione statale era venuta a colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa delle solidarietà organiche e comunitarie accentuando però gli effetti di questo vuoto (l’isolamento individualista), così il tessuto di «relazioni», di «comunicazioni» sofisticate, artificialmente rifabbricate dalla nuova società dei consumi, aggrava ancora l’incomunicabilità propria della società occidentale.

Rafforzarsi dell’individualismo sotto il camuffamento delle «comunicazioni sociali» e aggravarsi della massificazione tramite il simulacro delle comunità e delle tribù. E’ questo il volto del socialstatalismo tecnocratico e permissivo organizzatore degli spazi di libertà individuale totale all’interno di «gabbie sociali» ove si può fare ciò che si vuole, ma da cui non si esce. Nelle grandi voliere degli zoo, gli uccelli sono «liberi»: volano, ma non sanno che ci sono delle sbarre.

La nuova società dei consumi è, dal nostro punto di vista, peggio della vecchia. Ai mali del capitalismo, aggiunge quelli del socialismo umanitarista. Alla società mercantilistica di cui sopprime gli ultimi residui di dinamica conquistatrice, aggiunge gli inconvenienti del modello di società protezionista ed iperassistenziale. Il mercato e la sua dinamica non esisteranno più proprio là dove sono necessari: nell’industria privata. Vedremo in compenso fiorire il mercato nelle microimprese terziarie, non creatrici di valore aggiunto industriale: dai negozi ai ristoranti, passando per le piccole imprese fornitrici di servizi sofisticati. I soli capitalisti resteranno lo Stato socializzato (per il tramite delle grandi imprese) e i «piccoli imprenditori» del codice civile. Ma le forze vive della nazione, rappresentate da coloro che mantengono e rinnovano il tessuto economico, ovvero la media e piccola industria, sottomesse all’intervento poliziesco delle amministrazioni, sono destinate a declinare sempre più.

In L’après-crise et commencée, Alain Minc sostiene che il mercato e il liberalismo stanno per reintrodursi nei consumi sociali. Egli evoca a tal proposito il supremo paradosso dello Stato-provvidenza che, benché fondato sull’anticapitalismo e sul rigetto socializzante di un mercato reputato fonte d’ingiustizia, ha sviluppato il bisogno di felicità e di consumi sociali e, conseguentemente al fallimento subìto nell’adempimento del suo ufficio, si vede costretto a retrocedere al mercato ed al settore privato la funzione della protezione sociale. Ma tutte queste argomentazioni non sono che pie illusioni.

Se Minc descrive con ottimismo ciò che a suo avviso potrebbe essere un ritorno del politico e dello Stato sovrano nella nuova società dei consumi, ciò non toglie che non è affatto detto che il suo seducente scenario si realizzi. Ascoltiamo nondimeno: « Il dopocrisi esige paradossalmente “più Stato” per meglio ingannare le leggi del mercato economico mondiale e servire da scudo all’industria interna, “più mercato”, solo scampo all’imballarsi delle spese pubbliche e alle impasse dello Stato-provvidenza, “più società civile”, fattore unico di riequilibrio cui deve adattarsi il gioco delle istituzioni». Continuando sullo slancio della sua «arringa statal-libertaria», Minc prosegue: «La restrizione del campo politico non equivale alla sua scomparsa. Essa esige di pensare ad uno Stato forte ma ristretto, che si porti in prima linea ma si disimpegni dal gioco sociale, e ad un mercato accettato non come una fatalità, ma come un fattore di regolazione sociale» (18). Tutto ciò può apparire interessante in assoluto ma comunque presuppone – cosa che Minc non vede – un’inversione radicale dei valori dominanti, in particolare dell’individualismo. In quanto tali, le mentalità dei nostri contemporanei non preparano affatto nell’immediato una società « statal-libertaria ». Tutt’altro.

In campo politico, la NSC sembra prepararci ugualmente una pregnanza accresciuta dello statalismo tiepido. Il nuovo dispositivo ideologico di legittimazione delle società industriali tiene ad includere nel suo discorso certi temi apparentemente «liberatori» come l’ecologismo, la difesa della cultura ed un certo numero dl valori «dolci», apparentemente anti-industriali. Questa categoria ideologica ha per oggetto di preparare eventualmente gli spiriti ad una stagnazione o ad un abbassamento del tenore di vita. La società mercantilistica, a lungo fondata sulla crescita, vedrebbe normalmente i suoi fondamenti dottrinali sfaldarsi gravemente in caso di crisi economica generale; si tratta dunque di approntare un «discorso di rincalzo», un’ideologia di riserva presa a prestito dal vecchio argomentare dei contestatari. I marginali e gli omologati sono il prodotto, in particolare i secondi, di questo recupero.

Marginali e omologati non si raggruppano più intorno a grandi cause. E’ questo che spiega la diminuzione del dogmatismo e la perdita di audience dei grandi «credo» ideologici. Ma questa distanza presa in rapporto agli ideali sociali e politici, come la diminuita pregnanza dei miti moderni, non si traduce in maggior «rigore» o «saggezza». L’intransigenza ideologica e politica declina a beneficio di un’indifferenza civica che ha per corollario l’autocontemplazione del proprio modo di vivere.
Ne deriva un forte desiderio di consenso, ma non nell’accezione politica del termine. Il consenso in questione prende la forma di una pace sociale a qualsiasi prezzo, di una voglia ossessiva di composizione, di tolleranza, di arrangiamento. Mentalità doppiamente criticabile: sul piano interno, lascia mano libera alle manipolazioni amministrative dello Stato-provvidenza, cosa che tutto gli é permesso purché garantisca un mondo senza eccessivi turbamenti; sul piano esterno, le mentalità sono preparate a tutti i compromessi, ovvero a tutte le onte e le capitolazioni.

Il bisogno di non-violenza, come l’ipersensibilità a tutte le forme di aggressività, costituiscono tratti patologici sempre più diffusi. Spesso questa sindrome conduce a curiosi paradossi: per esempio, il bisogno di nonviolenza entra in contraddizione con l’umanitarismo, e con l’allergia a tutte le modalità di coercizione tradizionali. La nuova mentalità conservatrice avverte da un lato l’insicurezza della vita urbana e la minaccia della delinquenza con acutezza accresciuta, al punto di soccombere al mito secondo cui la nostra società sarebbe penetrata dalla violenza ad un livello intollerabile e mai visto, ma esige d’altra parte che la polizia moderi la sua presenza, che la pena di morte sia abolita, che la repressione del banditismo si attenui, eccetera.

La prudenza e la tranquillità del modello dell’omologazione, così come l’indifferenza secessionista dei marginali, preparano senza dubbio una società in cui le masse, purché si fornisca loro una certa pace, si lasceranno fare di tutto da una minoranza attiva e dinamica. Questa minoranza non imporrà una società autoritaria nel senso classico, né uno stile politico autocratico, né tanto meno una strategia industriale o diplomatica attiva o offensiva. Essa rischierebbe di perdere, presso le masse conservatrici di omologati e marginali, il fondamento della sua legittimazione. La minoranza dirigente metterà il suo dinamismo perciò esclusivamente al servizio delle ambizioni personali dei suoi membri, e prenderà cura di preservare una società molle, umanitaria, amena e ben poco politicizzata. L’energia e il vigore collettivi passeranno dal livello storica-comunitario a quello di ristrette e frammentate sfere dirigenziali poste alla testa dello Stato assistenziale.

Queste avranno cura di servire un discorso al tempo stesso iperdemocratico e fortemente demagogico, come di mantenere il più possibile le promesse di gratificazione fatte alle masse. Quest’élite si recluterà probabilmente tra coloro che, fin da oggi, condividono – spesso con indifferenza e cinismo – gli ideali tranquilli degli omologati, ma non ne scelgono affatto lo stile di vita: fanno forse parte di quel 10% di irriducibili che adottano ancora i progetti di esistenza e le ambizioni dei «giovani lupi dai lunghi denti», immagine coniata all’epoca dell’arrivismo degli anni sessanta.

L’avvenire ci riserva quindi una strana forma di società, al tempo stesso repressiva e molle, ipercentralizzata sotto un’apparenza di dispersione, e di deentralizzazione, di rigoglio associativo, di partecipazionismo decisionale. Una supertecnocrazia dolcemente ma saldamente insediata su di un corpo sociale che si crederà molto «responsabilizzato», penetrato da una sorta di civismo pseudodemocratico e pruriginoso. Nei paesi del Nordeuropa, questo modello è già molto avanti, e non fa certo bella mostra di sé.

E’ una repressione cool, in cui si aggregano permissività individuale e sorveglianza morale ed economica da parte della burocrazia. La società civile, volatilizzata in un polverone di sistemi di valori, di centri ideologici più isolati che originali, diventa per così dire «neutra». Essa non perviene più a contestare efficacemente le strutture dominanti. Questa dispersione e questa esplosione di modelli, lungi dal costituire un fenomeno di «liberazione», accentuano il conservatorismo globale dell’insieme.

Di modo che la «crisi di legittimazione» delle società capitaliste attuali, che tanto preoccupa Habermas, conforta più che indebolire il potere delle strutture sociali dominanti. Le persone possono essere contestatrici nelle loro idee personali, ma se niente viene a «federare» e strutturare questa contestazione, essa giocherà al contrario un ruolo smobilitante. La società non si è mai trovata tanto bene installata come da quando è stata privata della sua legittimazione ideologica classica, come da quando tutti «la contestano ciascuno nel proprio angolo», disordinatamente, con atteggiamenti e comportamenti puramente devianti, o rifugiandosi in universi immaginari e stili di vita marginali. In effetti, l’adesione sociale non riposa più che su «gesti» di consumo quotidiano, che su partecipazioni pratiche al Sistema. Niente di più solido, a dispetto delle apparenze. Niente di più efficace della carta di credito per federare una società. Ci si avvicina molto da presso al modello societario «puro», all’insieme sociale strettamente meccanico, di cui parla Tönnies.

L’esplosione dei valori «culturali» toglie alla vecchia «opinione pubblica» ogni consistenza. La società dell’avvenire, se la mentalità dell’automarginalizzazione dovesse diventare maggioritaria, si troverebbe tutta quanta disimpegnata in rapporto alle strutture statali ed economiche che la domineranno. Al limite, si potrebbe sostenere che se fino ad oggi la società civile ha «retto» la sfera istituzionale ed economica, offrendole la base della sua legittimità, dal momento in cui questa legittimazione non è più necessaria, è la struttura dirigente istituzionale ed economica che va a «reggere» e a «produrre» la società civile, ovvero persino a legittimarne l’esistenza. Degno funerale per gli ideali democratici.

Interregno e tempi postmoderni: verso un’epoca indecisa

Al di là di ciò che noi abbiamo potuto giudicare come la sua negatività intrinseca, in rapporto ai valori anti-occidentali e anti-egualitari cui ci richiamiamo, la NSC sarà posta sotto il triplice segno dell’ambiguità, della contraddizione e dell’indecisione. È questa la ragione per cui, dopo tutto, non è il caso di stare troppo e lamentarcene. In fondo, i lupi amano cacciare al crepuscolo, e gli squali in acque agitate.

La NSC assomiglia già ad un gigantesco teatro, ad un’enorme simulazione. Tentando di adattare alla «crisi» una civilizzazione di abbondanza e di spreco, essa sarà al tempo stesso sofisticata ed austera, burocratica e conviviale, neo-organica e tribale quanto tecnocratica ed informatizzata («matematizzata»), intimista eppure massificante, compartimentata e mondialista, eccetera.

La «modernità» non sfuggirà a questa contraddizione. Rifiutata là dove essa implica una mobilitazione collettiva, un’avventura ed una certa «brutalità» essenziale, essa sarà sempre più adottata come ancora di salvezza in campo domestico, Basta con le torri di acciaio e cristallo e con le città ipermoderne, avanti con i prodotti campagnoli, i fuochi di legna, l’urbanistica assennata, ed anche con l’elettronica casalinga e l’informatica domestica. Si è lontani dai sogni futuristi degli anni sessanta: i calcolatori popoleranno il nostro ambiente che non avrà niente di ipermoderno, di avveniristico. Si cercherà al contrario di renderlo rassicurante, «neotradizionale».

Questa nuova società dei consumi sarà fragile, perché sofferente di forti conflitti interni. Fra i tratti che abbiamo appena descritto, possiamo già individuare l’incompatibilità tra l’accentuarsi dell’individualismo ed il bisogno di convivialità, tra l’accresciuta razionalizzazione economica del modo di vivere e il bisogno di immaginario, tra la frammentazione della società in segmenti e delle istituzioni in apparati settoriali e il peso costante delle tecnocrazie multinazionali. La società «neo-occidentale» oggi in gestazione presenterà contraddizioni che saranno degli enigmi per lo storico. Per certi tratti, essa marcherà un ritorno ad elementi feudali: radicamento, convivialità, corporazioni; dall’altro vedrà aggravarsi le patologie delle società omogenee di massa: isolamento individuale, programmazione tecnica dei comportamenti, egemonia dell’economia, così via.

La nuova società dei consumi «di crisi» non sarà né comunitaria, né sovrana, né centralizzata, né organica: essa sarà decentrata, simulatrice dell’eterogeneità ma conservatrice di un’omogeneità di fondo, e dominata da istituzioni falsificate: falsificazione della cultura, dell’organicismo sociale, delle tradizioni, dell’immaginario … Intenderà proseguire e simulare, in un periodo in cui crescono i rischi e la destabilizzazione economica mondiale, la prosperità del dopoguerra. Di fronte alle sfide montanti del mondo esterno che convergono in questa fine secolo verso un punto forse drammatico che i futurologi non osano ancora fissare, la nuova società dei consumi, come lo struzzo, si polarizza ancora un po’ di più sul «consumo».
«Ancora un istante di felicità», dicono i deboli, o i popoli che stanno invecchiando e sentono montare la minaccia. Ma neppure questa felicità vespertina sarà forse loro concessa. Giacché, lo sappiano o meno i pronosticatori dell’economico e del sociologico, l’occhialetto inchiodato ai giardini interni, le grandi tempeste storiche vengono sempre dal di fuori.

La NSC prosegue senza rotture l’inarrestabile ascesa dell’individualismo di massa che Louis Dumont ha giustamente assimilato alla progressione storica, della civilizzazione occidentale, egualitaria, democratica e cristianomorfa (19). Ma essa corrisponde ad una nuova fase di questo processo secolare: quella in cui gli ideali teleologici sono spenti. Fase sociologica e non più ideologica dell’egualitarismo, fase postmoderna perché la fede nel progressismo si è estinta.

La diagnosi a questo proposito di Gilles Lipovetsky è particolarmente lucida: «L’era della rivoluzione, dello scandalo, della speranza futurista, inseparabile dal modernismo, è compiuta. La società postmoderna è quella in cui regna l’indifferenza di massa, dove la sensazione di ripetere e procedere a tastoni domina, dove l’autonomia individuale va da sé, dove il nuovo è accorto come il vecchio, dove l’innovazione è banalizzata, dove il futuro non è più assimilato ad un progresso ineluttabile. La società moderna era conquistatrice, fiduciosa nell’avvenire, nella scienza e nella tecnica, si è istituita in rottura con le gerarchie del sangue e della sovranità sacrale, con le tradizioni ed i particolarismi, in nome dell’universalismo, della ragione, della rivoluzione». Ora, constata Lipovetsky, «è ormai il vuoto che ci regge, un vuoto purtuttavia senza nulla di tragico o di apocalittico. Che errore avere annunciato precipitosamente la fine della società dei consumi, quando é chiaro che il processo d’individualizzazione non cessa di allargarne i confini. La recessione presente, la crisi energetica, la coscienza ecologica non suonano la campana a morto per l’età del consumismo: noi siamo votati a consumare – potesse essere altrimenti! – sempre più oggetti ed informazioni, sport e viaggi, insegnamenti e relazioni, musica e cure mediche. E questo la società postmoderna: non un al di là del consumismo, ma la sua apoteosi, la sua estensione fino alla sfera privata [...]. I processi di individualizzazione generano il vuoto in technicolor, il fluttuare esistenziale per e tra l’abbondanza dei modelli, siano essi ornati di convivialità, di ecologismo, di psicologismo. Più precisamente, siamo nella seconda fase della società dei consumi, cool e non più hot, consumismo che ha digerito la critica dell’opulenza. Finita infatti l’idolatria per gli aspetti più clamorosi dell’american way of life del dopoguerra, delle macchine trionfanti di cromature, delle grandi star e dei sogni hollywoodiani; finita la rivolta beatnik, lo scandalo delle avanguardie, la contestazione, tutto ciò ha lasciato posto, si dice, ad una cultura postmoderna individuabile da molti tratti: ricerca della qualità della vita, passione per la personalità individuale, sensibilità “verde”, disaffezione dai grandi sistemi di significati, moda retro, riabilitazione del locale, del regionale, di certe credenze pratiche tradizionali» (20).
Immobilità tiepida di questo universo postmoderno che comincia. Per la massa, è della morte tiepida (Warmtod) che si tratta, secondo l’espressione di Lorenz: l’assopirsi inquieto in un benessere minacciato. La storia si ritira, come una marca di cui si ha paura, dall’Occidente. Dalla fine dei trauma delle guerre coloniali, la storia spaventa i consumatori. Essi preferiscono giocare, giocare alla vita per procura, con esperienze di seconda mano, come nel caso della mania per i «giochi delle parti» e per le superproduzioni di fantascienza. Ma se le storie rimpiazzano la storia, non è, con cinismo, fino alla fine di esse che noi dobbiamo andare?

La NSC ha la tranquillità dell’uomo maturo, ma non ne ha la saggezza. Imprevidente e molle, padroneggia male i meccanismi brutali di un’economia planetaria che pure costituisce il suo fondamento. Castello di carte? È possibile. Attendiamo, secondo le parole di Francois Partant, che si realizzi quest’inquietante profezia di cui non sentiamo al presente che le primissime avvisaglie, delle cui conseguenze non sappiamo nulla, di cui nessuna delle nostre strutture sociali, politiche ed economiche ha ancora fatto l’esperienza, di cui non sappiamo se sarà incubo o liberazione: che la crisi cominci (21).
Quando il Titanic fu squarciato dall’iceberg, la scossa fu minima e la brillante vita di bordo, continuò ancora per un certo tempo prima che l’inizio del dramma si facesse palese. Questo tempo ultimo dei piaceri, questo interregno, è forse ciò che stiamo vivendo, è forse la nuova società dei consumi. E pure possibile che non sia affatto così, che la NSC segni l’aurora di un lungo periodo. Può darsi che l’economia mondialista e la pianificazione tecnoeconomica della Terra non siano che all’inizio e che ogni crisi di prima grandezza sia per ora, e per un lungo periodo, scartata; non ne sappiamo niente, siamo nell’incertezza; attendendo gli anni decisivi, viviamo di fatto gli anni indecisi.

Ma può anche darsi che ci inganniamo, e che da qualche parte, si prepari ciò che ci permetterebbe di mormorare non «verso giorni migliori», ma: «anteguerra». «Penso che siamo entrati nell’”anteguerra”» – scrive Alain de Benoist «gli avvenimenti che viviamo non chiudono un’epoca; ne annunciano un’altra. Il prossimo decennio ridarà un senso alla politica internazionale» (22). Forse, in effetti, siamo proprio nell’occhio del ciclone. L’era di intimismo, di narcisismo, di assunzione dell’individuo egotista alla ricerca di un benessere povero e sofisticato in cui viviamo, in questa nuova società dei consumi, in quest’età postmoderna, annuncia forse il ritorno della storia.
La NSC sarebbe allora il momento finale di una «civilizzazione sociologica», il punto di passaggio obbligato, prima che noi possiamo conoscere una nuova era di tempeste che ci restituisca delle ragioni per vivere?

Di questo interregno, Giorgio Locchi scrive: «Nietzsche ha drasticamente opposto il “nichilismo negativo” dell’egualitarismo, volto alla produzione dell'”ultimo uomo”, e cioè alla “fine della storia”, al “nichilismo positivo” del suo movimento “sovrumanista”, deciso a far tabula rasa, al fine di creare così, invece, le condizioni secondo lui indispensabili all'”avvento del superuomo”. [...] L’”attesa della fine” sembra divenire in tal modo, per chi aderisce alla visione sovrumanista, il solo atteggiamento logico. Il problema che si pone é di sapere se questa attesa debba essere attira o passiva. Tanto Nietzsche con il suo nichilismo positivo, quanto Wagner con il progetto d’azione illustrato dal Parsifal, impongono all’attesa un carattere nettamente attivistico. I rappresentanti più autorevoli del pensieroconservator-rivoluzionario, da Jünger a Heidegger, hanno chiamato “Interregnum” questo periodo dell’attesa, destinato a trovare la sera conclusione: o nel trionfo della tendenza egualitarista e nella “fine della storia”, oppure nella “ri-generazione della storia” e nell’affermazione europea del sovrumanismo» (23).
In queste condizioni, val meglio felicitarsi di questa nuova società dei consumi e della mentalità postmoderna che le è legata. L’una come l’altra marcheranno il momento epocale ultimo dei nichilismo occidentale, per il quale bisognerà necessariamente passare affinché una rigenerazione della storia sia possibile, affinché l’econonia mondialista, l’individualismo di massa e l’uniformizzazione dei popoli siano spazzati via, e perché sopravvenga l’autentica crisi che segnerà la fine della civilizzzazione occidentale. Bisogna forse, come sostenevano i situazionisti come Vaneigem [alias] (24), e come suggerisce implicitamente Baudrillard a fare, affidarsi al flusso della moda, all’effimero, al gioco sprovvisto di senso dei segnali e dei codici, alle performances senza seguito delle idee, delle espressioni culturali o dei piaceri postmoderni. Bisogna incitarvi i nostri contemporanei, incitarli alla perdita di coscienza, inebriarli perché, in quest’oblio e in questo «presente totale», scompaiano i «grandi ideali» fino ad oggi dominanti. «Come vivere gli ultimi anni che ci restano da vivere?»: ecco cosa bisogna chiedere. E fare nostra la sentenza latina: Quos vult perdere prius deus dementat. Ma, come un tempo nelle orge il cerimoniere del festino, è necessario restare coscienti.

La nuova società dei consumi promette di essere questo banchetto dell’oblio. Essa spezza la dinamica mentale di questo mercantilismo egualitario di cui rafforza le strutture materiali. Nel suo seno può crescere ciò che Nietzsche ha chiamato il «nichilismo attivo».

NSC e postmodernismo hanno in effetti il «vantaggio», in rapporto alla società industriale e mercantilistica classica, in rapporto anche alle ideologie del modernismo, di destabilizzare la fede secolare nei grandi ideali della concezione del mondo egualitaria: progresso, eguaglianza, autonomia individuale, democrazia, eccetera. Non resta che l’individuo alla conquista del suo presente, del suo ego epicureo, senza fiducia nel futuro. Questa «civilizzazione socialdemocratica» in cui siamo entrati fa penetrare nelle mentalità una coscienza del declino, un rifiuto della politica, una paura freddolosa della competizione internazionale. Obbiettivamente decadenti, questi tratti mentali sono nondimeno positivi in quanto indeboliscono l’ideologia egualitaria e mondialista, e l’individualismo democratico da cui pure provengono.

L’anteguerra e i tempi postmoderni sono duri da sopportare, crudi come l’inverno in cui tutto è gelido deserto, in cui ogni significato se ne fugge via; ma bisogna ben passarci attraverso, perché un nuovo senso delle cose subentri e la «guerra» sia dichiarata … La luce mattutina dell`aurora appare solo, come spiegava Hölderlin [alias], dopo che «i preti di Bacco hanno danzato nella notte sacra». Come pensava anche Heidegger, noi siamo alla mezzanotte del mondo e dobbiamo viaggiare fino al termine della notte prima che sorga l’alba, accettando che ben pochi dei nostri contemporanei sappiano che l’alba giungerà, e soprattutto essendo coscienti che ben pochi tra loro accetterebbero quest’alba… Coloro che hanno preparato l’«interregno» non sospettano che il «piccolo mattino pallido» che gli succederà – cioè il «nuovo regno» – sarà in rottura completa con i loro idoli.
Parlavamo poco sopra di Bacco, e non era senza una ragione precisa. La NSC e i tempi postmoderni sono penetrati, come ha visto Maffesoli (25), dalla presenza sempre più insistente del dio Dioniso. Presentismo, spirito orgiastico, ricerca del godimento, oblio ed ebrezza confusionale, ritorno del corpo e della sua immediatezza, perdita di coscienza politica etc.; tutti questi tratti psichici sono positivi dal nostro punto di vista, se li si sa leggere. Dioniso addormenta le coscienze, fa sparire gli ardori pseudoprometeici ed i vecchi valori della morale egualitaria e di questa società razionalista e mercantile uscita dal cristianesimo. Dioniso prepara il ritorno di Apollo ed i suoi servi neppure lo sanno. Ma il dio della mietitura, lui sì che lo sa …

Guillaume Faye

Traduzione dal francese a cura di Stefano Vaj

1 Jean Baudrillard, La società dei consumi, II Mulino, Bologna, 1970 [ult. ed. francese].
2 Alain de Benoist, Le idee a posto, Akropolis, Roma 1983 [ed. originale].
3 Vedi Cornelius Aken, The Californian Society, Butchinson & Weggs, Londra, 1977.
4 Ralph Glasser, I nuovi grandi sacerdoti, Franco Angeli, Milano 1973.
5 André Béjin, La démocratie sexuelle et le pouvoir des sexologues, CIS, Parigi 1981.
6 L’espressione originale è “la défonce du consommateur” (Nota del Traduttore).
7 Una moltitudine di esempi potrebbe essere apportata. Ritorneremo più avanti su questo fenomeno.
8 È significativo che la “qualità della vita”, nella sua accezione contemporanea, designi le caratteristiche di un’esistenza ipergarantita, preservata, equilibrata e soprattutto assicurata di durare e di sfuggire alla morte respingendo il suo spettro il più lontano possibile. Da un punto di vista psicologico, questa “qualità della vita” riflette uno psichismo “addomesticato”, e patologico. Per una psicologia normale una vita qualitativamente superiore sembra invece essere marcata dall’intensità, il dono di sé, l’abnegazione, il piacere, etc., per farla breve dalla presenza soggiacente della morte che viene a dare un senso ad ogni cosa. Su questo punto, cfr. Alain de Benoist e Pierre Vial, La mort, Le Labyrinthe, Parigi, 1983.
9 Daniel Bell, The Cultural Contradictions of Capitalism, HarperCollins, ult. ed. 1996.
10 Henri Van Lier, Opérateurs 1977, Bruxelles 1977.
11 «Recentrés» e «décalés» nel testo originale. Ovvero «ricentrati» e «scalati, spostati» (Nota del Traduttore).
12 Jean-Jacques Servan-Schreiber, La sfida americana, ed. italiana più recente: Mondadori, Milano 1980 [ult. ed. originale].
13 Jurgen Habermas, Strukturwandel der Offenlichkeit, Hermann Luchterhand Verlag, Francoforte 1962.
14 Cristopher Lasch, Culture of Narcissism. American Life in the Age of Diminishing Expectations, Norton & Cie, New York 1976.
15 Vedi Alain de Benoist e Guillaume Faye, “Contre l’Etat-providence”, in Eléments n. 44, gennaio-febbraio 1983, e “Pour un Etat souverain”, ibidem.
16 Ferdinand Tönnies, Comunità e società, Edizioni di Comunità, Milano 1979 [ed. originale, ed. Web in inglese]
17 Michel Maffesoli, La conquéte du présent, Presses Universitaires de France. Parigi 1980.
18 Alain Minc, L’après-crine est commencée, Gallimard, Parigi 1983.
19 Louis Dumont, Homo aequalis. Genesi e trionfo dell’ideologia economica, Adelphi, Milano 1984 [ed. originale].
20 Gilles Lipovetsky, L’ère du vide, Gallimard, Parigi 1983.
21 Francois Partant, La fin du développerment, Maspéro, Parigi 1983.
22 Alain de Benoist, Le idee a posto, op. cit. [ed. originale].
23 Giorgio Locchi, Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista, Akropolis, Roma 1982.
24 Raoul Vaneigem, Le livre des plaisirs, Encre, Parigi 1979.
25 Michel Maffesoli, L’ombre de Dionysos, Mérien/Anthropos, Parigi 1982.

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À la jeunesse européenne

AVERTISSEMENT
Beaucoup m’ont dissuadé d’écrire ce livre. Il allait m’attirer des ennuis. Il ne faut pas dire les choses comme elles sont, c’est dangereux, vous comprenez ? J’aurais pu livrer un essai illisible et pseudo-philosophique, ou vaguement sociologique sur les vertus comparées de l’assimilation, de l’intégration et du communautarisme. Mais l’intellectualisme bourgeois ne m’intéresse pas. Aborder les questions essentielles, affronter le système, jouer la carte de la rébellion – et de la vérité —, c’est vrai, c’est risqué. Mais c’est porteur. Comme le proclamait Alexandre Soljenitsyne dans une interview au Washington Post durant son exil américain : « Si la plume n’est pas un poignard, elle ne vaut rien. »
Le pari de la dissidence est aujourd’hui le plus fécond. C’est celui de la pensée radicale, que j’ai expliqué dans mon précédent essai, l’Archéofuturisme. Il s’agit d’en revenir — loin de tout extrémisme — à la racine des choses, à attaquer les questions majeures de l’époque. On ne débat pas du sexe des Anges quand les barbares assiègent Constantinople. Or, la question majeure de l’époque, c’est bel et bien la plus visible, la plus éclatante, celle dont tout le monde a peur de parler – évidemment – qu’on aborde qu’à demi-mot et à voix basse, c’est-à-dire la colonisation de peuplement que subit l’Europe de la part de peuples maghrébins, africains et asiatiques et qui se double d’une entreprise de conquête du sol européen par l’islam. Ce n’est pas une curiosité politique, c’est un événement historique tonitruant, sans aucun précédent dans l’histoire européenne, aussi loin que porte la mémoire. Il s’agit d’abord d’en prendre acte, d’éveiller les consciences à ce fait capital. Non pas pour l’admettre et “faire avec”. Mais pour le refuser et entamer le débat sur la manière de le combattre et de renverser la vapeur.
Ce processus funeste vient bien entendu s’ajouter et se combiner à l’assujettissement culturel et stratégique de l’Europe aux États-Unis d’Amérique. J’essaierai de montrer dans cet essai, en accord complet avec les thèses d’Alexandre del Valle, qu’il est rigoureusement stupide de croire que l’islamisation nous préservera de l’américanisation ; les deux processus de déculturation marchent la main dans la main. De même que le chaos ethnique qui guette l’Europe sert les causes conjointes de l’islamisme et de l’américanisme. Ceux qui s’imaginent, par de subtiles contorsions intel-lectualistes, que l’islam vaut mieux que l’américanisation succombent à ce désordre mental grave qu’on appelle l’oubli de soi, le renoncement à être, l’amnésie historique. Ceux qui embrassent l’islam sous prétexte qu’il porte des valeurs “traditionnelles” et anti-américaines choisissent un ennemi pour un autre, abdiquent leur identité européenne et se montrent impuissants à trouver en eux-mêmes les ressources de la renaissance. Pourquoi aller chercher dans une religion profondément étrangère des ressources morales et des racines alors que, depuis Homère, les nôtres inondent toute la civilisation européenne ?
Il faut maintenant mettre en pratique cette stratégie de la pensée radicale. Il y a urgence. Le feu est à la demeure. Il ne s’agit pas de faire du folklore, ni d’insulter, ni de sombrer dans des délires haineux, ou dans le racisme de bas étage, il s’agit d’affirmer. De s’affirmer avec rigueur et détermination et de défendre le droit imprescriptible des Européens à demeurer eux-mêmes, droit qu’on leur dénie, mais qu’on accorde à tous, les peuples du monde. Il s’agit de combattre ce mal qui nous ronge, l’ethnomasochisme, comme de dénoncer ceux, qui par ressentiment ou vengeance, entendent défigurer l’Europe.
Le temps des prudences métapolitiques est passé. Sans biaiseries et trahisons molles, j’en reviens toujours à Nietzsche et à sa “philosophie au marteau”.
J’écris et je combats pour la jeunesse, pas seulement d’âge mais aussi d’esprit ; car je connais des petits vieux de 25 ou 30 ans. Il y a urgence. Il faut que les choses soient dites une fois pour toutes.
Il est toujours commode – et lâche – de désigner un faux ennemi, pour ne pas s’attirer d’ennuis. Si les intellectuels, dans leurs contorsions sophistiques qui n’ont que la brillance du chrome mais qui sont dépourvues d’intelligence, refusent de parler des vraies choses, se complaisent en logorrhées abstraites, c’est principalement par peur de l’ostracisme social et par soumission à l’idéologie hégémonique. Désigner le véritable ennemi, tel est le chemin de l’efficacité.
Le véritable ennemi est visible et concret, il est vivant. Il peut partager des valeurs que tu partages aussi. Tu peux le juger parfois respectable. Tu peux l’admirer, il peut t’enjôler. Mais ton devoir est de le bouter dehors.
Dans ce livre, je prédis la guerre civile ethnique et j’en appelle à la reconquête.
Qu’il soit bien entendu que les propos que je tiens n’engagent que moi-même. Je ne m’exprime au nom d’aucun parti, d’aucun groupe, d’aucun courant de pensée. Ma démarche est parfaitement et volontairement solitaire, empreinte d’une liberté absolue. Je suis le précepte de Zarathoustra: « – Maître, que dois-je faire pour être heureux ? – Je ne sais pas. Sois heureux et fais ce que tu veux. »
Mon seul but est de défendre un idéal en m’appuyant sur des faits. Mes détracteurs me traitent souvent d’idéaliste et d’irréaliste. Ils ont raison. La seule réponse à leur opposer tient en peu de mots. Zinoviev et Hélène Carrère d’Encausse étaient idéalistes et irréalistes quand ils prédisaient la fin prochaine de l’Union soviétique dans les années soixante-dix ; De Gaulle était idéaliste et irréaliste quand, en 1940, ils prédisait la défaite du Reich ; et Ben Bella était idéaliste et irréaliste quand, en 1954, il prédisait l’expulsion de tous les Européens d’Algérie dans les dix ans à venir.
Autre chose importante : les thèses que je soutiens ne sont pas des dogmes. Porter le débat sur les choses essentielles, électriser les consciences, tel est mon seul objectif. Je suis un provocateur. Renseignez-vous sur l’étymologie latine de ce terme.

INTRODUCTION
UNE SYMPHONIE ESPAGNOLE
Immigration mal contrôlée ? Travailleurs étrangers en surnombre ? Naissance tumultueuse et “sympa” d’une société multiraciale dans un “village global” planétaire cosmopolite et pacifié par internet ? Non. Ce sont des rêveries angéliques d’intellectuels sans culture historique, sans mémoire, sans réalisme, sans prescience. Colonisation de peuplement et stratégie d’occupation définitive de l’Europe de l’ouest par les masses du Sud et de l’Orient en majorité musulmanes : voilà ce que nous vivons. Et nous ne le vivrons pas pacifiquement.
Les chiffres sont hallucinants. Trois, seulement : 25% des 5-20 ans en France sont déjà d’origine extra-européenne. En 2010, l’islam sera la première religion pratiquée dans l’Hexagone. 75% des actes de délinquance violente en 1998 sont le fait de Maghrébins ou d’Africains. Sources discrètes ; INSEE et ministère de l’Intérieur. Ces informations, les médias vous les cachent soigneusement et les statisticiens cassent le thermomètre. Mais le spectacle de la rue renseigne le peuple sur ce qu’on lui dissimule. L’invasion s’accomplit autant par les maternités que par les frontières ouvertes. D’ailleurs, la droite molle et la gauche folle parlent – de moins en moins de “fantasme” quand on évoque la réalité. Elles minimisent, elles interprètent, elles rassurent. Comme un mauvais médecin qui raconte à un cancéreux qu’il souffre d’un refroidissement passager. Or, ce sont les bobards qui sont passagers.
Les experts et les idéologues, qu’ils soient intégrationnistes ou com-munautaristes, de droite ou de gauche, cherchent à rassurer, à rationaliser “tout se passera bien, nous ne serons pas submergés, vive la société pluriethnique décontractée”. L’aveuglement est total. L’implacable logique démographique accomplit rapidement son oeuvre mathématique. Comme la volonté de nous conquérir, souvent avouée par ses auteurs mais ignorée de l’opinion.
Beaucoup de leaders arabes et musulmans, qu’ils soient installés en Europe ou à l’étranger, souhaitent et planifient stratégiquement la colonisation irrémédiable et l’occupation définitive de nos nations. Certains parlent même de “guerre sainte” (djihad) en Europe. C’est une vengeance, une réponse aux Croisades et au colonialisme européen. Mais on y devine également l’expression de la nouvelle volonté de puissance de l’islam, associée à un ressentiment ethnique implicite. Les autres peuples du Sud et de l’Orient s’engouffrent dans la brèche. Mot d’ordre mondial : l’Europe est à prendre !
De fait, elle se dévirilise, elle fête la Gay Pride, assomption de l’homophilie triomphante ; elle célèbre la dénatalité, l’individualisme débridé, le métissage de ses femmes et l’ethnomasochisme. Elle offre gîte, couvert, allocations et soins à des armées de faux réfugiés, mais elle laisse mourir de faim ses SDF autochtones. Elle décrète inhumaine l’expulsion des clandestins, des envahisseurs. Elle pratique la préférence étrangère. Ses classes politiques, sa bourgeoisie xénophile ont voulu qu’elle ressemblât à ces femmes d’âge qui payent les gigolos pour qu’ils s’installent chez elles.
Toute occupation a ses collaborateurs : les politiciens et la classe intello-médiatique forment l’armature du parti immigrationniste, c’est-à-dire des collaborateurs de notre colonisation ; ils sont bien épaulés par les hiérarchies religieuses catholique, hébraïque et protestante qui ne se doutent pas à quelle sauce elles risquent d’être mangées. Les peuples européens, eux, n’ont jamais été consultés, surtout les milieux populaires qui subissent de plein fouet le choc de l’immigration colonisatrice. Bientôt, il sera trop tard. Le point de non-retour sera atteint ; les urnes ne pourront plus parler. Il n’y aura plus que deux hypothèses : la disparition historique ou la reconquista. J’y viens.
L’immigration massive des peuples du Sud et des musulmans est le plus grave défi qu’affronte l’Europe depuis la fin de l’Empire romain. Le socle anthropologique européen est menacé et, partant, toute notre civilisation : une Terre occupée et un Peuple qui ne renouvelle plus ses générations et se fait remplacer, sur son sol, par les rejetons d’autres peuples, c’est la banale dramaturgie historique qui emporta L’Empire pharaonique, les Amérindiens et tant d’autres. L’américanisation culturelle est détestable. Mais on se débarrasse plus aisément d’un Mac Do que d’une mosquée, d’un jean que d’un tchador…
Les tragédies sont rarement paisibles. Et les colonisations ne se font jamais sans affrontements. Nous vivons le début en France d’une guerre civile ethnique. L’immigration massive n’est pas seulement économiquement désastreuse (800 milliards environ par an), elle ne ruine pas seulement l’école publique, mais elle a fait exploser ce qu’on appelle improprement la “délinquance”. Car l’embrasement des banlieues, les émeutes, les méfaits croissants des bandes afro-maghrébines, les zones de non-droit qui se multiplient, les razzias qui s’étendent aux centre-villes et maintenant aux campagnes, aux routes, aux trains, les expulsions des Européens des “cités”, obéissent à des rouages, non pas uniquement de criminalité mais de conquête territoriale. Cette dernière est le complément de la submersion démographique. Bien entendu, l’islam est activement présent derrière tout cela. Quant à la sur-criminalité des “Beurs-Blacks”, elle n’est nullement la conséquence d’un désespoir économique ou du paupérisme, ou encore d’une prétendue “exclusion sociale” raciste, ni même d’une révolte à l’image de celle des prolétaires d’antan, mais d’un désir de conquête et d’humiliation des Européens fondé sur le ressentiment. A la délinquance de vol et de pillage, à la croissance d’une économie criminelle parallèle et parasite, s’ajoute une volonté de provocation belliqueuse.. Écoutez les paroles des rappeurs de IAM, de NTM, d’African Affirmation… Croyez-moi, nous n’avons encore rien vu. La désignation des symboles de l’État comme cibles (pompiers, policiers, postiers, contrôleurs de trains, etc.) l’atteste, ainsi que la progression rapide des institutions islamiques contrôlées par les pays arabes dans toutes les villes de France. Déposséder l’Europe de sa souveraineté, d’abord intérieure, puis extérieure. C’est commencé. Relisez l’histoire…
Quant à ceux qui nous radotent le “modèle multiracial américain”, ils ne connaissent tout simplement pas la nature profonde des États-Unis, faute sans doute d’y avoir vécu, comme moi. Les États-Unis, qui sont une société financière et policière, multiraciale et multiraciale, une “non-terre sans peuple”, un gigantesque kaléidoscope humain réparti sur un immense espace, gèrent très bien les migrations de populations hétérogènes. L’Europe, qui est un Peuple, au maillage territorial très étroit, ne peut pas supporter, sans guerre civile, le chaos ethnique.
Les rêves des futurologues partiront en fumées. L’avenir est au retour et à l’amplification des comportements ancestraux, notamment des civilisations comme blocs ethniques. Le paradigme du métissage universel, du “citoyen du monde” ne verra jamais le jour. Et, en dépit ou à cause de la technoscience, le futur sera plus archaïque – c’est-à-dire au fond plus éthologiquement humain – que le passé récent. Il sera dominé, du fait même de la densité humaine accrue de la planète, par les conflits des peuples pour les terres, les mers et les ressources rares. L’Europe péninsulaire est la première à être convoitée. Pas par la Russie, mais par les États-Unis économiquement et stratégiquement, et par le Sud, sous la bannière de l’islam.
La guerre ethnique, dont nous assistons aux prémices, ne relève donc pas de la sociologie ou de la criminologie. Elle est géopolitique et géoethnique. Aux termes d’une guerre, l’histoire proclame toujours un vainqueur et un vaincu. Le vaincu est en général celui qui refuse l’affrontement, qui nie l’agression, qui prend l’ennemi pour son ami. Demain, si cent villes s’embrasent en même temps, aucune force de l’ordre n’y pourra rien. Un calcul numérique le démontre… Demain, les jeunes immigrés, contrairement aux calculs stupides du PS ou des Verts, ne voteront pas pour ces partis, mais pour des élus de leur camp, des musulmans, qui exigeront des privilèges, avant le pouvoir. C’est la logique implacable de la colonisation par le bas.
Peut-être vais-je vous choquer. Comme le médecin qui prescrit au malade l’opération de la dernière chance, je pense que l’éclatement franc d’une guerre civile ethnique sera peut-être nécessaire. Lorsqu’une situation devient insupportable, inextricable, seule la catastrophe, selon la théorie mathématique du même nom, peut faire basculer un système dans le chaos pour qu’un autre ordre surgisse. La jeunesse européenne va-t-elle prendre conscience et se défendre, animée par la mémoire et la volonté ? Peut-être pas. Peut-être…
Si oui, ce ne sera plus l’État de Droit et ses polices impuissantes qui pourront combattre, mais le peuple lui-même, notre peuple. Il ne s’agira plus alors d’une “guerre civile” au sens fratricide classique, mais bel et bien d’une guerre de libération. L’histoire est ironique : la France vivrait alors la situation de l’Algérie de 1960…
Mais il ne faut pas dénier à l’ennemi sa noblesse ni l’humaine justesse de sa cause. Il remplit le territoire que tu abandonnes. Il préserve son sol et son sang, agrandit son sol par le tien et remplace ton sang par le sien. L’ennemi joue son jeu, il est estimable. Seul le collaborateur, c’est-à-dire le traître, ne l’est point. Tout peuple envahi en sa terre a toujours eu pour mot d’ordre : de la Résistance à la Reconquête. L’“aide au retour”, brillante invention de l’économiste en chambre Raymond Barre, dans l’histoire, ça n’a jamais vraiment fonctionné… Reconquista, une symphonie espagnole ? 8

CHAPITRE I
LES MÉCANISMES DE LA COLONISATION ET DE LA SUBMERSION DÉMOGRAPHIQUE
L’IMPLACABLE LOGIQUE DES CHIFFRES
Quand les Français ont colonisé l’Algérie, la population européenne est toujours restée minoritaire par rapport aux Arabes. Mieux : le taux de reproduction des populations indigènes devint rapidement plus fort que celui des Européens puisque ceux-là, dans leur constante naïveté philanthropique, ont créé hôpitaux et dispensaires qui ont fait chuter la mortalité, notamment infantile, des indigènes.
Nous vivons, en Europe, une situation rigoureusement inverse ou plutôt exactement semblable : inverse, parce que le colonisateur étranger a un dynamisme démographique supérieur à celui des autochtones européens (et amplifié par les constantes arrivées nouvelles) ; et semblable, parce que la croissance numérique des populations non européennes est rapide tandis que les Européens ne renouvellent pas leurs générations.
Il s’agit d’une submersion démographique. La conséquence est claire, et elle est maintenant visible par tous sans avoir besoin de consulter de savantes statistiques : défiguration anthropologique et modification en profondeur du substrat ethnique de la France et peut-être à terme de l’Europe. Nous verrons plus loin les risques de ce phénomène historique rapide et inouï, en progression géométrique : déclin de la civilisation et des cultures européennes, perte d’indépendance pour le Continent, possi-bilité d’une guerre civile ethnique, etc. D’autant que la pression de l’islam aggrave la nocivité et les dangers de cette invasion démographique.
Les défenseurs des Lumières, les milieux éclairés et démocratiques, les lobbies antiracistes, tous immigrationniste, ne savent pas qu’ils ont ouvert la boîte de Pandore, la cage du Tigre. Et que leur belle conception d’une “société de tolérance” risque d’être balayée par le changement de substrat ethnique et culturel de l’Europe qu’ils ont laissé faire ou organisé. Plus généralement, l’histoire retiendra que les Européens auront été victimes du même aveuglement que les Indiens d’Amérique du Sud. Ouvrir la porte aux colons, croyant qu’ils vont amener des bienfaits, et se réveiller quand il est trop tard.
* * *
Ivan Rioufol écrit (Le Figaro, 01/04/1999) : « La poussée de l’immigration est en train de changer la physionomie du Vieux Continent [...] La France se métisse. Selon les données officielles, sur les 102 500 étrangers qui se sont établis régulièrement en 1997, 59% provenaient d’Afrique, 22% d’Asie et 8% d’Europe, hors Union européenne. Le regroupement familial [...] est à l’origine de 70% de ces entrées. L’actuel gouvernement en a assoupli les règles. La Direction de la population et des migrations du ministère de la Solidarité vient d’enregistrer une hausse de 35% de l’immigration légale en 1997. A ces arrivées s’ajoutent celles, imprécises mais importantes, des clandestins. Les sans-papiers – mauvaise conscience de la gauche – ayant obtenu l’assurance qu’ils ne seront jamais expulsés par la force [...], la France n’a pas su se donner les moyens d’une politique d’immigration dissuasive. En revanche, ses protections sociales et juridiques demeurent fortement attractives. »
Encore moins que les autres pays d’Europe, la France ne maîtrise l’immigration. Pis : nous le verrons plus loin, une idéologie cosmopolite s’emploie de toutes ses forces à ouvrir le déversoir des entrées extra-européennes avec, derrière la tête, des visées ethniques et politiques bien précises. Le suicide ethnique n’est pas seulement subi, il est voulu.
Le chiffre approximatif des immigrés étrangers s’étire de 5 à 8 millions, en hypothèse basse. Sans compter les clandestins et tous les non-Européens présents déclarés “Français” du fait du droit du sol.
Depuis quarante ans, 4,5 millions d’allogènes se sont installés dans l’Hexagone et s’y sont reproduits. Jamais, dans toute son histoire, la France n’avait connu un tel afflux. Il est impossible qu’un tel choc ethnique n’ait pas des conséquences historiques majeures. D’autant que le phénomène ne se ralentit pas.
Le Président de l’INED (Institut national d’études démographiques), Jean-Claude Barreau, un homme de gauche peu soupçonnable de vouloir gommer le “péril migratoire”, déclarait tranquillement : « Bon an mal an, on compte plus ou moins un afflux de 100 000 immigrés par an. La distorsion statistique de 1997 sur 1996 provient presque entièrement des régularisations de sans papiers, et aussi des regroupements familiaux », En dix ans, sans tenir compte des naissances au sein des familles immigrées et des clandestins, ce sont donc beaucoup plus d’un million d’allogènes non européens, jeunes et désireux de se reproduire, qui arrivent en France ! En démographie, les choses vont très vite : en additionnant la reproduction des ethno-allogènes déjà présents, plus forte que celle des autochtones, les nouveaux migrants et la progéniture de ces derniers, ainsi que les métissages, à l’horizon 2010, si rien n’est entrepris, la population de la France risque de compter plus de 15 millions de personnes d’origine extra-européenne, dont la majorité sera plus jeune que la population autochtone de souche.
Déjà, l’INED évaluait en 1997 à 12 millions le nombre de personnes ayant une ascendance “étrangère” – c’est-à-dire en réalité extra-européenne – et vivant en France, soit 20% de la population française. Le spectacle de la rue est confirmé par les démographes. Plus les générations sont jeunes, plus la proportion d’allogènes est importante : l’effet boule de neige est en route.
De son côté, l’expert démographe Jean-Paul Gourevitch estime à 4,5 millions, soit 8% de la population française, le flux d’entrée de ceux qui veulent s’installer définitivement en France ; à 7 millions (12%) la population devant être reconnue comme partie intégrante de la communauté nationale, et à 7,8 millions (13,5%) l’ensemble de la population d’origine étrangère vivant en France (in Immigration, la fracture légale, Le Pré aux Clercs, 1998). En réalité, ces chiffres sont très largement sous-estimés.
Signalons aussi que le nombre annuel des naturalisations, en constante hausse (45 000 en 1987, 73 000 en 1993) est énorme. Ajoutés aux enfants étrangers qui naissent juridiquement français (droit du sol), ces “nouveaux Français” permettent aux sophistes d’affirmer que le nombre d’“étrangers” au sens juridique est presque stable.
Ces chiffres (les 12 millions d`“étrangers au sens large” de l’INED et les 7,5 millions d`“étrangers au sens étroit et récent” de Gourevitch) ne prennent-ils pas en compte tous les ressortissants des DOM-TOM et des anciennes colonies, qui sont Français de plein droit ? Une récente note de conjoncture de l’Ambassade d’Algérie à Paris (07/04/1999) non communiquée aux journalistes, mais que je. me suis procurée par ruse et fait traduire de l’arabe, signalait avec jubilation à Alger que le nombre
d’Arabo-musulmans présents en France était bien supérieur en proportion à celle des Européens en Afrique du Nord avant l’indépendance.
* * *
Le métissage, quant à lui, se porte bien – ce qui n’est pas le cas aux USA, pays d’imperméabilité raciale -, en dépit du fait que la majorité des unions mixtes se termine mal pour cause de distance ethno-culturelle. On estime que 30% des enfants qui naissent en France aujourd’hui ont un ascendant étranger de première ou deuxième génération, la plupart du temps d’origine afro-asiatique. 11,25% des mariages officiels sont mixtes, sans compter les unions concubines qui passent à travers les statistiques. La grande majorité des métissages (du fait de la “dévirilisation” de l’homme européen dont je parlerai plus loin) concerné des couples où la femme est européenne. Et les métis, en majorité, ne se ressentent pas psychologiquement comme Européens, surtout les mâles.
Les autres pays d’Europe connaissent la même situation que la France, mais avec un retard de dix ans environ. Globalement, l’Europe vit une tragédie démographique et ethno-culturelle, masquée par le fragile paravent des illusions économiques. Tout cela se terminera mal. Mais au fond, pour en sortir, il faut peut-être le souhaiter. Toute renaissance, comme toute naissance, s’accomplit dans le sang et la douleur.
* * *
En 1998, l’arrivée de migrants réguliers a progressé de 35% par rapport à 1997 selon les chiffres du ministère de l’Intérieur, preuve que le gouvernement français a renoncé à toute limitation sérieuse des entrées. Le nombre cumulé, pour la seule France, des arrivées de migrants réguliers (réfugiés, regroupement familial, etc.) et de clandestins est estimé par le Bureau statistique de l’OCDE à 150 000 par an. Sans compter les visas accordés de plus en plus généreusement pour des “séjours touristiques”, qui se prolongent indéfiniment. Le nombre des retours ou des expulsions étant de plus en plus faible, le solde des entrées est de 200 000 environ, le double des chiffres officiels cités plus haut. En dix ans, cela fait deux millions de personnes, qui, bien entendu, vont s’empresser de faire des enfants sur place, surtout s’ils sont clandestins, afin de faire obstacle à toute expulsion.
Mais il y a bien pis. Un fait capital dont on ne parle jamais, que les médias taisent soigneusement, mais que le personnel hospitalier connaît bien. Sur 780 000 naissances annuelles en France, un des chiffres les plus bas de notre histoire, 250 000 naissances sont le fait de femmes maghrébines, africaines ou asiatiques, ou bien de couples mixtes. On peut parler de catastrophe ethnique, comme nous n’en avions jamais vécu dans notre histoire. Un tiers des naissances sont le fait d’allogènes extra-européens selon une enquête de l’INSEE de 1994. La moitié de ces enfants est française parce que leurs parents sont naturalisés, l’autre moitié acquerra automatiquement la nationalité à sa majorité, selon le droit du sol. C’est l’“immigration intérieure”. Les maternités sont une voie d’invasion plus efficace que les frontières.
Aujourd’hui, 8% des adultes sont d’origine extra-européenne, 20% des collégiens, en majorité Afro-maghrébins, et 34% des enfants de moins de cinq ans ! A ce rythme, un tiers – voire plus – des adultes sera afro-maghrébin ou asiatique dans une génération et à peu près la moitié des “jeunes” ! Mais ces chiffres pourront être 11
encore aggravés par l’arrivée constante de nouveaux immigrés, jeunes et prolixes, qui viendront ajouter leur progéniture à celle des étrangers déjà installés. Les minorités d’aujourd’hui risquent bien de devenir les majorités de demain.
La réalité statistique est maquillée par les autorités et les médias bien pensants, mais il devient impossible de camoufler ce qui s’étale dans la rue.
On fait hypocritement croire que le nombre d’étrangers en France est stable – 4,5 millions environ – alors que la proportion d’immigrés et d’allogènes ne cesse de croître. Mais le droit du sol et les naturalisations massives camouflent les vraies proportions. “Français” n’a d’ailleurs de ce point de vue plus aucune signification : puisqu’on naturalise à tour de bras – 100 000 naturalisés sont ainsi “sortis des statistiques” chaque année, depuis 1996 ! – et que les enfants d’étrangers naissent français. Ces “nouveaux Français” ne sont pas intégrés pour autant.
De sorte que, par un simple calcul démographique, il est possible de pronostiquer que, si rien ne vient interrompre ce processus rapide et massif, comme les États-Unis (mais avec des conséquences beaucoup graves), la France au cours du XXIe siècle risque de n’être plus majoritairement un pays de race blanche ni de culture européenne.
Déjà, des parties entières du territoire national, comme la commune de Marseille, la ville de Roubaix, l’ensemble du département de la Seine-Saint-Denis, les XIIe, XIXe et XXe arrondissements de Paris sont des zones où les Européens sont en forte minorité quand il n’en ont pas totalement disparu.
La question que je poserai sans crainte aucune tout au long de cet ouvrage sera de savoir si cette colonisation de peuplement massive et brutale n’atteint pas nos fondements biologiques, ne risque pas de ruiner notre civilisation – voire même la sacro-sainte croissance économique – et de faire régresser notre culture.

UN DÉSASTRE DÉMOGRAPHIQUE
La situation de l’Europe est démographiquement désastreuse, autant sinon plus que pendant la grande peste du XIVe siècle, et bien davantage qu’après les deux guerres mondiales. L’Europe vieillit, ne renouvelle plus ses générations en même temps qu’elle accueille des masses afro-asiatiques dont la part est de plus en plus grande dans la natalité intérieure.
Le rapport 1998 sur les migrations internationales publié par l’OCDE annonce des résultats plus qu’alarmants : « les migrations jouent un rôle non négligeable dans la croissance de la population de nombreux pays. Ainsi, depuis 1988, la croissance démographique de l’Europe résulte davantage de l’immigration que des naissances, alors qu’aux États-Unis les naissances jouent toujours un rôle dominant. » Et malgré l’apport migratoire et les naissances des allogènes, la population européenne continue de vieillir, voire dans certains pays comme l’Italie et l’Allemagne de commencer à régresser en chiffres absolus ! C’est dire l’incroyable faiblesse démographique des Européens de souche, qui peut s’apparenter à un ethno-suicide, dont je reparlerai plus loin. Le rapport explique : « La France, le Royaume-Uni, les Pays-Bas et la Norvège doivent leur – faible – crois-sance démographique aux naissances, alors que dans d’autres, comme l’Espagne, la Grèce, le Portugal, l’Autriche et le Danemark, c’est l’apport migratoire qui domine ». Et encore, faut-il préciser que dans les pays où les naissances assurent encore une minuscule croissance démographique (due également à la diminution de la 12
mortalité donc à la “multiplication des vieillards”) une grande partie des naissances et du renouvellement par fécondité naturelle n’est pas due aux Européens mais aux immigrés.
Il est un signe qui, symboliquement, ne trompe pas : que même des pays comme le Portugal, l’Espagne, l’Italie ou la Grèce, il y a encore peu de temps gros exportateurs de migrants et doués d’une forte natalité, et dont le niveau d’attrait économique n’est tout de même pas celui de la France ou de l’Allemagne, soient aujourd’hui en dépression démographique profonde et en proie à .des flux migratoires venus d’Afrique, en dit long sur la maladie de l’Europe.
Le rapport observe ensuite : « En Allemagne et en Italie, en revanche, une assez forte immigration ne parvient pas à compenser une démographie naturelle négative. Il est donc difficile de compter sur l’apport net des migrations pour réduire ou freiner le déclin démographique fortement marqué dans certains pays. »
Ainsi nous nous trouvons en face d’une situation dramatique en Europe, où non seulement la population globale diminue mais où la proportion d’Européens ne cesse d’y décroître et celle des allogènes d’y croître. Le rapport de l’OCDE précise : « L’apport démographique de l’immigration ne se limite pas aux entrées d’étrangers. S’y ajoutent leurs enfants, en nombre plus élevé que celui des foyers autochtones. Ainsi les naissances étrangères ou d’origine étrangère représentent une part importante du total des naissances dans certains pays : 10,1 % en 1996 en France, (alors que les étrangers constituent 6,4% de la population), 13,3% en Allemagne et même 22,8% en Suisse ». Ces chiffres ne prennent pas en compte, pour la France, les naissances de parents naturalisés ou devenus Français par le droit du sol,… Puisque parmi les “parents français” qui font des enfants, existe une forte proportion de Maghrébins ou d’Africains qui ont déjà la nationalité française. Les Beurs de la “troisième génération” par exemple, ceux qui défraient la chronique par leurs razzias incessantes, non seulement sont de bons petits Français mais sont aussi juridiquement nés de parents français ! Ils n’entrent pas dans les statistiques des naissances étrangères. En réalité, comme je l’ai dit plus haut, les “naissances étrangères réelles” en France, c’est-à-dire les naissances ethniquement non européennes (et c’est là le plus important), sont environ de 30%, voire plus. Et le chiffre risque de progresser…
Et de toute façon pour aggraver le tout, tous ceux qui naissent deviendront automatiquement Français… Grâce au droit du sol, il y aura toujours statistiquement et juridiquement beaucoup de Français en France, une majorité, en fait. Oui, mais ils ne seront plus Européens. Pas plus que les colons européens dans les Amériques n’étaient Indiens… Pour l’Europe, à terme, et dans pas si longtemps, ce sera ou l’explosion ou l’implosion, la crise libératrice ou la noyade. Nous en parlerons dans le chapitre final.

CASSER LE THERMOMÈTRE POUR NE PAS SAVOIR. UN TRAVAIL DE DÉSINFORMATION
Il est impossible au gouvernement de connaître exactement le nombre de non-Européens présents en France, puisqu’on a cassé le thermomètre : les services statistiques n’ont pas le droit de demander les origines des habitants.
La caractéristique d’une époque de déclin est de masquer le déclin, de censurer ceux qui annoncent la catastrophe annoncée. Ou bien l’on nie les chiffres – ce qui n’est plus guère possible -, ou bien, de plus en plus fréquemment, on prétend que ce maelström ethnique et démographique n’est pas dangereux, qu’il provoque des peurs 13
injustifiées, des “fantasmes”. Par lâcheté intellectualiste, on néantise la réalité, ou plutôt ses conséquences.
« Les psychiatres s’accordent à estimer que l’on a peur de ce que l’on ne connaît pas » écrit Véziane de Vézin (Le Figaro, 01/04/1999). Lesdits psychiatres s’emploient tout simplement à exorciser le réel ; jusqu’au moment où le réel rattrapera tout le monde. La même Véziane de Vézin déplore les « impossibilités fixées par l’Insee de connaître exactement l’origine des personnes au cours des recensements ». La doctrine officielle est donc que le gouvernement et surtout le peuple ne doivent pas savoir les chiffres réels de l’immigration ni l’ampleur de la colonisation ethnique. Malheureusement pour eux, le spectacle de la rue, de la sortie des écoles, de la criminalité des immigrés renseigne le peuple bien plus sûrement que les propos rassurants de la classe politico-médiatique. Celle-ci susurre : “On tient la situation en main. La police veille. L’intégration se produit, tant bien que mal, mais elle se produit. Tout va bien. Les flux sont maîtrisés”. Malheureusement, c’est faux. Une colonisation sauvage est en cours. Nous sommes à Rome au IIIe siècle et nous ne le savons pas.
Au cours du recensement de population de 1999, l’INSEE a tout fait pour en exclure les immigrés. Il était exclu dans le formulaire de poser des questions sur l’origine ethnique et la religion. On s’est contenté d’une “enquête associée”, portant sur l’origine des parents en sondant seulement une personne sur cent et par département. Max Clos écrivait dans Le Figaro (05/03/1999) : « Un sociologue a expliqué qu’attirer l’attention sur les caractères ethniques ou religieux d’une cité risquerait de provoquer des réactions racistes. Les gens seraient tentés de faire l’amalgame entre population d’origine maghrébine ou africaine et l’insécurité. » Comme si “les gens” ne se rendaient pas compte par eux-mêmes de la réalité en descendant dans la rue… Encore un bel exemple de mépris du peuple et de mépris de cette fameuse transparence démocratique par le pouvoir.
Pour que le malade ne connaisse pas sa fièvre, on casse le thermomètre. Puisque le pouvoir nie que l’immigration soit un cataclysme social et s’apparente à une colonisation de peuplement, il fait comme si l’immigration n’existait pas. Cette machination serait incompréhensible dans les pays, anglo-saxons, où n’existe pas un tel tabou ethnique et où tous les recensements précisent soigneusement l’origine nationale et raciale et l’appartenance religieuse des individus.
Michèle Tribalat, directeur de recherches à l’Institut national d’études démographiques, qui protestait contre cette censure, s’est vu accusée de “dérive extrémiste” parce qu’elle pensait qu’il était nécessaire de connaître le nombre approximatif de Maghrébins et d’Africains en France. Elle expliquait naïvement, elle qui n’a rien d’une crypto-fasciste : « pourtant, c’est le seul moyen de pouvoir appréhender les ghettos dans certains quartiers, de pouvoir étudier les éventuelles discriminations à l’embauche ou ailleurs. » Bref, cette belle-âme antiraciste se fait implicitement traiter de raciste parce qu’elle veut “savoir”…
Hervé Le Bras, démographe proche de Claude Allègre a accusé FINED de “dérive droitière”, alors que l’Institut est de notoriété publique composé de chercheurs de gauche. Il a dénoncé « un risque de discrimination dans le recensement si l’on tient compte des origines ethniques ». La fausse morale passe toujours avant la réalité.

UNE COLONISATION “PAR LE BAS”, TRÈS DIFFÉRENTE DE L’ANCIEN COLONIALISME EUROPÉEN
Ce n’est pas moi qui invente ce terme de “colonisation”, en disant qu’il ne s’agit plus d’une immigration au sens classique mais d’une occupation définitive de notre sol par des masses qui se déversent pour des raisons économiques mais aussi pour des motifs politiques et ethniques de conquête. Il est des analystes lucides. Ainsi, Jean-Claude Barreau (in De l’islam et du monde moderne et La France va-t-elle disparaître ?) rappelle que tous ces migrants, officiels ou clandestins, qui arrivent en Europe et s’y reproduisent en conservant leurs coutumes, leur religion, leur langue et leur mémoire historique, « ne sont pas des immigrés mais des colons ». Christian Jelen dans Les casseurs de la République tient le même discours. Aucun, malheureusement n’aborde le problème absolument central du “chaos ethnique”, bien plus important que celui du consensus républicain, dont je parle dans l’un des chapitres de cet essai. Mais, enfin, ils ont le courage de pousser ce cri d’alarme : nous sommes bel et bien colonisés.
Thierry Desjardin, ami de Chirac, insoupçonnable de racisme, écrivait dans sa Lettre au Président à propos de l’immigration, qui fut soigneusement occultée par les médias bien-pensants : « Ce “foutu” problème va être le problème essentiel des années à venir, car ne vous faites aucune illusion : il y a des dizaines de millions de pauvres gens dans le Tiers monde qui vont préférer prendre tous les risques pour venir chez nous plutôt que de crever de faim sur place, chez eux. ».
Face à ce problème, les partis institués ont proposé d’“aider” les pays exportateurs de migrants pour fixer ces derniers chez eux. C’est une vue de l’esprit. On les aide déjà massivement, on annule leurs dettes. Et puis, quelle contradiction ! : pour enrayer les flux migratoires, certains bien-pensants proposent d’utiliser l’arme économique du néocolonialisme, qu’ils pourfendaient par ailleurs il y a quelques années.
* * *
Retour de bâton : l’Europe est à présent colonisée par ceux qu’elle avait colonisés. Mais les deux colonisations sont de nature diamétralement opposée. Le colonialisme européen était une “colonisation par le haut” ; notre colonisation par le Tiers monde est une “colonisation par le bas”. Le colonialisme européen avait été une entreprise de civilisation, la colonisation de l’Europe est une entreprise de décivilisation.
Il faut tout d’abord en finir avec le sacro-saint cliché selon lequel le colonialisme européen aurait été un “pillage”, un péché historique, une entreprise de destruction d’éminentes “cultures”, etc. En réalité, le colonialisme européen a été profitable au Tiers monde et de bilan négatif pour l’Europe.
Avec cette naïveté, cet angélisme propre au mental européen et qui furent accentués par la mystique du Progrès et de la Mission civilisatrice, nous avons, comme Prométhée, donné le feu à des peuples qui ne le possédaient pas.
Nous n’avons nullement “détruit leurs cultures” comme le prétendent les défenseurs, au fond rousseauistes et adeptes du mythe du bon sauvage, de l’ethno-pluralisme, qu’ils soient de droite ou de gauche. Après le passage des Européens, les cultures arabes, indiennes, chinoises, africaines, etc. sont-elles arasées ? Nullement. Elles sont vivaces et beaucoup moins occidentalisées et américanisées que les malheureuses cultures européennes.
Le colonialisme européen ne nous a amené aucun profit économique par rapport à son coût. On a parlé de “pillage”, d’exploitation de leurs matières premières : mais ces peuples étaient incapables techniquement de les exploiter par eux-mêmes. Aujourd’hui, par exemple, les royalties versées à tous les pays pétroliers du Tiers monde reposent entièrement sur le savoir-faire, le travail, les investissements des Européens et des Américains. C’est une rente que nous leur offrons.
D’une manière générale, le paupérisme de maints pays du Sud n’est pas la conséquence du colonialisme ou du néocolonialisme mais de leur d’Immenses incapacité à se prendre en charge, alors même qu’ils possédaient immenses ressources naturelles. Je pensais moi-même jadis que le colonialisme européen était cyniquement responsable, par goût du profit, du paupérisme du Tiers monde. C’est une vision intellectualiste que j’ai abandonnée.
Le colonialisme s’est retourné contre nous comme un boomerang. Nous avons fauté, non par lucre, mais par naïveté, universalisme, excès de générosité mal placée, en voulant exporter partout notre civilisation vers des peuples qui ne pouvaient l’adopter.
En offrant nos techniques médicales, nous avons fait baisser leur taux de mortalité et fait exploser à nos dépens leur démographie. Nous leur avons apporté nos technologies, nous leur avons construit leurs infrastructures. Ce fut une grave erreur que nous payons aujourd’hui. Je reviendrai plus loin sur ce point : l’erreur de l’Européen, c’est ce goût du Don, qui s’explique à la fois par l’idéologie caritative chrétienne et par sa nature propre de naïf sans méfiance. Les anciens peuples colonisés, à de rares exceptions près, n’ont jamais été reconnaissants ou redevables au colonialisme européen de tous ses apports.
La mise en valeur de l’Algérie, par exemple, n’était pas motivée principalement par l’exploitation (“faire suer le burnous”), mais par la naïve volonté d’“exporter la civilisation”. Le Bachaga Boualem l’avait reconnu. Écoles, dispensaires, maternités, mises en valeur de terres agricoles que les indigènes étaient incapables d’exploiter, infrastructures : toutes ces difficiles entreprises non seulement n’ont pas détruit la culture de ces peuples, mais leur ont mis le pied à l’étrier, ont dynamisé leur démographie et leur ont donné accès à la technique européenne.
Aujourd’hui, les graves désordres qui agitent l’Algérie sont de sa seule responsabilité. Ce pays, comme tant d’autres, est financièrement assisté par nous ; de même que nous assistons financièrement la pléthorique communauté algérienne installée en France. De tous ces pays afro-maghrébins que nous avons eu tort de coloniser “par le haut”, auxquels nous avons naïvement apporté nos bienfaits, nous ne recueillons que ressentiment et haine. Ils fonctionnent selon le mental du meurtre du père.
Et maintenant, ils nous colonisent “par le bas”. Leur arrivée massive est pour nous un facteur global d’asservissement et d’affaiblissement, tandis que nous avons été pour eux un facteur de renforcement à long terme. A nous la mauvaise conscience et la culpabilisation, à eux la bonne conscience et la déresponsabilisation.
Mais les Européens sont responsables de ce qui leur arrive. Nous avons le tort de croire en une civilisation universelle, que nous représentions cette civilisation universelle ; et de vouloir les convertir massivement à nos visions du monde. Les Romains commirent la même erreur. Ils finirent par se faire submerger par ceux qu’ils voulurent romaniser. C’est la tragédie de tout universalisme. Aujourd’hui, nous payons nos propres erreurs : nous les laissons nous envahir, en croyant qu’ils nous apporteront leurs bienfaits, alors qu’ils ne nous apportent que leurs propres désordres. La naïveté
prométhéenne alliée au caritarisme chrétien, voilà la tragédie de l’esprit européen. Médecins sans Frontières, le “droit d’ingérence”, Amnesty International sont l’illustration de cette continuation du catastrophique colonialisme européen. On s’intéresse davantage au sort des autres qu’au sien propre. On a oublié ce proverbe médiéval : « poingt vilain, il te oint ; oint vilain, il te poingt ».

L’IMMIGRATIONNISME DES POLITICIENS
Plus encore que les gouvernements de droite qui, Giscard étant Président et Chirac Premier ministre, ont inventé le catastrophique “regroupement familial”, les gouvernements de gauche font preuve d’une véritable frénésie immigrationniste. Sans qu’aucun motif sérieux ne puisse être invoqué, le ministre de l’Intérieur, Jean-Pierre Chevènement a souhaité, en 1999, faire passer de 50 000 à 200 000 le nombre de visas accordés à des Algériens chaque année ! On sait que la plupart ne retourneront pas chez eux. On organise sciemment le fait que la France devienne le déversoir de l’Afrique du Nord.
Le 8 juillet 1999, le même Chevènement, dans un décret discret, a largement facilité et étendu le regroupement familial, c’est-à-dire la venue en France des familles d’étrangers y résidant. Même Claude Coasguen, une des figures de proue de Démocratie libérale, a parlé de « mesure irresponsable, qui suscitera de nombreuses fraudes », tant les conditions pour obtenir une carte de résident sont facilitées. Le député de Paris poursuit : « Il y avait déjà des problèmes avec les sans-papiers, nous allons maintenant au-devant de problèmes avec les étrangers avec papiers. » (Le Figaro, 11/07/1999) De plus, faute de moyens et d’effectifs supplémentaires, l’Office des migrations internationales s’avère incapable de contrôler sérieusement les entrées. Jean-Pierre Chevènement, en violation de l’article 45 de la loi qui porte son nom, a refusé de publier le nombre de titres de séjours délivrés à des étrangers en 1997 et 1998. Toujours cette bonne vieille technique du bris du thermomètre.
Pourtant, le ministère des Affaires sociales a publié un chiffre : de juin à décembre 1997, on a constaté une hausse de 37% des titres de séjour accordés.
Aux immigrés clandestins quasiment inexpulsables vient s’ajouter le flux des vrais et faux regroupements familiaux, des pseudo-réfugiés politiques et des faux étudiants. Ainsi, par l’effet cumulé des entrées clandestines, des entrées légales et des naissances, la masse de la population afro-maghrébine (dont tous les jeunes seront un jour naturalisés) croît avec une vitesse considérable.
Quelle est la motivation des socialistes pour encourager et accélérer cette politique suicidaire ? Il y a tout d’abord le dogme cosmopolite et universaliste de la République française, inspiré du slogan “Tout homme a deux patries, la sienne et la France”. Notons aussi la naïve croyance du PS que les immigrés seront leurs électeurs et qu’ils leur permettront de rester éternellement au pouvoir. Alors que le jour où les immigrés voteront en masse, ils le feront pour leurs propres partis, leurs propres leaders, probablement islamistes. Il faut parler aussi de cette espèce de vertige moral qui saisit le politicien de gauche : pour être breveté antiraciste et humaniste (puisqu’il ne veut plus être breveté social et ouvriériste, encore moins “populiste”), il doit impérativement favoriser l’immigration. Il s’accroche au dogme de l`“immigration, une chance pour la France”. Y croit-il encore ?
* * *
Jusque dans les années soixante-dix, on faisait semblant de croire que les immigrés n’étaient qu’une main-d’oeuvre d’appoint qui ne resterait pas et “retournerait au pays” une fois fortune faite. Raymond Barre inventa l’idée angélique et technocratique de l’“aide au retour”. On les paie pour qu’ils repartent. Par la suite, on trouva intéressante l’idée du “codéveloppement” : par nos aides massives et nos prêts, nous créons des emplois dans les pays exportateurs de migrants, afin de les fixer chez eux. J’ai succombé à cette illusion, du temps où j’appartenais à la Nouvelle droite. L’aide au retour comme le co-développement sont impraticables économiquement et psychologiquement.
D’abord, parce qu’on ne peut pas “aider” éternellement, assister un pays par des prêts (jamais remboursés) pour qu’il crée artificiellement des emplois ; ensuite, parce que les immigrés ne veulent en aucun cas revenir chez eux. Ils se pensent comme colonisateurs, familles définitivement installées. La majorité de ceux qui ont perçu les aides au retour sont revenus.
Et ils profitent de l’extraordinaire faiblesse des gouvernements européens, culpabilisés et complexés, pour s’installer en toute impunité. Le regroupement familial de Giscard est l’exemple même de la mesure humanitaire irréfléchie ; et pourtant, ce dernier quelques années plus tard dénonçait dans Le Figaro Magazine une « invasion » qu’il avait lui-même programmée ! Devant le tollé provoqué par ses propos, l’ancien Président se confondit en excuses embrouillées. Comme plus tard, Chirac – qui, lui, avait soutenu le regroupement familial en tant que Premier ministre – avec sa fameuse petite phrase sur « les bruits et les odeurs » des immigrés. Une telle pusillanimité laisse pantois.
« Le gouvernement a, en fait, abandonné toute prétention à réguler les flux migratoires, au profit de la seule gestion des nouveaux venus, apparus hors de toute volonté politique », note Ivan Rioufol (Le Figaro, 01/04/1999).
Pourtant, dans la plupart des pays du monde, les mesures de contrôle de l’immigration sont partout beaucoup plus dures que les mesures prétendument “fascistes” préconisées par le Front national. Les immigrés ne sont pas considérés comme des colons définitifs, ni comme des hôtes réfugiés accueillis au nom de la religion des droits de l’homme, mais comme des visiteurs provisoires. La plupart des pays du monde considèrent que leur homogénéité ethnique est le plus précieux des biens ; leurs lois sur l’immigration ne contreviennent en rien au droit international public et nul ne songerait à les blâmer de pratiquer la “préférence nationale” et les expulsions sans états d’âme des clandestins. Alors que si un pays européen se mettait à pratiquer clairement ces mesures, il serait, par une sorte de discrimination morale, mis au ban de l’humanité.
La droite elle-même, prise par le fatalisme et la démagogie, admet les choses comme des faits accomplis ; et, c’est une tradition chez elle, maquille les démissions en victoire. Charles Pasqua, retournant sa veste, se disait partisan en mai 1999 de régularisations massives de clandestins. François Bayrou, en août 1999, défendait « un nouvel humanisme intégral » selon l’expression creuse de la pire des langues de coton, tandis que Nicolas Sarkozy, reprenant une formule des trotskistes de SOS Racisme, après s’être fait le héraut d’une « droite moderne et généreuse », posait l’idée d’« une France multicolore, celle des Français divers, multiples, différents ».
L’Europe a le devoir d’être une “terre d’accueil”, devoir qui échappe aux autres peuples. Armés de beaucoup plus de bon sens que les Européens, les autres pays du monde savent parfaitement que les sociétés multi-ethniques et multiraciales posent des problèmes insurmontables. En proie à une immigration asiatique inquiétante, le gouvernement d’Arabie saoudite « a renforcé la politique de “saoudisation” des emplois, qui consiste à licencier plus de 90% des étrangers [...] et à les remplacer par des sujets saoudiens. Le secteur privé, lui aussi, a été contraint de suivre le mouvement. L’effectif de chaque entreprise doit comprendre plus de 80% de Saoudiens » (Al Quds Al-Arabi, 14/01/1999). Amnesty International n’y a rien trouvé, à redire. Pas plus qu’à cet éditorial du Solell, quotidien de Dakar, sous la plume d’Ousmane Sembé (05/06/1998) : « les expulsions de clandestins qui vivent sur la chair du pays ne relèvent pas du débat moral mais de l’application des lois ». Dans toute l’Afrique, qu’elle soit noire ou maghrébine, l’immigration massive et définitive est impensable. Dans l’immense majorité des pays musulmans, l’union d’une mahométane avec un Européen – même sans mariage – est pratiquement impossible. Aucune belle âme politicienne ou intellectuelle occidentale ne s’en plaint. En Iran, les mariages mixtes sont interdits : La situation de colonisation ethnique massive qui est aujourd’hui celle de l’Europe semblerait impensable dans n’importe quelle autre partie du monde. L’Europe apparaît ainsi, dans le monde entier, comme une terre ouverte, dont la classe politique admet presque unanimement que les règles de préservation territoriale ne s’appliquent pas à leur continent.

LE CERCLE VICIEUX DES RÉGULARISATIONS
Les vagues de régularisations de clandestins auxquelles cèdent les pays européens, sous la pression des lobbies immigrationnistes et par souci d’antiracisme, ne permettent pas seulement de “blanchir” – sans jeu de mots – de nouveaux allogènes ; ils constituent un signal fort aux innombrables candidats à l’immigration en Europe et sont ainsi une pompe aspirante supplémentaire. Les régularisations, comme un cercle vicieux, encouragent et augmentent encore l’arrivée de nouveaux clandestins qui, à leur tour, demanderont à être régularisés. Georges Tapinos, professeur à l’IEP de Paris note : « L’immigration irrégulière est un phénomène continu et dynamique, qui ne s’arrête pas sous prétexte qu’on régularise. Aux États-Unis, trois millions d’illégaux ont été régularisés en 1986 et aujourd’hui leur nombre est de nouveau estimé à trois millions. »
Les “régularisations” sont un terrible appel d’air pour les migrants allogènes. En novembre 1998, piqué par le moustique de l’humanitarisme, le gouvernement italien a décidé de régulariser 38 000 clandestins. Ce fut un afflux incroyable de clandestins vivant en France pour se faire régulariser en Italie et donc circuler librement dans l’espace Shengen européen. Mais ce fut aussi un encouragement, par l’effet du bouche à oreille ou du téléphone arabe, pour tous ceux qui viennent du Pakistan, du Maroc, d’Afrique noire… Les “régularisateurs” lancent un message au monde entier : “l’Europe est un eldorado. Vous pouvez venir.”
Autrement dit, les régularisations, contrairement à l’objectif recherché, ne font pas baisser à terme le nombre de clandestins mais l’augmentent. Selon deux mécanismes : de nouveaux clandestins sont incités au départ par la mansuétude des pays d’accueil ; et les régularisés forment des “communautés d’accueil sûres” pour leurs compatriotes.
En 1997, selon une estimation du ministère de l’Intérieur, 300 000 étrangers en situation irrégulière vivaient en France ; compte tenu de la minimisation des données statistiques gênantes, ce chiffre peut largement être multiplié par deux.
143 000 étrangers ont osé “sortir du bois” au moment des mesures Jospin-Chevènement de régularisation de la fin 1998 ; 100 000 environs ont été régularisés. On notera que les 43 000 qui ont été déboutés continuent tranquillement de vivre clandestinement en France sans aucun risque d’être expulsés. Des circulaires administratives (illégales) interdisent en effet l’interpellation des déboutés. Déjà, en 1982, 132 000 régularisations avaient été effectuées pour 145 000 demandes. Ce devait être la première et la dernière fois…
Les régularisés de la dernière vague Jospin viennent en majorité d’Afrique et du Maghreb. Mais on note un accroissement des Asiatiques (8 000 Chinois, 1 700 Sri-Lankais, 1 900 Philippins, 1 500 Pakistanais) qui ne proviennent pas d’anciennes colonies françaises. Les flux d’entrants se mondialisent. Les seuls régularisés d’origine européenne ont été 110 Russes.
Un des critères de 75% des régularisations des clandestins a été la “présence de liens familiaux en France”, ce qui a favorisé les Maghrébins et les Noirs africains : ainsi les membres (vrais ou supposés) de familles d’immigrés légaux vivant en France ont tout intérêt à venir s’y installer clandestinement. Cette notion de “lien familial” est en outre très élastique 20 000 clandestins ont été régularisés parce qu’ils étaient parents d’enfants nés en France et donc Français ; 10 000 parce qu’ils avaient épousé une personne en situation régulière (sans que le mariage fût refusé !), etc. 16 500 “célibataires” ont été régularisés parce qu’ils “avaient un travail régulier”. Autrement dit, un travail au noir régulier… La loi, bonne fille, a de plus en plus l’habitude d’être violée.
Un Malien musulman qui arrive clandestinement en France avec deux concubines et six enfants et “épouse” une troisième femme (régularisée ou française), puis lui fait des enfants, va commencer par toucher d’importantes allocations familiales, et sera finalement régularisé puisque son “épouse” est légalisée et que ses nouveaux enfants sont Français en vertu du droit du sol.
Un couple sri-lankais ou marocain qui arrive clandestinement en France avec trois enfants et dont la femme accouche quelques mois plus tard d’un enfant (français) touchera allocations familiales, émargera à la sécu, fera gratuitement scolariser sa progéniture et aura toutes les chances d’être au final régularisé.
La pompe aspirante fonctionne à plein régime. Inutile de préciser que ces régularisations, opérées par circulaires administratives, sont illégales et antidémocratiques puisqu’elles constituent des mesures arbitraires dérogatoires à la loi voulue par le “peuple français”. De même que sont illégales et antidémocratiques les refus d’expulsion des clandestins, à plus forte raison quand ils ont commis un délit et terminent une peine. La volonté générale est ouvertement bafouée au nom des habituels critères humanitaristes flous. Mais combien de temps restera-t-elle, cette fameuse volonté générale ? Jusqu’à ce que les minorités deviennent majorité.

L’IMPOSTURE DU DROIT DES “SANS-PAPIERS”
Le lobby immigrationniste, composé de meneurs trotskistes bien formés et d’une masse militante de sentimentalistes naïfs et manipulés, appuyé par une partie de la classe intello-médiatique et du show-business, a trouvé dans la défense des “sans-papiers” son principal cheval de bataille. Beaucoup plus intéressant que celui de la défense des sans-travail français en fin de droits.
D’ailleurs, le terme même de “sans-papiers” est incroyable. Comme s’ils les avaient perdus, ces papiers ! Comme s’ils bénéficiaient d’un droit automatique aux “papiers” (en fait le titre de séjour de dix ans automatiquement renouvelable) par le seul fait de leur présence en France. Ils ne sont pas clandestins, ils ne sont pas hors-la-loi, non, ils sont “sans-papiers”.
On parle des droits des sans-papiers, alors qu’il n’en ont aucun. Ce sont des envahisseurs, des colons illégaux. Dans n’importe quel pays d’Afrique ou d’Asie, ils seraient déboutés de leurs demandes et expulsés.
En France, ils manifestent pour défendre leurs “droits” en créant ouvertement des “collectifs” et en occupant des bâtiments publics et privés. A quelques exceptions près, de plus en plus rares (l’expulsion musclée des occupants de l’Église Saint-Bernard en 1997), les autorités, apeurées par le lobby immigrationniste qui pousse des cris d’orfraie à chaque expulsion, laissent faire.
Il faut voir là le dévoiement juridique complet auquel aboutit l’humanitarisme des droits de l’homme. En terme de droit international public, les manifestations de ressortissants de pays étrangers pour obtenir la “régularisation” de leur présence illégale en France constituent un délit. Chaque année plusieurs dizaines d’Européens sont expulsés de pays africains et asiatiques, sans ménagement. Un Allemand a été récemment condamné à la prison en Iran car il avait eu des relations sexuelles avec une autochtone musulmane. Personne ne proteste…
Régulièrement la presse bien-pensante fait pleurer dans les chaumières sur les “difficultés des clandestins”, comme s’ils étaient victimes de racisme et de discrimination, comme s’ils avaient un droit spontané de s’installer illégalement et, immédiatement, de bénéficier d’un emploi et de secours publics. On conçoit donc implicitement l’Europe comme un gigantesque asile où, moralement, tout homme peut venir s’installer.
Or, comme je l’explique ailleurs, la situation économique desdits “sans-papiers” est bien meilleure que celle des exclus et des sans-droits de souche française dont la presse humaniste ou d’extrême-gauche se moque comme d’une guigne.
En poussant jusqu’au bout ce raisonnement, à lire les articles de Libération et du Monde sur les “droits des sans-papiers”, la population de la Terre entière a donc le “droit” de débarquer en France. Implicitement, tout immigrant, du seul fait de sa présence sur le territoire, a automatiquement accès à un titre de séjour en France ; et donc en Europe, du fait de l’“espace Shengen”. Voilà une nouvelle catégorie ubuesque du droit international public inventée par la classe intello-médiatique : le droit naturel de tout être humain à s’installer en Europe occidentale, sans aucune réciprocité pour les Européens. Quand on sait que dans les pays d’Afrique, une part importante, voire majoritaire, de la population jeune est candidate à l’émigration en Europe, on imagine l’extrême danger de cette position de défense sans condition des “sans-papiers”. Déjà, avec son habituelle irresponsabilité, l’Abbé Pierre avait déclaré que, moralement, la France aux campagnes désertées pouvait accueillir 50 millions de migrants du Tiers monde.
Le quotidien Le Monde, bible des ministères, s’est spécialisé dans l’apologie et la défense des “sans-papiers”. Si prompt par ailleurs à prêcher l’État de Droit, Le Monde essaie sans cesse de démontrer la légitimité de l’illégalité des clandestins. Faisant l’apologie d’un nième “collectif” d’immigrés clandestins chinois, le quotidien bien-pensant écrit « les jeunes Chinois sans papiers récemment arrivés en France sont sortis de leur réserve en manifestant dans la rue pour la régularisation. La création de l’association ressemble à un nouveau pas vers l’intégration ». (20/01/1999). Autrement dit, des étrangers qui “arrivent” clandestinement puits manifestent immédiatement pour être régularisés (sans bénéficier d’aucune condition juridique) font sainement progresser la notion d’intégration républicaine. Preuve de cette intégration, le journal cite le cas d’une Mme Lin Ye, régularisée en juillet 1998 grâce aux pressions du “troisième collectif” des sans-papiers. Mme Lin Ye n’a pas de travail, ne parle pas français, mais touche maintenant allocations de maternité, sécurité sociale et indemnités de chômage ; elle est intouchable, elle peut sans problème travailler au noir dans sa communauté. Combien de jeunes Françaises de souche sans emploi et sans droit au chômage n’envieraient-elles pas le privilège exorbitant, la discrimination positive dont bénéficie cette étrangère clandestine ? En réalité, on nomme “intégration”, dans la langue de bois, son contraire même : l’organisation de communautés allogènes protégées qui auront vocation à accueillir de nouveaux clandestins.
Parlant d’Hassan Sibidé, un clandestin malien arrivé illégalement avec femme (enceinte) et enfants, et, par ailleurs, sortant de prison, puis interpellé et relâché à la suite de l’occupation d’une église, Le Monde s’émerveille : « Condamné à six mois de prison et à cinq ans d’interdiction du territoire, il n’a pas été reconduit à la frontière à sa sortie de détention. Hassan dit qu’il n’est pas découragé, que jamais il ne rentrera au Mali. Sa vie est en France. Ses enfants vont à l’école maternelle. L’espoir est revenu depuis que sa femme a été régularisée [elle a accouché en France, l'enfant est donc français, on la régularise, évidemment], ce qui suspend l’effet de l’interdiction du territoire prononcée contre Hassan. En attendant les papiers, il continue sa vie illégale, à la vue de tous ».
Toujours dans Le Monde, Alexandre Garcia se penche avec commisération sur le cas de “M. Abdelkader Khallafi”. Édifiante histoire. Ce garçon, « adorable et toujours souriant », est un Algérien de 27 ans entré clandestinement en France en 1991, qui réussit à se faire admettre dans le Centre d’hébergement de Réinsertion Sociale de Nanterre, aux frais du contribuable. En janvier 1999, la police l’interpelle, mais ne l’expulse pas. Indignation du personnel du CHR, mobilisation des associations de soutien aux sans-papiers. Pas touche à notre pote. La préfecture précise que le “jeune homme” « n’a pas été interpellé en tant que demandeur de régularisation débouté mais en raison de trois condamnations pénales, assorties de peines d’interdiction temporaires du territoire national. » Ce clandestin algérien est en fait un cambrioleur et un braqueur. Pourtant, en raison des pressions des “associations de soutien aux sans-papiers”, il est relâché ! Et la police perd sa trace. Il refait surface quelques années plus tard, il est pris en charge par le Collectif des sans-papiers des Hauts-de-Seine, et il attend sa régularisation. On croit rêver, mais on ne rêve pas. Un truand algérien, immigré clandestin, protégé par les ligues antiracistes et les collectifs de défense des sans-papiers, peut narguer l’État de Droit et vivre en France dans l’impunité la plus totale.
Tout cela se sait et se dit, partout dans le Tiers-monde, et encourage les flux de nouveaux clandestins.

QUAND LES CLANDESTINS DEVIENNENT INEXPULSABLES
Comme en Italie en 1998, qui, suivant le mauvais exemple de la France, a procédé à une vague de régularisation, pour “avoir la paix avec les sans-papiers” (toujours cette politique de l’autruche), les régularisations (illégales et dérogatoires) de clandestins ont toujours pour effet d’encourager de nouvelles arrivées illégales.
De même, les régularisations font baisser le nombre des expulsions légales. N’est-il pas moins cher à court terme de régulariser que d’incarcérer; puis d’expulser par avion à grands frais ? De laisser courir le clandestin ? A la suite de l’affaire des “sans-papiers de Saint-Bernard”, où des clandestins avaient occupé une église parisienne avec l’accord du curé, qui avait bouleversé les médias, à la suite également de quelques évacuations musclées, assorties de bavures, de clandestins délinquants multirécidivistes qui avaient choqué la conscience droit-de-l’hommienne, en France, en Belgique, en Autriche, on peut dire désormais que non seulement les Européens n’osent plus appliquer leurs propres lois, pourtant bien laxistes, de contrôle aux frontières, mais qu’ils n’osent plus expulser la quasi-totalité des clandestins. Appliquer la loi est “inhumain”, vous comprenez ? La loi, la démocratie, la volonté du peuple sont bafouées, évidemment, mais on est habitué, puisqu’on s’emploie précisément à “changer de peuple”…
A la suite des régularisations de juin 1997, les reconduites à la frontière de sans-papiers ou d’étrangers délinquants, comme les mesures d’éloignement, ont diminué de 40% dans les douze mois suivants. En 1996, 43 861 décisions d’expulsions ont été prononcées par la justice et 12 330 suivies d’effet, soit 28%. En 1997 et 1998, le chiffre des expulsions effectives s’est effondré, chutant à 7 200 selon le ministère de l’Intérieur. Le taux d’exécution est resté le même, autour de 25%, mais l’administration et la justice “n’osent plus prononcer des mesures d’expulsion”. On n’expulse pas les pauvres colons venus du Tiers monde, n’est-ce pas ?
Des instructions ont été données par Chevènement aux préfets, fin 1998, pour que les “sans-papiers” ne soient pas inquiétés s’ils étaient en possession d’une convocation administrative pour demande d’examen de leur régularisation. Même s’il s’agit de délinquants. Quelle clémence… Les multiples recours juridiques des “sans-papiers” sous le coup d’une reconduite à la frontière, aidés par les médias, leurs avocats, les associations, forts des délais trop courts de rétention administrative, refusant parfois de décliner leur nationalité, forts aussi de la commisération des juges de gauche, du refus des pilotes de les embarquer à la moindre crise de nerf simulée, contribuent à les rendre inexpulsables.
Des moratoires sont sans cesse accordés, que Le Monde qualifie de « pratiques généreuses » à tous ceux qui entament une grève de la faim, ou fondent des “collectifs”, aidés de curés et de militants trotskistes. Ils entament alors un “recours hiérarchique”, au terme duquel ils sont à 80% régularisés, même les délinquants récidivistes. Il faut, bien entendu, qu’ils soient Africains ou Maghrébins pour cela, surtout pas Polonais ou Serbes.
Actuellement, la majorité des étrangers présents dans les centres de rétention sont des clandestins sortant de prison. Passé le délai légal de détention, ils seront relâchés dans la nature. Le lobby immigrationniste s’insurge contre la “double peine” (pourtant appliquée dans tous les pays du monde) et conforme au droit international public et au principe des nationalités inscrit dans la Charte de l’ONU : un étranger condamné et sortant de prison au terme de sa peine est immédiatement expulsable. Cette règle s’applique à tous les Européens condamnés sur d’autres continents et fait l’objet d’accords de réciprocité. Mais ils ne sont pas appliqués en France, le “pays des droits de l’homme”. Nous payons cher ce stupide slogan révolutionnaire, prononcé alors tout à fait abstraitement et gratuitement : « tout homme a deux patries, la sienne et la France». Les médias, Le Monde, Libération, Franc 2 en tête racontent sans cesse les histoires édifiantes de ces fausses victimes, persécutées par le moloch d’une administration et d’une police prétendument racistes. Sans jamais évoquer leur
inexpulsabilité de fait. Un délinquant étranger clandestin expulsable arrêté par la police sera bien plus protégé par les divers lobbies et associations qu’un Français de souche qui n’a pas payé ses PV, arrêté, au terme de la loi, dans un aéroport.
De plus, les maigres reconduites à la frontière (même pas 10% des nouvelles arrivées de clandestins !), ne sont pas efficaces : les colons expulsés reviennent moins d’un an après, comme le montrent les statistiques des condamnations du ministère de la Justice, où la proportion des “revenants” est impressionnante.
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On remarquera en passant l’organisation par les immigrés eux-mêmes de “collectifs de sans-papiers”, à partir de 1998, qui n’hésitent plus à défier ouvertement l’état de droit et à occuper par la force des bâtiments civils. Ils s’imposent, ils provoquent, ils colonisent en jouant sur les bons sentiments, sur la pitié des populations européennes controuvées. « Nous ne sommes pas des flux migratoires, nous avons chacun notre vie et notre histoire », dit l’un des tracts du “troisième Collectif”. Désormais, les clandestins, prenant conscience de la complicité de leurs collaborateurs et de la mansuétude de l’État, passent à l’offensive et bafouent ouvertement les lois. Les immigrés s’organisent pour imposer par la force la présence définitive des clandestins. Toujours au nom de ces droits de l’homme qui ont si bon dos, évidemment. Qui pourra nier, après cela, qu’il ne s’agit pas d’une colonisation voulue et imposée aux peuples européens.
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Et toujours, au premier rang des collaborateurs : la hiérarchie catholique, qui met autant d’ardeur à défigurer la civilisation européenne que les premiers chrétiens à détruire le patriotisme romain mais aussi, main dans la main, les Verts, ces pseudos-écolos.
Les Verts ne s’intéressent pas à la lutte contre la pollution : ils préfèrent les centrales thermiques à fuel aux centrales nucléaires. Le principal projet politique des Verts en Europe, c’est l’ouverture généralisée à toute immigration. En Allemagne, ils ont obtenu en 1998 du gouvernement du triste Schrôder la naturalisation quasi automatique, avec droit de double nationalité, des étrangers installés depuis huit ans, remplaçant ainsi le droit du sang par la dangereuse formule française, supposée supérieure, du droit du sol. « Les Verts allemands déplorent surtout, note Jean-Paul Picaper dans Le Figaro (16/11/1999), que les socialistes limitent l’immigration ».
En matière d’ethnomasochisme et de collaboration avec les colonisateurs de l’Europe, les Verts allemands sont les meilleurs. Mais grâce au trotskiste Cohn-Bendit, Dany le Rouge repeint en vert, ils ont fait des émules en France.
Au cours de la campagne pour les européennes de 1999, l’ouverture des frontières à toute immigration et la régularisation des clandestins étaient au centre des exigences de Cohn-Bendit, Noël Mamère et Dominique Voynet, des pressions qu’ils exerçaient sur Jospin, et de leur stratégie de “fascisation” du pauvre Chevènement. 10% de propositions pour défendre l’environnement, 90% pour défendre les immigrés, 0% contre le chômage et la paupérisation. Dominique Voynet, ministre de l’environnement, adressa un « appel au bon sens » à son gouvernement, publiant un communiqué précisant tout simplement : « la régularisation des sans-papiers qui en ont fait la demande devient chaque jour incontournable, que ce soit pour des motifs de générosité ou par réalisme ». Tout est dit. Générosité et réalisme ; pseudo-droits de l’homme et fatalisme. Le décryptage sémantique de ce message donne : « tout clandestin qui entre en France a le droit d’y rester s’il en fait la demande ; pour cela, dérogez à la loi et violez-la ». Ce genre de propos ne tombe pas dans l’oreille de sourds.
Cette faiblesse des autorités envers les clandestins, ces larmoiements des médias envers leurs “malheurs”, ces aides humanitaires apportées gratuitement aux “sans-papiers” alors qu’elles sont refusées aux Européens de souche dans la misère, constituent pour les candidats à l’entrée en Europe un puissant encouragement. Partout dans le Tiers monde, on se passe le mot : « les Européens ne se défendent pas, nous leur faisons pitié, ils n’osent pas nous expulser, donc nous pouvons aller chez eux illégalement sans grand risque ». Toujours dans l’histoire, un manque global de fermeté et de virilité a attiré les agressions et les invasions. Surtout auprès de populations qui, pour des raisons ethno-culturelles respectent surtout le langage de la force et méprisent celui de la commisération.

CONTRE LE FATALISME, PENSER L’IMPENSABLE
Les intellectuels, les journalistes, les politiques, qu’ils soient intégrationnistes comme Chevènement et Pasqua, ou communautaristes de droite ou de gauche, disent avec ce fatalisme qu’on nomme réalisme : « il est impossible d’expulser de France et d’Europe les millions d’immigrants ou d’enfants d’immigrants issus des autres continents. La seule solution est d’envisager une société ethnopluraliste et multiculturelle, et de préserver, quant à nous, notre identité européenne ».
Ce discours suppose donc, pour les communautaristes, que les Européens, en Europe, formeraient une communauté parmi d’autres. Et pour les intégrationnistes, l’origine ethno-culturelle importe peu ; être Français est un simple contrat, un moule abstrait dans lequel toutes les identités, toutes les mémoires doivent se dissoudre. L’Europe se conformerait donc au modèle pluri-ethnique des États-Unis, nation dont les personnes précitées rejettent pourtant les principes constitutifs. Mais on ne peut pas à la fois abjurer le modèle social américain – comme “nation contre le peuple” – et la préconiser pour l’Europe.
Rappelons-nous ces paroles de bon sens du général De Gaulle, que personne n’oserait taxer de raciste, révélées par le livre d’Alain Peyrefitte C’était de Gaulle : « je ne veux pas que Colombey-les-deux-Églises devienne un jour Colombey-les-deux-Mosquées. La France peut accueillir quelques citoyens d’origine africaine, mais elle est fondamentalement un pays de race blanche et de culture catholique ». Que la politique gaullienne n’ait pas eu la vigilance de défendre ce précepte, là n’est pas le propos. De Gaulle exprimait un discours de bon sens que les intellectuels jacobins ou ethnopluralistes ne peuvent pas comprendre, car ils sont déréalisés. Car il n’est pas intellectuellement élégant, intellectuellement chic d’admettre que le fondement d’une civilisation est ethnique. J’évoquerai plus loin l’utopie de cette vision communautariste ou intégrationniste de l’Europe, en défendant le principe de l’unité ethnique et de l’ethnocentrisme contre l’ethnopluralisme.
Admettre le caractère définitif de cette colonisation de peuplement qui continue de plus belle et qui bouleverse les fondements de notre civilisation, préférer l’aménagement d’une réalité inacceptable (le système D du “faire avec”) à la notion de résistance, c’est le signe d’une démission historique extrêmement grave.
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Je crois qu’il existe une troisième voie. La fonction de ceux qui pensent et qui écrivent est de formuler l’impensable. Quels que soient le risque qu’ils prennent. Parce que formuler l’impensable est le rendre possible dans l’histoire. C’est la puissance du Verbe, du verbe tentateur. Jules Verne a décrit le Nautilus et le voyage lunaire : grâce à la force du poète, ils se sont accomplis. Mon but est d’inciter des hommes d’action et de pouvoir du futur, c’est-à-dire la jeunesse, par un travail de déculpabilisation, à envisager la solution irréaliste.
A s’y préparer dès maintenant. Elle sera rendue possible par une catas-trophe prévisible, une guerre civile ethnique qui renverserait l’état actuel des mentalités. Je ne peux pas en dire plus pour le moment . Le dernier chapitre soulèvera un tout petit coin du voile.
Le Général Bigeard a déclaré un jour off records à un de mes amis grand reporter qui l’interrogeait sur la guerre du Kosovo : « ce n’est pas là une bataille très importante. La vraie guerre est ailleurs, là où personne ne l’a repérée ». Puis il précisa : « La vraie guerre, elle se passe dans les maternités ».
Rappelons le chiffre cité plus haut : sur 780 000 naissances annuelles, 250 000 concernent des nouveau-nés afro-maghrébins.

LE SCÉNARIO-CATASTROPHE
Le mécanisme est donc bien rôdé, pour organiser et accélérer la colo-nisation ethnique de l’Europe : 1) On déclare impossible d’arrêter le flux migratoire. D’où mollesse des contrôles aux frontières et regroupement familial renforcé. 2) On déclare moralement inhumain d’expulser les clandestins, malgré la loi, ou bien techniquement impossible. 3) On déclare socialement insupportable la masse croissance de résidents illégaux “sans papiers” en France, donc on les légalise par vagues tous les cinq et six ans. 4) Encouragé, le débit du robinet des entrées s’accroît.
C’est un cercle vicieux que rien ne peut arrêter. La logique infernale de ce mécanisme qui se nourrit de lui-même c’est que, puisque le déséquilibre Nord-Sud accentue chaque année le nombre de candidats au départ en Europe, rien n’arrête l’accélération de notre colonisation ethnique dont le terme risque d’être la submersion des Européens sur leur propre sol par des masses afro-asiatiques appelées à y devenir démographiquement majoritaires. Ainsi périt Rome, sous le poids des affranchis orientaux et africains, comme l’a montré André Lama dans Des Dieux et des Empereurs (EDE).
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Il y a une chose très instructive sur la mentalité humaine : c’est la puissance des dogmes et des croyances, la force des propagandes et des opinions affectives, même contre les faits. L’homme est un animal perpétuellement aveuglé. Platon notait déjà que la doxa (doctrine, opinion) l’emportait toujours sur l’épistémè (savoir, science). Le Professeur Debray-Ritzen, psychiatre anti-freudien, avait coutume de dire : « l’erreur dogmatique a des ailes, et la vérité scientifique rampe humblement ».

Lorsque, même auprès de gens éclairés, ou supposés l’être, journalistes, énarques, intellectuels patentés, on déclare : « La France s’africanise et s’islamise ; dans vingt ans, si rien ne change de manière radicale, il se peut fort bien que la loi coranique soit appliquée à ce pays et que plus de la moitié de la population soit d’origine afro-maghrébine », on déchaîne des rires, on s’attire au mieux des moqueries. Pourtant quoi de plus certain, de plus fiable, de plus implacable que les projections démo-graphiques ? Les enfants européens qui ne sont pas nés ne surgiront pas par le miracle de la génération spontanée ; la population future est le reflet de celle des maternités d’aujourd’hui. Et pourtant, cette évidence, qui crève les yeux, n’est pas admise. On nie cette africanisation et cette islamisation pour deux raisons : d’abord par un réflexe de peur ; l’être humain est toujours tenté de nier ce qui le gêne, de l’exorciser. Ensuite, admettre ce fait démographique incontournable, admettre la vérité, ce serait politiquement incorrect et reviendrait à “donner raison à l’extrême-droite”.
Une petite minorité, finalement plus conséquente, plus lucide, répond « On s’africanise, on s’islamise ? Et alors ? Gérons … Faisons avec. » Cette position est celle du fatalisme optimiste. On pense que l’africanisation n’aura aucune conséquence sur la civilisation, comme si le socle de cette dernière n’était pas d’abord ethnique ; on estime que l’islam qui s’installera sera celui de la “tolérance” ; ce qui relève de ce que j’avais appelé dans mon essai sur L Archéofuturisme, la croyance aux miracles. Comme si l’islam implanté en Europe allait miraculeusement se différencier en profondeur de celui du Maghreb et du Moyen-Orient. Ou alors, on estime, comme les prélats catholiques ou les ligues trotskistes que ces arrivées massives en France, par les migrations frontalières ou les maternités, sont un phénomène positif qui contribue à construire l’utopique paradis multiracial.
Ainsi, un scénario-catastrophe ne relève-t-il pas du catastrophisme mais de la projection démographique. Limitons-nous au cas de la France. Au rythme de 250 000 naissances par an d’enfants déjà français ou naturalisables, et,ce depuis la fin des années quatre-vingt, en comptant ceux qui sont déjà présents, les nouveaux migrants qui font des enfants et les naturalisations, on peut penser comme l’observateur américain impartial Stanley J. Moore qu’« à partir de 2010, le nombre d’électeurs africains noirs et musulmans en France dépassera 20% du corps électoral. Par la suite, cette proportion ne cessera d’augmenter » (Journal of Demographic Studies, Boston UP. n°1439, déc. 1998).
Si rien n’est fait, si la tendance ne bascule pas au prix d’une véritable révolution, les événements suivants ont beaucoup de probabilité de se produire :
1) Un parti musulman a toutes les chances d’être créé, l’ambition d’éventuels leaders pas forcément modérés allant être très stimulée par cette manne d’électeurs en pleine croissance. Les fils et filles d’immigrés, les gens de couleur, spontanément, par réflexe ethnique, voteront pour ce ou ces partis, même s’ils ne sont pas musulmans pratiquants.
2) Il n’est pas évident que les jeunes Afro-maghrébins continuent comme aujourd’hui de s’abstenir de voter ou de se présenter aux élections, dès lors qu’il prendront conscience de leur nombre croissant et de leur force. Il est peu probable, vu l’échec des politiques d’intégration et la montée du “communautarisme”, que ce nouvel électorat choisisse les partis politiques français traditionnels.
3) Le processus de colonisation électorale commencera par les élections municipales. Nul besoin de donner le droit de vote aux étrangers pour cela. Dans un nombre de plus en plus grand de communes, le corps électoral français est en train de devenir majoritairement afro-maghrébin – et musulman. Les électeurs autochtones français vieillissent, meurent ou partent. Il faut donc nous attendre très bientôt à ce que – dans un premier temps – une centaine de communes françaises – de Roubaix à Saint-Denis en passant par plusieurs villes de Provence, du Lyonnais et de l’Île-de-France, notamment toutes les banlieues-cités, soient gouvernées par des municipalités immigrées taraudées par l’islam.
4) Dans un deuxième temps, comme on commence à le pressentir, les Afro-maghrébins et les musulmans exigeront, parce qu’ils en ont le pouvoir numérique, de siéger à l’Assemblée nationale. Ils pèseront de toute leur force sur les institutions. Ce sera le processus de la colonisation par le bas : d’abord la submersion démographique, ensuite l’assujettissement politique.
La logique démographique veut qu’ils participent au jour au pouvoir législatif, puis gouvernemental. Avec deux conséquences : une subordination probable aux pays arabo-musulmans qui, pour beaucoup, restent des “mère-patries” ; une politique accrue de porte ouverte aux immigrants du Maghreb et d’ailleurs. Et probablement aussi, une lente conquête du pays par l’islam, de plus en plus dure (conformément à l’esprit de cette religion guerrière) au fur et à mesure que s’accroîtra le poids de la population musulmane et des autochtones convertis. De cette évidence, de cette course à l’abîme, de cette catastrophe annoncée, nul ne prend garde ; tant cette génération présentiste est obnubilée par l’immédiat.
C’est la raison pour laquelle, face à ce péril il faut plaider en faveur d’une accélération de la construction fédérale européenne et d’une perte rapide de pouvoir de cet État français qui, d’immigrationniste aujourd’hui, risque de devenir immigré demain. Ce n’est que par un double recentrage, en aval sur des régions historiques enracinées, en amont sur un État européen, que nous pourrons faire barrage à la colonisation institutionnelle et politique qui s’annonce. Un allogène peut aisément se déclarer “Belge” ou “Français”, mais il peut beaucoup moins aisément se revendiquer comme Flamand, Charentais ou Européen.
Quoiqu’il en soit, ce double enracinement conçu comme ligne de défense ne saurait faire oublier l’hypothèse de la reconquista.

GUÉRILLA ETHNIQUE ET EXPULSIONS TERRITORIALES DES EUROPÉENS
La guerre ethnique est commencée. En sourdine. Et, année après année, elle prend de l’ampleur. Pour l’instant, elle prend la forme d’une guérilla urbaine larvée : incendies de voitures ou de commerces, agressions &répétées d’Européens, caillassages, attaques des transports en commun, guet-apens tendus aux policiers ou aux pompiers, razzias dans les centre-ville etc. Comme une étude sociologique attentive du phénomène le démontre, la délinquance des jeunes Afro-maghrébins est aussi un moyen de conquête de territoires et d’expulsion des Européens à l’intérieur de l’espace étatique français. Elle n’est pas uniquement motivée par des raisons de simple criminalité économique.
A partir des cités, se créent des enclaves ou “zones de non-droit”, qui s’étendent en tache d’huile à l’extérieur. Dès que la population allogène atteint une certaine proportion, la délinquance fait déménager les “petits Blancs”, harcelés par les bandes ethniques. La police – que la justice ne soutient pas – répugne à intervenir dans ces zones conquises, qui échappent alors à l’État de droit. On en dénombre déjà près de 1 000 en France. Ce phénomène de parcellarisation du territoire peut suggérer que nous entrons dans un nouveau Moyen-Age. Mais il recouvre aussi un processus de colonisation territoriale qui met en pièces l’utopie de gauche de la “mixité ethnique”. Les élites intellectuelles françaises – qui ont toujours vécu depuis deux cents ans dans les beaux quartiers bourgeois et blancs – ont toujours prôné la mixité sociale dans les zones urbaines. Elle fonctionnait très bien (comme par exemple dans le XVe arrondissement de Paris) tant que les différentes classes sociales étaient d’origine européenne. Mais les élites intellectuelles, qui nient les différences ethniques, n’ont aucune explication pour rendre compte du départ des Européens des zones à majorité immigrée. Ils parlent de “fracture sociale”, alors qu’il s’agit d’une fracture raciale et ethno-culturelle. Les politiciens invoquent de vagues causes économiques, alors qu’il s’agit de causes ethniques très transparentes. Pire : élites intellectuelles et politiciens culpabilisent les “petits Blancs” des classes populaires, qui partiraient des zones à forte proportion immigrée par “peur exagérée”, par “fantasme”, donc par racisme, évidemment. Ce seraient eux (ainsi que le “chômage”, la “misère” et l’“exclusion”) les responsables de la formation des “ghettos”.
Trois remarques à ce propos : 1) Il ne s’agit pas de ghettos mais de territoires conquis et colonisés. Un ghetto est une zone où l’on relègue une population, qui subit un ostracisme, comme les juifs au Moyen-Age. Aujourd’hui en France, ce sont les populations allogènes qui se taillent, par la force, des espaces territoriaux. Parler de ghetto, c’est présenter les immigrés comme des victimes, alors qu’ils sont au contraire les acteurs volontaires de la création de leurs espaces autonomes.
2) On laisse entendre que ce serait la misère, le paupérisme qui expliquerait la ghettoisation de zones de non-droit de plus en plus nombreuses. Au contraire, l’économie criminelle, centrée sur la drogue et la revente de biens volés, ainsi que le recours légal ou frauduleux aux allocations assure aux populations de ces zones un niveau de vie confortable, bien supérieur à celui des Français de souche au chômage. La situation française n’a rien à voir avec celle des favellas brésiliens ou des bandes d’adolescents miséreux de Casablanca.
Les clandestins sont inexpulsables de France, mais les Français de souche (et tous les autres résidents européens) sont expulsés des zones d’implantation afro-maghrébine majoritaires. Personne dans les médias n’a su (ou osé) expliquer la raison des innombrables incendies de voitures. C’est pourtant simple : la quasi-totalité des véhicules incendiés appartiennent à des Européens, selon un rapport confidentiel des Renseignements généraux du 2 juillet 1999 – 91% exactement. C’est une bonne incitation au départ.
3) Une autre technique est l’agression systématique. Un cas parmi des centaines d’autres : dans la ville d’Angoulême, les autorités avaient décidé d’installer un foyer étudiant dans une “cité”. Afin de répondre au dogme angélique du “brassage”. Très vite, ce fut, début 1999, le harcèlement par les bandes afro-maghrébines. La vie devint vite infernale pour les jeunes Européens : agressions, cambriolages, harcèlement des étudiantes, incendie des véhicules, etc. Jusqu’au jour où plusieurs d’entre eux se firent grièvement poignarder. Les autorités universitaires durent les déménager en urgence sous la protection de la police. Force était restée aux Beurs-Blacks – dont aucun ne fut inquiété – et non pas à la loi.
Ce qui s’est produit au Kosovo risque fort de se produire à l’échelle de la France. La leçon du destin de ce bout de Serbie progressivement occupé par les Albanais musulmans n’a pas été retenue. On s’imagine que les colonisations sont des
invasions armées. C’est faux ; ce sont des invasions lentes et silencieuses, et le colonisé se réveille trop tard, quand sa maison est occupée, plus exactement squattée.

BLACK MIC-MAC ET DROIT DU SOL
Connaissez-vous l’histoire de Céleste T… ? C’est un homme très sympathique d’une quarantaine d’années, citoyen camerounais, employé au ramassage des ordures et au balayage des rues par la Ville de Paris. Il est musulman, possède trois femmes dont une “officielle” et élève 24 enfants. Oui, 24 enfants, qui, tous nés en France, sont tous Français. Pourtant, ces enfants ne sont pas tous issus des trois femmes de Céleste. Ce dernier utilise un stratagème connu d’un grand nombre d’Africains : il fait venir du Cameroun une femme enceinte de son village, qui accouche en France, puis repart. Le nourrisson est automatiquement Français en vertu du droit du sol. Céleste T… le reconnaît, il en est donc juridiquement le père, et une de ses trois épouses élève l’enfant (qui la surnomme d’ailleurs “tata”, selon l’appellation classique dans la communauté villageoise africaine traditionnelle, ni matrilinéaire, ni patrilinéaire, mais tribolinéaire). L’année suivante, la même opération recommence avec une autre femme du village.
Le Camerounais perçoit ainsi des allocations familiales considérables et loge toute sa petite tribu dans deux grands appartements du quartier flambant-neuf de Beaugrenelle (XVème arrondissement ouest), dont les loyers sont pris en charge par la Ville et l’APL. Céleste roule en Mercedès. Il continue de travailler comme éboueur (9 000 F par mois avec les primes) avec un statut aussi protégé que celui de la fonction publique. Mais d’autres qui font comme lui et ont reconnu entre 5 et 15 enfants estiment ne plus avoir besoin de travailler. La suppression du droit du sol et des allocations familiales aux étrangers, pompes aspirantes d’une redoutable efficacité, seraient plus efficaces qu’un contrôle aux frontières.
L’Allemagne, qui remplace le droit du sang par celui du sol et dont la faiblesse démographique est considérable, se dirige inexorablement vers la chute d’eau, embarquée sur le même fleuve que sa voisine française.

LES COLLABORATEURS DE LA COLONISATION
Les Églises, la plupart des partis, une foule d’institutions et d’associations, le monde du show-business se font depuis de nombreuses années les avocats de l’installation des migrants, de l’ouverture des frontières et de l’inexpulsabilité des clandestins. Animés par l’ethnomasochisme et la xénophilie ? Naïves ouailles de la religion des droits de l’homme ? Snobisme antiraciste ou politiquement correct ? Volonté délibérée de métisser la France et l’Europe, ou, plus exactement de l’africaniser et de l’asiatiser, par haine de la “pureté ethnique” européenne ? Un peu de tout, sans doute.
On remarque en tout cas un mélange de fatalisme face à l’immigration incontrôlée et déclarée incontrôlable et de pulsions autodestructrices envers son propre peuple. “Oui, envahissez-nous, ça nous fait du bien.” Il est à noter aussi que les milieux immigrationnistes collaborateurs et leurs têtes-de-file sont issus de la bourgeoisie ou appartiennent à des milieux (notamment ce monde du showbiz) parfaitement préservés du contact avec les populations allogènes et totalement protégés de leur criminalité. Leur mépris, leur ignorance des conditions de vie et de cohabitation du peuple européen réel, du “petit Blanc”, est incommensurable.
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Mgr Lustiger, au cours d’une journée d’études sur l’Europe organisée à Rome en mars 1999 se félicitait de « la différence qu’amène l’immigration », religieuse et ethnique. Notre colonisation serait un enrichissement, par absoluisation de ce concept creux de “différence”. La contradiction est éclatante : comme peut-on gérer la différence, l’hétérogénéité, au sein d’une idéologie homogénéisatrice et universaliste du métissage ? Le cardinal disait aussi : « il faut accueillir l’Autre » Indécrottable xénophilie l’“Autre” (avec une majuscule, s’il-vous-plaît), encore un de ces poncifs du politiquement correct, malheureusement repris par désir de plaire et de faire philosophe par certains intellectuels de droite ou prétendus tels. Le vénérable cardinal continue : « L’Europe n’était pas pour les peuples d’Afrique et d’Asie une terre d’immigration. Mais aujourd’hui, la situation de l’Europe se retourne. Elle provoque une pression migratoire impossible à contenir. Les Européens ne peuvent ignorer ce fait ». Acceptez d’être colonisés, braves gens, vous n’y pouvez rien. L’Église qui, au faîte de sa puissance, refusait les droits civiques aux non-catholiques, adopte hypocritement, maintenant qu’elle est en plein déclin, les naïfs préceptes du “communautarisme” tolérant : « solidarité et respect mesurent la place reconnue à l’altérité dans une construction politique », jargonne Mgr Lustiger.
Les programmes des partis politiques sur l’immigration sont, eux aussi, assez édifiants. Le PS entend « mettre en place des programmes d’aides au retour pour les immigrés non accueillis et les déboutés du droit d’asile ». Autrement dit : aide au retour pour les clandestins illégaux (à la place des expulsions prévues par la loi) aux frais du contribuable. L’entrée illégale en France sera donc officiellement rémunérée. Quand on sait que l’aide au retour n’a jamais intéressé les immigrés légaux, ce genre de proposition revient à se moquer des électeurs. Le PS a définitivement renoncé à contrôler l’immigration, parce qu’il s’imagine que les immigrés voteront pour lui. Non, quand ils seront suffisamment nombreux et implantés, ils voteront pour leurs propres candidats, probablement pour des partis islamiques, comme je l’explique plus haut.
Les Verts, eux, entendent carrément organiser la colonisation de l’Europe : « il faut supprimer les visas de court séjour pour les visiteurs de pays hors Union européenne et leur accorder le droit à la Sécurité sociale ». La sécu pour les “touristes” maghrébins… Quant au droit d’asile, les Verts estiment que les accords de Schengen ne sont pas encore assez “généreux” et qu’il faut abolir les vérifications portant sur la véracité des persécutions dont seraient menacés les demandeurs d’asile. Renforçons la puissance de la pompe aspirante…
Lutte Ouvrière et la Ligue Communiste Révolutionnaire, suivent, eux, le vieux rêve trotskiste internationaliste de dilution du peuple européen. Leur programme est important, car par un biais métapolitique et non pas électoral, il inspire toutes les associations et lobbies immigrationnistes (Droit Devant, Droit au Logement, SOS Racisme, Ras l’Front, SCALP, Sud, Ligue des droits de l’homme, Mrap, Liera, etc.) dont la doctrine et les revendications influent sur les gouvernements. Intéressant : « Une Europe des droits égaux à commencer par le droit de vote pour tous ceux qui y vivent, où tous les sans-papiers doivent être régularisés ». Autrement dit, l’appel d’air absolu pour le monde entier. Venez en Europe, du Maroc, du Mali, du Sri-Lanka ou d’ailleurs. C’est comme au jeu de la chaise musicale : si vous réussissez à entrer (et c’est facile), vous serez inexpulsable, vous aurez la citoyenneté et tous les avantages sociaux, automatiquement. L-O et la LCR ont pourtant formulé de très bonnes propositions pour la réaffectation des profits spéculatifs aux investissements anti-chômage. Mais, en matière d’immigration, leur anti-libéralisme s’effondre comme par enchantement.
Le PC, toujours animé par son moteur intellectuel à gaz pauvre, est paradoxalement en phase à 100% avec les recommandations de la hiérarchie catholique : « Le droit de vote de tous les étrangers résidents, l’abolition de la double peine [ne pas expulser les étrangers délinquants à leur sortie de prison], la régularisation des sans-papiers qui en ont fait la demande, le droit d’asile pour tous ceux qui le demandent. » Quel internationalisme libéral… Non aux transferts de capitaux, oui aux transferts humains.
Quant à l’UDF, au RPR et au RPF de Charles Pasqua, leurs propositions et programmes sur l’immigration sont totalement illisibles. C’est du salmigondis technocratique d’où il ressort qu’il faut “maîtriser” le phénomène par de la “concertation”. Ces gens-là ont été au pouvoir et n’ont rien fait. Ou plutôt, la droite molle laisse faire notre colonisation de peuplement, par paresse, par lassitude, par crainte d’être accusée d’inhumanité ; la gauche folle l’encourage par mauvais calcul politicien ou passion idéologique.
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Les institutions de la fameuse “société civile”, comme la plupart des médias, suivent la même pente immigrationniste. Ou les habituels collaborateurs médiatisés comme le Pr. Schwartzenberg et Mgr. Gaillot. Les actions spectaculaires en faveur des clandestins illégaux (les “sans papiers”) le prouvent. Les associations “antiracistes” et les pétitionnaires du milieu intellectuel et du showbiz, en manifestant et en appelant à héberger des clandestins, bravent sans cesse la loi, à peu de frais, en se sachant dans la plus totale impunité (voir l’article 21 de la loi Chevènement qui punit ceux qui se rendent coupables de solidarité active avec les sans-papiers, loi jamais appliquée). Libération ou Le Monde ne cessent de faire leurs choux gras en dénonçant comme inhumaine la moindre expulsion de clandestins, la moindre évacuation de locaux illégalement occupés, avec comme sous-entendu : « ce sont des mesures fascistes ». Les “collectifs de soutien aux sans-papiers” se multiplient, comme jadis les “Comité Vietnam” dans les lycées de mai 68.
Tous sont organisés par des Européens de souche et mobilisent de braves petits Français saisis par le démon de la charité xénophile.
Le 30 juin 1999, une centaine de manifestants, associatifs, politiques et appartenant au milieu intellectuel ou du showbiz, manifestent devant le ministère de la Justice, place Vendôme, à Paris, qui jouxte l’hôtel Ritz. Pour savoir toute la vérité sur la mort de Lady Di ? Vous n’y êtes pas. Béatrice Bantman, dans Libération explique le lendemain : « L’objectif était de se faire coffrer. “Arrêtez-nous, monsieur, s’il-vous-plaît” répétaient-ils aux policiers en faction. Le raisonnement a sa logique : ceux qui, comme eux, aident, soutiennent, hébergent des sans-papiers se rendent coupables du délit de solidarité. » Bien entendu, personne ne sera inquiété. Et d’ailleurs personne, parmi ces “militants” n’a jamais hébergé ou aidé un “sans-papier” africain ou maghrébin. Pas si bêtes.
Des “collectifs”, des “comités de soutien” se constituent, des manifestations s’organisent (les “Saint-Bernard”, en 1998) dès qu’il est question d’expulser un clandestin qui a su médiatiser son cas. A tous les coups, la préfecture cède et renonce à appliquer la loi. On “déroge”, on cède, devant ces minorités actives qui bénéficient du soutien de la presse. Les clandestins qui refusent d’embarquer dans les avions de retour ou qui se rebellent sont relâchés au moindre hurlement vertueux des journalistes.
Et puis, il y la technique, bien rodée, de la grève de la faim pour les délinquants immigrés et étrangers condamnés à l’expulsion, selon la loi. Les médias s’emploient à faire pleurer dans les chaumières, les pouvoirs publics s’inclinent et sursoient à exécution. Moncef Kalfaoui, un trafiquant de drogue algérien, devait être expulsé au terme de ses deux ans d’incarcération. (“double peine”) Grève de la faim. Grâce refusée par M. Chirac. Campagne, en riposte, orchestrée par Libération (juin 1999). Épilogue : comme il a eu trois enfants nés en France, nés Français (droit du sol), l’administration renonce à l’expulser, au déni de la loi. Il est vrai que le “rapport Chanet” (mai 1999) demande aux pouvoirs publics « qu’on cesse d’expulser les petits délinquants étrangers ayant de réelles attaches en France ». Bref, qu’on n’applique pas la loi. Ce qui est piquant pour un rapport parlementaire. L’application de la loi sur la double peine est d’ailleurs, selon Libération, « un véritable bannissement dont l’injustice révolte la plupart des juristes ».
Il est vrai que dans notre République des Juges, l’opinion de ces derniers, surtout s’ils sont affiliés au Syndicat de la Magistrature, l’emporte sur la volonté du peuple. Et pourtant, dans tous les pays du monde, la double peine est pratiquée, conformément à la Charte de l’ONU.
Récemment, 200 “sans-papiers” turcs et chinois du “Troisième Collectif” ont investi et occupé l’hôtel de la Massa, à Paris, siège de la Société des gens de Lettres. Objectif pas innocent. Ils savent que les intellos sont viscéralement immigrationnistes. Écoutons le commentaire de Libération, c’est un morceau de bravoure : « Soutenue par des écrivains, des cinéastes, des artistes, les fidèles Dan Franck, Valérie Lang, Emmanuel Terray, Monique Chemillier-Cendreau et Léon Schwartzenberg, l’occupation a commencé dans une charmante ambiance de garden-party, exquisément courtoise. “Nous n’avons pas pour habitude d’expulser les étrangers”, a précisé, au milieu des frondaisons et des roses du jardin, Jacques Vigoureux, membre du Conseil d’administration de la Société des gens de Lettres » (10/06/1999). Une prose d’une telle bêtise, une telle guimauve saint-sulpicienne, faut-il en rire ou en pleurer ?
Personne, dans cette gauche bien-pensante, caviar-garden party, dans cette classe intello-médiatique privilégiée, dans ce Tout-Paris du showbiz, ne songerait à manifester pour les Français de souche en fin de droits de chômage, dans la misère, eux, les seuls, les vrais exclus. Mais, pour les “jeunes” dealers qui roulent en BMW et que la police a eu le tort de placer en garde-à-vue 48 heures (offense aux droits de l’homme, vous saisissez ?), pour l’installation illégale sur notre sol de faux réfugiés sénégalais, de trafiquants maliens sans contrats de travail ou de truands algériens expulsés, tout le monde se mobilise. Ça fait chaud au coeur d’aider nos frères dans la galère… Et puis, quel passeport social et moral : être immigrationniste, c’est se voir admis dans les cercles branchés de la nouvelle gauche américano-libérale, dépourvue d’idées (tout comme la droite) mais cuirassée de bonne conscience et d’hypocrisie morale (à l’inverse de la droite) et, surtout, distributrice de maintes prébendes.
Cette nouvelle gauche, convertie au capitalisme, défend maintenant un socialisme virtuel et un immigrationnisme réel. Dans ce cocktail, il est difficile – comme dans la formule du Coca-Cola – de doser la part d’imbécillité, d’altruisme halluciné, de snobisme antiraciste, d’ethnomasochisme et de (mauvais) calcul politicien. Le sentiment qui domine chez ces collaborateurs est, au fond, le même que chez les élites romaines déclinantes du IIe siècle : la lâcheté, la simple et vile lâcheté, alliée à un
égoïsme indifférent envers leur peuple et ses générations futures. Franchement, à tout prendre, je préférais les vrais communistes.
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Encore quelques exemples, pris en vrac, du militantisme des collaborateurs. Se ralliant aux exhortations des évêques qui, comme les Verts, consacrent 10% de leur temps à leur ministère et 90% à l’immigrationnisme et à la promotion de l’islam, le maire de Limeil-Brévannes déclarait en novembre 1998 : « On ne réglera pas le problème des sans-papiers avec des CRS. Une autorisation de séjour ne vaut pas une vie ». Autrement dit : pas d’expulsion, pas de titres de séjour provisoires, laissons-les s’installer à vie chez nous, par humanisme et pour avoir la paix.
Précision : dans sa commune, des clandestins grévistes de la faim qui avaient occupé la salle du conseil municipal se sont vus évacués. Ils réinvestirent les lieux par la force. Ce fut payant : on leur accorda des titres de séjour et une hospitalisation gratuite. La “coordination nationale” qui regroupe tous les défenseurs des clandestins, et qui prône des régularisations massives, s’est exprimée en ces termes après une expulsion de “sans-papiers” qui occupaient un local administratif : « Le premier ministre a choisi la manière forte contre des hommes et des femmes qui luttent pour la dignité. » Quelle “dignité” ? Celle de s’installer en France contre la volonté du législateur ? Quant au MRAP, il annonçait, grandiloquent, pour faire pleurer le brave franchouillard : « Nous attendions du gouvernement une réponse humaine, politique, à ces malheureux qui ont mis leur vie en péril. » Effectivement, ils risquaient de mourir sous les balles des CRS …
L’illusionnisme repose sur ce raisonnement faussé : laissons-les entrer pour éviter l’explosion Nord-Sud. Alors que c’est en les faisant entrer que nous aurons l’explosion chez nous. C’est un argument de démissionnaires et de moineaux effrayés, qui repose sur la transformation du “nous ne voulons rien faire” en l’excuse du “nous ne pouvons rien faire”. C’est ainsi qu’après bien d’autres, Robert Toubon, éditorialiste de la revue Équilibres et Populations écrivait en 1996, évoquant l’aggravation du déséquilibre Nord-Sud : « Les pressions migratoires iront croissant à un niveau tel qu’il sera impossible aux “riches” riverains du Nord-Ouest de fermer réellement leurs frontières. Sauf à prendre le risque de voir exploser la Cocotte-Minute qui bout dans le sud et l’est de la Méditerranée. »
Autrement dit : cédons, ouvrons nos frontières pour éviter une crise. Surtout pas de conflit, pas de litiges avec les pays du Maghreb ! En aurions-nous peur ? En tous cas, les Algériens, eux s’étaient battus pour s’opposer à la colonisation française…
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En tous cas, l’activisme du lobby immigrationniste, dont le but est d’empêcher la loi – pourtant on ne peut plus laxiste – de s’appliquer, a autant d’efficacité pour accentuer notre colonisation ethnique que l’appel d’air des lois sociales égalitaires. Quoi qu’il en soit, l’histoire retiendra que les Européens – et notamment leurs bourgeoisies décadentes – sont les premiers responsables de leur colonisation et de leur submersion démographique. Les immigrés du Tiers monde, que je considère comme l’ennemi principal, ont, de leur point de vue, parfaitement raison de nous envahir. Ils remplissent un vide. Aujourd’hui par la ruse, bientôt par la force. De même que les Américains, sur le plan culturel et géostratégique, remplissent le vide laissé par l’absence des Européens. Des Bourguignons alliés des Anglais au XVe siècle, jusqu’aux Verts d’aujourd’hui en passant par la Deuxième Guerre mondiale, en France, l’occupation et la collaboration marchent ensemble. Pour résoudre ce problème, lorsque surgira le chaos à venir et qui ne saurait tarder, il n’y aura pas d’autre solution, par un moyen ou par un autre, que de réduire d’abord au silence les collaborateurs, le lobby immigrationniste, qui sont la première cause, depuis trente ans, de notre colonisation. L’ennemi-colonisateur est un ennemi estimable. Il joue son jeu. Mais les collaborateurs qui jouent contre leur camp, qui tirent dans leurs propres buts, ne méritent, comme le pensait de Gaulle après l’empereur Dioclétien, aucune merci. Delendi sunt.

FRAGILITÉ HUMANITAIRE DE L’OPINION FACE AUX CLANDESTINS
On croirait lire les ouvrages édifiants écrits au XIXe siècle sur la martyrologie chrétienne. Les médias multiplient les récits de malheureux clandestins noyés dans le détroit de Gibraltar, brutalisés lors d’un rapatriement en avion ou détenus trois jours “dans des conditions inhumaines”, évidemment, dans les centres de rétention avant d’être relâchés dans la nature. Apitoyer l’opinion publique et la classe politique sur quelques cas-limites afin de rendre légitime l’entrée des “pauvres” clandestins, tel est l’objectif du chantage humanitaire des médias de l’idéologie dominante. Et ça marche.
On monte en épingle, grâce au patient travail d’attachés de presse des lobbies immigrationnistes, chaque mois, trois ou quatre affaires emblématiques et émouvantes ; les médias s’en emparent ; et distillent dans l’opinion la double idée que 1°) les expulsions sont inhumaines 2°) le refus des visas et des régularisations le sont aussi. Les cas sont très divers : un clandestin molesté ou décédé au cours d’une expulsion, des “sans-papiers” en tragique grève de la faim, un jeune truand père d’un enfant français qui, déchiré, refuse son expulsion, etc. L’imagination dramaturgique du parti de la colonisation est sans limite et d’une redoutable efficacité larmoyante. C’est la cynique stratégie de la pitié. Dont le but est d’effrayer les gouvernements à l’idée d’appliquer des lois scélérates …
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En août 1999, deux collégiens guinéens, Yaguine Koita, 14 ans, et Fode Tounkara, 15 ans, s’introduisent dans le logement du train d’atterrissage d’un Airbus de la Sabena, vol Konakry-Bamako-Bruxelles. Ils espéraient (à juste titre) que s’ils arrivaient à bon port, personne n’oserait les expulser. Évidemment, ces deux fugueurs, peu au fait des lois de l’aéronautique d’altitude, meurent d’hypothermie et d’insuffisance respiratoire (à 10 000 m., il fait – 50°C. et la pression est de 250 tub.). Mais voilà : on retrouve sur le cadavre de l’un d’entre eux, une lettre édifiante, une supplique de deux pages, avec une faute d’orthographe par mot, où ils adjurent, en raison de la “guerre” (il n’y a pas de guerre en Guinée) et de la misère de leurs familles (l’enquête démontrera qu’elles étaient modestes mais nullement dans le besoin) « les Excellences et Messieurs responsables d’Europe » de les accueillir et d’aider l’Afrique dans son ensemble. La lettre est reproduite in extenso dans la presse belge et française. 35
L’opinion craque ; un concert de larmes s’ensuit. Si ces deux “enfants” (à 15 ans en Afrique, on n’est plus un “enfant”) sont morts, c’est de notre faute évidemment, de notre refus d’accueillir sans discuter tous les “pauvres” du continent noir. Le Figaro (05/08/1999) relève : « La lettre, publiée par la presse, suscite une émotion considérable en Belgique. La révélation in extenso de la lettre dans la presse francophone lui donne une dimension nationale. Elle intervient mois d’un an après la mort d’une jeune Nigériane, Semira Adamu, lors d’une tentative de reconduite à la frontière par des gendarmes du royaume ». Le gouvernement belge se réunit aussitôt en conseil restreint pour traiter de cette affaire capitale. Une cérémonie funéraire est organisée en grande pompe par le clergé ému. On n’en fait pas autant pour les SDF qui meurent de froid et de faim dans les rues de Bruxelles ou de Paris l’hiver. Le ministre des Affaires étrangères, Louis Michel, lui aussi, bouleversé, transmet à ses homologues de l’Union le message officiel suivant, à propos de la fameuse “lettre” trouvée sur le corps d’un des clandestins : « Nous ne pouvons laisser sans réponse ce cri pour une vie meilleure. Nous devons rendre espoir à l’Afrique. » Autrement dit : augmentons encore nos prêts, nos aides de toutes sortes (en pure perte) à l’Afrique et ouvrons encore plus grandes aux jeunes Africains les portes de l’Union. Le gouvernement belge a officiellement transmis à ses quatorze partenaires européens, ainsi qu’aux institutions fédérales de l’Union, la lettre des deux adolescents.
Dans la foulée, comme il fallait s’y attendre, les associations dites anti-racistes wallonnes et françaises en ont profité pour critiquer le contrôle trop strict des flux migratoires (alors qu’il est dans l’UE le plus laxiste du monde entier) et à dénoncer l’« Europe égoïste » (alors que dans le trou sans fond de l’aide au Tiers monde, l’Europe est la plus naïvement généreuse). Le Centre national de coopération du développement s’est fendu d’un communiqué émouvant, digne des mea culpa de la hiérarchie catholique : « Deux enfants sont venus mourir chez nous, tombés du ciel, avec un message adressé au coeur de l’Europe, aux responsables du continent le plus riche et le plus prospère de la planète. »
Notons d’abord que le continent le plus riche et le plus prospère est l’Amérique du Nord et que, si notre colonisation de peuplement par les Africains continue à ce rythme, on ne donnera pas cher de notre prospérité.
Enfin, personne n’a osé suggérer que ce conte de fée tragique était peut-être trop beau pour être vrai ; ces deux adolescents, dont le responsable de leur collège en Afrique a révélé au quotidien guinéen Horoya qu’ils n’étaient plus scolarisés depuis un an, ont bien pu être manipulés par un provocateur qui aurait fabriqué la fameuse lettre, afin de déstabiliser les fragiles et émotives opinions européennes, ouvertes à toutes les culpabilisations. C’est en tout cas l’opinion du ministre de l’Intérieur guinéen.
Bref, la presse wallonne et française a consacré, pendant plus d’une semaine, des colonnes entières à ce fait divers, relayée par la RTBF, France 2 et la ZDF allemande, les trois stations les plus immigrophiles de l’Union.
Le rapatriement des corps des deux garçons à Conakry donna lieu à des scènes d’hystérie collective, où les femmes se roulaient par terre en invoquant Allah. Le ministre guinéen de la Fonction publique, Lamine Kamara, a carrément suggéré que les Européens étaient indirectement responsables de la mort de Yaguine et de Fodé. Toujours cette bonne vieille culpabilisation … C’est parce que la politique européenne des visas est trop restrictive qu’on pousse les Africains candidats au départ au désespoir, a-t-il expliqué. Au cours d’une conférence de presse, tenu le 7 août 1999, le ministre a déclaré : « S’il avait obtenu un visa en bonne et due forme, Yaguine n’aurait pas opté pour cette méthode et ne serait pas mort aujourd’hui. » Autrement dit, pour beaucoup de responsables africains, le discours est de forcer les portes de l’Europe par chantage moral. C’est la colonisation par la mendicité et l’apitoiement.
Cet esprit de mendicité et d’irresponsabilité, qui vise à obliger les Européens à prendre en charge un continent africain sous-capable (et pauvre malgré d’immenses ressources naturelles), à l’assister financièrement, à accueillir les surplus de son déversoir démographique, est parfaitement résumé dans ce passage de la “lettre” trouvée sur le corps d’un des deux adolescents clandestins (les fautes orthographiques ont été corrigées) : « Si vous voyez que nous nous sacrifions et exposons notre vie, c’est parce qu’on souffre trop en Afrique et qu’on a besoin de vous pour lutter contre la pauvreté et mettre fin à la guerre. Ici, ce n’est pas possible, rien ne peut aller. Si je reste, nous allons vivre malheureux jusqu’à notre mort. »
Cette prose, feinte ou authentique, peu importe, a fait mouche dans les chaumières, de Louvain à Toulouse. Le message est clair, mais en même temps tragique ; il prouve l’incapacité des Africains à se prendre en charge, il est lourd d’une sorte d’autoracisme implicite : “Aidez-nous, assistez-nous, accueillez-nous chez vous, nous sommes incapables sur notre continent de vivre dans la paix et la prospérité”.
Les intellectuels africains, inspirés par leurs collègues ethnomasochistes européens, arguent évidemment que les malheurs de l’Afrique relèvent de la culpabilité et des crimes du colonialisme et du néocolonialisme. Mais qui croit encore à ce sophisme marxo-gauchiste, qui fait toujours les choux-gras du Monde diplomatique ?
Le correspondant guinéen de l’AFP, Mouctar Bah, faxait, à la suite de la mort des deux collégiens candidats à l’émigration clandestine en Europe, une dépêche où l’on pouvait lire : « Si l’on ouvrait les frontières, la Guinée se viderait de la grande majorité de ses jeunes. Ils viendraient tous en Europe. C’est un sentiment largement répandu dans le pays. » Et dans une centaine des pays du Tiers monde …
La mort de Yaguine et Fodé, jeunes immigrants guinéens clandestins, dans la soute du train d’atterrissage de l’Airbus de la Sabena est un drame qui a « bouleversé l’Europe », comme l’a déclaré la présidente du parlement de Strasbourg, Nicole Fontaine. Mais n’y a-t-il pas des bouleversements sélectifs ?
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Le 4 août 1998, une adolescente mineure se fit violer, abominablement torturer puis tuer par deux jeunes Africains qui l’avaient enlevée alors qu’elle sortait de la gare RER de Créteil, et emmenée dans une cave. Puis, ils ont uriné, symboliquement, sur son jeune corps martyrisé. Son calvaire et son oraison funèbre se résumèrent à dix lignes dans la rubrique “chiens écrasés” du Parisien (05/08/1998). Elle n’était pas Guinéenne, mais Polonaise. Elle s’appelait Angela P…
Pour moi, la mémoire d’Angela vaut mille fois plus que celle de Fodé et de Yaguine.

CHAPITRE II
L’EUROPE INCONSCIENTE
La construction européenne est un tâtonnement. Comme si les Européens sentaient inconsciemment, dans les malheurs de l’histoire, après deux guerres civiles meurtrières, qu’ils doivent se regrouper pour survivre. Et ré adopter enfin le modèle impérial-fédéral fondé sur les pays d’attachement et l’ordre suprême, l’Aigle.
Mais malheureusement, à cette ligne dramaturgique souterraine et, disons jungienne, se superpose des institutions et des comportements politiques concrets très décevants. L’Union européenne (qu’il faut soutenir, parce qu’il n’y a pas d’autre choix possible, parce que le concept jacobin de Nation n’est qu’une Ligne Maginot ridicule, parce que nous sommes le même Peuple) succombe évidemment aussi aux erreurs, aux aveuglements de l’idéologie dominante. Elle ne perçoit pas la menace, elle n’a pas le sens de l’ennemi. Il ne faut pas en vouloir à la Grande Patrie en construction d’avancer en somnambule, en aveugle. Il faut simplement lui rappeler les menaces qu’elle ignore. Comme on supplie une femme qu’on aime de ne pas devenir une prostituée.

LA MENACE DÉMOGRAPHIQUE ET GÉOPOLITIQUE DE L’AFRIQUE DU NORD
A cette colonisation de peuplement, alimentée de l’intérieur par la forte natalité des migrants, s’ajoute une autre menace démographique qui ne pourra que renforcer ladite colonisation et, éventuellement, donner lieu à des événements dramatiques. Parlant de son pays, le député grec Constantin Stephanilis, déclarait en mai 1999 : « La Grèce réalise aujourd’hui qu’avec sa faible démographie, elle sera au XXIe siècle un tout petit pays de vieux et de riches entouré d’un océan de jeunes et de pauvres. Dans 10 ans, les Grecs seront toujours 10 millions avec sans doute un niveau de vie occidental Mais les Turcs seront devenus 80 millions. On aura 10 millions de riches entourés par 100 millions de pauvres, à peu près tous musulmans. C’est ça le vrai problème de la Grèce d’aujourd’hui. »
Ce qui vaut pour la Grèce vaut aussi pour l’ensemble de l’Europe, mais à plus grande échelle encore. Non seulement nous sommes envahis de l’intérieur, mais nous sommes entourés de pays jeunes et prolixes qui nous convoitent.
Là encore la démographie, seule science sociale exacte, est imparable il naît chaque année, sur la rive sud de la Méditerranée, plus d’enfants qu’en Europe.
Une poudrière géopolitique majeure est en train de naître en Méditerranée. Cette région risque de devenir, comme le Cachemire, le théâtre d’affrontements susceptibles de conduire à une Troisième Guerre mondiale et de susciter l’intervention des États-Unis. Une Europe occidentale vieillissante, à la natalité autochtone faible, sans renouvellement des générations européennes, en proie à la présence massive sur son sol de masses musulmanes qui, elles, renouvellent et enrichissent leurs générations (par nouvelles arrivées et par natalité interne) fera face, à une heure d’avion, de l’autre côté de la Méditerranée, à des pays arabo-musulmans pauvres, jeunes, toujours en essor démographique et bénéficiant en Europe d’importantes têtes-de-pont. C’est l’addition du salpêtre et du souffre. Cette équation à deux degrés ne sera certainement pas égale à zéro, comme on veut nous le faire croire. Elle ne débouchera pas sur une “coopération politique et économique accrue”, comme 38
les partis politique se l’imaginent. Elle ne peut déboucher que sur la crise, le conflit, la guerre.
L’Histoire avance en zigzag et nul, cinq ans avant, n’avait prévu l’effondrement du communisme, la chute du Mur, la réunification allemande, l’éclatement de la Tchécoslovaquie et de la Yougoslavie, le nouveau conflit balkanique et l’agression des USA sous couvert d’OTAN contre la Serbie. C’est pourquoi, écarter d’emblée l’hypothèse à moyen terme d’un conflit grave et ouvert entre l’Europe et des pays musulmans agresseurs relève de la cécité historique pour ne pas dire plus.
Des pays jeunes et pauvres, complexés envers les Européens, armés du ressentiment de la colonisation toujours très vivace, sont structurellement les ennemis de l’Europe ; ils se sentent et s’investissent comme tels, même s’ils ne le formulent pas encore par tactique, afin de bénéficier tant qu’ils le peuvent de ses innombrables mannes financières. Les Européens, eux, dindons de la farce, se veulent les grands amis des pays arabo-musulmans, dont les ressortissants les colonisent. N’oublions pas que le défunt président algérien Houari Boumedienne, dont le ministre des Affaires étrangères, Bouteflika, est l’actuel chef d’État algérien, avait ouvertement formulé l’idée que les pays arabo-musulmans devaient à leur tour coloniser l’Europe et notamment la France, après avoir expulsé les colonisateurs européens.
Cette colonisation se produit “par le bas” ; elle est fondée sur l’apport démographique et non pas sur la domination politique et militaire. Comme nous l’avons vu plus haut, elle est “douce” et se veut dans un premier temps, non-violente. Mais, dans un deuxième temps, cette colonisation peut devenir dure et les masses arabo-musulmanes pourront demander l’aide, en cas de guerre civile ethnique en Europe, à leurs mère-patries qu’ils n’ont pas oubliées.

LA POSSIBILITÉ D’UN CONDOMINIUM AMÉRICANO-ISLAMIQUE SUR L’EUROPE
Notre colonisation sert les intérêts américains. Les États-Unis, qui sont le “principal adversaire” de l’Europe alors que le Sud et l’islam en sont les “ennemis principaux”, jouent évidemment à fond la carte de la colonisation de peuplement et de l’islamisation de notre continent. Depuis longtemps, la stratégie américaine très pertinente de leur point de vue, a été d’évacuer les Européens d’Afrique et d’Asie pour y prendre leur place et d’encourager la naissance d’un kaléidoscope ethnique afro-asiatique en Europe.
Pendant la guerre d’Algérie, les USA soutenaient le FLN. En Afrique francophone, comme récemment au Zaïre, ils ont combattu, même militairement, la présence française et belge. Afin de s’approprier le sous-sol minier et l’uranium. En Afrique noire, ils financent et encouragent le recul de la francophonie. En Algérie, ils ont soutenu la politique d’arabisation qui vise à éliminer le Français et à instaurer l’Anglais comme première langue étrangère. Aidés par leurs complices anglais, ils ont persuadé tous les gouvernements algériens successifs d’accorder aux Anglo-saxons le monopole des exploitations pétrolières et gazières du Sahara. Jamais les terroristes islamiques n’ont inquiété les sociétés et les ressortissants américains présents en Algérie. En Afghanistan, la CIA a armé les islamistes contre les Russes.
Bien sûr, il y a des tensions entre l’islam et les USA. Les affaires d’Iran le démontrent. Mais globalement, l’Amérique joue la carte de l’islam pour affaiblir l’Europe et l’islam celle de l’Amérique dans le même dessein. C’est la stratégie des larrons en foire, des compétiteurs qui s’unissent par en dessous contre un adversaire commun, ce qu’on appelle la “coopétition” (coopération-compétition).
L’Islam a intérêt à la bienveillance américaine pour coloniser l’Europe. L’Amérique encourage son protégé fondamentaliste, l’Arabie saoudite, à financer des mosquées et des associations en Europe grâce aux royalties pétrolières (mais c’est interdit en Amérique !). La guerre du Kosovo est un véritable cas d’école. L’objectif géopolitique américain était double aider à l’implantation en Europe de deux États islamiques, la Bosnie et le Kosovo. Et consacrer une mésentente et un ressentiment entre Européens de l’ouest (asservis à l’Otan et compromis dans les bombardements de la Serbie) et Slaves orthodoxes. De manière à empêcher la naissance d’une Grande Europe, cauchemar géopolitique pour l’Amérique thalassocratique.
Jadis, comme je l’avais formulé, l’Europe divisée et occupée était aux prises avec le “condominium américano-soviétique”. Demain, ce peut être pire ! Nous verrons peut-être le condominium américano-islamique. Comme le craint à juste titre Alexandre del Valle dans son remarquable essai Islamisme et États-Unis, une alliance contre l’Europe (Éditions L’Age d’Homme), l’intérêt de l’Amérique est une islamisation de l’Europe, une présence afro-maghrébine et asiatique de plus en plus forte sur notre continent. Une Europe péninsulaire otanisée, islamisée et séparée des Slaves et des Russes, n’est-ce pas la meilleure manière pour les USA d’enchaîner Gulliver, de paralyser le géant ?
De plus, il n’est pas négligeable pour les stratèges économiques américains de savoir que l’immigration massive est un boulet qui alourdit notre dynamisme économique. La colonisation de peuplement de l’Europe par le Tiers monde sert les intérêts économiques américains, au même titre que le laxisme libre-échangiste de la Commission de Bruxelles.
Dans l’hypothèse d’un conflit entre l’Europe et des pays arabomusulmans, dont une guerre civile ethnique en Europe serait le prétexte, les Américains s’empresseraient d’intervenir en “médiateurs”, donc en prescripteurs. Imaginons une guerre ethnique en Provence dans une dizaine d’années, ce qui n’est pas impossible, étant donné qu’elle commence déjà de manière rampante, comme dans d’autres régions de l’Hexagone. L’histoire ne se répète pas exactement de la même manière, mais il est très possible que les États-Unis “s’interposeraient” comme ils l’ont fait en Serbie. Pour “ramener la paix”, évidemment. Le condominium américano-islamique tomberait alors comme une chape de plomb, comme une longue nuit sur la France et l’Europe.

LE PROJET DÉLIRANT ET SUICIDAIRE D’UNIR LE MAGHREB A L’UNION EUROPÉENNE
Pour parfaire et intensifier encore la colonisation de l’Europe et les menaces mortelles qu’elle induit, on ressasse à l’envi depuis une quinzaine d’années l’idée absurde d’y faire entrer deux pays musulmans qui, ni d’ethnies, ni de traditions, ne sont européens : le Maroc et la Turquie. De puissants lobbies immigrationnistes relaient cette idée, soutenus évidemment par les Turcs et les Marocains.
Ces deux pays y ont tout intérêt : ils en retireraient une fontaine financière considérable, en plus que ce qu’ils reçoivent déjà, pourraient nous submerger de produits à bas prix et, surtout, verraient leurs ressortissants et leurs surplus démographiques pouvoir s’installer librement en Europe, comme un Français ou un Hollandais en Belgique. Une partie de la classe politique est réticente. Mais n’osant pas appeler un chat un chat, elle craint d’évoquer pour réfuter le projet, l’argument de l’islam ou de la différence de civilisation ou encore de l’immigration accrue dans des proportions explosives. Pour le Maroc, on parle de structures économiques encore inadaptées , pour la Turquie d’“insuffisance de la démocratie”. Mais on n’écarte pas totalement l’hypothèse de cette union contre-nature …
Au Maroc, le plus ferme soutien de ce projet fou est le récent roi Mohamed VI, qui a fait une thèse à Nice sur la coopération Maroc-UE et un stage, parrainé par Jacques Delors, à la Commission de Bruxelles. Plus significatif : un récent numéro de la revue politique Panoramiques, qui dépend de l’hebdomadaire Marianne a sorti un dossier intitulé « Marier le Maghreb à l’Union européenne ? ». Des “signatures” y écrivent Mohamed VI, Michel Jobert, Jean Daniel, Sami Naïr, et une pléthore T d’“intellectuels” maghrébins immigrés, évidemment très intéressés par cette perspective. La revue précise : « associer 70 millions de Maghrébins à 350 millions d’Européens. Et si on faisait reverdir le Sahara ? ». On ne voit pas en quoi cela ferait “reverdir le Sahara”, ni avec quoi on financerait ce projet dément et inutile.
Une Union du Maghreb à l’UE aurait pour nous des conséquences bien plus graves encore que l’immigration actuelle. Ses partisans affirment qu’elle limiterait des flux migratoires en créant des millions d’emplois au Maghreb. Vue de l’esprit. Aucune entreprise européenne n’ira plus qu’aujourd’hui investir dans cette zone de faible niveau économique et à la main-d’oeuvre sans qualification. Un ancrage du Maghreb (Maroc, Algérie, Tunisie) dans l’Union ferait exploser cette dernière, du fait des problèmes d’instabilité politique et de mésentente chronique qu’il créerait. Les finances des pays européens seraient écrasées parle poids des aides à verser par solidarité à ces trois pays, sans compter à la Turquie. On dit “les ressources minières et touristiques du Maghreb sont immenses, nous pourrions les développer”. Celles de l’Europe de l’est et de la Russie sont encore plus considérables, tournons-nous plutôt vers elles. Et nous déve-loppons déjà, sans résultat mirifique, les ressources du Maroc et de la Tunisie …
D’autre part, l’alignement des systèmes fiscaux et sociaux du Maghreb sur ceux de l’UE est impossible sans désastre économique, surtout depuis la création de l’Euro. Enfin, du fait du différentiel démographique et de la règle de la libre circulation des personnes, la colonisation des Maghrébins en Europe s’en verrait décuplée. Et cette fois-ci, sans voie de retour possible. Le Maghreb n’a rien à amener à l’Europe, aucun avantage économique ou géopolitique. Un tel mariage serait s’unir avec un ensemble parasitaire. J’ai conscience, en disant cela que je me démarque de mes positions d’il y a une dizaine d’année où je prônais l’“union euro-arabe”, comme évidemment de celles de l’actuelle Nouvelle droite qui en est restée à ce programme anachronique.
Mais cette idée parfaitement anti-européenne fait son chemin dans certains esprits. On va commencer par essayer de passer des “accords de coopération renforcée”, dits d’“association”. Et puis on essaiera d’aller plus loin. C’est du suicide. Ce serait la voie du paupérisme et de la colonisation irrémédiable. Ceux qui doivent se frotter les mains, ce sont les Américains : que le Maghreb s’ancre à l’Europe, comme islamiser cette dernière, comme la couper en deux entre “Slaves” et “Occidentaux”, quelle bonne aubaine pour marginaliser son principal rival. Les pseudo-élites européennes tissent la corde qui servira à les pendre et, selon le mot du poète indien Ibaagamantha (1456-1540) « laissent ouvertes leurs cassettes d’or et leur épouses sans protection ».

LE SORT DE LA FRANCE NE RÉVEILLE PAS LES AUTRES EUROPÉENS
L’Allemagne vit encore sous le régime du droit du sang, qui, conformément au droit germanique, accorde, par simple bon sens, la nationalité en fonction de celle des parents. Comme c’est le cas dans plus de la moitié des pays du monde. Fascinée et complexée par l’idéologie de la République française et de l’Amérique (la même), elle s’apprête à amoindrir puis à abandonner ce droit du sang, selon la logique suicidaire qui habite toutes les classes politiques européennes sur la question de l’immigration. Sur injonction des Verts, évidemment.
Pourtant, malgré le maintien de ce droit du sang et la difficulté qui s’ensuit de se faire naturaliser allemand, quelques gouvernants d’outre-Rhin ont tiré la sonnette d’alarme devant l’ampleur des flux migratoires. Avec un franc-parler que n’osent pas avoir leurs collègues français ou belges, ligotés par leurs clichés et leurs fantasmes antiracistes.
Le ministre socialiste de l’Intérieur (SPD), Otto Schily a repris en novembre 1998 la formule de son prédécesseur chrétien-démocrate (CDU), Manfred Kanther, à propos de l’immigration : « Le navire est plein à ras bord, un peu plus, il coulerait ». C’est peut-être le spectacle du voisin français qui, lui, est en train de couler, qui a inspiré cette remarque de bon sens. M. Shily déclarait au quotidien berlinois Tagesspiegel (14/11/1998) : « La limite du supportable pour l’Allemagne en matière d’immigration est atteinte ». Il ajoutait que cela ne changerait rien de voter une loi sur l’immigration, autorisant des quotas, car le quota d’accueil d’étrangers devrait être ramené « à zéro ». Jamais un socialiste français n’oserait proférer une vérité aussi incorrecte. Et pourtant la République fédérale souffre beaucoup moins que la France de l’immigration. Les populations qu’elle accueille, qui, en majorité, ne sont pas afro-maghrébines, sont à la fois plus intégrées et infiniment moins criminogènes que les Beurs-Blacks de France. Ce qui prouve bien que ce n’est pas le fait d’être étranger juridiquement qui rend l’immigré inassimilable, c’est son appartenance ethnique. Les Turcs d’Allemagne, qui sont étrangers, posent beaucoup moins de problèmes et coûtent beaucoup moins cher au peuple allemand que les Afro-maghrébins à la nation française, et pourtant ces derniers sont majoritairement de nationalité française !
Mais contre le déferlement, les barrières allemandes sont faibles, même si M. Shily essaie de résister avec son programme courageux d’immigration-zéro. Tout d’abord, le taux de natalité des étrangers extra-européens est plus du double de celui des Allemands de souche qui, comme les Italiens, connaissent les taux les plus bas de toute l’histoire européenne depuis le IIIe siècle. Ensuite, au sein du SPD, beaucoup font pression pour que la RFA adopte une politique de quotas en fonction des nationalités. Enfin les Verts militent pour l’ouverture totale des frontières et les médias leur sont acquis.
Quoi qu’il en soit, l’Allemagne, elle aussi, en est au début de sa colonisation de peuplement. Officiellement, les étrangers y étaient 7,4 millions en 1998 (8,95% de la population), sans compter les non-recensés et les clandestins. Comme en France et en Belgique, les allogènes sont plus jeunes et plus prolixes que les autochtones. Même sans flux d’entrées, leur population croît tandis que celle des Européens de souche, par vieillissement et dénatalité, décroît. D’autant que le nombre de demandeurs d’asile étrangers à l’administration fédérale est de 100 000 par an …
* * *
Les autorités espagnoles vivent elles aussi dans le plus parfait aveuglement. Pays d’émigration, jusqu’ici relativement épargné, l’Espagne connaît un afflux accéléré d’allogènes qui franchissent clandestinement ou non le détroit de Gibraltar en provenance d’Afrique. 165 000 Afro-maghrébins réguliers en Espagne en 1975 et déjà 700 000 aujourd’hui, selon les sources officielles, c’est-à-dire très sous-estimées. Sans compter 100 000 “sans-papiers” venus d’Amérique latine et 150 000 en provenance d’Afrique. L’Espagne commence à vivre le sort de la France avec 15 à 20 ans de retard. Mais en prend-elle conscience ?
Au lieu de réagir quand il en est encore temps contre cet afflux qui provoque un désastre en France, le gouvernement espagnol – pourtant de droite – succombe à l’humanitarisme et encourage le phénomène. Ramon Luis Acuna écrit, désabusé : « L’augmentation du nombre des immigrés commence à préoccuper la population mais le gouvernement n’a pas encore réagi par la contrainte. Au contraire, un projet de loi propose une politique d’immigration d’orientation très libérale. » (Le Figaro, 21/08/1999)
Le texte est d’un laxisme irresponsable : les étrangers résidant en Espagne pourront voter aux municipales, se syndiquer, accéder à la Sécurité sociale, bénéficier du droit de grève, des allocations de logement et … du regroupement familial ! Les clandestins obtiendront un permis de résidence (donc aussi tous les droits précités) s’ils prouvent leur présence en Espagne depuis 2 ans. Et, immédiatement, s’ils dénoncent les “passeurs” à la police.
Toutes ces mesures suicidaires vont créer en Espagne un formidable appel d’air ; les clandestins seront de plus en plus certains de trouver sur place des communautés constituées et déjà installées qui les aideront à survivre. Et, avec l’“espace Shengen”, à circuler dans toute l’Europe.
Aucun parti politique espagnol, tous frappés de cécité, ne préconise la limitation de l’immigration. Celle-ci verra ses effets démultipliés du fait de l’effondrement de la natalité des Ibériques. Ce “peuple fier et libre” succombe comme ses voisins à l’humanitarisme dominant, au désarmement moral, à l’effondrement de la conscience ethnique (dont j’expliquerai plus loin les causes morales et idéologiques).
L’Espagne, comme l’Italie, suit le sombre chemin de la France sans tirer aucune leçon du sort de cette dernière. Et c’est, d’après Raymon Luis Acuna précité, l’apitoiement devant les noyades de clandestins qui franchissent Gibraltar (1000 en 5 ans) sur les pateras de fortune, ainsi que la pression des organisations antiracistes, qui ont conduit les gouvernants de droite à cette politique de démission et de fausse paix sociale.
Car, comme toujours, les élites politico-intellectuelles n’ont cure des intérêts de la population. Les instituts d’opinion dressent le tableau idyllique d’un pays où 95% de la population serait anti-raciste et favorable à l’accueil des étrangers. Pourtant, les incidents graves se multiplient, comme à Tarasa, près de Barcelone, où, en juillet 1999, on assista à une semaine d’affrontements entre Marocains et Catalans. La presse a crié au scandale après l’incendie d’une mosquée. SOS Racisme a relevé une poussée de la xénophobie populaire depuis 1998, dans le silence de la presse. Dans la population un mot d’ordre commence à circuler : « Pas de Maures chez nous ».
Qu’en retenir ? Comme en France, comme en Italie, aux Pays-Bas, en Belgique, le gouvernement et les médias sont plus préoccupés de lutter contre ce qu’ils appellent le “racisme”, mais qui n’est que de l’auto-défense, que de protéger leur propre peuple contre la colonisation ethnique. L’humanitarisme aveugle a détruit, comme un virus, tous les réflexes de défense.
Les politiciens espagnols, comme leurs homologues européens, porteront une lourde responsabilité devant les générations futures. Ils aident objectivement leurs envahisseurs, n’ayant retenu aucune leçon de leur propre histoire. Ils sont, surtout à droite, soutenus par des médias aussi ignorants, aussi irresponsables qu’eux, dont le mot d’ordre rassurant « ne dramatisons pas » débouchera pourtant sur un drame dont ils ne mesurent pas l’ampleur. La “kosovarisation” de l’Europe est commencée.

CONTRE LES NATIONALISMES EUROPÉENS, POUR LE NATIONALISME EUROPÉEN
Les idéologies nationalistes-xénophobes, apparues au XIXe siècle, portent une responsabilité écrasante dans les deux guerres mondiales et l’abaissement historique de l’Europe. Partout, de la France à la Pologne, de l’Allemagne à la Grande-Bretagne, de la Russie aux Balkans, elles ont été et sont toujours le moteur de l’affrontement des Européens entre eux, et donc de leur affaiblissement global face au reste du monde.
Un des premiers à avoir distillé ce funeste nationalisme intra-européen fut le linguiste prussien Johann Gottfried Herder, à la fin du XVIIIe siècle, qui s’insurgeait contre le français pratiqué par les élites européennes et qui inventa le concept douteux du Sprache und Boden (“langue et sol”), selon lequel chaque “peuple” ne devait parler que “sa” langue. Ce nationalisme linguistique allemand fut le virus qui empoisonna toute l’Europe, associé bien entendu au cosmopolitisme jacobin français et à l’impérialisme ultramarin britannique.
Au XIXe siècle, où les États-Nations européens se formèrent sur le modèle de la France révolutionnaire, l’idée s’installa que chaque État-Nation devait avoir sa langue exclusive. Ce qui incita la République française à interdire, dans ses colonies comme dans ses provinces intérieures, l’usage des langues populaires au profit du seul français.
A l’inverse même de l’idée d’Empire, dans laquelle les identités s’imbriquent de manière inégale, on se mit à envisager l’Europe comme une juxtaposition de nations mécaniquement cloisonnées ou la langue et à la culture d’un peuple, homogènes, s’arrêtaient net à la frontière douanière.
Chaque État-Nation se mit à reconstruire son passé et son histoire de manière mythologique. L’écrivain Bernard Comment expliquait dans Libération (12/05/1999) : « On déterre alors de vieilles légendes, on bricole une culture médiévale (le néogothique allemand, etc.), on réveille ou tout simplement invente tout un folklore national, pour mieux s’arc-bouter sur des mythes originaires. Allègrement, on passe ainsi d’une conscience historique à une appartenance mythique. [...] En 1989, les commémorations allaient bon train. La France célébrait en grande pompe le bicentenaire de sa Révolution, sans vouloir toujours y intégrer ce qui a pourtant constitué cette dernière en modèle paradigmatique, à savoir la Terreur. Les États-Nations opèrent toujours un tri dans l’histoire ».
La France, pourtant universaliste et cosmopolite, s’inventa un passé celtique, gaulois, anti-germanique, en opposant ses Lumières et sa finesse d’esprit à la prétendu barbarie tribale des peuples d’outre-Rhin. L’État allemand, sous ses régimes successifs, entendit se “déromaniser” et construisit de toutes pièces une mythologie allemande faite d’un invraisemblable bric-à-brac de Saint-Empire germanique médiéval et de légendes nordiques. L’État italien se découvrit d’un coup l’héritier des Césars. L’État belge s’inventa toutes sortes de légitimités ridicules. Etc. Ce qui est frappant, c’est que tous ces micro-nationalismes sont tous anti-européens. Ils sont dirigés contre les peuples-frères voisins. Les pires ennemis des nationalistes flamands, ce sont les Wallons, qui, d’un point de vue biologique et culturel, sont extrêmement proches d’eux. L’idéologie qui anime le mouvement de la Padanie, en Italie du Nord, est essentiellement dirigée contre les Romains et les Italiens du sud. En Irlande du Nord, en Catalogne, au Pays basque, en Europe centrale et dans les Balkans, ce sont les mêmes animosités qui opposent des Européens entre eux.
L’enracinement dans une identité régionale doit être un renforcement du sentiment d’appartenance européenne et non pas le recouvrement d’un micro-nationalisme.
Il est encourageant que plusieurs indépendantistes corses, bretons, lombards et flamands l’aient compris, en concevant leur future indépendance, leur future liberté dans le cadre fédéral et impérial.
C’est le nationalisme français qui, de 1914 à 1918, a provoqué l’ultime désastre : des troupes coloniales, venues d’Afrique et d’Asie – bientôt appuyée par l’armée américaine – sont venues combattre d’autres Européens, contre lesquels la France était engagée. Au yeux du monde, 1a solidarité ethnique de l’Europe n’existait plus. François Ier avait déjà commis la même bévue, en s’alliant avec les Ottomans contre l’Autriche.
Le rêve colonial français formulé dans les années trente, d’une France de 100 millions d’habitants – et abandonnant nécessairement sa composition anthropologique européenne -, afin de faire pièce à l’Allemagne, constitue une autre cause de fragilisation de l’identité européenne face au reste du monde.
La colonisation actuelle de l’Europe par le Tiers monde n’est que la conséquence, historiquement logique, du colonialisme européen du siècle dernier. La doctrine colonialiste et “civilisatrice” française du XIXe siècle, qui visait stupidement à renforcer le nationalisme français face à ses voisins européens, en leur préférant des peuples d’outre-mer, nous en payons aujourd’hui les conséquences.

CHAPITRE III
L’UTOPIE COMMUNAUTARISTE ET MULTIETHNIQUE
Pour résoudre les insurmontables problèmes de l’immigration, deux utopies s’affrontent sur les décombres de l’idéologie républicaniste égalitaire : celle du communautarisme et celle de l’intégration-assimilation, qui déchirent totalement, selon de nouveaux clivages, la gauche et la droite et la classe politico-intello-médiatique.
Quand l’idéologie égalitaire constate que ses principes ne fonctionnent pas, elle biaise et tente d’en changer, même si les nouveaux principes adoptés contredisent totalement l’égalitarisme lui-même. Voyant l’échec de l’intégration-assimilation, on est passé au “communautarisme” qui peut se définir comme une intégration sans assimilation, selon la logique bâtarde d’un apartheid qui n’ose pas dire son nom. Il s’agit de la croyance en la cohabitation possible de groupes ethniques et culturels identitaires différents – quel que soit leur éloignement biologique, religieux, historique etc.- au sein d’un même État, d’une même unité politique. Par une sorte de grand écart périlleux, les immigrés et leurs descendants resteraient à la fois intégrés dans leurs traditions, leurs cultures, mais seraient tout de même aussi “Français”, attachés au pacte social républicain.
Cette doctrine qu’on nous présente comme nouvelle, comme une solution miracle est en réalité une vieille lune : dans les années soixante aux États-Unis, après l’échec patent du melting pot, les intellectuels de la côte est ont inventé ce néologisme à gaz pauvre de “communautarisme”, repris aujourd’hui par les intellectuels français affolés par l’immigration de masse.
Aux États-Unis, qui est une société plus qu’une nation, ça marche à peu près du fait de l’immensité territoriale. Les frictions ethniques sont gérables. Et surtout, il n’y a pas là bas de présence conquérante de l’islam. Il en va tout autrement en Europe.
Le communautarisme ne peut pas fonctionner, pas plus que l’intégration-assimilation. La position que je défends est la suivante : la cohabitation sur le territoire de la même unité politique de populations ethniquement et culturellement éloignées n’aboutit, à long terme à aucune civilisation féconde, ne débouche que sur des conflits endémiques et paralysants et détruit la notion même de peuple. Le communautarisme est la ruse de l’universalisme pour détruire le peuple européen.
Du côté du communautarisme : mots d’ordre de multiethnicité, de “double appartenance”, d’ethnopluralisme, de “société multiculturelle”. ,Du côté de l’intégrationnisme : mots d’ordre contre le foulard islamique, de valeurs républicaines sous perfusion.
Les deux tendances se trompent lourdement. La solution est une troisième voie : la société monoethnique, dans laquelle l’intégration va de soi puisqu’elle se fonde sur un héritage ethno-culturel commun : l’appartenance à la famille européenne.
COMMUNAUTARISME OU ASSIMILATION ? LES CAFOUILLAGES DE L’IDÉOLOGIE DOMINANTE
Ivan Rioufol, dans Le Figaro (01/04/1999) écrivait : « Pour justifier la guerre contre la Serbie, Alain Richard, ministre de la Défense, a dit “Nous avons vocation, partout en Europe à avoir des États multiethniques qui tolèrent les minorités” ». Remarquant que le gouvernement de gauche ne veut pas maîtriser l’immigration, il le 46
soupçonne de « préparer l’opinion au fait que la France va devenir un de ces États multiethniques », annoncé comme une évidence par Alain Richard. Il ajoute : « la politique d’intégration, cet étendard républicain, risque dans ce dernier cas d’appa-raître bien théorique. Jusqu’à présent, les discours officiels ont toujours affiché une extrême réticence face au communautarisme. Jacques Chirac a régulièrement affirmé que “notre pays ne sera jamais l’addition de communautés juxtaposées”. On pensait dès lors avoir compris que la multiethnicité, c’est-à-dire la reconnaissance pleine et entière des minorités, n’était pas souhaitable pour l’unité de la République. Ce qui paraissait une évidence devient moins lisible ».
* * *
Personne n’a retenu la leçon de l’ex-Yougoslavie et surtout du Kosovo, où nous vivons en direct l’échec total du communautarisme et du multiculturalisme. Et ce, alors que la proximité entre Serbes, Croates et Albanais était plus importante que celle qui sépare les Européens de l’ouest des Africains et Maghrébins qui s’installent … Le paradoxe total de la politique menée par l’Occident au Kosovo est le suivant : la société multiethnique, c’est bon pour nous, même si ça ne marche pas chez eux.
Le piège est total. Jamais aucune contradiction idéologique n’aura été si forte. La confusion est complète entre des concepts flous qui s’agitent, comme des homards moribonds dans un vivier de poissonnier : assimilation, intégration, identité, communautarisme, etc. Gauche et droite communient dans un délire commun : les immigrés doivent être assimilés et intégrés, mais en même temps conserver leur identité et leur droit à la différence. Pas de ghetto, pas d’exclusion, pas de ségrégation ! Mais pas non plus d’assimilation déculturante. Qu’ils gardent leur culture mais deviennent “Français”. L’idéologie dominante, devenue schizophrène, pratique l’alliance de la carpe et du lapin.
L’immigré doit à la fois conserver ses racines et devenir Français. C’est parfaitement conforme avec l’idéologie égalitaire et utopique de la république, mais parfaitement inapplicable. dans les faits. Un homme ne peut pas avoir une double identité. On en fait un métis schizophrène. Car tout le monde a négligé les faits ethniques, raciaux, religieux et culturels qui forment le fonds de la vie des peuples. Le concept de “Français”, purement juridique et politique, s’avère le fruit d’un quiproquo historique.
Les immigrés parfaitement intégrés et assimilés ? Évidemment, ils existent. Sur les marges. Ce n’est qu’une minorité, chez les femmes surtout. Et leur intégration se fait majoritairement au bas de l’échelle. En dépit de tous les efforts et de tous les trucages, les membres des professions à forte valeur ajoutée issus de l’immigration afro-maghrégine, même au bout de la troisième génération, ce qui n’est pas le cas des migrants asiatiques ou est-européens. La faute au racisme ? La cause doit être bien différente et relever d’une vérité politiquement incorrecte. Elle est la même aux États-Unis ou au Brésil.

CRITIQUE DES POSITIONS DE L’ACTUELLE NOUVELLE DROITE
La question ethnique en Europe, celle de l’immigration de masse et de la société multiraciale et multiculturelle, celle de l’expansion de l’islam sur notre sol sont devenus le problème central, beaucoup plus pressant que l’américanisation des moeurs,
que notre défaillance stratégique et géopolitique, et même que notre système économique aberrant – à la fois ultralibre-échangiste et socialo-corporatiste -, ou que le chômage ou encore que les dégradations de l’écosystème. Pourquoi ? Parce que les dommages culturels, économiques, écologiques sont réparables ; parce qu’on peut redresser une mauvaise situation géostratégique ; parce qu’on peut se libérer de la tutelle globale de l’Oncle Sam ; mais que l’atteinte à l’identité biologique et à l’unité ethnique touchent à l’essentiel et sont plus difficilement réparables.
Pour faire bref, nous dirons que la question ethnique et celle du déclin démographique européen sont les plus urgentes et les plus importantes. C’est pourquoi je déplore avec stupéfaction que, dans sa ligne idéologique officielle et ses médias, la Nouvelle droite, qui devrait être le courant de pensée moteur dans la défense et l’affirmation de l’identité et de la puissance européenne, ne prenne pas des positions clairement natalistes et surtout, sur la question ethnique, défende par “réalisme” des thèses communautaristes, celles de l’acceptation fataliste des masses allogènes, par-faitement contraires à l’objectif visé, c’est-à-dire la continuation dans l’Histoire du Peuple européen.
* * *
La revue Éléments, dans son n°91 de mars 1998, présente un dossier central intitulé « le défi multiculturel », sur la couverture duquel on voit une femme maghrébine voilée, suivie d’une foule de manifestants arabes, hurler avec un mégaphone des slogans, face à un CRS qui essaie de contenir la manifestation.
Le slogan est fort, l’image est forte aussi. Pourtant les deux suggèrent des idées difficiles à admettre, biaisées pour ainsi dire.
Tout d’abord, le mot “défi” suggère que l’immigration de masse, la colonisation de peuplement que nous subissons est pour nous un défi à relever, donc un effort à faire pour nous adapter à un colonisateur objectif. C’est du fatalisme et de l’ethnomasochisme. Ensuite, pourquoi dire “multiculturel” alors que le problème est multiracial et multiethnique ? Pourquoi gommer cette dimension anthropo-biologique et religieuse de l’immigration, alors que nous avons à faire à l’arrivée massive de popula-tions radicalement allogènes et d’un monothéisme théocratique, l’islam, et non pas à l’apport “enrichissant” d’une “nouvelle culture” comme le suggère malheureusement Éléments ? Cette attitude concourt objectivement à travestir la réalité en la rendant neutre, sympa, acceptable, à faire passer une colonisation agressive en une présence fraternelle et pacifique “d’autres cultures”. On concourt ainsi à raffermir le discours de la gauche comme de l’épiscopat : l’immigration serait une richesse (culturelle, etc.) pour la France et Europe. Je trouve dommage qu’au nom d’un anti-jacobinisme parfaitement légitime, les intellectuels de la Nouvelle Droite soient tombés dans un tel piège. Comme si le multiculturalisme ne pouvait pas se réaliser entre Européens, comme si nous avions besoin des Afro-maghrébins et des musulmans … pour enrichir notre multiculturalisme naturel d’Européens.
* * *
Dans le numéro d’Éléments, précité, l’éditorialiste Robert de Herte écrit : « Comme tout phénomène post-moderne, le multiculturalisme [...] cherche donc à concilier la mémoire et le projet, la tradition et la nouveauté, le local et le global. Il
représente une tentative de se soustraire à l’homogénéisation institutionnelle et humaine que réalise l’État thérapeutique, etc. ». Le communautarisme serait porteur d’un « pluralisme des identités », de ce fameux droit à la différence et d’une forme renouvelée du « droit des peuples ». D’après le même éditorial, le communautarisme viserait à « faciliter une communication dialogique et donc féconde entre des groupes clairement situés les uns par rapport aux autres ».
Le multiculturalisme offrirait aussi « la possibilité à ceux qui le souhaitent de ne pas devoir payer leur intégration sociale de l’oubli de leurs racines ». Mais leurs “racines”, pourquoi ne les cultivent-ils pas chez eux ? Pourquoi les vivre chez nous ?
Le multiculturalisme est donc “post-moderne” et “dialogique” : l’argument est plus jargonnant que convainquant. Le “droit des peuples” allogènes installés sur le territoire européen semble à l’auteur aussi important que celui des peuples européens à rester entre eux. Ce n’est pas vraiment ma position, et je dénie tout droit à 1’“Autre” – cette nouvelle idole “postmoderne” – de demeurer chez moi, sur mon territoire. Le “droit des peuples” n’est valable que si chacun reste chez soi. Les Afro-maghrébins ou les Asiatiques, en tant que peuples, n’ont rigoureusement aucun droit en Europe, comme nous n’en avons aucun chez eux. A la limite, je préfère la logique nationalitaire du droit international public, pratiqué par tous les pays du Tiers monde, où un hôte allogène – étranger -, en visite pendant un temps limité, conserverait chez nous des droits provisoires de protection de sa personne, mais pas plus. Reconnaître, sur son sol, sur sa terre, des “droits” à d’autres peuples constitués, non-européens et revendiqués comme tels (puisque R. de Herte est partisan du maintien de l’identité des communautés immigrées contre l’assimilation) est pour moi une position intenable, suicidaire à long terme et qui s’apparente à cet ethnomasochisme que je ne cesse de dénoncer. Et puis, où est la réciprocité ? Dans les pays arabo-musulmans, les Européens, chrétiens ou juifs, ont-ils le droit de pratiquer ouvertement leur religion ? Bien sûr que non. Quant aux païens, que mes amis d’Éléments prédilection rient, ils n’ont même pas le droit de poser un pied sur le sol de bien des pays musulmans.
Nous n’avons nul besoin d’autre part des immigrés pour vivre un “pluralisme des identités” que nous possédons déjà entre Européens. Comme si les immigrés étaient un enrichissement culturel indispensable depuis longtemps attendu ; on croirait lire les thèses du magazine Nova ou des Inrockuptibles. Passons.
D’autre part, soutenir que l’État actuel “thérapeutique” opère une “homogénéisation” de la société civile est une contre-vérité totale. Il est au contraire d’un laxisme absolu et laisse de développer en tous lieux communautés ethniques, zones de non-droit, écoles confessionnelles, contre-cultures, cultures alternatives, et va jusqu’à légiférer etc. Il faut un peu sortir avant de théoriser.
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Puis, dans un long article très documenté, qui se propose implicitement comme la doctrine de la Nouvelle droite en la matière, Charles Champetier, à l’instar de Robert de Herte, expose des conceptions très contradictoires avec les autres postulats ethniques et culturels de ce courant de pensée. Il se pose notamment en rupture et en désaccord absolu avec les positions du GRECE (“Groupement de recherche et d’étude pour la culture européenne”, la composante centrale de la Nouvelle droite), telles que les professent ses fondateurs.
« Dans une société pluri-ethnique, écrit-il, les cultures ne doivent pas seulement être tolérées dans la sphère privée, mais reconnues dans la sphère publique, notamment sous la forme de “droits collectifs” spécifiques aux minorités ». C’est la théorie du patchwork social et ethnique, difficilement viable dans les faits. Cette vue de l’esprit aboutirait donc par exemple à autoriser l’application du droit coranique pour les musulmans, ainsi dispensés du Code civil. Les désordres qui suivraient la construction d’une telle “société éclatée” sont facilement imaginables. D’autre part, de quels “droits collectifs” spécifiques pourraient bénéficier les Asiatiques, les Moluquois, les Noirs africains ? Pour ces derniers, faudrait-il autoriser les juges communautaires ? Et quid de la polygamie ? D’autre part, parler de “minorités” est imprudent, car, dans de multiples points du territoire, ces minorités deviennent des majorités. L’auteur défend l’« institutionnalisation des différences culturelles » et s’élève contre le refus de la « double allégeance ». Voilà qui aboutit tout droit dans des villes et des régions entières à une “kosovarisation” du territoire français. La position de Champetier est exactement la même que celle du Collectif Égalités dont je parle par ailleurs, ainsi que de bien d’autres associations immigrophiles et qui entendent imposer des quotas de Noirs et de Maghrébins à la télévision et dans d’autres emplois.
En réalité, il s’agit là d’un sophisme : qu’on institutionnalise les différences culturelles intra-européennes (ce qui se ferait d’ailleurs si on reconnaissait officiellement les langues régionales), fort bien ; mais nommer “différence culturelle” le fossé qui sépare un Noir musulman du Mali d’un Alsacien, et faire croire que cette “différence culturelle” est de même nature que celle qui sépare par exemple cet Alsacien d’un Provençal ou d’un Flamand, relève du solécisme intellectuel.
Ce faisant, la Nouvelle droite s’aligne totalement sur les positions du lobby cosmopolite prétendu antiraciste et renforce le discours du système, dont le communautarisme est devenu l’idéologie-de-secours.
L’idée (angélique) sous-jacente est que les Européens de souche pourront, “eux aussi” retrouver leurs racines. Selon ce point de vue, les Européens de souche seraient donc une culture parmi d’autres sur leur propre territoire historique ! Ce n’est pas en institutionnalisant les différences culturelles des immigrés qu’on renforcera l’identité des Européens, bien au contraire.
L’auteur commet une autre erreur grave : il impute l’échec du “creuset français”, et de l’assimilation-intégration des immigrés à l’érosion du modèle jacobin, à la crise de l’État-nation républicain fédérateur, à D’épuisement de l’idéologie égalitaire à la française, à la construction européenne et au déclin de l’identité nationale française. En réalité, c’est substituer des fausses causes politiques aux vraies causes ethniques.
La mauvaise assimilation des immigrés n’a pas pour cause une crise sociale, idéologique, économique, etc. mais le fait qu’ils ne sont pas ethniquement européens. Un peu de bon sens. D’ailleurs, en Grande-Bretagne et dans tous les autres pays européens touchés par l’immigration, cette mauvaise assimilation se remarque aussi. En revanche, comment se fait-il que les Hollandais installés en Périgord, les Siciliens installés en Lorraine ou les Portugais à Paris soient parfaitement assimilés, dix fois mieux que les Afro-maghrébins … pourtant francophones ? La cause est exclusivement ethnique et bio-culturelle. N’allons pas chercher de vaporeuses raisons idéologiques.
De manière là encore tout à fait sophistique, l’auteur compare le multi-culturalisme dont devraient bénéficier les immigrés avec … « le processus de régionalisation en profondeur » qui commence à marquer toute l’Europe et qui voit progressivement l’échelon régional se substituer au déclin des États-nations centraux, processus que j’approuve tout à fait d’ailleurs. Comment peut-on oser comparer la renaissance de nos identités ethno-régionales européennes avec l’installation sur notre sol de communautés historiquement allogènes en provenance du Tiers monde ? Va-t-on mettre sur le même plan la communauté flamande ou la communauté provençale ou corse, provinces et peuples de l’Europe, avec la communauté islamo-maghrébine installée sur notre sol tout en gardant ses liens avec sa terre d’origine ? Le faire, c’est perdre la raison ; mais un tel confusionnisme risque de faire croire aussi que la Nouvelle droite approuve et entérine implicitement la colonisation de peuplement dont l’Europe est victime. Ce qui ne correspond nullement au fond de la pensée d’autres auteurs de la Nouvelle droite que j’ai pu lire et ce qui est contradictoire avec toute sa ligne idéologique en faveur d’une renaissance européenne.
D’ailleurs l’auteur suppose partout que ces communautés allogènes sont un enrichissement pour les Européens. Cela ne correspond nullement à la réalité vécue. C’est une vue de l’esprit, la même que celle que défend Mgr Lustiger ou Bernard Stasi, auteur de L’immigration, une chance pour la France. Une telle convergence de vues avec le système est tout à fait dommageable, et décrédibilise – sur ce chapitre – les analyses et positions de la Nouvelle droite d’aujourd’hui.
On notera aussi le fatalisme des positions de l’auteur qui note « le caractère définitif de l’immigration de peuplement » et exclut toute reconquista. Je m’expliquerai plus loin, dans le dernier chapitre, sur l’erreur fondamentale de ce fatalisme, sur son caractère démobilisateur et profondément anti-politique. Dire que les Européens doivent définitivement vivre avec des communautés immigrées de plus en plus nombreuses, c’est non seulement reprendre mot pour mot le discours du système, mais c’est un suicide métapolitique pour qui entend oeuvrer à la renaissance européenne.
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L’auteur remarque ensuite que « en trente ans, le monde est entré dans une nouvelle ère marquée par la dissémination et la réticulation ; les pyramides cèdent la place aux labyrinthes, les structures aux réseaux, le vertical à l’horizontal, les territoires aux flux ». C’est la « globalisation », qui remettrait en cause la « centralité » du monde moderne. Plus simplement dit, le monde actuel serait caractérisé par les migrations de populations et de capitaux, par l’internationalisation des échanges et des pouvoirs économiques et par le déclin des pouvoirs centraux, des États-nations, des nationalismes comme des territoires aux frontières fermement établies.
Charles Champetier déduit de ce constat que l’installation en Europe de communautés immigrées est naturel, acceptable et inéluctable, qu’elle participe de ce grand mouvement mondial, et qu’il serait passéiste et illusoire de s’y opposer.
Trois erreurs majeures entachent ce raisonnement : tout d’abord un net fatalisme progressiste, étonnant et contradictoire de la part d’un adversaire de l’idéologie du Progrès. Cette globalisation, ce déclin supposé des blocs face aux “flux” seraient des phénomènes irrépressibles portés par le Sens de l’Histoire. Comme si l’Histoire ne zigzaguait pas et ne réservait pas sans cesse de brutales surprises. Comme si la globalisation était un mouvement indomptable. Comme s’il était vain de s’opposer à un état du monde constaté.
L’auteur sombre ici dans un travers “moderne” qu’il combat par ailleurs dans d’autres domaines : “c’est actuel, donc on ne peut rien contre”. Je m’étonne aussi que l’auteur n’aie pas vu que sa position sur la globalisation s’apparente à un libre-échangisme que la Nouvelle droite pourfend par ailleurs avec raison.
Deuxième erreur : les intellectuels occidentaux exagèrent (faute de connaissances historiques, économiques et géopolitiques) la portée de cette “globalisation” qui ne remet nullement en cause, à l’échelle du monde, les notions de territoires, de peuples, de blocs ethniques et de frontières.
Sans vouloir argumenter trop longtemps, il faut remarquer :
1) que l’internationalisation des échanges et des migrations est très ancienne et qu’elle n’a jamais spontanément donné lieu, avant les années soixante, à l’installation massive en Europe de communautés de peuplement allogènes.
2) qu’en Afrique, au Maghreb, au Moyen-Orient, en Inde, en Chine, etc., c’est-à-dire pour la majeure partie de l’humanité, la réalité est toujours l’homogénéité ethnique et la protection des territoires-blocs et que même ces dernières se renforcent. Le multiculturalisme, la multiracialité et l’utopie communautariste sont des maladies de l’Occident mais nullement la loi actuelle des autres peuples du monde
3) qu’une idéologie qui vise à défendre l’identité européenne devrait au contraire, suivant les thèses de Maurice Allais, Prix Nobel d’économie, prôner un espace européen autocentré pratiquant la préférence communautaire, en matière d’import-export comme de migrations.
Troisième erreur : lier, comme de cause à effet – et pire avec un lien d’obligation morale – cette supposée globalisation, ce supposé caractère kaléidoscopique, “en réseau” du monde actuel, avec l’acceptation de communautés ethniques allogènes ayant, en Europe, leur propre statut, et pourquoi, pas leurs propres espaces. Les thèses de la revue Éléments entérinent une sorte de droit à la partition et à la colonisation des immigrés et de leurs descendants en Europe. Ces derniers, d’ailleurs, doivent s’en frotter les mains.
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Le texte doctrinal (et intellectualiste) de Champetier s’élève aussi contre de supposés “fantasmes” : « la menace de l’“invasion” organisée par l’“anti-France”, de l’“islamisation” fomentée par les “intégristes” et de la “guerre ethnique” dans les banlieues ». Plus loin, reprenant très exactement les thèses de la gauche immigrationniste, l’auteur doute de l’efficacité de « l’inversion des flux migratoires » et ajoute : « On ne sait au juste ce que le Front national entend faire des immigrés qui ont acquis la nationalité française depuis deux, voire trois générations ».
Tout d’abord, nier, par moquerie intellectuelle, une tentative d’islamisation de la France effectivement fomentée par les intégristes, nier la réalité de l’amorce d’une guerre civile ethnique (et pas seulement dans les banlieues) est une position facile, habituelle chez les grands médias, conforme à la “pensée unique”, mais malheureusement démentie par les faits. D’autre part, il ne s’agit pas ici de 1’“anti-France” (il est toujours facile de ridiculiser le “franchouillard”, n’est-ce pas ?) mais bel et bien de l’anti-Europe. Enfin, j’aurais attendu de la Nouvelle droite qu’elle propose des solutions, précisément pour inverser les flux migratoires et pour résoudre le problème que nous posent les immigrés de la troisième génération plutôt que suivre le fatalisme des élites actuelles qui envisagent la société multiraciale (de plus en plus multiraciale) comme un acquis définitif. Puisque la Nouvelle droite n’a pas de solution, j’en ai, dû ma réputation en souffrir, et vous pourrez les lire dans le dernier chapitre de cet ouvrage.
Un sous-entendu constant des auteurs précités de la Nouvelle droite – et qui rejoint les thèses de maints lobbies immigrationnistes – pose que les immigrés seraient victimes de l’assimilationnisme quasi raciste de l’État français et que l’opinion communautariste serait dominée et opprimée par la doctrine officielle de l’intégration forcée et de la négation des fameuses “différences” : expulsion des collèges des jeunes filles voilées, blocage des constructions de mosquée, manque de reconnaissance des “cultures” immigrées, etc. Robert de Herte ne craint pas d’écrire : « En raison de son histoire spécifique, la France a toujours eu du mal à admettre la différence, que ce, soit celle des idées, des langues, des hommes, des femmes ou des immigrés ». Tout se passe comme si, pour défendre et “faire passer” une thèse que je partage du reste totalement (l’homogénéisation idéologique de la “pensée unique” et l’échec de la modernité à épanouir les humains et les peuples), l’auteur se fût cru obligé de se présenter comme le défenseur des immigrés, dont les Différences seraient opprimées par l’État français.
Or, c’est une lourde erreur, un préjugé idéologique. L’État français, loin de ne pas admettre la différence des immigrés, l’entretient, la finance et l’organise. Le communautarisme est la politique des pouvoirs publics. On va même bientôt prévoir des quotas d’Africains à la télévision et imposer la parité numérique des sexes dans les partis, ceci venant après le PACS. La vision de l’État français qu’a Robert de Herte est celle des livres d’histoire du début du XIXe siècle, mais pas de la France d’aujourd’hui. Que les auteurs précités se rassurent : leurs idées sont appliquées par l’État, et leurs amis immigrés sont sûrs que le contribuable alsacien, breton, lillois ou lyonnais continuera de payer l’établissement et le développement de communautés ethniques allogènes où ils se sentiront inexpugnablement chez eux. Dans d’autres chapitres de cet ouvrage, de nombreux faits sont cités qui prouvent que l’État pratique le favoritisme et le communautarisme envers les immigrés et que les pouvoirs publics ferment les yeux devant l’installation de quasi-zones de droit musulman. Bref, ce que l’État français ne fait pas pour le développement de nos cultures et de nos identités régionales autochtones d’Européens, il le fait pour les immigrés et surtout – surtout, pour les Arabo-musulmans.
Charles Champetier affirme ailleurs que c’est la déculturation, c’est-à-dire le fait de n’être ni assimilé dans la culture française, ni intégré dans une communauté et une coutume “structurante” islamo-maghrébine ou africaine, qui provoque la surcriminalité des jeunes Afro-maghrébins, par déracinement radical et perte d’identité. Il remarque que les Asiatiques, qui pratiquent spontanément le communautarisme, sont des populations calmes. Et, il prône, comme en Angleterre avec les musulmans asiatiques, une politique volontariste de coopération de l’État avec des communautés islamiques et immigrées organisées, ce qui, selon lui, réduirait ce qu’il appelle pudiquement les “incivilités” des jeunes Afro-maghrébins. Tout ceci s’apparenterait à un nouveau pacte républicain “post-moderne”.
Pourtant, cette thèse est erronée et ne correspond pas à la réalité. Les jeunes Asiatiques, en Angleterre comme en France, ne sont pas moins délinquants que les Afro-maghrébins parce que leurs communautés sont bien organisées, mais pour des raisons ethniques endogènes. La surcriminalité des Afro-maghrébins touche aussi bien ceux qui sont islamisés que les autres et ne relève en rien d’une “déculturation” ou du supposé traumatisme résultant d’une perte d’identité. D’ailleurs, ils ne connaissent aucune perte d’identité et se sentent très enracinés dans leur contre-culture ! Ils sont beaucoup moins déracinés que les jeunes Français de souche.
Le problème, c’est que nos deux chers intellectuels de la Nouvelle Droite n’ont probablement jamais de leur vie rencontré un jeune issu de l’immigration, jamais mis les pieds dans une cité, jamais discuté avec un imam. Ils dissertent de ce qu’ils ne connaissent absolument pas, restant dans la pure spéculation abstraite et idéologique, ce qui est une tournure d’esprit bien française.
L’auteur cherche par ailleurs toutes les excuses aux bandes ethniques. D’autre part, on déplore l’absence d’un interventionnisme volontariste de l’État pour organiser des communautés immigrées, les aider, dialoguer avec elles. On succombe là au mécanicisme de l’État-Providence, bien éloigné du spontanéisme organique et naturaliste affiché par ailleurs. Croire que le communautarisme organisé limitera la criminalité des bandes ethniques est une erreur. Le communautarisme accentuera la criminalité afro-maghrébine en confortant les intéressés dans l’idée qu’ils forment un “État dans l’État”, bénéficiant d’une sorte de droit de l’occupant.
Les défenseurs du communautarisme ne raisonnent pas de manière ethno-psychologique, mais abstraite, comme si les mêmes recettes valaient pour tous les groupes humains. Un Maghrébin musulman qui, en Europe, bénéficierait de “droits communautaires” verrait cette concession comme une faiblesse. Et un encouragement à accentuer le processus de colonisation.
Quelle mansuétude pour les Européens … Nous aussi, nous avons le droit de vivre “en communauté” en somme. Nous sommes colonisés, mais on ne nous expulsera pas. Pas encore.
Ce communautarisme part aussi de l’espoir désespéré qu’un enracinement des communautés immigrées éviterait le métissage. C’est un peu la même utopie dont je parlais plus haut qui consiste à croire que l’enracinement des immigrés dans leurs cultures favoriserait un réenracinement des Européens dans la leur. En réalité une minorité notable de migrants s’intègre économiquement, même à petit niveau, et se métisse. Le communautarisme ne serait pas un frein au métissage. Pire : le communautarisme favoriserait la puissance démographique des Afro-maghrébins.
Si l’on appliquait les thèses du communautarisme telle que les exposent les auteurs précités, on serait bien obligé d’adopter, par exemple, les principes natalistes de la loi coranique ou de la famille africaine pluri-parentale (polygamie autorisée, notamment) Le résultat serait le maintien d’une forte natalité chez les Musulmans et les Africains. Je ne pense pas que ce soit là le voeu des intellectuels de la Nouvelle droite ; mais, comme beaucoup d’intellectuels, n’ont-ils pas oublié que toute théorie, aussi brillante soit-elle dans ses mots, doit toujours s’envisager dans les faits, et que, comme disait La Fontaine, « en toutes choses il faut considérer la fin » ?
A aucun moment la question de l’identité ethnique de l’Europe n’est abordée dans les thèses de mes amis de la Nouvelle droite ! Comme si les Européens ne devaient former, plus tard, en Europe, qu’une communauté parmi d’autres. Je ne pense pas qu’il s’agisse de la part de mes amis, de trahison calculée ni de mauvaise foi, mais d’aveuglement et de déficit de bon sens par trop-plein intellectuel, par abus de références livresques, par méconnaissance de la situation sociale. Sacha Guitry : « On en apprend autant, voire plus en traînant sur les boulevards qu’en lisant Plutarque ».
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Les positions communautaristes sont encore plus immigrationnistes que la défense de l’“intégration-assimilation”. Elles sont un formidable appel d’air pour l’arrivée de nouveaux migrants.
En effet, une communauté immigrée structurée en Europe devient une “petite Algérie”, un “petit Sri-Lanka”, une “petite Chine”, etc. Ce qui incite fortement l’arrivée de nouveaux migrants et ce qui facilite la venue des clandestins, bien plus que dans l’hypothèse où serait pratiquée l’assimilation forcée. Plus besoin de parler français ou de s’européaniser pour venir s’installer en région lyonnaise, lilloise, parisienne ou marseillaise ; et, si, en suivant les recommandations implicites de Benoist et Champetier, le droit coranique pouvait s’appliquer légalement aux communautés musulmanes en Europe, nul doute que le flux migratoire s’intensifierait, car les dernières barrières de l’intégration tomberaient. Déjà, les communautés sri-lankaises refusent d’apprendre le français et de scolariser leurs enfants. L’État laisse faire, pour ne pas avoir de problèmes …

LE COMMUNAUTARISME, PUR PRODUIT DE L’INTELLECTUALISME
Si je puis me permettre d’expliquer le pourquoi de ces positions communautaristes erronées des intellectuels de la Nouvelle droite, je dirais ceci : cette absurdité idéologique ne part pas nécessairement d’un changement de cap calculé, d’une révision de position, mais d’une exagération, d’une extrémisation de la vision polythéiste et organiciste du monde. Vision du monde que je partage totalement par ailleurs mais qui, comme tout système de pensée dont les principes sont poussés trop loin, finit par se retourner contre ses propres initiatives.
Il s’agit d’un défaut de l’esprit plus que d’un retournement cynique vers les thèses du système et de l’idéologie dominante. C’est un mal fréquent chez le penseur trop éloigné du réel, qui poursuit ses concepts jusqu’à l’absurde, sans penser au principe de feed-back, de rétroaction, qui veut qu’une idée qui n’envisage pas ses conséquences pratiques dans la réalité se transforme en une anti-idée, destructrice des propres valeurs qui l’ont portée. Ainsi, le communautarisme de mes amis précités ruine l’européisme qui est pourtant – objectivement – à la source de leur engagement.
Décrivons le mécanisme de cette dérive intellectuelle, qui relève de ce qu’il faut nommer, sans méchanceté, « l’esprit faux ». Dans un premier temps, on défend à juste titre une conception polythéiste de la société, contre l’universalisme assimilateur, le centralisme jacobin, le républicanisme égalitaire, qui nient les communautés organiques, les appartenances ethniques au profit d’un individu abstrait, pur consommateur déraciné, “citoyen” sans identité charnelle. Cette vision s’oppose à l’État-nation français ou américain, dont le “creuset” prétend homogénéiser les peuples au profit d’une masse nationale, animée par un patriotisme abstrait et des valeurs cosmopolites. Ce sont les idées, maintenant banalisées, que j’ai défendues dans mon ancien essai Le système à tuer les peuples. Fort bien.
Mais n’oublions pas que le mot de “peuple” est aussi important que celui de “système”.
On oppose avec raison à l’État centralisateur le modèle « gibelin » ou « impérial » ou encore « fédéral », dans lequel s’imbriquent de manière vivante (et non pas mécaniquement administrative) des communautés diverses, qui peuvent connaître des libertés, des lois particulières, sous la houlette d’un État fort mais décentralisé. Cette conception vise au départ à défendre l’identité ethnique des peuples européens contre le centralisme des États-Nations qui arase les particularismes et qui proclame une natio-nalité multiraciale contre l’identité européenne. Cette vision est plurielle, mais ethnique, enracinée.
Puis on dérive : le principe d’ethnopluralisme est exagéré, et perverti. On oublie la notion de proximité ethnique. Et l’intellectuel, en proie à cet « ahurissement » (qu’Alain de Benoist lui-même a dénoncé jadis !) en vient à défendre la chimère du “communautarisme”.
On ne regarde plus l’ethnicité européenne, mais le communautarisme seul, en lui-même, érigé, comme l’ethnopluralisme, en idée pure, kantienne, en dogme, en postulat brillant et autosuffisant. Voltaire : « Les idées fausses ont toujours quelque chose de bavard et de brillant ». Comme toute idée, le polythéisme social doit être limité. Le polythéisme social comme l’ethnopluralisme sont des ensembles non pas ouverts mais clos. Il faut craindre que ces positions communautaristes erronées ne soient perçues chez le public naturel de la Nouvelle droite comme une trahison des clercs.
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La position doctrinale communautariste est onirique et désincarnée. Elle repose sur une vision faussée du modèle impérial. Elle instrumentalise le polythéisme social et culturel de manière abstraite, ce qui revient à le vider de toute substance. Elle s’aligne sur l’idéologie officielle de la société américaine, alors qu’elle prétend s’y opposer globalement par ailleurs. Elle érige en dogmes les concepts à la mode de tolérance, de diversité et d’altérité, dont la réalisation sociale concrète est pour le moins problématique en dehors des discussions de salon. Elle assimile et confond l’ethnopluralisme comme position géopolitique planétaire avec un ethnopluralisme endogène, qu’elle croit viable sur le territoire européen. Cette position relève de l’extrémisme intellectuel.
L’alternative à l’assimilation-intégration n’est pas le communautarisme, mais le départ. Dire qu’il est “impossible” relève d’une méconnaissance de l’histoire, d’un fatalisme démobilisateur.

L’IMPOSTURE DE LA THÉORIE DE LA “DOUBLE APPARTENANCE”
Pour tenter de réconcilier les thèses incompatibles du communautarisme multiethnique et de l’intégration nationale et républicaine ; on essaye de promouvoir la théorie impraticable de la double appartenance. Naïfs et habituels leitmotivs : “je suis à la fois musulman, Algérien par mes racines, mais aussi Français” ; “je suis à la fois de là-bas et d’ici” ; “je respecte à la fois les lois de l’islam mais en même temps de la république laïque”.
Bref, c’est l’alliance de la carpe et du lapin, souvent cautionnée par les tenants d’un polythéisme et d’un organicisme social abstraits et intellectuels.
Le Nouvel Observateur (13/04/1999) donnait la parole à une brillante Algérienne de 24 ans, Naïma Kouadria qui, « plutôt bien dans ses baskets, récuse le terme d’intégration, par respect pour les deux cultures ». Naïma a choisi de défendre la notion de “double appartenance”. Elle s’en explique ainsi, fort intelligemment, mais, à mon sens, faussement : « Quand on dit aux immigrés “intégrez-vous”, on suppose d’emblée qu’ils ne pourront vivre ici qu’en renonçant à leur culture d’origine ».
Première utopie croire qu’on peut vivre à la fois deux cultures antagonistes dans leurs principes (arabo-islamique et européenne) de manière harmonieuse. Naïma poursuit : « Je préfère l’idée de double appartenance. Je me sens française mais je me sens aussi pleinement algérienne. Je veux vivre ici, mais je crois pas que pour cela je doive coupe le fil de mon histoire familiale ». Ne confond-elle pas identité familiale et identité ethno-historique ? Un Poitevin peut vivre à Lyon ou à Nice sans couper le fil de son “identité familiale”, évidemment. Mais pour cette jeune femme, les choses sont moins simples qu’elle ne veut bien le dire …
Naïma a raison de critiquer l’intégration républicaine par assimilation forcée. Elle a raison de refuser l’abandon de ses racines algériennes. Elle se sent sincèrement attirée par la France et la culture européenne. Mais elle est naïve et utopique, car elle généralise son cas. Elle appartient à l’élite et elle croit que les immigrés de base peuvent réagir comme elle. Seules des minorités peuvent vivre la double appartenance, pas les masses immigrées.
L’attachement de Naïma à ses “racines algériennes, arabes et musulmanes” me semblent en outre purement folklorique. Elle fait partie de cette exception qui confirme la règle : ces immigrés minoritaires qui, quoi qu’ils disent, ont réussi à s’intégrer ne croient pas sincèrement à la théorie purement intellectualiste de la double appartenance. Ils ont en réalité choisi l’abandon de leur culture originelle ; ils sont complètement coupés d’une vision populaire et réaliste de la culture, qui est toujours polémique. L’immigré de base ne choisit pas la double appartenance. Il s’installe, il s’impose. Naïma raisonne de manière élitiste de son appartenance algérienne, elle ne parle que de son « histoire familiale » Rien par exemple, sur la philosophie politique et sociale de l’islam.
Son “éloge de la double, appartenance” n’est pas sincère. Son adhésion à sa part algérienne est très superficielle Elle fait simplement l’éloge de sa propre intégration à la société européenne, qui est d’ailleurs beaucoup plus le fait de femmes immigrées que d’hommes, comme le démontrent Valérie Dumeigne et Sophie Ponchelet qui, dans un brillant essai, décrivent l’intégration ale quelques femmes immigrées à la société française, contre le machisme obscurantisme des hommes de leur propre communauté, obstacle beaucoup plus puissant que le prétendu racisme des Français de souche. (Françaises, Nil, 1998).
Le discours de Naïma Kouadria s’avère au fond très sophistique : dans un autre passage de l’interview, elle révèle : « Tant que je suis restée dans le milieu scolaire, j’ai vécu en ignorant ce qu’était le racisme. Mais dès que j’ai eu à chercher du travail, j’ai été confrontée à des réactions de rejet qui m’ont vraiment blessée. Quand j’envoie un CV, j’omets soigneusement d’indiquer ma nationalité, et je n’inscris pas l’arabe au nombre des langues que je parle ».
Mais plus loin, elle se contredit, après avoir vanté la “liberté d’expression de la France” et, globalement, les valeurs de “liberté” : « il y a des obstacles à vaincre pour les immigrés, c’est vrai, mais la France n’en demeure pas moins un merveilleux pays d’accueil. Venant d’un milieu financièrement défavorisé, l’État français m’a donné les moyens de poursuivre des études. Ici, qui que tu sois, on te donne les moyens de réussir. C’est ça, l’honneur de la France ». Alors ? Victime du racisme et de la discrimination, mais fascinée par l’accueil qu’elle a reçu et qu’on accorde à tous quelle qu’en soit l’origine ? Il faudrait savoir. La contradiction de ce discours en démontre l’insincérité.
De plus, vantant la “liberté” de la culture française, Naïma Kouadria reconnaît implicitement qu’elle l’oppose à celle de ses origines, la culture arabo-musulmane, qui, elle, ne serait pas fondée sur ces valeurs.
Un pays composé de gens avec une double culture (« vraie richesse ») est une sympathique utopie mais qui n’est pas viable.
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L’“éloge de la double appartenance” de Naïma, si on le psychanalyse, est une attitude de revendication d’identité ethnique, voire raciale. Elle est intéressante, car elle est emblématique de l’attitude de beaucoup d’immigrés arabo-musulmans qui ont réussi à s’insérer professionnellement dans la société française, attitude assez hypocrite : d’un côté, on revendique fièrement ses “origines” (« je me sens française mais je me sens aussi pleinement algérienne », précise Naïma) ; pourtant, on exclut totalement le retour dans son pays arabo-musulman, surtout quand on est une femme ! (« je veux vivre ici ! »). Bref, les immigré(e)s dont il est ici question entendent profiter de la “liberté” de la civilisation européenne en excluant totalement un retour dans leur civilisation arabo-musulmane qui ne garantit pas cette précieuse liberté ; pourtant, ils se définissent toujours comme “Algériens”, “Marocains”, “musulmans”, etc. Que signifie alors cette revendication d’identité ? Elle exclut l’idée de se soumettre à nouveau aux dures lois de l’islam, surtout pour une jeune femme comme Naïma Kouadria ; elle exclut aussi toute velléité de retour au pays. Elle est évidemment de nature ethnique, voire raciale, plus ou moins consciemment. Elle témoigne de ce que ces immigrés ne se sentent nullement Européens, n’adhèrent nullement au modèle républicain du métissage et se sentent toujours reliés à leur peuple d’origine, dont ils sont la projection en terre européenne. Ces immigrés ont une conscience ethnique que les Européens ont perdue.
Bien entendu, ils pratiquent une adhésion purement socio-économique à la civilisation européenne qui leur amène tant d’avantages, mais n’abandonneront pour rien au monde leur identité ethnique et leur fidélité à la mère-patrie. Les colons français en Algérie, eux aussi, continuaient à se sentir Français, projection de la France et n’envisageaient nullement le retour dans la mère-patrie. Ils se disaient en même temps “Algériens” et “Africains” (voir la chanson “C’est nous, les Africains qui revenons de loin”). Le parallélisme est patent, mais la logique coloniale s’est inversée.

RESPONSABILISATION DES JEUNES AFRO-MAGHRÉBINS EST-ELLE POSSIBLE ?
Même les représentants de ce qu’il faut bien appeler le lobby immigrationniste ne peuvent s’empêcher de noter que l’assistance, cette générosité de façade, déresponsabilise ses bénéficiaires. Selon le principe hétérotélique, qui frappe toutes les politiques humanitaristes sociales-démocrates, l’assistance aux jeunes Afro-maghrébins, tout comme celle qui fut prodiguée aux Noirs américains, renforce les ghettos et rend l’intégration inaccessible. Elle est « une sorte de racisme sans haine » selon l’expression d’Ivan Rioufol.
Malek Boutih, président de SOS Racisme – association pourtant connue pour son conformisme moralisateur – dénonce les milliards de francs déversés en pure perte dans les banlieues depuis 10 ans. Ces subventions d’urgence ne servent à rien. Rompant avec l’angélisme ambiant, Malek Boutih déclarait au Figaro (03/03/1999) : « Le budget des opérations Ville-Vie-Vacances approche presque les dix millions de francs. J’estime qu’il n’est pas très judicieux d’utiliser cet argent pour payer des vacances aux jeunes. On les place dans une logique artificielle de consommation. [...] II faut lutter contre cette logique d’assistanat. Les jeunes des cités n’ont pas besoin de charité ».
C’est la négation de la ligne de Harlem Désir, qui attribuait la délinquance au fait que les cages d’escalier n’étaient pas entretenues, victimisant ainsi les voyous.
Commentant les propos de Boutih, Ivan Rioufol écrit : « C’est une victoire du bon sens sur l’idéologie. Coqueluche du Tout-Paris des bons sentiments, l’association porte-drapeau de l’antiracisme n’aura jamais été aussi audacieuse dans une “révolution culturelle”, allant jusqu’à réhabiliter au nez de l’État les valeurs du travail, de l’effort et de la responsabilité individuelle. Les jeunes d’origine immigrée sont en train d’admettre qu’ils ne réussiront à s’intégrer que s’ils se prennent eux-mêmes en charge. Applaudissons. Ce faisant, reconnaissons aux “Blacks” et aux “Beurs” le droit de prendre enfin leur place dans la société et la vie publique ».
Tous ces propos sont sympathiques ; mais ils relèvent de la même naïveté que celle des adeptes de l’assistance généralisée. En réalité, les jeunes afro-maghrébins ne partagent nullement cette vision des choses. La plupart ne souhaitent pas s’intégrer par le travail, par l’école et par l’effort. Et d’ailleurs en sont-ils vraiment capables ? Leur choix implicite est, dans beaucoup de cas, de vivre en parasites dans une société dont ils se sentent ethniquement étrangers, voire ennemis, et d’y pratiquer une logique de pillage. Celle-ci est bien celle d’une forme de guerre ou de guérilla, ce qui fausse sa prise en compte par la justice, sur des critères criminologiques erronés, comme s’il s’agissait d’infractions au doit commun.
Quant à ceux, parmi les “communautaristes”, qui s’imaginent que-les valeurs de l’islam vont détourner les jeunes immigrés de leur fascination pour le consumérisme facile de la société occidentale, et les ramener à des valeurs ascétiques de travail et d’effort, ils se trompent lourdement. L’islam n’a rien à voir avec l’“éthique protestante” dont parlait Max Weber et ne glorifie nullement le “travail” ni la “responsabilité indivi-duelle” ; d’autre part, il est considéré par les intéressés comme une bannière politique et ethnique d’affirmation hostile aux sociétés européennes, et nullement comme un facteur d’intégration ou de spiritualité.
Quand Malek Boutih demande une politique de la ville différente et plus volontariste, il oublie un fait majeur : on ne décrète pas une politique de l’habitat, des mesures sociales, pour transformer une réalité fondamentalement raciale. Les “pouvoirs publics” ne peuvent pas tout faire. Malek Boutih se prend les pieds dans le tapis : il demande la responsabilisation des Afro-maghrébins, mais continue d’accuser les “pouvoirs publics” d’être responsables de tous leurs maux en menant une mauvaise politique.
Malek Boutih et SOS Racisme considèrent donc toujours implicitement que – tout comme les pays du Tiers monde – les Afro-maghrébins ne peuvent s’intégrer et se responsabiliser que si l’État leur vient “intelligemment” en aide. Mais les Chinois émigrés qui ont réussi partout dans le monde n’ont pas eu besoin de politique d’État, fussent-elles “intelligentes”.
Sans oublier qu’au surplus, lesdits Afro-maghrébins étaient culturellement et linguistiquement plus proche de la France que les Chinois. La comparaison des résultats scolaires des Asiatiques et des Beurs-Blacks est à cet égard très éclairante. La majorité des seconds ne parviendront pratiquement jamais à acquérir une situation professionnelle élevée (comme les Noirs américains et brésiliens), non par discrimination, mais par manque de compétences et d’aptitudes (vis-à-vis des structures d’une civilisation spécifiquement européenne, mais qui se prétend universelle), refus ou incapacité de suivre des études sérieuses et d’être formés. Ce qui risque d’avoir dans un proche avenir des conséquences dramatiques. Que faire de millions de jeunes adultes 59
déresponsabilisés sans intégration sociale et professionnelle forte, et frustrés de se retrouver en bas des hiérarchies ? On peut en attendre un élargissement de la sphère de l’économie criminelle mais également un risque de plus en plus marqué de guerre civile ethnique.

POURQUOI L’INTÉGRATION RÉPUBLICAINE NE FONCTIONNE PAS NON PLUS
L’intégration républicaine est un échec total. L’idéologie assimilationniste dû melting-pot, qui a nié par dogmatisme les réalités ethniques, se trouve confrontée à l’installation de ghettos et à la racialisation de la société.
L’idéologie dominante, via les médias, trouve deux parades sophistiques à cette défaite cinglante du républicanisme multiracial : soit on met en exergue des cas minoritaires d’insertion réussie – qui ne prouvent rien, l’exception confirmant la règle -, soit on accuse les pouvoirs publics de ne pas “consacrer assez de moyens” à l’insertion et de ne pas “lutter contre les ghettos” en répartissant les populations immigrées sur l’ensemble du territoire, selon une logique de “mixité sociale”.
Pierre Cardo, député-maire UDF de Chanteloup-les-Vignes (Yvelines), déplorait l’échec de la loi Besson de 1990, qui prévoyait un quota de logements sociaux à toutes les villes pour éviter les ghettos et répartir les immigrés. J-M Decugis, de son côté (Le Figaro, 05/01/1999), déplorant les « exactions dans les banlieues », expliquait qu’elles sont le fait de « la ségrégation sociale ou ethnique qui débouche inéluctablement sur la violence ».
Ce raisonnement est stupide. Il est abstrait et technocratique. Dès qu’on essaie de disperser des populations allogènes dans des quartiers peuplés de Français de souche, la criminalité s’installe par poches comme la dégradation de la vie sociale et de l’environnement. Les Français de souche fuient et le ghetto se réinstalle. On revient à la case départ. En réalité disperser les populations immigrées revient à favoriser leur colonisation urbaine et territoriale. Et cela ne fait en rien baisser la criminalité, dont la cause n’est pas le ghetto, mais la mentalité des intéressés eux-mêmes, où qu’ils se trouvent ; et même dans les cités balnéaires ou les stations de ski où on leur paye des vacances pour les “calmer”, en vain évidemment.
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On s’imagine sottement que si l’intégration ne fonctionne pas, ce n’est pas, bien entendu, parce que les populations concernées sont inintégrables, mais “parce qu’on ne fait pas encore assez d’efforts”. Jusqu’où faudra-t-il faire des efforts ? Créé par Rocard et retoiletté par Juppé, le “Haut-Conseil de l’intégration” fut une montagne qui a accouché d’une souris. Aucune des mesures entreprises ne fonctionnait sur le terrain. Hamlaoui Mekachera, ex-secrétaire général de cette institution coûteuse et fantomati-que, reconnaissait : « d’intégration, on n’en parle même plus ». Il ajoutait, attribuant la création de ghettos à une mauvaise gestion administrative et non à la responsabilité des intéressés eux-mêmes : « alors que les offices HLM continuent à loger un Malien dans un ensemble où sa communauté est déjà importante, c’est une erreur et cela ne lui rend pas service ». Si l’office HLM avait refusé de loger le Malien dans une cité malienne, on aurait crié à la discrimination et au racisme. Il l’accepte et on l’accuse de créer des ghettos.
La politique de dispersion des populations immigrées semble être maintenant la réponse à l’échec de l’intégration, en pensant, sans le dire à des quotas d’allogènes zone par zone, afin de les mélanger aux autochtones. « Certes, de quotas, il ne saurait être question, tant ce concept est politiquement incorrect. Alors, tout au plus, parle-t-on d’“harmonisation”, doux euphémisme pour une réalité qui ne veut pas dire son nom », note Alice Sedar (Le Figaro, 05/01/1999).
Appliquant ce concept, la municipalité de Chanteloup-les-Vignes, dans un élan de romantisme volontariste, a essayé de mélanger dans ses HLM des “couples français à faible revenus avec beaucoup d’enfants” et “des familles étrangères à revenu plus élevé mais avec peu d’enfants” ; cette étrange politique de “mélange socio-racial forcé” a sombré dans le ridicule. Coincés par la réalité, beaucoup de mairies et d’organismes HLM violent la loi en attribuant des logements selon des critères ethniques, afin d’“éviter les ghettos” ou les seuils trop importants de populations afro-maghrébines au-delà desquels (ce que tout le monde sait sans oser le dire) la paix sociale disparaît.
Ironie des contradictions du système : M. Frédéric Pascal, président de la filiale immobilière de la Caisses des dépôts et vice-président d’Amnesty International a été condamné à 8 000F d’amende pour discrimination raciale : la Scic avait refusé un logement à un Algérien au motif que, libéré par un Français, il devait revenir à un autre Français, afin de maintenir des “quotas ethniques” dans le quartier. M. Pascal sait maintenant que, pour la justice, être Algérien, c’est une “race”.
Bref, le système se mord la queue : il essaie de lutter contre les ghettos en appliquant en sourdine des quotas ethniques illégaux et, voyant que ça fonctionne mal, tente maintenant de favoriser par sa politique sociale l’implantation d’allogènes dans des zones habitées par des Français de souche.
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L’exemple des États-Unis n’a pas été retenu. Dans les années soixante, dans la foulée de la grande vague libérale des civil rights et de l’utopie du melting pot, les autorités américaines ont activement favorisé la mixité de l’habitat et de la scolarité (busing) entre Noirs, Latinos et Blancs. Résultat les Blancs déménageaient des zones au-delà d’un certain seuil d’allogènes, estimé à 12%, et retiraient leurs enfants des écoles où l’on imposait un pourcentage d’enfants d’autres origines. Le volontarisme des autorités n’a rien pu faire contre ce “réflexe ethnique”. Le sociologue William S. Cohen, figure de la gauche libérale antiraciste, notait avec ce pragmatisme anglosaxon que les idéologues français ne comprendront jamais : « la politique anti-ghetto de mélange forcé a fait fuir les Blancs et renforcé les ghettos. Peut-on accuser de mauvaises intentions racistes une famille blanche qui déménage de son quartier ou retire ses enfants de l’école publique parce que, objectivement, la situation se dégrade du fait de la présence de nouvelles minorités ethniques ? » (Los Angeles Times, 03/11/1995).
Aujourd’hui, aux États-Unis, l’administration favorise la politique des ghettos selon la logique du “chacun chez soi”, afin d’éviter les frictions ethniques. États, Comtés et pouvoir fédéral attribuent des “zones” aux Noirs, aux Blancs, aux Latinos et aux Asiatiques, selon la logique d’un apartheid de fait. Un rapport commandé par l’État de Californie en 1994 notait : « les tensions raciales les plus fortes ont lieu entre Extrême-orientaux (Chinois, Coréens, Japonais d’origine) et Noirs ; en revanche, les zones de cohabitation entre Asiatiques et Blancs ne posent pas de difficultés ».
Aux États-Unis, depuis cette discrète et systématique “politique des ghettos”, les tensions ethniques et les émeutes urbaines sont beaucoup moins fortes qu’en France. Le Brésil a adopté la même politique, ainsi que le Mexique, autres pays multiraciaux.
Malheureusement, ce qui est possible aux États-Unis, immense pays continent qui ne manque pas de place, ne l’est pas dans les pays d’Europe, où les distances sont faibles et les densités de peuplement fortes. De plus, les États-Unis sont intrinsèquement un pays d’immigration et, dès leur fondation, une société multiraciale. Le communautarisme de partition est viable en Amérique, pas en Europe. En Europe, l’impasse est absolue : la politique des ghettos est impossible, la politique de la mixité ethnique aussi.
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La politique des ghettos est impossible : les territoires urbains ne sont pas assez grands et les moyens de transports trop denses pour éviter les frictions ethniques. Des villes comme Roubaix, Mantes-la-Jolie, Créteil, Le Val-Fourré, aujourd’hui majoritairement peuplées d’allogènes (donc ghettos) posent des problèmes insurmontables à tout leur environnement urbain. En Californie, dans le Michigan, en Floride, ou dans la région de Washington, les zones entièrement noires ou latinos sont comme contenues dans un cordon sanitaire implicite et ne posent aucun problème majeur aux autres zones ethniques. Les États-Unis sont, depuis l’origine, un pays d’immigration et d’imperméabilité ethnique ; c’est le fondement de leur contrat social. En Europe, ce modèle de cohabitation territoriale des ethnies – comme au Moyen-Orient d’ailleurs – est inapplicable et invivable.
La politique de la mixité ethnique est également impossible ; et elle l’est dans tous les pays du monde. Pris par un soudain élan de démagogie sociale, la mairie de Paris s’est avisée, au début des années quatre-vingt-dix, de construire dans certains arrondissements des logements sociaux, confortables et à bas prix, réservés, au nom d’une “discrimination positive” qui n’osait pas dire son nom, aux familles africaines et maghrébines. Afin d’ « apaiser les tensions » et de « favoriser l’intégration » en mêlant ces populations aux Français de souche. Dix ans après, on lit dans la revue Paris-Le Journal, édité par la mairie de Paris, sous la signature du groupe “Paris-Liberté” du conseil municipal : « La délinquance continue de progresser à Paris : 284 663 crimes et délits y ont été constatés en 1998 contre 272 145 en 1997, soit une hausse de 4,6 %, c’est-à-dire le double de la moyenne nationale. [...] La délinquance des mineurs est en très forte progression » (n°94, avril 1999). Or les progrès de l’insécurité (dans les écoles, dans la rue, du fait de braquages et de cambriolages) concernent très exactement les arrondissements et les quartiers où des logements sociaux pour immigrés ont été construits aux frais du contribuable : sud-XVe, XVIIIe, XIXe.
L’exemple de la nouvelle Afrique du Sud, fondée sur le mythe de la cohabitation multiraciale, n’est venu à l’esprit de personne. Là-bas, depuis l’abolition de l’apartheid et l’instauration du pouvoir noir, l’insécurité est telle, la criminalité noire a subi une telle hausse que les Blancs, les Asiatiques, les Métis, les Zoulous, les Xhosas s’enferment et se barricadent dans leurs zones respectives. Le paradoxe de la nouvelle Afrique du Sud, c’est que depuis l’abolition juridique de l’apartheid, l’apartheid de fait est encore plus fort !
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Dans la vie, il faut reconnaître que certains problèmes n’ont pas de solution, sauf la crise, cette accoucheuse de l’histoire. Politique des ghettos, politique forcée de la mixité ethnique ? Des deux côtés, le cul-de-sac.
Découragé, Gérard Dezempte, le maire RPR d’une commune de 8 500 habitants de l’Isère, Charvieu-Chavagneux, en proie à une criminalité afro-maghrébine croissante, déclarait à la presse en janvier 1999, avec une lucidité désabusée : « Si l’on veut lutter contre les ghettos, il faut changer de législation. Il faut adopter une notion de seuil de tolérance. Il y a aujourd’hui un déséquilibre des populations dans les quartiers. Et cela nous conduit progressivement vers la guerre civile ».
Pour la petite histoire, notons que le conseil municipal de Charvieu-Chavagneux avait voté, le 24 septembre 1998, l’organisation d’un référendum sur « le peuplement étranger des logements HLM », autrement dit leur peuplement afro-maghrébin. Le préfet a cassé la délibération comme illégale, malgré les 13 000 signatures d’une pétition populaire en faveur du référendum. C’est ça, la “démocratie moderne”.
La guerre civile, selon le mot de Gérard Dezempte ? Pour sortir d’une impasse, il faut crever l’abcès. Les médications douces du docteur République ont fait long feu. On attend le chirurgien.
Malheureusement, cette “ségrégation” n’est pas le fait d’une insuffisance de crédits de l’État (la “politique de la ville” coûte près de 20 milliards par an), mais s’explique parce que les Français de souche ne supportent pas de vivre dans des quartiers où la concentration afro-maghrébine est trop forte, du fait du comportement même de ces populations. Aucun volontarisme étatique n’y pourra rien ; l’intégration ne se décrète pas et ne se finance pas. C’est la logique des ghettos de Los Angeles, où aucun Coréen n’acceptera l’installation de Noirs dans son quartier. Mais l’État français n’a jamais admis les réalités ethniques, comme d’autres n’admettaient pas la rotondité de la Terre.
Parlant de “quartiers défavorisés” (pourtant irrigués par la manne financière des contribuables) le député Cardo explique : « La mixité sociale reste un voeu pieux. On ne modifiera pas les règles. Les logements sociaux qui restent libres se trouvent essentiellement dans les quartiers où la vie est difficile, où il y a de l’insécurité. et on ne fera pas revenir dans nos quartiers les gens qui en sont partis ».
A-t-on réfléchi aux faits suivants ? Les Polonais, les Italiens, les Portugais, les Espagnols – voire même les Asiatiques – qui ont immigré massivement en France à partir des années soixante n’ont jamais eu besoin de coûteuses “politiques d’insertion” pour participer à la vie économique, pour s’insérer dans le tissu social, pour échapper à la délinquance. Avec les Africains et les Maghrébins, même une lourde assistance sociale ne parvient pas à les insérer, à les inciter à se prendre en charge. Il y a un problème. L’idéologie dominante ne peut évidemment pas admettre que la cause de cette impossible insertion n’est ni sociale, ni économique, ni financière, mais ethnique.
Si l’insertion des Afro-maghrébins ne fonctionne pas, ce n’est pas parce que la politique d’insertion est mauvaise, c’est parce que l’insertion même de ces populations est consubstantiellement impossible.
La distance ethno-culturelle entre ces populations et les Européens est beaucoup trop importante pour qu’une cohabitation paisible soit envisageable.
La perspective même de voir croître en Europe des “territoires”, de plus en plus étendus, occupés par des communautés allogènes qui, à partir de ces poches, vont rayonner, est inadmissible. Pourtant c’est ce à quoi nous assistons. Les pouvoirs publics ne mesurent absolument pas l’ampleur de ce grignotage ni les conséquences dramatiques qu’il va avoir. Ils s’accrochent au dogme sans effet de l’intégration et à la dispersion des populations contre la formation de ghettos, tout en menant, de l’autre main, une politique communautariste et pro-islamique, sans aucun moyen d’empêcher l’extension des zones de non-droit. Bref, les pouvoirs publics, complètement dépassés et souvent inconscients du danger, ne mènent plus d’empêcher politique. D’autres, plus conscients, disent que nous sommes condamnés à cette extension des zones territoriales allogènes. Tout le propos de ce livre consiste à dire qu’il faut formuler le refus d’être condamnés à l’inadmissible.

LE COMMUNAUTARISME ET LE FAVORITISME D’ÉTAT ENVERS LES IMMIGRÉS
Dans un précédent paragraphe de ce chapitre, je m’élevais contre l’affirmation courante selon laquelle les Français et leur État centralisateur rechigneraient à reconnaître les “différences” des immigrés. Car malheureusement, les pouvoirs publics encouragent l’implantation de communautés ethniques allogènes avec toutes leurs coutumes. L’État a totalement abandonné l’idée d’unification “citoyenne” et républicaine, submergé par l’ampleur de la colonisation dé peuplement. Incapable de choisir la voie de l’expulsion, de la reconquista, incapable aussi d’intégrer et de franciser culturellement des populations qui ne le veulent pas, l’État, croyant avoir la paix, favorise à grands frais le communautarisme. Nous assistons à un véritable Munich ethno-culturel. Mais comme l’écrivait Ibn-Rush (Averroès) : « Celui qui recherche la paix à tout prix n’aura que la guerre. Celui qui ouvre les portes de sa ville à l’ennemi pour éviter le pillage et l’incendie sera pillé et incendié encore plus cruellement que s’il avait courageusement combattu pour se défendre ».
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Parmi le florilège de coûteuses mesures officielles pour encourager le communautarisme et favoriser l’implantation et l’expansion de communautés ethniques allogènes, en voici quelques-unes, parmi les plus voyantes, qui bénéficient, évidemment, en majorité à l’islam.
1) L’expulsion des jeunes filles voilées est très minoritaire et le Conseil d’État donne tort à cette pratique peu répandue mais très médiatisée. Le tchador à l’école est encouragé par le pouvoir parisien. Seuls quelques proviseurs laïcards font de la résistance.
2) En dérogation complète des lois, les écoles coraniques (madhraza) où officient les tahlebbs qui n’enseignent pas les programmes français officiels sont autorisées dès que la proportion de musulmans dépasse 50% dans une agglomération. Elles se comptent aujourd’hui par centaines, et des milliers d’enfants, de plus en plus nombreux, ne fréquentent plus l’obligatoire et laïque “école républicaine”, par ailleurs en pleine décomposition. Ces écoles coraniques sont subventionnées (illégalement car elles ne respectent pas les programmes) alors qu’on n’autoriserait et ne subventionnerait pas d’autres écoles religieuses qui feraient de même.
3) Dans une centaine de communes de France, où les autochtones européens sont devenus minoritaires, les juges coraniques ont droit de cité et le Code civil n’est plus respecté. La polygamie est autorisée et les familles polygames touchent toutes les allocations familiales. L’État a donné instruction de fermer les yeux. Évidemment, un Européen de souche ne bénéficierait pas de ces largesses.
4) L’État, les Conseils régionaux et un grand nombre de municipalités participent financièrement à l’édification de mosquées ; on va même plus loin : à Strasbourg, la municipalité tente de mettre sur pied un “conseil musulman unifié” et d’apaiser les querelles entre les diverses organisations islamiques concurrentes. C’est formidable : on fait le travail à leur place. Le ministère de l’Intérieur et des Cultes, pourtant entre les mains de jacobins laïcards et anticléricaux, a réussi à faire voter (budget de 1998), sous divers chapitres répartis et quasi invisibles, un total de 1,3 milliard de francs en faveur de l’implantation de l’islam : mosquées, centres culturels, associations subventionnées, etc.
Citons simplement cette remarque étonnée de Sembène Ndago, journaliste catholique au Soleil, le grand quotidien de Dakar : « En Europe, l’Arabie Saoudite, aidée par les gouvernements, financé l’édification de mosquées. Dans les pays musulmans, on ferme les églises, on ne les entretient pas ou on les interdit, on décourage le culte. [...] On se pose des questions devant cette passivité de l’État français face à l’implantation de l’islam » (2/09/1998).
5) Si vous êtes Corse, Alsacien, Basque, Flamand ou Breton, vous aurez peu de chance d’obtenir une subvention pour une association culturelle, une école qui enseigne votre langue ou votre culture, une initiative qui enrichisse votre patrimoine ethnique européen (voir à ce propos le combat pour la reconnaissance des écoles Diwan en Bretagne) ; mais si vous êtes Chinois, Sri-Lankais, Malien et – surtout – Arabo-musulman, l’administration sera attentive à vos sollicitations financières, à Paris comme à Bruxelles. A Paris, les fêtes rituelles asiatiques, les journaux “communautaristes” sont en partie financés par les services de M. Tibéri. L’association des Auvergnats de Paris, comme celles des Basques ou des Bretons ne peuvent compter, elles, que sur leurs propres ressources. M. Tibéri, qui a sans doute oublié qu’il était Corse avant d’être RPR ou citoyen du monde, a refusé d’aider les associations d’enseignement de la langue corse. C’est subversif, vous comprenez … En revanche, les centres d’enseignements de l’Arabe ont reçu en 1988 123 millions de Francs, afin de pouvoir dispenser un enseignement gratuit. A Paris, apprendre l’Arabe ou le Chinois, c’est gratuit. Apprendre le Néerlandais, l’Italien ou le Breton, c’est payant.
6) Un fait mineur mais significatif, un “détail parlant” comme on dit pour organiser une procession religieuse, une fête traditionnelle dans le domaine public, il faut une autorisation préfectorale. Sauf pour la prière musulmane sur la voie publique (sahlat) couramment pratiquée à Barbès, Villeurbanne, Roubaix, Créteil ou ailleurs.
7) L’Institut du Monde Arabe édifié par Jean Nouvel sur les bords de la Seine absorbe 7% du budget du ministère de la Culture. L’Arabie Saoudite concourt à boucler le budget de cette institution dont l’objectif avoué est l’arabisation et l’islamisation.
8) A France-Télévision, les émissions religieuses musulmanes vont probablement accroître leur volume horaire. Elles sont subventionnées.
9) Dans le domaine économique maintenant, il faut savoir, ce dont bien peu se doutent, que des milliers de petites ou de micro-entreprises tenues par des musulmans ou d’autres immigrés ne paient ni TVA, ni assedics, ni charges sociales. Parfois elles ne sont même pas déclarées du tout dans les registres de commerce. Il s’agit par exemple d’épiceries, de boucheries, d’abattage et de fourniture en gros de viande hallal, d’imprimeries, de fabriques de vêtements et de bijoux, d’importateurs de produits des pays d’origine, d’entreprises d’affichage, etc. Elles ne sont jamais contrôlées et jamais sanctionnées, surtout quand elles se situent dans les “quartiers sensibles”. L’État ne veut pas de vagues et croit acheter ainsi la paix sociale.
Bien entendu, ces entreprises concurrencent férocement les entreprises françaises équivalentes durement contrôlées, fiscalisées et sanctionnées. Comment expliquer par exemple que, dans mains endroits, les petits commerçants alimentaires français ferment les uns après les autres alors que les épiceries arabes et les traiteurs chinois profilèrent (cas du XVe arrondissement de Paris) ? Pourtant, les commerçants français sont meilleurs et moins chers ! Tout simplement parce que ces derniers sont assommés de charges sociales et fiscales alors que les premiers s’en auto-exemptent sans craindre de sanctions. Les commerçants de bouche arabes vont jusqu’à faire travailler dans la boutique des enfants de 8 ans, en toute impunité, ce qui relève pourtant de la correctionnelle, et obtiennent des autorisations d’ouverture nocturne refusées aux autres.
Autre fait connu mais tû : dans les quartiers sensibles, les jeunes Afro-maghrébins qui roulent – par quel miracle ? – dans de coûteuses berlines de provenance douteuse ne sont jamais contrôlés et ne se voient jamais infliger de contraventions. La police a ordre de fermer les yeux “pour éviter les incidents”.
Au total, en 1998, on peut estimer, toutes interventions confondues, à 10 milliards de francs (en provenance de l’État ou des instances décentralisées) l’aide apportée au “communautarisme” arabo-musulman, sous ses formes civiles ou religieuses. On appelle les immigrés “populations défavorisées”, alors qu’ils bénéficient de 4,5 fois plus d’aides que les populations autochtones (Bulletin de la FAS, août 1999, pages 87-88) aides à l’emploi, vacances gratuites, zones franches dans les “cités”, emplois-jeunes. Ce sont des populations favorisées, privilégiées.
On pourrait multiplier les exemples à l’infini. Les pouvoirs publics encouragent et financent sur vos deniers les ghettos ethniques extraeuropéens en expansion, leur culture ainsi que l’islamisation. La raison de ce favoritisme, de cette acceptation de dérogation aux lois est le résultat d’une politique de l’autruche. II s’agit d’éviter l’explosion ethnique et sociale. Mais on ne l’évitera pas : on l’encourage au contraire, par tous ces privilèges communautaristes, et on en accroîtra l’ampleur. Payer le voleur ne l’empêche pas de voler.

COMMUNAUTARISME ET RACISME AFRICAINS
En juillet 1999, un collectif intitulé Égalités, en réalité un groupe de pression immigrationniste dirigé par des Africains dont l’écrivain Calixte Beyala, a sommé le CSA (Conseil supérieur de l’audiovisuel) d’imposer une politique de quotas dans les radios et les télévisions pour imposer une proportion d’animateurs d’origine maghrébine et africaine en rapport avec leur place dans la population. J’en parle dans le chapitre sur le racisme. Il s’agit d’imposer cette politique de “discrimination positive” (affirmative action) qui a totalement échoué en Amérique. Cette logique, à l’évidence “racialiste”, complètement contraire à l’idée d’égalité qu’elle prétend défendre, est au centre du dispositif communautariste. Mais les mots portent des lapsus : “discrimination positive” contre qui ?
Implicitement contre le mâle blanc, qui est donc, sans qu’on le dise, considéré comme supérieur, trop fort, surdoué. Il faut donc lui opposer des handicaps. Quelle dévalorisation pour les groupes ethniques bénéficiant de ces privilèges de quotas artificiels, supposés ainsi sous-capables … Mais ils ne s’en rendent même pas compte eux-mêmes. L’idéologie égalitaire, en pleine débandade, essaie de tirer son épingle du jeu par le pire des inégalitarismes.
Un des principaux théoriciens du communautarisme africain en France – et du communautarisme en général comme solution à la question de l’immigration – est un membre de ce collectif Égalités qui demande à la télévision et ailleurs des quotas d’Africains. Il s’agit de Hamidou Dia, écrivain et professeur de philosophie à Argenteuil. II a exposé sa doctrine dans une lettre ouverte au Premier ministre parue dans la presse en février 1999. C’est un mélange affligeant de misérabilisme (on pourrait même dire d’auto-racisme) et de revendications, de racisme inconscient et l’assimilationnisme, qui démontre à quel point les thèses communautaristes, qu’elles soient défendues par la revue Éléments ou par des théoriciens africains, sont confuses et contradictoires et visent des objectifs incompatibles.
« On peut se demander, commence Hamidou Dia, pourquoi de tous les pays d’Europe, la France est la seule à vivre si douloureusement ses problèmes d’immigration ». Son explication, à la fois lyrique et geignarde, c’est bien entendu un « racisme sournois » provoqué par, en vrac, le paternalisme condescendant, l’assimilationnisme et l’intégrationnisme. Alors qu’il doit savoir que les pouvoirs publics français ont tout essayé sans succès pour “faire participer les immigrés à la vie de la Cité”, tout en les laissant libres de s’organiser en communautés ethniques. La réponse à la question de M. Dia est pourtant simple : parce que le seuil d’immigrés a atteint en France les proportions les plus fortes d’Europe et parce que les populations concernées posent intrinsèquement plus de problèmes que les Turcs d’Allemagne ou les Hindous d’Angleterre.
Hamidou Dia défend à la fois la thèse que la race noire (car c’est bien de cela qu’il s’agit) forme en France une très forte communauté et qu’elle exige une participation à la vie publique proportionnelle à son nombre, mais aussi qu’elle exige des droits privilégiés de discrimination positive pour compenser le racisme dont elle serait l’objet. Mais il défend aussi l’idée de citoyenneté française des Noirs et celle de destin commun républicain entre jeunes Noirs et jeunes Blancs. Autrement dit, comme la jeune Algérienne citée plus haut, il soutient à la fois et contradictoirement les thèses communautaristes racialistes et les positions assimilationnistes et multiraciales du melting pot républicain. Un cas fréquent de schizophrénie socio-politique.
Dans sa lettre ouverte, il écrit en effet tout d’abord : « L’immigré est en train de devenir, dans la conscience collective française, non plus l’Arabe mais le Noir. [...] Or les Noirs d’Afrique et de la diaspora vivant en France sont entre 5 et 7 millions, immigrés, nationaux, binationaux confondus. Malgré tous les discours sur la nécessaire intégration, cette communauté brille par son absence dans la vie politique, culturelle, médiatique de ce pays, comme si elle était définitivement enveloppée dans la nuit noire de sa peau ». C’est donc, le fait racial d’être Noir qui compte, de l’aveu même de M. Dia. Et ce, que les Noirs soient français ou étrangers. Voilà qui entre en totale contradiction avec la profession de foi citoyenne et multiraciale de M. Dia exprimée plus loin : « Tous les membres de la communauté pensent que, pour être d’origine immigrée, ils n’en sont pas moins des citoyens (même les Noirs étrangers ? Encore une ânerie de plus). Parler d’une seule voix, affirmer avec force notre citoyenneté, refuser avec intransigeance la réduction amalgamée de l’identité avec l’appartenance raciale, ethnique ou religieuse, sans renier aucune des composantes de notre personnalité, peuvent constituer un pôle efficace d’un rassemblement responsable et respecté. [...] Nos enfants auront rigoureusement le même destin ; ils seront, dans le siècle qui vient, ceux qui vont construire la cité de demain que nous leur souhaitons juste, solidaire, républicaine et démocratique ». Communautarisme racialiste et intégration républicaine mis dans le même sac. Quel charabia, quel confusionnisme intellectuel. Mais le désordre idéologique du théoricien du Collectif Libertés ne s’arrête pas là.
Sa deuxième contradiction : il revendique un poids croissant de la “communauté noire” dans la société au nom des signalés services qu’elle lui rendrait et de la valeur ajoutée qu’elle lui apporterait et en même temps il admet … que cette communauté ne pèse d’aucun poids sérieux dans les forces vives de la France actuelle ! Il faudrait savoir … Il écrit : « Il s’agit d’affirmer, ici et maintenant, notre forte contribution à l’essor de l’économie et de la culture française ». Comment peut-on fortement contribuer à l’essor de la culture française … tout en en étant absent ? Mystère. Ce professeur de philosophie africain devrait essayer de lire Aristote et les logiciens grecs (On pourrait aussi fortement remettre en doute le cliché fréquent de l’apport économique et culturel de la “communauté” concernée, mais tel n’est pas le propos ici).
L’explication de ces douloureuses contradictions s’explique par un complexe d’infériorité. Je cite M. Dia, dans toute sa candeur blessée « On vient de célébrer le 150ème anniversaire de l’abolition de l’esclavage, ce crime oublié contre l’humanité. Pourtant nous ne monnayons pas notre souffrance passée et actuelle. (si, puisque M. Dia demande des quotas de Noirs dans les emplois publics) Franz Fanon disait : “quand on me déteste, on dit que c’est à cause de ma couleur ; quand on m’aime, on ajoute que c’est en dépit de ma couleur : ici et là, je suis prisonnier du cercle infernal”. C’est ce cercle qu’il faut rompre, par le refus de toute forme d’infantilisation, d’humiliation et de paternalisme ».
En terme psychanalytique, cette attitude masochiste relève du complexe racial de ressentiment. M. Dia veut responsabiliser les Noirs tout en les victimisant en en appelant à l’apitoiement public. Il refuse l’infantilisation, mais infantilise sa “communauté” ; il rejette l’humiliation et le paternalisme mais les provoque par son discours même.
Le grand gagnant dans tout ceci, chose classique dans toute société multiraciale, c’est le racisme implicite et omniprésent qui remplace les rapports de citoyenneté et de solidarité. Faire cohabiter des races différentes, c’est possible dans une équipe de football où les joueurs sont surpayés, pas au sein d’une même communauté politique et historique de destin.
En conclusion de ce chapitre, admettons que les défenseurs du com-munautarisme, qu’ils soient de gauche, de droite ou d’origine immigrée ne savent plus trop où ils en sont. Ils ont perdu leurs repères. A la limite, les défenseurs de l’assimilation forcée, comme Alain Griotteray (dont je ne partage pas non plus les thèses) sont mieux dans leur peau, puisqu’ils ont une doctrine claire. Impraticable certes, mais non-contradictoire et logique, dans sa tragique impossibilité. Le communautarisme mènera au chaos. En un sens paradoxal, c’est peut-être là la solution.

CHAPITRE IV
L’ISLAM A LA CONQUÊTE DE L’EUROPE
On compte aujourd’hui officiellement 4 millions de musulmans en France. Le chiffre réel est très probablement plus élevé, entre 6 et 7 millions de croyants. L’islam est déjà la deuxième religion de France. On comptabilise déjà 1 430 mosquées officielles en France. Ses pratiquants sont jeunes, alors que les pratiquants catholiques sont âgés. Compte tenu de l’évolution démographique (flux constant de migrants non maîtrisé, taux de natalité supérieur des populations islamisées), si rien n’est fait, l’islam sera la première religion de France à partir de 2015. La France compte déjà davantage de musulmans que l’Albanie et la Bosnie réunies.
Dans l’Union européenne, on estime le nombre de musulmans déjà à 15 millions. Il est en croissance dans tous les pays.
Affirmer aujourd’hui que “la France n’a rigoureusement aucune chance de devenir une république islamique ni même – hypothèse basse – un pays musulman” est une affirmation aussi risquée que celle qui consistait à dire dans les années quatre-vingt que “l’Allemagne n’a aucune chance de se réunifier”, ou que “l’URSS ne peut pas éclater et le communisme ne peut pas disparaître”, ou que “en 1999, la Luftwaffe bombardera Belgrade et le ministre allemand de la Défense sera pourtant un pacifiste de gauche.”

L’ISLAMISATION DE L’EUROPE EST INACCEPTABLE
Aucun de mes propos ne sera haineux envers l’islam, qui pourtant ne pratique pas toujours cette réciprocité. En revanche, je considère bel et bien l’islam comme une très grave menace et un ennemi, dès lors que cette religion conquérante procède à une installation massive et consciente en Europe. On ne méprise pas son ennemi, on le combat. Et quand on cherche à le connaître, on ne sombre pas dans la naïveté des intellectuels d’aujourd’hui qui le déclarent tolérant, sans l’avoir jamais étudié.
De même, on peut parfaitement partager des valeurs proches de celles de son ennemi. Son caractère d,’ennemi vient d’abord de ce qu’il s’impose comme occupant. On peut, comme l’islam, combattre ou déplorer le matérialisme et l’individualisme forcené de l’Occident, mais considérer néanmoins que l’installation de l’islam en Europe est un acte de guerre, selon l’enseignement rigoureux du Coran. La mise en garde de Çarl Schmitt s’applique magnifiquement à tous les Européens naïfs et tolérants envers l’islam : « Ce n’est pas toi qui décide qui est ton ennemi, c’est lui. Tu auras beau le déclarer ton ami, si lui décide qu’il est ton ennemi, tu n’y pourras rien ».
* * *
Contrairement à l’opinion des islamophiles, l’islam n’est pas seulement une “foi universelle” comme le christianisme mais une communauté de civilisation (“umma”) qui vise à l’expansion. Le projet implicite de l’islam est tout simplement la conquête de l’Europe, à la fois religieuse et ethnique, ainsi que le stipule le Coran. Nous sommes déjà en guerre. Les occidentaux ne l’ont pas compris. Les Russes, si.
Car, même s’il véhicule des valeurs transcendantes et propose une doctrine de vie, individuelle et collective, dans laquelle des normes supérieures et intangibles s’imposent aux croyants, donnant ainsi un sens à leur existence (tout à l’opposé du désenchantement et du dessèchement matérialiste de la modernité occidentale), même 69
s’il apparaît “archéofuturiste”, même s’il s’oppose aux dérives pathologiques de l’égalitarisme (comme le féminisme ou l’homosexualisme), l’islam ne correspond en rien à l’esprit européen. Son introduction massive en Europe défigurerait la culture européenne et la mettrait plus à mal encore que ne l’a fait l’américanisation. Un dogmatisme revendiqué, une absence d’esprit faustien, une négation fondamentale de l’humanisme (entendue comme autonomie de la volonté humaine) au profit d’une soumission absolue à Dieu, une extrême rigidité des obligations et des interdits sociaux, une confusion théocratique de la société civile, de l’État politique et de la religion, un monothéisme absolu, une réticence profonde envers la libre création artistique ou scien-tifique, sont des traits incompatible avec la tradition mentale européenne, fondamentalement polythéiste.
Ceux qui croient que l’islam pourra s’européaniser, s’adapter à la culture européenne, accepter la notion de laïcité commettent une redoutable erreur. L’islam, par essence, ne connaît pas le compromis. Son essence est autoritaire et guerrière. C’est la religion, par excellence, de peuples du désert. Les Européens, païens à l’origine, ont pu paganiser le christianisme, le transformer subrepticement en polythéisme, notamment à travers le catholicisme. Avec l’islam, beaucoup plus intransigeant, ils ne le pourront pas. Ils devront se soumettre ou se démettre. Autrement dit, avec l’introduction colonisatrice de l’islam en Europe, deux risques se présentent : défiguration ou guerre.
Dans un premier temps, le discours de l’islam en Europe se fait relativement tolérant. Les responsables musulmans disent “vouloir respecter les lois de la République” et la laïcité, ce qui est dès le départ, totalement incompatible avec le Coran, puisque celui-ci ne saurait tolérer un autre droit que le droit coranique qu’il confond avec le droit civil. Il s’agit donc d’un mensonge qui appartient à la “stratégie du renard” évoquée par Machiavel.
Déjà en France, comme en Grande-Bretagne, des voix s’élèvent pour demander que les musulmans bénéficient d’un droit spécial. Des partis sont sur le point de se créer pour affirmer ces revendications. Comme on le verra plus loin, l’islam ne révèle jamais avec franchise ses intentions à ceux qu’il considère comme ses ennemis, nous, les Infidèles ; cette ruse est pour lui une obligation théologique et morale.
Dans un deuxième temps, avec l’augmentation constante des effectifs musulmans – par le biais du différentiel démographique, des flux constants d’immigration, voire des conversions des autochtones – l’Europe sera déclarée “terre de conquête” par l’islam, ce qui constitue un renversement radical des tendances historiques des siècles passés.
Revanche contre les croisades et l’humiliation de la colonisation et reprise du grand mouvement d’expansion.
DE L’INTOLÉRANCE ET DE LA RUSE DE L’ISLAM
L’islam est par essence intolérant et sa logique est celle, très machiavélienne, de l’utilisation conjointe de la force et de la ruse. La ruse, quand les musulmans sont les plus faibles et minoritaires ; la force, quand leur domination commence à être assurée.
C’est ainsi que, chez les immigrés arabo-africains, l’islam n’est pas pensé comme une religion d’essence spiritualiste (ses préceptes moraux sont peu suivis) mais comme une auto-affirmation ethnique revancharde face aux Européens, souvent dénommés “croisés”. Plus encore que le christianisme, aujourd’hui très affaibli, l’islam est la religion par essence de la vérité révélée impérative, et, avec une bonne conscience aveugle, se croit toujours dans son droit et justifie tous les actes, même les exactions, commises au nom de son expansion et de la gloire d’Allah.
Les Européens, naïfs défenseurs de l’islam, commettent l’erreur de ne pas le connaître et d’interpréter le Coran comme un “bloc de sincérité”, comme un texte globalement logique, alors que c’est un texte à “plusieurs vitesses”, riche en interprétations biaisées.
On met en avant la “tolérance et la fraternité entre les religions, la liberté de la foi choisie” par le précepte coranique : « point de contrainte en religion » (sourate II, verset 256) ; on insiste sur la réprobation de tout intégrisme et de tout fanatisme : « l’islam est la communauté du juste milieu » (II, 143) ; ou bien : « pas de violence en matière de religion ! La vérité se distingue suffisamment de l’erreur » (II, 257). L’islam serait attaché à la compassion et au pardon des offenses : « il faut repousser le mal par le bien » (XLI, 34 – XXIII, 96 – XII, 22), ou bien encore l’islam serait attaché à l’humanité envers l’ennemi, qui obligerait tout musulman à lui porter secours (IX, 6). Ces versets sont absolument contredits par quatorze siècles de comportement de l’islam, qui privilégie toujours la violence quand les rapports de force lui sont favorables, qui ignore le pardon et la compassion, qui éradique ou soumet dans des ghettos les autres religions dans les territoires qu’il a conquis, où il ne tolère ni les païens polythéistes ni les athées.
Ces versets pacifiques sont une ruse. Théologiquement, dans le Coran, ils sont annulés par les versets belliqueux écrits postérieurement, notamment ceux de la Sourate 4, sur laquelle nous reviendrons plus loin.
L’aumône (zakat) qui constitue le troisième “pilier de l’islam”, est totalement différente dans son essence de la charité chrétienne. Cette dernière est universaliste et altruiste – ce qui semble bien naïf à un musulman. Bien que les musulmans et leurs alliés, par pure ruse de propagande, tentent de faire croire que l’aumône musulmane est un impératif caritatif et philanthrope qui démontrerait l’esprit humaniste et pacifique.de l’islam, la réalité est toute différente.
La zakat ne concerne que l’umma, la communauté des croyants. Un musulman n’est nullement tenu de faire l’aumône au juif et au chrétien dans le besoin, ni de leur porter secours en aucune manière ; quant à pratiquer l’aumône envers le païen ou l’athée, c’est blasphématoire. La signification de l’aumône n’est nullement fondée sur la commisération ou 1’“amour du prochain” dans cette religion conquérante, intolérante et guerrière. Elle est motivée, selon le Coran, par deux considérations d’abord, pratiquer la solidarité envers les membres de l’umma dans la nécessité, afin de renforcer la communauté ; ensuite, apprendre à tout musulman qu’il n’est pas propriétaire des biens dont il dispose, et que ceux-ci ne sont qu’un prêt consenti par Allah afin d’illustrer sa puissance et de répandre partout l’islam, par la conversion ou par le fer.
Il n’est donc pas question pour un musulman de venir en aide à n’importe quel être humain. L’Infidèle est, pour cet implacable monothéisme révélé, un indigne. On aura remarqué – mais les médias l’ont tu évidemment – que le Croissant rouge pendant la guerre des Balkans n’est venue en aide qu’aux réfugiés bosniaques ou kosovars musulmans, totalement indifférent au sort des populations serbes orthodoxes ou croates catholiques frappées par la guerre ; tandis que la Croix rouge n’a opéré aucune distinction ethnique ou religieuse.
D’une manière générale, l’islam ne pratique une politique de paix et d’apparente tolérance que lorsqu’il est faible et minoritaire.
* * *
Beaucoup de pays musulmans, comme l’Arabie Saoudite, proscrivent absolument l’édification d’une église sur leur territoire. La pratique d’un culte chrétien est interdit aux étrangers en poste dans ces pays. Dans la plupart des pays musulmans, l’entrée ou la résidence de prêtres chrétiens est quasiment impossible ; tout prosélytisme est interdit, sous peine d’expulsion immédiate. En Europe, le prosélytisme musulman est encouragé et financé (constructions de mosquées) par les pouvoirs publics, dont la laïcité n’est qu’un synonyme de naïveté. La règle de réciprocité qui régit pourtant le droit international est totalement bafouée ; les Européens acceptent parfaitement, en leur défaveur, cette règle du “deux poids, deux mesures”, ce qui, aux yeux d’un musulman trahit un signe de faiblesse et de démission qui encourage et légitime, qui justifie divine voluntate leur mouvement de conquête ethno-religieuse de l’Europe.
Dans l’esprit de l’islam, le fait que les Européens n’exigent pas des pays musulmans la même neutralité laïque, la même liberté de culte qu’ils pratiquent chez eux envers les musulmans, signifie ceci : « Les Européens savent qu’ils sont dans l’erreur, ils reconnaissent la supériorité de l’islam et la supériorité d’Allah ; ils se prosternent devant nous et s’avouent Infidèles et c’est à bon droit qu’ils sont pour nous terre de conquête ». Ces propos, ont été tenus par un iman égyptien dans le quotidien cairote Al Ahram.
Les Européens ignorent les fondements même de l’islam, notamment le cynique “impératif des trois étapes de la conquête” : dans un premier temps, la communauté musulmane installée dans une terre étrangère, encore minoritaire, pratique le Dar al-Sulh, la “paix momentanée”, parce que l’infidèle, dans son aveuglement et sa naïveté, permet le prosélytisme islamique sur son propre sol, sans exiger aucune réciprocité en terre musulmane. C’est l’étape que nous vivons actuellement en Europe et qui fait croire qu’un “islam laïc et européanisé” est possible.
Dans un deuxième temps, lorsque l’implantation de la communauté islamique se confirme, l’impératif de la conquête et de la violence se fait jour. C’est le Dar al-Harb, où la terre de l’infidèle devient “zone de guerre”, soit parce que des résistances se font jour à l’implantation de l’islam et qu’il faut briser, soit, parce déjà suffisamment nombreux, les musulmans n’ont plus besoin de paix et peuvent abandonner la prudence des premiers temps de la conquête. Cette phase, nous n’allons pas tarder à la vivre : nous en voyons déjà les prémisses.
La troisième étape est celle où les musulmans finissent par dominer. C’est le Dar al-Islam, le “règne de l’islam”. Le juif et le chrétien sont tolérés mais minorés, bénéficiant au mieux d’un statut inférieur, celui de dhimmis (“protégés”) payant une capitation spéciale et privés de la plupart des droits civiques ; païens polythéistes (“idolâtres”) et athées sont pourchassés, et toute la population doit se plier aux règles sociales de l’islam. Le non-musulman, n’a aucune chance de bénéficier d’une position sociale dirigeante. Au Maroc, où chrétiens et juifs étaient le mieux tolérés et le plus protégés, ils ont tout de même dû partir après la fin du protectorat français, bien qu’il ne se fût produit aucune guerre comme en Algérie.
Pour beaucoup de leaders des réseaux islamiques mondiaux aujourd’hui, l’objectif est d’imposer à terme à l’Europe la loi du Dar al-Islam. C’est un projet conséquent, une volonté politique inébranlable, qui est actuellement en marche. Parce que Dieu l’a ordonné ainsi.
L’islam est un universalisme absolu et prosélyte qui a vocation impérative de conquérir la terre entière. C’est le même impératif que le “allez enseigner à toutes les nations” du christianisme (aujourd’hui abandonné par ce dernier), mais formulé de manière beaucoup plus offensive.
Les années soixante-dix ont été celles de la régénérescence de la puissance islamique, après le coup de massue de la colonisation européenne. Voici venu pour lui le temps de la contre-attaque.
Le prosélytisme chrétien visait à imposer un foi universelle, mais le prosélytisme musulman vise à implanter une civilisation, un mode de vie et une soumission politique. L’islam est moins une religion, au sens spirituel du terme qu’un impérialisme politique et ethnique doublé de la volonté d’implanter partout une civilisation intolérante dans laquelle le musulman dominera tous les autres, comme l’homme domine la femme. Vouloir séparer, en islam, la politique de la religion est complètement vain ; elle ne font qu’une. Les prêches des imams dans les mosquées de nos banlieues, que les islamophiles de salon n’ont jamais entendues, en appellent ouvertement à la conquête du sol français et au travail prosélyte de conversion.
Depuis quelque temps, les Renseignements généraux ont remarqué que certain imams prêchaient directement la violence armée. Les curés, dans leur misérabilisme, ont depuis bien longtemps renoncé à convertir ; dans leurs prêches, ils conseillent au contraire d’“accueillir l’islam” comme une religion-soeur, comme un enrichissement. Quand on pense que l’oecuménisme, n’a jamais fonctionné avec les protestants et les juifs, comment imaginer qu’il puisse être possible avec l’islam ? C’est la fable du berger qui laisse entrer les gentils petits louveteaux dans la bergerie. Quand ceux-ci grandirent, on sait ce qui arriva. Les prélats et les hommes politiques feraient bien d’en revenir à l’enseignement irremplaçable de ce bon Jean de La Fontaine.

UNE RELIGION DE CONQUÊTE UNIVERSELLE PAR LA VIOLENCE
Comme pour faire admettre en douceur la progression de l’islam en France, on évoque un islam de paix, laïc, tolérant, à dissocier absolument de l’islam violent de l’Algérie, de l’Afghanistan et du terrorisme musulman en Europe même. Il s’agit là d’une imposture. Une imposture classique dans l’histoire puisque le Coran conseille, dans les premiers temps de l’islamisation d’une terre par immigration, de donner de l’islam une fausse image pacifique (Sourate 4, verset 101). Pour ensuite frapper et s’imposer. C’est la vieille tactique du cheval de Troie.
En réalité l’essence de l’islam est, comme le stipule le Coran, l’expansion agressive et sans limite. Assorti d’une éthique de la violence, de l’intolérance et de l’exclusion. Avec notamment l’infériorisation des femmes et des mécréants, la pratique du meurtre légal, etc. Tout cela est dans le Coran et n’a jamais été contesté par aucun imam, se dit-il “laïc”, par perfidie théologique, comme Dalil Boubakeur, le recteur algérien de la mosquée de Paris.
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La Charte du Culte Musulman en France, adopté en décembre 1994 à Paris, est un monument d’hypocrisie, qui va jusqu’à déclarer, la main sur le coeur
Article 11 : « L’islam prône la tolérance et combat le racisme, la xénophobie et les discriminations de tout ordre ».
Article 12 : « L’islam est dans son essence une religion de non-violence » (pour un peu, on croirait entendre Ghandi…)
Article 13 : « L’islam appelle au respect et à la dignité de l’homme. Il refuse toute forme de discrimination et d’exploitation. Il ordonne le respect de la vie humaine ».
Avec une sournoise habileté, pour endormir les mentalités européennes, on reprend les thèmes de l’idéologie des droits de l’homme et du catholicisme post-conciliaire. D’ailleurs aucun texte coranique n’est, comme par hasard, cité pour corroborer ces grands principes. Et, de fait, le Coran prône exactement le contraire.
L’islamologue Albert Kehl écrit (in L’islam, guerre ou paix ? : « Les islamistes évitent de porter à notre connaissance les textes dont ils usent forcément pour enflammer leurs fidèles. Il ne nous reste qu’à explorer le Coran. [...] L’importance de la communauté musulmane en France nous fait obligation de ne pas négliger cette étude, l’ouvrage auquel tous les musulmans déclarent se référer. Afin de savoir ce que nous pouvons attendre de cette religion : la paix dont on nous parle tant, ou la violence comme la subissons déjà ? [...] Si nous remontons aux sources de l’islam, c’est l’agressivité dont ils fit preuve dès ses origines qui frappe, non seulement en Arabie, mais dans toutes les directions possibles, à l’ouest vers le Maghreb et l’Europe, au nord en direction de la Turquie, à l’est vers l’Irak, l’Iran, l’Afghanistan. [...] Pour agiter les foules arabes, pour les fanatiser, pour les lancer dans des opérations non point de paix mais de conquête pour la Guerre Sainte, il a fallu que les prédicateurs musulmans utilisent des ordres ou des indications d’Allah inscrits dans les textes même du Coran. Ce sont ces textes qui ne devraient pas exister selon les thuriféraires d’un islam de paix ». Allah a le statut d’un Gott Mit Uns.
Dans la Sourate 4 du Coran, fondamentale, intitulée « Les Femmes », les versets 69, 70, 71, 74, 77, 89, 101, 102 et 104 (dont je cite plus loin partiellement le contenu) proposent la doctrine centrale de l’islam. Elle est d’un simplisme confondant mais d’une efficacité redoutable. Car elle flatte à la fois le désir de bonheur individuel dans le paradis (principe de plaisir, la jouissance enfin autorisée par Dieu) et la volonté de puissance sanguinaire dans l’ici-et-maintenant (là encore pardonnée par Dieu) qui sont les deux moteurs de ce que la nature humaine a de plus primat et de plus profond.
D’après la Sourate 4, la doctrine centrale de l’islam est donc : pour gagner le paradis, où tous les plaisirs sont permis, il faut conquérir le monde, par la violence, au nom d’Allah. En utilisant à la fois la force brutale et la ruse, sans craindre de se priver du plaisir terrestre du meurtre et du viol (le mariage provisoire des intégristes algériens, prévu par le Coran). Les prescriptions de l’aumône ne sont valables qu’en faveur des frères musulmans de l’ummah. La spiritualité se résume à la prosternation devant un Dieu, guerrier et jaloux (inspiré de celui de l’Ancien Testament) afin d’obtenir ses faveurs et d’éviter ses punitions. Dans le Coran, il n’existe aucun verset qui incite à respecter la vie d’autrui. L’amour du prochain y est totalement inconnu ; seul devoir : la solidarité avec le croyant conquérant musulman. On comprend à ce propos pourquoi l’islam fascine tant, depuis les années quatre-vingt, un certain nombre de cénacles nazillons folkloriques. J’aborde cette question plus loin.
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La raison d’être fondamentale de l’islam est la conquête. Il procède, depuis le VIIe siècle par poussées, alternant périodes de paix et de guerre, reculs et nouvelles avancées. Nous affrontons en ce moment un nouveau grand moment de conquête historique de l’Europe par l’islam. On peut parler à son propos de religion de soumission absolue, d’obéissance et de conquête, où les notions de liberté et d’égale dignité des humains sont totalement proscrites (Sourate 4, verset 59). Les fidèles, les “prosternés” ne sont que des “soumis”, instruments dans la main de Dieu, aux ordres des imams qui décident des conquêtes, “s’il plaît à Dieu” (Inch Allah).
Après la mort de Mahomet, en 632, la première vague de conquête arabo-musulmane commence. L’Arabie déclare la “guerre sainte” (djihad) alors qu’elle n’était nullement agressée ni menacée. Mais, conjoncture favorable, les peuples limitrophes étaient très affaiblis, grâce à la providence divine. Notons ce fait qu’on retrouve aujourd’hui, et qui coïncide profondément avec la mentalité arabe : l’islam n’attaque que les faibles, les peuples affaiblis. Dès qu’il sent une puissante résistance, ou une force, il s’incline, déclare la paix, se fait hypocrite et attend son heure. Selon les prescriptions du Coran.
L’Égypte, Byzance, la Syrie, la Palestine, la Turquie, le Maghreb sont en pleine déliquescence après l’effondrement de l’Empire tutélaire romain. Les vagues islamiques s’élancent. Avec massacres, pillages, prises d’esclaves et destructions, dévastations que l’historien arabe Ibn Kaldhoum comparait à celles d’un “nuage de sauterelles”. On conquérait ces terres nouvelles pour la plus grande gloire de Dieu, mais aussi pour les exploiter. Les musulmans morts au combat étaient assurés, en récompense, du Paradis d’Allah (le “Jardin”) « peuplé de femmes vierges et de jeunes garçons », selon le Coran. Fanatisme, dira-t-on ? Certes. Mais lorsque le Franc Karl Martel repoussa l’envahisseur musulman au nord de Poitiers et lorsque les Espagnols, avec la reconquista, les refoulèrent en Afrique du Nord, ce fanatisme fera tout naturellement place au fatalisme. Le fanatisme et le fatalisme sont les deux attitudes fondamentales de l’islam, en fonction des rapports de force.
“Dieu qui nous soumet et dont nous sommes les esclaves, en a décidé ainsi, inclinons-nous”. Fanatisme face à la faiblesse, fatalisme face à la force. Le musulman n’affronte jamais les forts. Ce qui explique les harcèlements et la délinquance des jeunes Maghrébins de culture musulmane : face à des faibles, à une autorité démissionnaire et déliquescente, frappons ! C’est une structure mentale profondément ancrée dans leur culture. Le musulman est à la fois un soumis (quand il se heurte à plus déterminé et plus fort que lui) et un prédateur (quand le rapport de force est en sa faveur). Qu’on me comprenne bien, prédateur n’est pas en soi péjoratif. Nous autres, Européens, l’avons été au temps de notre grandeur et savons parfois l’être encore, par exemple vis-à-vis des Irakiens.
C’est pourquoi la paix française put régner dans le Maghreb plus d’un siècle : tant que les Français affirmèrent et exercèrent leur autorité … Dès que les imams décèlent une faiblesse dans les pays où les musulmans cohabitent avec d’autres, c’est aussitôt la guerre sainte, la conquête, la djihad qui s’impose. De même lorsqu’il s’agit de peuples voisins affaiblis, car cela signifie que Dieu offre la possibilité de les attaquer. Cette mentalité de ruse prédatrice doit savoir profiter de toutes les occasions.
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Pendant de longs siècles, après la reconquista espagnole et les Croisades, l’islam fut comme assommé, et avec lui, les Arabes. Essor de l’Europe, qui explose démographiquement. Transfert aux Turcs (mal islamisés) de la souveraineté sur l’Afrique du Nord; dont ils prennent le contrôle. Déclin de la culture arabo-islamique. Le monde arabo-musulman connaît un véritable recul de civilisation ; et c’était normal : habitué à tout emprunter aux peuples conquis, de l’algèbre à l’architecture en passant par la médecine, les sciences, la philosophie, etc., ce monde arabo-musulman se retrouve face à lui-même, c’est-à-dire sans possibilité créatrice. L’islam fait le dos rond. Le Maghreb se contente des razzias des pirates barbaresques sur les côtes européennes de la Méditerranée.
L’islam est en recul mais attend son heure et maintient intact ses “sept piliers”, sa doctrine, son optimisme et l’enseignement rigoureux du Coran (attitude inverse de celle de l’Église post-conciliaire, qui s’auto-détruit). Arriva la colonisation européenne et notamment française, initiée à la fois pour faire cesser les raids des pirates barbaresques et du fait du dynamisme européen d’alors, notamment démographique. Et autorisée par l’effondrement de l’Empire ottoman qui régnait sur l’Afrique du Nord.
Terrible humiliation pour l’islam et pour les Arabes, pour leur sentiment de supériorité et leur mentalité conquérante. Mais c’est l’âge du fatalisme : Allah l’a voulu ainsi ! Et finalement, pour un musulman, Allah n’a pas eu tort de provoquer cette colonisation européenne : en créant des infrastructures, des écoles, des dispensaires, les Européens font sortir d’un coup le monde arabo-musulman d’une primitivité, dont il aurait incapable par lui-même de s’extirper. Leur démographie repart grâce à la médecine française qui fait chuter la mortalité et les maladies endémiques. Le colo-nialisme européen a redonné vigueur au monde arabo-musulman et préparé ainsi sans le savoir la deuxième grande offensive de l’islam contre l’Europe. C’est un retournement dialectique. Jamais nous n’aurions dû les coloniser. Et notamment nous installer en Algérie. Sans nous, ils seraient resté dans leur faiblesse, en proie au tribalisme ; nous n’aurions pas été tentés de les faire venir chez nous. Au fond, pour l’islam, le colonialisme français fut un bienfait objectif. Il comprit qu’il fallait prendre humblement la force de l’ennemi pour la retourner un jour contre lui. C’est ce qui se passe aujourd’hui. La naïveté des Européens de ce temps est incommensurable.
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La colonisation française fait ployer le cou, par son autorité, à l’islam, qui ne reconnaît et ne respecte que la force, selon un des canons de la culture arabe. Dans le Maghreb d’alors : pas de criminalité des “indigènes”, pas de velléités d’indépendance, pas de haine affichée des chrétiens et des roumis, pas de fondamentalisme ouvert des imams. La guerre sainte est mise entre parenthèses. Une chose capitale, que personne n’a remarquée malgré la puissance de la colonisation française et la prégnance de la civilisation occidentale, aucun musulman ne s’est converti au christianisme, malgré les efforts missionnaires, ni abjuré l’islam pour un athéisme matérialiste. (Alors qu’aujourd’hui, ce sont des Européens qui se convertissent à l’islam …) Quelle force de caractère ! Un musulman ploie mais ne cède jamais, comme le roseau de la fable, à l’inverse du chêne qui se laisse déraciner par le vent.
Puis vint l’erreur des deux guerres mondiales, guerres civiles européennes, où les musulmans virent les roumis se battre entre eux, les troupes coloniales arabes appelées au secours contre d’autres Européens, les Allemands, des musulmans engagés du côté de l’Allemagne hitlérienne, etc. Il virent la puissance colonisatrice française vaciller après 1940. Le Fort n’était donc qu’un tigre de papier. Les conditions d’une reprise de la guerre sainte, de la djihad, étaient donc réunies. Le fanatisme, réveillé par les imams (et non par les mouvements rebelles indépendantistes, comme le FLN, complètement manipulés) explose en mai 1945 à Sétif, en Algérie, avec des violences inouïes contre les Européens, puis à Constantine en 1947.
La décolonisation était en route. L’islam récupéra les territoires occupés par les roumis et qu’ils avaient conquis après la mort du Prophète tout le Maghreb et le Moyen-Orient et une partie de l’Afrique noire. La France – qui avait pourtant militairement gagné la guerre d’Algérie – capitula avec les accords d’Évian. Retour à la case-départ. Les Européens quittent le Maghreb, humiliés. L’islam a aboli sa défaite et reconquis ses positions. La grande aventure européenne en terre d’islam se termine, aux yeux des musulmans, par une déconfiture.
Après la défaite et la reconquête, revient le temps de la conquête – et de la vengeance – contre l’ancien conquérant. « Il faut maintenant continuer le mouvement et faire “terre d’islam” les pays de ceux qui nous ont humiliés en voulant faire de nos terres des terres chrétiennes ». Ainsi raisonnaient et prêchaient les imams. Après le fatalisme, revient le temps historique du fanatisme. On notera l’extraordinaire mémoire historique des peuples arabo-musulmans, qui se pensent, à l’inverse des Occidentaux noyés dans le présentisme matérialisme, comme des “peuples long-vivants”, selon l’expression de Raymond Ruyer (exactement comme les Hébreux, les Chinois, les Indiens, chacun selon des modalités différentes).
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Vint alors le temps de l’immigration de masse vers l’Europe et la France. Bien entendu, les motivations individuelles des intéressés étaient économiques et financières. Mais, dès les années soixante, les dirigeants politiques et religieux avaient des arrières pensées. Tout le monde connaît la célèbre formule du président Houari Boumediène : « Nous prendrons la France avec le ventre de nos femmes », propos qui furent reproduits et diffusés dans un tract du FLN au lendemain de la capitulation d’Évian. Quant aux imams, sans appeler ouvertement à la guerre (toujours la ruse) puisque la force des armes n’est pas en leur faveur, ils se contentent d’encourager les fidèles à “monter” en Europe, et surtout en France.
La deuxième grande marche de l’islam vers l’Europe commence, comme autrefois, selon les deux mêmes axes : du sud au nord, par les peuples du Maghreb et de l’Afrique noire. Et de l’est vers l’ouest par les populations turques. Mais aussi par celles du Caucase et d’Asie centrale qui s’en prennent à la Russie affaiblie. La France est globalement la plus visée et la plus touchée, mais, on le voit aujourd’hui, toute l’Europe est concernée, péninsule ibérique, Italie, Allemagne, pays du nord. Vient s’ajouter à cette conquête habile, l’immigration massive des Pakistanais musulmans en Angleterre et des Indonésiens musulmans en Hollande.
Pour les musulmans, cette invasion douce, sans combat est un véritable miracle divin, un don d’Allah. C’est le deuxième miracle, après celui des bienfaits paradoxaux du colonialisme européen.
Cette installation, sans coup férir et sans combat, sans se voir opposer le moindre réflexe de défense, de millions d’entre eux, correspond pour les musulmans à l’essence même des prescriptions du Coran qui conseille de ménager ses forces et d’envahir en douceur la maison de l’infidèle si celui-ci a la stupidité de les y inviter. Toujours selon le Coran, dans un premier temps, tant que les musulmans ne sont pas encore assez nombreux, il est prescrit de montrer patte blanche, d’être affable, de se soumettre en apparence, de sourire. De fait, des années soixante à la fin des années soixante-dix, lorsque la communauté musulmane n’était pas assez forte et installait ses avant-gardes, tout était très paisible : aucune trace de révolte ou de violence des “jeunes”, aucune revendication religieuse, pas d’exigence de mosquées, pas d’écoles coraniques, pas d’imams prédicateurs enflammés. C’est à partir des années quatre-vingt, quand la communauté musulmane en Europe (entrées et naissances) se mit à peser de tout son poids que l’agressivité et la véhémence commencèrent.
Mais quel bonheur, quelle preuve de la puissance et de l’intelligence d’Allah ! Allah qui désarme le mécréant, qui transforme le fier croisé en mouton et, non seulement le persuade d’ouvrir les portes de sa demeure sans combattre, mais d’accueillir le musulman avec hospitalité ! De cette faiblesse imbécile, l’infidèle sera durement châtié au jour où l’islam régnera enfin sur ses terres. Face au musulman, plus tu est faible le lundi, plus tu es méprisé le mardi, et plus tu seras maltraité le mercredi
Bien entendu, l’invasion actuelle est d’autant plus puissante et motivée, qu’au mouvement naturel de conquête de nouveaux espaces par l’islam s’ajoute un légitime sentiment de vengeance contre les croisades et le colonialisme, mais aussi un ressentiment diffus contre la supériorité matérielle objective de la civilisation occidentale, que les musulmans confondent avec l’Europe.
L’islam est à la fois surpris et fasciné – donc encouragé – par l’approbation de la colonisation de peuplement non seulement par les gouvernements européens, mais surtout par les Églises chrétiennes, sans parler des médias unanimes et d’une intelligentsia, comme “sous influence” qui feint de ne rien comprendre. Allah est grand : il rend fou l’ennemi. On ne peut s’empêcher de penser au proverbe romain Jupiter dementat quos perdere vult (Jupiter rend déments ceux qu’il veut perdre).
Albert Kehl écrit : « Il s’agit, pour l’Europe, d’un phénomène d’auto-colonisation dont il n’est aucun autre exemple à cette échelle dans l’histoire de l’humanité ».
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Devant la passivité actuelle des Européens, les musulmans, sidérés par une telle faiblesse, par une telle inconscience – tels les moutons à égorger de l’Aït-el-Khebir – pensent tout bas ce qu’un imam de Créteil a déclaré en novembre 1999 durant son prêche : « Ce continent s’offre à nous, ou plutôt c’est Allah qui nous l’offre, comme un fier guerrier métamorphosé en femme soumise » (tract de l’Amicale des Musulmans de Créteil). Les musulmans sont sidérés par notre faiblesse, notre aveuglement et notre masochisme. Ils profitent du miracle.
Les. Renseignements généraux ont très certainement transmis ces propos à M. Chevènement, ministre de l’Intérieur et des Cultes. Qu’en fera-t-il ? Rien. Quelles conclusions en tirera-t-il ? Aucune. Il se dira “ce ne sont là que des propos d’extrémistes”. Il se trompe. Tout musulman dans l’âme est un extrémiste et un conquérant.
L’islam nous considère comme une civilisation jadis redoutable, mais aujourd’hui dévirilisée, décadente, féminisée, homophilisée. Il attaque, donc. Et de son point de vue, il a bien raison.
Les imams – comme Dali Boubakeur, recteur de la mosquée de Paris – flattent nos faiblesses, pour nous encourager à les entretenir : unanimisme des droits de l’homme, approbation de l’oecuménisme d’une Église en décomposition, égalitarisme, caritarisme, etc. Tout cela, pour mieux nous prendre. C’est la tactique du détachement, du commando masqué, l’intelligente stratégie du cobra, conseillée par le Coran.
Mais parfois, dans les propos de Dalil Boubakeur, le fanatisme et l’intolérance pointent le bout de leur nez. Comme par exemple dans sa réponse aux propos de Mgr Poupard, qui osa suggérer que l’islam posait un problème en Europe. Et à aucun moment les imams et les recteurs soi-disant “pacifiques” et “pro-laïcs” ne disent mot des versets haineux du Coran ni ne réprimandent ou ne contestent les prêches des imams extrémistes ou les articles vengeurs des revues islamistes en circulation dans toute la communauté musulmane. Dans sa période de conquête, l’islam tient toujours un double discours et entretient toujours deux fers au feu.
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La phase suivante de la conquête est facile à prévoir. La période d’installation se termine. La période de renforcement commence (par les nouvelles arrivées et les berceaux). Si rien ne change bientôt, l’islam sera la première religion pratiquée en France. Tout d’abord, des municipalités, par centaines vont tomber entre les mains de partis islamistes qui exigeront une quasi-extéritorrialité et l’application de la charia. La suite logique est la progressive conquête du pouvoir législatif. Ne nous y trompons pas, ce n’est pas là du catastrophisme mais du réalisme : le but de l’islam en Europe est la prise progressive du pouvoir politique et l’instauration, pour commencer en France, à moyen terme, d’une République islamique.
L’objectif a pratiquement déjà été atteint en Bosnie, et bientôt au Kosovo, avec la complicité des États-Unis.
En soutenant en sourdine la conquête musulmane de l’Europe – pour neutraliser cette dernière – les USA font d’ailleurs un très mauvais calcul à long terme, car eux aussi, sont visés, notamment par le projet à long terme de créer un État noir musulman en Amérique (exigence des Black Mulsims et maintenant de Farakian).
Et puis, parallèlement à cette conquête démographique et politique de l’islam, qui enrôlera sous sa bannière toutes les communautés non-européennes, le risque terroriste demeure. Il pourra s’ajouter aux émeutes croissantes des Afro-maghrébins (que l’islam encourage en sous-main). L’islamisation ne sera pas un facteur d’apaisement de la délinquance immigrée, mais d’aggravation. Car cette délinquance est une forme détournée de la guerre sainte, (Sourate 4, verset 71, qui par le concept de “détachement militaire”, autrement dit de commando, avalise à la fois la criminalité religieusement autorisée et le terrorisme sacralisé. On l’a vu récemment avec les saccages et les pillages de 1998 à Lyon pour fêter la fin du Ramadan. Albert Kehl écrit : « Au moindre appel des imams, cette réaction peut prendre une ampleur insoupçonnée. [...] Les sentiments exacerbés par notre faiblesse et le mépris qu’elle engendre ne peut qu’en pousser beaucoup à l’action, au désir de se signaler aux yeux d’Allah par des actions d’éclat ».
Ce devoir de conquête, notamment par la violence, est enseigné dans les écoles coraniques subventionnées par les pouvoirs publics. Les Renseignements généraux n’y mettent évidemment jamais les pieds.
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Il existe évidemment des musulmans européanisés qui se désolent des prémices de cette guerre civile que constituent les émeutes et la criminalité croissante des “jeunes”. Ils comprennent bien qu’il s’agit du prolongement, du retournement sous une autre forme de la guerre d’Algérie sur notre sol. Cette violence des jeunes Afro-maghrébins – qui de plus en plus s’affichent comme musulmans – ne fait que traduire l’impatience, pour l’instant contenue, de bien des adultes, et des imams.
Mais ces musulmans européanisés de bonne volonté ne peuvent rien contre le Livre et ses prescriptions impératives. Même si, eux, résistent à la tentation de la Guerre Sainte, il y en aura toujours d’autres pour tenter l’aventure, aux ordres des “messagers”, les imams, et au nom d’Allah-le-Tout-Puissant. Eux même finiront par suivre, ne serait-ce que pour s’épargner le sort des harkis, ces collaborateurs de l’infidèle et du roumi, qu’on livra, au terme de la guerre d’Algérie au fer des égorgeurs.
Le génie du Coran ne réside pas dans sa spiritualité religieuse – elle est quasi-inexistante – mais en ce qu’il constitue le meilleur traité de stratégie de conquêtes géopolitiques de l’humanité. Beaucoup plus fort que Sun-Tzu, Machiavel ou Clausewitz.
La plupart des Européens ne s’en rendent pas compte, et surtout pas les islamophiles et les immigrationnistes. Il est vrai qu’aucun d’entre eux n’a jamais lu le Coran, aucun d’entre eux ne parle Arabe, aucun d’entre eux n’a jamais mis les pieds dans un pays musulman (sauf peut-être dans les enclaves du Club Med), aucun d’entre eux n’a jamais vécu dans une cité à majorité musulmane.
Pour eux l’islam – et l’immigration – sont des faits abstraits, lointains, sympathiques. Ils vont vite déchanter quand le réel va se rapprocher. « Que nous réserve l’avenir ? demande Albert Kehl. Un sursaut d’autorité qui ramènerait le calme, l’obéissance à nos lois et donc le fatalisme pour un temps parmi la population musulmane, ou la continuation du laisser-aller, du renoncement, de l’humiliation, avec au bout du fanatisme déchaîné, la conversion à l’islam ou la condition de “dhiinmis” sur notre propre sol jusqu’à des temps indéfinis. La seule solution vraiment efficace, la seule digne pour nous, peuples d’Europe, demeure le retour dans leur pays d’origine de l’immense majorité d’entre eux ».
On ne saurait mieux dire. Bien entendu, ce genre de propos est aujourd’hui considéré, en ces temps de névrose ethnomasochiste, comme diabolique. Il n’est pas pervers que l’ennemi nous conquière, mais il est pervers de se défendre. Eh bien, soyons pervers.

L’IMPÉRATIF ABSOLU DE LA GUERRE SAINTE
Le principe central de l’islam est l’expansion par la violence. La djihad, guerre sainte, doit sans cesse être présente dans l’esprit de tout musulman. Avec cette mesure de précaution, qui explique notre naïveté actuelle et qui vise à désarmer l’ennemi : plier quand on est faible, dominer quand on est fort.
L’islam est fondamentalement taraudé par l’idée de guerre sainte. Les concepts de meurtre, de vengeance, d’extermination, de tuerie sont constants dans le Coran. Ceux qui parlent de l’islam comme d’une religion de la paix et de la cohabitation soit mentent soit ne le connaissent pas. Ce qui se passe en Afghanistan ou en Algérie, ces scènes de barbarie quotidienne, tout cela est consubstantiel à l’islam. Il ne s’agit en rien d’“accidents” ou de crimes commis par de faux musulmans, mais bel et bien d’une sauvagerie qui s’inscrit dans le cadre théologique de cette religion. On voudrait faire croire qu’il y a un fondamentalisme extrémiste et un islam civilisé. C’est oublier que même l’islam “civilisé” peut à tout moment devenir barbare. Tout simplement parce que le Coran est émaillé d’appels au meurtre contre les infidèles ou les traîtres. Le “tu ne tueras pas” est une prescription inconnue des musulmans.
Pour vous convaincre qu’il ne s’agit pas de fantasmes ou d’accusations malveillantes, voici quelques passages du Coran qui se passent de commentaires
Sourate 2, v. 190 : « Et combattez dans le sentier de Dieu ceux qui vous combattent » ; v. 191 : « Et tuez ceux-là où que vous les rencontriez et chassez-les d’où ils vous ont chassés. S’ils vous combattent, tuez-les ».
On trouve la justification du martyr, une des bases fondamentale du terrorisme islamiste : « Que vous mouriez ou que vous soyez tués, oui, c’est vers Dieu que vous serez rassemblés. Ne pense point morts ceux qui ont été tués dans le sentier de Dieu. Ils sont vivants au contraire auprès de leur Seigneur. Car la vie présente n’est qu’un objet de jouissance trompeuse. Ceux qui se sont expatriés, ceux qui ont été expulsé de leurs demeures, qui ont été persécutés dans Mon sentier, qui ont combattus, qui ont été tués, je les ferai entrer dans les Jardins » (Sourate 3, V. 158, 169, 185, 195). Tuer au nom de Dieu, c’est la certitude d’obtenir le paradis. La force de l’islam repose sur des simplismes brutaux.
Voici d’autres versets, issus des sourates 4, 5, 8, 9, 17, 33, 47 qui expliquent la bonne conscience vindicative et meurtrière des moudjahidins et supposent que tout musulman peut un jour être appelé à devenir meurtrier en toute bonne foi. Évidemment, on remarquera aussi que le caractère absolutiste et conquérant de l’islam transcende toute vision du sacré et supporte sa théologie. On notera également le simplisme philosophique et spirituel de ces passages du Coran : « Ho les croyants ! Prenez vos précautions puis partez en expédition par détachements ou en masse. Qu’ils combattent donc dans le sentier de Dieu ceux qui vendent la vie présente pour l’ultime combat. Quiconque combat, tué ou vainqueur, Nous lui donnerons un énorme salaire. Ne prenez pas d’amis chez les mécréants jusqu’à ce qu’ils émigrent dans le sentier de Dieu. Mais s’ils tournent le dos, saisissez-les alors et tuez-les où que vous les trouviez » (On remar-quera l’absence total de sens de l’honneur et l’apologie de la lâcheté au service du Dieu récompenseur).
« Par conséquent s’ils ne restent pas neutres à votre égard et ne vous tendent pas la paix et ne baissent pas les mains alors saisissez-les et tuez les où que vous les trouviez. Nous vous avons donné contre eux une autorité manifeste (Seuls comptent les rapports de force. En position de force, le musulman exige sa domination totale et la soumission absolue des autres.) Ne sont pas égaux ceux des croyants qui restent assis et ceux qui luttent corps et biens dans le sentier de Dieu ». On voit ici, par cette affir-mation de la supériorité intrinsèque du moudjahidin, que la guerre sainte est un état permanent, quasi-obsessionnel. Le musulman qui combat, qui milite, est supérieur à celui qui se contente de pratiquer sa foi.
« Et quand vous vous lancez de par le Monde, on ne vous fera pas grief de raccourcir l’office si vous craignez que les mécréants vous mettent à l’épreuve : les mécréants sont pour vous, un ennemi déclaré, vraiment ! »
Triple allusion : en situation de faiblesse, le musulman peut pratiquer la ruse et ne pas suivre sa religion pour donner le change ; d’autre part tout oecuménisme avec d’autres religions est proscrit. L’Église catholique est bien naïve … Enfin, le devoir de l’islam est bel et bien la conquête.
« Et ne faiblissez pas dans la poursuite de l’ennemi. Si vous souffrez, lui aussi souffre. Le paiement de ceux qui font la guerre contre Dieu et Son messager, c’est qu’ils soient tués ou crucifiés ou que leur soient coupés la main et la jambe opposée ou qu’ils soient expulsés de la terre. Ho, les croyants, quand vous rencontrez les mécréants marchant en ordre, ne leur tournez pas le derrière. Et quiconque ce jour-là leur tournera le derrière – à moins que ce ne soit pour faire un détour et revenir combattre alors il s’acquerra la colère de Dieu ». Toujours cette double attitude, ce comportement biaisé, cette absence de franchise qui sont recommandés au musulman. Le combat de l’islam est fondamentalement machiavélique.
Bonne conscience du combattant – ou du terroriste : « Quand vous tuez, ce n’est pas vous qui les avez tués, mais c’est Dieu qui les a tués. Et lorsque tu tirais, ce n’est pas toi qui tirais, mais c’est Dieu qui tira. 0 Prophète, encourage les croyants au combat. S’il y en a 20 d’entre eux à être constants, ils domineront 200 ennemis. Et s’il y en a cent d’entre vous, ils domineront mille de ceux qui mécroient ».
L’islam est pénétré de l’idéologie de l’agression, si possible sous forme de razzia et de guet-apens : « Puis, lorsque les mois sacrés expirent, alors tuez ces faiseurs de Dieu où que vous les trouviez ; et capturez-les et assiégez-les et tenez-vous tapis, contre eux, dans tout guet-apens ». Nécessité d’une intolérance absolue, dépourvue de toute pitié ou ouverture d’esprit, et fondée sur la domination absolue des musulmans comme objectif final : « Et combattez ceux qui ne croient ni en Dieu ni au Jour dernier, qui ne se donnent pas comme religion la religion de la vérité, jusqu’à ce qu’ils versent la capitation et qu’ils se fassent petits ».
Conquête et guerre sainte permanentes sont préférables au travail, à la prospérité et à la fondation, d’une civilisation pacifique : « Ho, les croyants ! Partez en campagne dans les sentiers de Dieu. La vie présente vous agrée-t-elle ? Vous appesantir sur terre vaut-il mieux que l’au-delà ? Si vous ne partez pas en campagne, Dieu vous châtiera d’un châtiment douloureux. Légers ou lourds, partez en campagne et luttez de biens et de corps dans le sentier de Dieu. Ceux qu’on a laissés en arrière exultent de rester assis par opposition au messager de Dieu et répugnent à lutter de biens et de corps dans le sentier de Dieu. Et bien qu’ils rient moins et pleurent plus ! Ho, les croyants ! Combattez ceux des mécréants qui vous avoisinent et qu’ils trouvent de la dureté en vous ! » Autorisation du meurtre conditionnel de bonne foi : « Et sauf en droit ne tuez personne que Dieu ait interdit. Ne commettez pas d’excès dans le meurtre. Mais, pour les maudits, où qu’on les trouve, ils seront pris et tués de tuerie (justification de la fatwa, l’ordre de tuer l’apostat ou le blasphémateur donné par l’imam, mais aussi explication du fanatisme terroriste). Oui, Dieu a maudit les mécréants et leur a préparé un enfer. Lors donc que vous rencontrerez ceux qui mécroient, alors frappez-les au col, puis quand vous les avez dominés, alors serrez le garrot. Qu’on tue les supputateurs ! »
Les supputateurs sont ceux qui doutent, qui pensent par eux-mêmes. L’islam refuse toute notion de libre examen. Sa psycho-rigidité est absolue. L’incroyant, l’apostat, le dubitatif ne sont pas, pour l’islam, des êtres humains. Ils sont démonisés. Quant à l’infidèle, le chrétien ou le juif, leur sort est celui d’hommes inférieurs. L’islam est la seule religion qui autorise expressément l’esclavage, mais interdiction est faite de rendre esclave un musulman.

UNE TRADITION TERRORISTE
Pour ceux qui douteraient que la djihad, la guerre sainte, soit déjà déclarée à l’Europe, il faut se remémorer ce communiqué du GIA algérien du 26 juin 1999, publié (en toute impunité) par un journal islamiste. autorisé ayant pignon sur rue à Londres, Al Hayat. Il s’agit d’un ultimatum au gouvernement belge, lui intimant de « libérer les moudjahidines martyrs emprisonnés et torturés dans les geôles belges » (ces moudjahidines martyrs, dans la phraséologie islamiste, désignent les tueurs et les terroristes qui agissent au nom d’Allah), assorti de la menace suivante : « sinon, nous plongerons la Belgique dans un bain de sang, nous incendierons des immeubles et des églises ». L’intention de guerre religieuse de conquête est clairement affichée.
Quelques jours plus tard, étaient adressés au même quotidien deux communiqués menaçants signés par l’Algérien Abou Amza el-Afghani, émir des “phalanges des martyrs”, porte-parole du GIA d’Antar Zouabri. La France était menacée d’un « déluge de terreur » si elle ne libérait pas les moudjahidines impliqués dans les attentats de 1995 et soumis à un procès d’assises.
Toujours apaisants et aveuglés face à la véritable nature de l’islam et à son ambition de s’imposer en Europe par la “guerre sainte” à la faveur de l’immigration, les médias belges et français ont minimisé la portée de ces communiqués. Pour eux, il ne s’agissait que du classique “libérez nos camarades” ; il ne s’agissait que de faire pression pour que les gouvernements français et belge cessent de collaborer avec le pouvoir militaire algérien. Apparemment, ils ont très mal lu l’ultimatum du GIA adressé à la France :
« Des jugements de nos frères se déroulent, notamment en France, pour casser le courant de guerre sainte à l’étranger. Les arrestations se poursuivent même au niveau de nos émirs ». Autrement dit, pour qui sait lire, la France est coupable d’empêcher la guerre sainte islamique de conquérir son territoire. Cette expression : “le courant de guerre sainte à l’étranger” ne semble pas avoir ému nos prélats, nos journalistes et nos politiciens. La suite du communiqué du GIA est encore plus claire. Il fait allusion au terroriste beur Khaled Kelkal, délinquant de Vaulx-en-Velin, abattu par les gendarmes en septembre 1995, alors qu’il était recherché pour sa participation à un attentat manqué contre le TGV Lyon-Paris : « Hier, des combattants de la guerre sainte ont sorti leurs sabre face aux vendus et aux non-croyants ; ils ont bombardé au coeur de la France. Nous avons perdu Khaled Kelkal qui s’est sacrifié pour élever la parole de Dieu. Nous continuerons à l’identique, si Dieu le veut, et pour la gloire de l’islam, à frapper les têtes vendues et les hommes des Renseignements généraux. Nous annonçons un terrorisme sanglant aux gouvernements qui ont réprimé les soldats de la guerre sainte ». Ces propos sont parfaitement dans la ligne du Coran. Le GIA, comme tous les mouvements terroristes islamiques (d’ailleurs, ce mot “terroriste” devrait être remplacé par “guerrier”) mène une guerre religieuse et ethnique de conquête de l’Europe. Une minorité, une avant-garde combattante, l’avoue ouvertement. Les “docteurs de la foi” le nient, par ruse et hypocrisie. La majorité silencieuse des musulmans l’approuve implicitement.
Cette intolérance aveugle et brutale, le catholicisme espagnol l’avait développée à l’égard des Indiens d’Amérique, s’ils refusaient de se convertir. L’Église de 83
l’époque n’était d’ailleurs nullement unanime et une bonne partie condamnait le sort fait aux Indiens.
La différence avec l’ancien catholicisme, c’est que, contrairement aux croisés qui faisaient la guerre en face, qui “menaient bataille”, le moudjahidine est autorisé par sa morale à frapper par derrière. La lâcheté efficace est pour lui préférable à l’éthique de l’honneur, souvent inefficace. C’est la stratégie du serpent et non celle du lion. Le coup de poignard dans le dos, les attentats, les viols, les massacres à l’aveugle, les fatwas, puis les dénégations, les fausses condamnations de la violence, les serments d’innocence et de tolérance : telle est la technique d’expansion de l’islam.
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“La fin justifie les moyens” : c’était le précepte de Lénine, comme de l’islam : « Tous les moyens sont bons pourvu qu’ils servent notre Dieu, paravent de notre ethnie ».
La chance que nous avons jusqu’à présent en Europe, c’est que les terroristes islamiques, recrutés principalement chez des Maghrébins, sont de mauvais professionnels, tant techniquement que stratégiquement. Mais il n’en sera pas nécessairement toujours ainsi, dès lors que l’islamisme fera appel à des “combattants” fanatiques pakistanais, iraniens, libanais, afghans, etc., nettement plus efficaces que leurs “frères” maghrébins.
Plus encore que le monothéisme chrétien, le monothéisme musulman s’est principalement répandu, au cours de l’histoire, par l’agression guerrière, beaucoup plus que par la conversion spirituelle. Aujourd’hui, nous avons à faire face à une forme renouvelée d’agression guerrière, qui n’est pas une invasion militaire mais une colonisation forcée “par le bas”, par l’occupation progressive du terrain, par la pénétration démographique.

LES ÉTATS EUROPÉENS CÈDENT DEVANT L’ISLAM
L’État français, à l’instar des autres États européens, cède de plus en plus devant la loi islamique : bien avant l’arrêt du Conseil d’État légalisant le port du tchador dans les écoles publiques, l’“arrêt Mondcho” de 1980 stipule que « la polygamie n’est pas contraire à l’ordre public ». C’est une brèche irréparable dans le Code civil et le signe d’un pourrissement des “grands principes” républicains, qu’on ne cesse d’invoquer avec des trémolos dans la voix depuis qu’ils partent en lambeaux. En Île-de-France, vivent officiellement 15 000 hommes polygames, soit avec leurs épouses et progéniture, 80 000 personnes. Bien entendu, toutes ces petites familles engrangent sécurité sociale, soins gratuits, allocations familiales, etc. L’État français ne tolérerait pas la polygamie chez un non-musulman, mais le musulman, lui, surtout s’il est étranger, bénéficie de ce privilège exorbitant.
L’arrêt a été annulé en 1994, mais rien n’y fait : 230 000 personnes vivent officiellement en France sous le régime de la polygamie, sans aucun risque. La Caisse d’allocations familiale de Marseille (“Le Figaro Magazine”, 30/01/1999) mentionné un père de famille africain qui, avec ses 3 femmes et ses 20 enfants, touche 42 000 F d’aides publiques. Les Français paient leur propre submersion démographique et financent de bon coeur leur invasion par l’islam.
Une convention a été signée avec le Maroc en 1981 qui prévoit que les 400 000 Marocains résidant officiellement en France bénéficient du droit islamique en matière 84
de mariage, de répudiation et de filiation. Des conventions semblables ont été passées avec d’autres États musulmans qui entendent bien que leurs ressortissants expatriés restent sous le contrôle de la mère-patrie. C’est bien la preuve que, pour les États musulmans, leurs immigrés même de deuxième ou de troisième génération, n’ont aucune vocation à s’intégrer à la communauté française ou européenne mais à y faire souche dans un but de colonisation religieuse et ethnique.
Les abattages rituels de moutons effectués lors de la fête de l’Art-elKébir et à d’autres occasions violent toutes les réglementations françaises et européennes (décret du 01/10/1997), dans l’impunité la plus totale. Une circulaire du ministère de l’Intérieur (13/03/1998) a autorisé “exceptionnellement” et dans l’illégalité la plus totale les sites sauvages d’abattage, pudiquement baptisés “dérogatoires”. Quant à Brigitte Bardot, les tribunaux de la République – pardon, d’Ubu Roi – l’ont condamnée pour racisme parce qu’elle s’élevait contre cette hécatombe illégale d’ovins, ce qui constitue un pur et simple déni de justice.
De nombreuses municipalités, des préfectures et le Fonds d’Action sociale subventionnent associations islamisques et mosquées, même les plus intégristes, les plus anti-républicaines. Alexandre Del Valle, auteur de “Islamisme-États-Unis, une alliance contre l’Europe”, écrit : « L’Association pro-iranienne La Voix de l’Islam qui organisa des manifestations contre Salman Rushdie reçut une subvention de 400 000 F du FAS. Le FAS distribue ainsi chaque année un milliard de francs à plus de 4 000 associations d’aide aux immigrés. Celles-ci dispensent entre autre des cours d’arabe ou de religion islamique, en passant par des voyages dans les pays d’origine, ou même à La Mecque ».
Quant à Ségolène Royal, ministre des Universités, elle a déclaré en octobre 1999 qu’il était bien plus souhaitable que les lycéens apprennent l’arabe comme seconde langue plutôt que l’italien, l’espagnol ou l’allemand. Les imams n’en reviennent pas d’une telle soumission. Ce n’est pas la première fois dans l’histoire qu’un processus de colonisation aura recueilli la complicité des colonisés, mais c’est sans doute la première fois que cette complicité aura pris un tour aussi officiel.
Mais il y a pire. On commence à assister à une remise en cause de la part de Républicains atteints par le syndrome de Stockholm, non seulement de la laïcité, mais de la neutralité religieuse de l’État, au profit de l’islam et à son profit seulement. Nous en reparlerons plus loin.
* * *
Les pouvoirs publics européens montrent vis-à-vis de l’intégration des immigrés, en particulier musulmans, une attitude qui relève d’une naïveté suicidaire. Un exemple récent en est donné par la Grande-Bretagne. Alors que le taux de recrues issues de l’immigration, notamment musulmanes, n’était dans l’armée britannique que de 1%, le gouvernement travailliste de M. Blair a lancé en janvier 1999, une vaste campagne pour encourager le recrutement de Noirs et de jeunes issus du sous-continent indien. De manière à décupler, voire plus – c’est l’objectif affiché – leur présence dans l’armée britannique. Tout cela pour “favoriser l’intégration”.
Pour les inciter à s’engager, on a prévu des repas sans porc et sans alcool, des espaces de prières dans les casernes et les vaisseaux, pour pouvoir prier … cinq fois par jour ! – ce qui n’est même pas le cas dans les armées des pays islamiques. « Il sera également permis de jeûner, à moins,que le soldat ne soit chargé d’une mission militaire exigeant une attention soutenue et un effort physique important » précise le nouveau règlement.
Le Dr. Abd al-Ali Hamed, maître de conférence à l’Université islamique de Londres commentait avec enthousiasme – on s’en doute – ces mesures, dans la revue Al Quds Al Arabi, publiée à Londres et financée par les intégristes, en usant de singuliers sophismes : « Les musulmans britanniques appuient ces mesures. Elles favorisent l’intégration. Si l’armée britannique devait combattre un pays musulman, il serait facile d’objecter que les guerres actuelles ne sont pas des guerres de religion. Le but d’un tel conflit ne serait pas de combattre l’islam, mais de protéger la sécurité et l’ordre dans ce pays ».
Quand on voit l’opposition des musulmans britanniques à la participation de la RAF aux bombardements de l’Irak musulman, il est douteux qu’un pilote britannique musulman accepte d’obéir aux ordres.
Ces mesures ne pourront qu’affaiblir l’armée de métier britannique, actuellement pourtant une des plus efficaces du monde. Appliquer le communautarisme – c’est-à-dire le tribalisme – à une force armée est une illusion, car il brise sa cohésion. Une armée forme déjà une communauté, comme le notait Clausewitz ; si elle devient multi-ethnique, son efficacité est réduite.
D’autre part, par sa nature même, l’islam se pense comme une “religion guerrière”, fondée sur une logique de solidarité entre mahométans et d’exclusion des non-musulmans. La cohabitation, au sein d’une même armée de musulmans et de non-musulmans est, aux yeux de l’islam, une absurdité. Les jeunes musulmans qui s’engageront dans l’armée britannique ne le feront pas par patriotisme, mais pour de simples raisons économiques de sécurité de l’emploi et, pour une minorité active, d’infil-tration. Mais si, d’aventure, la Grande-Bretagne doit mener des opérations militaires contre un pays musulman, une armée comportant une importante minorité musulmane ne sera plus opérationnelle. Contrairement aux affirmations – certainement peu sincères – du Dr. Abd al-Ali Hamed. Tout cela fait partie du procession d’infiltration douce et de colonisation de l’Europe par l’islam – et ses populations.

QUAND LA RÉPUBLIQUE DÉROGE A LA LAÏCITÉ
En France, l’angélisme vis-à-vis de l’option conquérante de l’islam est confondant. Imitant ce qui se passe en Grande-Bretagne, les autorités républicaines n’hésitent pas à déroger à leur sacro-saint principe de laïcité, pour favoriser en France l’implantation de l’islam.
Un exemple éclatant de cette naïveté des pouvoirs publics qui se jettent dans la gueule du loup sans aucune réflexion préalable nous est offerte par les propositions de Roger Fauroux, ancien ministre et président du Haut Conseil à l’intégration. On expliquait dans Libération (05/06/1999) : « Modifier la loi de 1905 de séparation de l’Église et de l’État en vue de favoriser l’émergence d’un islam de France, notamment en formant des lieux de culte et en formant des imams : c’est la réflexion révolutionnaire qu’envisage de mener Roger Fauroux. [...] Le HCI passe de 9 à 20 membres, en s’ouvrant à des personnalités de culture islamique ».
Dans cet esprit, les principes républicains de laïcité, de neutralité envers les religions et de relégation de ces dernières dans la sphère privée sont bel et bien violés. Dans leur manie intégrationniste et immigrationniste, les républicains socialistes renient les fondements même de leur idéologie, c’est-à-dire la séparation des Églises et de l’État. Ce dernier doit aider (autrement dit le citoyen-contribuable, même athée ou chrétien) à 86
“créer des lieux de culte islamique” et à “former des imams” ! Jean Jaurès, Clemenceau, Émile Combe, Jules Ferry doivent se retourner dans leurs tombes. Leurs descendants socialistes d’aujourd’hui leur apparaîtraient comme les pires obscurantistes, les pires réactionnaires. L’État républicain laïc sommé de financer la plus théocratique des religions du monde, quelle irrémédiable décadence, quelle lamentable implosion des principes et des utopies de la République française !
Qu’eut-on dit si quelqu’un se fut avisé de proposer que l’État construisît des églises et salariât des curés pour contrer la crise des vocations catholiques !
On propose donc, en dérogation du principe d’égalité, que l’État abandonne son impartialité et accorde des privilèges officiels (comme c’est déjà le cas envers les immigrés au détriment des autochtones) à la religion même – l’islam – qui menace le plus dangereusement cet État républicain français. La république se saborde. Comme si elle voulait donner raison aux maurassiens, cent ans plus tard, qui l’accusaient à l’époque d’être une “catin”.
Les “réflexions” du HCI d’accorder des faveurs et une prévalence à l’islam font penser au suicide de l’État républicain en juin 1940 qui instaura le régime de Vichy. Dès qu’un adversaire la menace et la domine, hier l’Allemagne national-socialiste, aujourd’hui la colonisation islamique, la république suit une logique de soumission, presque de prostitution : elle abandonne ses grands principes, elle se rend.
M. Fauroux et son HCI partent du principe suivant : pour “intégrer” les immigrés musulmans beaucoup trop turbulents, construisons un “islam à la française”, sur le fondement utopique d’un islam laïc et tolérant. Absorbons la bête pour éviter qu’elle ne nous dévore. Mais elle vous dévorera quand même. Vous leur aurez, Messieurs, payé la corde avec laquelle ils vont vous pendre, selon le mot de Lénine. L’intégrationnisme débouche donc, par effet pervers, sur le plus dangereux des communautarismes.
Les mosquées financées par l’État, les imams salariés par l’État, en dérogation forfaiturale des lois fondamentale de la république et de la Constitution ne rendront nullement l’islam “républicain” ou “français”. Car l’islam est par essence cynique et guerrier. Cela n’empêchera pas, comme l’imaginent tes caciques socialistes, l’Arabie, l’Algérie et les autres pays musulmans, de continuer à financer et à contrôler l’islam de France. Sun Tzu disait : « Aider l’envahisseur en croyant l’amadouer et le contrôler, c’est l’oiseau qui chante en croyant séduire le cobra ».
C’est Justine, l’héroïne stupide de Sade : « Violez-moi, Monsieur, violez-moi, faites-moi bien mal, je vous en supplie. Ainsi, vous ne me tuerez point ». L’État français laïc et républicain, comme la hiérarchie catholique, est victime du syndrome de Stockholm, le syndrome des vaincus. Ouvrons les portes à l’ennemi. Qu’il est agréable de se faire vaincre, de courber le licol, dans l’espoir de ne pas se faire égorger.
Les délires de M. Fauroux et de son HCI nous renseignent au moins sur un point : les politiciens républicains français posent, sans le savoir, les premières pierres d’un État théocratique islamique en France.
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A mesure qu’il se renforce démographiquement en Europe, que les conversions se multiplient, qu’il est assuré d’être dores et déjà la deuxième religion pratiquée en France, l’islam passe à la seconde phase de son offensive. Plusieurs signes avant-coureurs ne laissent d’inquiéter. Après avoir revendiqué l’égalité de traitement, les 87
meneurs et les leaders musulmans – soutenus par leurs pays d’origine – exigent maintenant des privilèges et surtout commencent à revendiquer de la part des Européens de souche un abandon de certaines de leurs traditions, choquantes pour les dogmes musulmans.
La multiplication des “zones de non-droit” dans les banlieues de Lyon, Paris, Marseille, Lille, Strasbourg ou les villes (Roubaix par exemple) à large majorité immigrée, favorise le développement sauvage et illégal des lois islamiques, qui s’imposent de plus en plus à toute la population, même si elle n’est pas musulmane. Pour échapper à l’ostracisme social, de plus en plus de femmes françaises sont quasiment forcées de se convertir.
D’après les enquêtes d’Alexandre del Valle, précité, les mini-jupes, la consommation d’alcool ou de viande de porc (cette dernière même dans les cantines scolaires) sont découragées et commencent à disparaître. Des imams étrangers pratiquent impunément et illégalement des mariages selon la loi islamique, tandis que des juges musulmans (cadis) rendent la justice selon des verdicts inspirés de la charia et immédiatement applicables, en violation complète du Code civil.
Paralysés, complexés, les pouvoirs publics et les médias encouragent le mouvement. Les chaînes de télévision publique consentent d’importants efforts pour couvrir les fêtes musulmanes, alors que les fêtes orthodoxes ou catholiques sont délaissées. Dans l’édition, le cinéma, à la télévision, il est aujourd’hui impensable de critiquer – voire évidemment d’attaquer – l’islam, alors que les charges ou les insultes contre le catholicisme traditionnel sont parfaitement tolérées.
Encore plus drôle : les discours machistes, anti-homosexuels, anti-pornographiques en provenance d’autorités religieuses musulmanes sont accueillies par la gauche progressiste anti-réactionnaire par des silences gênés.
L’émancipation de la femme ne vaut pas lourd face à l’expansion de la mosquée. Simone de Beauvoir serait-elle d’accord ? Les égéries féministes d’aujourd’hui comme les associations gays se gardent bien de prendre l’islam pour cible !
Les associations d’entraide islamique n’aident que les musulmans, sans que nul n’ose à redire, alors que ce serait un scandale si les associations chrétiennes pratiquaient une telle discrimination. L’association caritative FN du Pasteur Blanchard doit montrer patte blanche et démontrer qu’elle aide aussi des musulmans et des immigrés.
L’islam s’impose peu à peu aux esprits des élites européennes intel-lectuellement ahuries comme un bloc intouchable de sacralité. L’islam pratique, comme toute dogmatique totalitaire et exactement comme jadis le communisme, la stratégie de la menace, fondée sur la certitude absolue de professer la Vérité unique et de représenter le Bien. Mais aussi la stratégie de la non-réciprocité fondée sur une bonne conscience à toute épreuve.

POLITISATION DES MUSULMANS ET DANGER D’UN PARTI ISLAMIQUE
Malgré leur nombre toujours croissant en Europe, les musulmans bénéficient d’une infime représentation politique. Parce que leur participation électorale est faible, qu’ils présentent peu d’élus et que les élites musulmanes ne sont pas vraiment prêtes, mentalement, à participer à un système électoral démocratique.
Mais rassurez-vous, ils attendent leur heure, tout cela va changer. Avec la bénédiction naïve des politiciens autochtones européens qui, par intérêt ou angélisme, ont ouvert les portes de l’immigration et s’apprêtent maintenant à ouvrir celle de la 88
représentation politique. La croissance démographique des musulmans en France laisse prévoir pour bientôt la création de partis politiques islamiques et la naissance d’une classe politique islamique qui montera à l’assaut des institutions et prendra une place de plus en plus grande parmi les élus de la “représentation nationale”.
Dans Le Figaro-Magazine (13/02/1999), l’adjoint au maire de Paris et député RPR Claude-Gérard Marcus écrivait : « II est souhaitable qu’un nombre accru de Français musulmans assument des responsabilités électives ». Malheureusement, si les choses continuent comme aujourd’hui, c’est ce qui risque de se produire ; et quand le processus prendra de l’ampleur, M. Marcus – ne le trouvera plus du tout “souhaitable”. Et ce, pour les raisons suivantes
1) Les élus musulmans seront peut-être élus, mais ils n’en seront pas pour autant politiquement intégrés et ne joueront nullement le “jeu de la France”. Ils seront d’abord les élus des musulmans (et de tous ceux qui, originaires de l’immigration, s’assimilent à ce groupe même sans pratiquer la religion). Ils tenteront d’abord d’obtenir des faveurs, privilèges et dérogations envers l’islam en particulier et la communauté immigrée en général. Comme cela se voit déjà en Angleterre où un parti politique islamique a été créé et présente des revendications dérogatoires au droit. Les républicains et autres porte-étendards de la laïcité, au mental enfantin, vont déchanter. L’objectif des élus musulmans sera d’ouvrir une brèche dans le droit public français de manière à y créer un statut particulier pour l’islam, anticonstitutionnel, évidemment.
2) Compte tenu du nombre grandissant des populations musulmanes et/ou issues de l’immigration, et compte tenu aussi de leur taux croissant de participation électorale (qui ne signifie pas leur “intégration” mais leur politisation), il est à craindre qu’un ou plusieurs partis islamiques n’acquièrent peu à peu un poids très important sur la scène politique. Les Français d’origine immigrée ne voteraient alors plus pour la gauche comme ils le font actuellement ni encore moins pour la droite RPR de M. Marcus mais pour ledit parti islamique.
3) Il est naïf de croire que les politiciens musulmans vont se répartir dans les partis existants. Ils seront tentés de se regrouper dans des formations proprement islamiques, puisque cela accroîtra leurs chances d’être élus par leurs coreligionnaires. Et même s’ils se répartissent dans lesdits partis de gauche ou de droite, ils seront tentés de former entre eux un lobby, afin d’infléchir les programmes de ces partis.
4) Un ou plusieurs partis islamiques commenceront d’abord par vouloir créer un État dans l’État, une sphère musulmane dans la société. Puis, du fait de la nature de l’islam – une théocratie qui associe le politique et le social au religieux et qui ne tolère pas, dès qu’il se renforce, d’autre loi que la sienne sur le même territoire – nous verrons advenir, au fur à mesure que croîtra le nombre de mahométans ou prétendus tels, des leaders qui exigeront l’application de la loi islamique à la France. Plusieurs chefs islamiques ont déjà envisagé cette hypothèse dans des prêches ou des écrits.
Avec une naïveté confondante, M. Marcus, précité, écrit : « Je n’ai aucun goût pour un communautarisme qui imposerait que, dans les différentes assemblées, chaque minorité se voie attribuer une représentation proportionnelle à son importance. Pareille disposition serait contraire à l’esprit républicain ». Or déjà, en rupture complète avec cet “esprit républicain”, on vote déjà des lois ou l’on applique des règles qui attribuent des quotas à des groupes sexuels ou ethniques. Demain les musulmans eux aussi exigeront des quotas politiques.
5) Les hommes politiques français-musulmans issus de l’immigration essaieront de peser de tout leur poids pour, d’une part, infléchir la politique extérieure 89
française et européenne dans un sens pro-islamique et pro-arabe (ce qui en soi n’est ni une bonne ni une mauvaise chose mais peut ne pas correspondre nécessairement à nos intérêts et compromet notre indépendance) et, d’autre part, pour ouvrir davantage encore nos frontières aux ressortissants musulmans, régulariser et naturaliser un nombre crois-sant de musulmans. Il faut savoir que dans la logique de l’islam qui est autant nationale que religieuse, les hommes politiques musulmans ne seront pas d’abord attachés à la France ni à d’autres pays européens. Ils formeront la cinquième colonne des pays musulmans et défendront d’abord leurs intérêts, comme les communistes étaient d’abord les défenseurs – et les agents – de la politique de l’Union soviétique.
6) La politisation de l’islam en France est de plus en plus visible. On demande de moins en moins d’intégration et de plus en plus d’avantages et de privilèges à la fois sociaux et religieux, selon la logique communautariste d’invasion. A cet égard, l’influence de l’assimilationniste SOS Racisme décline. L’islam fonctionne, non pas comme une foi neutre, un retour dans le droit chemin des Arabo-africains délinquants, mais comme un étendard de lutte et de contestation politique, une arme de guerre en somme. Une arme non d’intégration mais de rupture avec la civilisation européenne, dans un but non de cohabitation mais de substitution et de destruction.
7) L’intégrisme politique musulman ne tardera pas à poser des problèmes insolubles aux adorateurs des Droits de l’Homme. La minoration de la femme, l’intolérance atavique, le refus de la laïcité, l’antijudaisme, la limitation de la liberté de presse et d’opinions, etc. seront nécessairement présents peu ou prou dans les programmes politiques des musulmans.
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La doctrine communautariste est inapplicable à l’islam comme elle l’était au communisme.
Les communautaristes partisans du foulard, de droits spécifiques au culte musulman, d’une société de cohabitation harmonieuse en “peau de léopard” selon un fumeux “droit à la différence”, se trompent du tout au tout. Car l’islam est viscéralement anticommunautariste et opposé à tout droit à la différence. Son monothéisme absolu lui ordonne à terme de régner sans partage sur la société qu’il conquiert. Intrinsèquement, il se pense à long terme comme la seule communauté légitime, la communauté des croyants, ayant le monopole de l’existence et de l’expression dans les territoires conquis, les autres communautés ne pouvant bénéficier au mieux, que d’un statut inférieur d’inféodés et de tolérés. Pour l’islam, une société plurielle, tribale, kaléidoscopique est fondamentalement impie. Elle n’est qu’une phase de transition pour aboutir à la domination d’une communauté – la musulmane – sur les autres, prélude à leur souhaitable élimination, ou conversion.
Aujourd’hui, les leaders musulmans font semblant de jouer, dans les sociétés européennes, la carte d’une coexistence communautaire, en prononçant de faux serments laïcs. Mais n’en doutons pas : à long terme, l’objectif est la domination de la charia, la loi islamique. L’accélération de l’histoire démographique en convaincra vite les sceptiques …
De ce point de vue les païens polythéistes tolérants et communautaristes font preuve d’un aveuglement total. Ils s’élèvent contre ce qu’ils croient reconnaître comme l’intolérance républicaine jacobine qui prétend imposer son modèle assimilateur. Ils s’élèvent contre le culte de l’Unique et à ce titre prennent la défense de l’implantation de l’islam. Mais savent-ils que l’islam est la doctrine sociale et politique la plus assimilationniste qui soit ? Savent-ils qu’en ces matières, l’islam plus que tout autre, défend l’Unique, pratique le refus absolu de cet Autre et de cette Différence qui leur sont si chers ? Savent-ils, eux qui défendent le foulard islamique à l’école républicaine, que dans les écoles coraniques de France, les croix, les étoiles de David, les médailles ou symboles religieux de tout autre culte que le musulman sont interdits sans appel ?
L’islam fonctionne exactement selon le même principe totalitaire que le communisme. Comme ce dernier, avec ses doctrines du prolétariat comme communauté unique à terme, de la lutte de classe et du parti unique, l’islam a vocation a absorber tout le champ social et politique. La vision d’une société de “liberté de communautés” lui est aussi étranger et insupportable – voire même incompréhensible – que le multipartisme l’était pour le communisme. Jusque dans les années quatre-vingt, les communistes n’ont jamais caché que leur but était la dictature du prolétariat et la conquête de toute la société sur le modèle de l’URSS totalitaire. L’islam recherche exactement le même but. Et comme le communisme jadis, il joue provisoirement le jeu du multipartisme et de la liberté d’opinion. Le communisme s’est effondré comme on le sait et le PCF s’est fait social-démocrate. Mais avec l’islam, une telle chute, une telle mutation est impossible. Marx était déboulonnable, pas Allah.
L’idée communautariste prône une hypertrophie de la tolérance. Vis-à-vis de l’islam aujourd’hui, le communautarisme ressemble à ce furent ces naïves revendications qui demandaient que les partis communistes russes et est-européens pussent tolérer des partis libéraux à leurs côtés. Le communautarisme est une illusion libérale fondée sur cette croyance “on peut s’entendre, on peut cohabiter”. Eh bien non : l’Autre ne veut pas s’entendre avec toi et ne veut pas cohabiter avec toi. Il veut s’imposer et exiges que tu cèdes ou que tu disparaisses.

L’HYPOCRISIE DES DÉFENSEURS D’UN “ISLAM TOLÉRANT ET LAÏC”
On l’aura compris. Mon propos n’est pas de diaboliser l’islam. Pas plus que de juger ses préceptes et ses croyances. Mais de faire comprendre que son extension que le sol européen, ne pourra aboutir qu’à des tragédies. Il a été possible d’européaniser l’Évangile sous la forme du catholicisme, religion syncrétique. Ce sera impossible avec l’islam. Cette foi et cette loi s’imposent de manière physique, directe, comme un bloc.
Tandis que le judaïsme ne s’est transformé en christianisme (schisme du judaïsme) que par l’intermédiaire d’Européens, l’islam, lui, veut s’imposer sans concessions, sans adaptation. Par ses masses, par la force.
Le christianisme fut une création européenne à partir d’influences extérieures qui s’est fondé dans le moule des traditions gréco-latines et germaniques. L’islam s’installe en Europe avec la volonté de remplacement d’une culture par une autre.
Malheureusement, ceux qui dissertent de l’islam ne le connaissent absolument pas, intellectuels ou politiciens qui lui sont favorables. Ils ignorent sa nature théocratique, encore bien plus forte que celle du catholicisme médiéval, pour laquelle l’État est illégitime s’il ne respecte pas les préceptes de la religion. Pour un musulman, il ne peut coexister une loi laïque neutre et publique et une loi musulmane fondée sur la foi et cantonnée au domaine privé. La théologie musulmane s’appuie sur le texte sacré révélé à Mahomet par Gabriel, mais aussi sur la sunna (faits et gestes du prophète) et les hadiths (traditions relatives à la vie de Mahomet et textes de référence qui complètent le Coran pour indiquer comment se comporter dans la vie).
L’ensemble constitue un véritable cadre de civilisation, source du droit, fondement de la morale, règle des comportements quotidiens et sociaux. La foi et la loi sont indissociables. Ce qui signifie concrètement que dès que l’islam devient la religion majoritaire dans un pays, ce dernier doit abandonner à terme ses coutumes législatives et adopter le droit coranique. Si rien ne se passe, si la logique démographique se poursuit, l’islam deviendra bientôt dans plusieurs pays d’Europe la première religion… Il serait stupide de s’attendre à ce qu’il ne se passe rien…
Les Européens sous-estiment sa détermination, sa puissance et donc son danger. Ils le prennent pour une “religion comme une autre”, qui s’inscrira dans une “niche”, tout comme le judaïsme et le bouddhisme, alors que ces deux dernières religions ne visent nullement au prosélytisme absolu.
L’islam ne repose pas sur des spéculations, des doutes, des interrogations, des abstractions, mais sur des principes. Par définition, ces derniers sont intangibles. Étant donné que les Européens n’ont plus de principes, ils risquent d’être à la fois victimes de l’islam et fascinés par lui.
Pour se faire respecter des musulmans, il faut leur opposer les mêmes principes d’intransigeance qu’ils manifestent. Il convient surtout de ne faire montre d’aucune faiblesse, d’aucune tolérance à leur égard. Il faut camper sur une position déterminée : ce n’est pas à la cohabitation avec l’islam qu’il faut se préparer en Europe, pour les minorités conscientes et actives, mais à son expulsion à terme.
La “nouvelle évangélisation” chère à Jean-Paul II est un leurre. Les rares prêtres – d’age moyen de plus de 50 ans – présents dans les cités ne cherchent nullement à convertir, mais comme ceux qui demeurent en Algérie (et qui se font régulièrement égorger) à faire du social, à pratiquer une charité à sens unique. Un comportement de mouton, en somme.
On appréciera le jargon, la “langue de guimauve” du père Jean-Luc Brunin dans son livre L’Église des banlieues, l’urbanité : quel défi pour les chrétiens ? (Éditions de l’Atelier, 1998) : « L’Église ne peut pas tout. [...] Mais elle ne peut pas déserter et renoncer à chercher avec les hommes de bonne volonté les chemins du possible, vers un avenir humain et fraternel au coeur de l’urbanité. Le souci de vivre la mission dans les quartiers rend plus nécessaire que jamais le repérage des réseaux et des lieux d’appartenance. C’est là qu’il nous faut proposer des temps de rencontre, de convivialité, de partage, d’approfondissement de la foi, de prière et de célébration ». Plus mou, plus creux, tu meurs. Les imams ne tiennent certainement pas ce discours-là ; à entendre ces propos, il doivent bien rigoler.
L’Église ne cherche plus à évangéliser, ni à combattre l’islam, mais à faire du social et à dialoguer avec lui… Le père Peloux, installé dans les cités immigrées du nord de Marseille explique naïvement : « Le tissu social se défait. Face au risque de communautarisme, il faut favoriser les relations humaines. L’important n’est pas d’amener les gens à un rite, mais à un changement et à une réussite de leur existence ».
Le dévouement de ces prêtres n’est pas en cause. Simplement, face à l’islam conquérant et cynique, ils jouent le rôle d’assistantes sociales, et aucun remerciement ne leur sera concédé.
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Les défenseurs d’un “islam tolérant et laïc” pratiquent, soit l’ignorance, soit le mensonge pur et simple, comme Houchang Navahandi, ancien recteur de l’université de Téhéran, correspondant de l’Institut, qui pouvait écrire dans Le Figaro (30/01/1998) : « L’islam, en tant que foi privée, peut être vécu normalement dans les pays non-musulmans, à condition que ceux-ci respectent la liberté de culte ». Mais l’islam n’est pas une foi privés ! Toute sa théologie a pour but de finir par faire conformer la loi à la foi, l’État à la religion. Navahandi tient des propos hypocrites. Il sait très bien que l’islam reste sagement une foi privée tant que les musulmans restent très minoritaires. Mais dès qu’il devient la première religion pratiquée, ce qui risque fort de survenir en France, il exige que cette foi privée devienne foi publique et officielle, que l’État favorise sa pratique au détriment des autres croyances, minorées ; et qu’il conforme ses lois au droit coranique. Comme c’est précisément le cas en Iran. M. Navahandi poursuit : « Aucune obligation n’est faite aux musulmans pratiquants de ne pas respecter les lois du pays où ils vivent ». Quel sophisme… Mais aucune obligation non plus n’est faite de respecter ces lois ! Cet éminent docteur musulman fait semblant d’ignorer que le Coran conseille, pour leur sécurité, aux mahométans de respecter les lois d’un pays d’accueil tant qu’ils y sont très minoritaires. Mais c’est un pur calcul. Dès que leur nombre croit, ils doivent relever la tête et imposer au pays la “loi d’Allah et la foi de Mahomet”. C’est la logique théologale intrinsèque de l’islam.
Évoquant l’exception que constitua au XVIIe siècle en Iran le règne tolérant de Shah Abbas Ier le Grand, M. Navahandi expose : « Dans les pays musulmans, la tolérance et le respect à l’égard des autres religions, y compris, et je pourrais dire, surtout, le christianisme, a souvent été la règle ». Passons sur cette hallucinante contre-vérité historique et mentionnons simplement qu’aujourd’hui, tout au moins, pratiquer une autre religion que l’islam dans les pays musulmans est, soit purement interdit (péninsule arabique), soit découragé et socialement dangereux, tout comme l’étaient tous les cultes dans les anciens pays communistes.
« Le danger n’est pas l’islam mais l’islamisme, idéologie révolutionnaire et subversive », expose l’auteur, qu’il présente comme une “perversion”, tout comme le stalinisme eût été une perversion du communisme. Pourtant, à aucun moment il ne condamne clairement la fatwa de Komeiny contre Rushdie, qui est bel et bien de l’“islamisme d’État”. En réalité, l’islamisme et l’islam ne peuvent être séparés.
Il faut combattre cette tendance absurde qui consiste à affirmer qu’une idéologie et une religion ne sont pas ce qu’elles sont objectivement, historiquement, dans leur incarnation, mais ce qu’elles affirment être spirituellement. Le stalinisme totalitaire est l’incarnation et l’aboutissement du communisme ; l’islamisme intolérant est le résultat et l’application de l’islam. Une doctrine est sa propre application, sa propre substance, non son essence. Ce n’est pas l’intention qui importe, mais le résultat, surtout quand ladite intention est hypocrite.
L’islam réel, appliqué, ce sont bel et bien les tragiques Talibans du Pakistan (qui ne sont nullement une “farce”, comme se plaît à l’écrire M. Navahandi), le fanatisme des imans iraniens, la rigidité dogmatique et brutale de tous les régimes théocratiques de la péninsule arabique, les persécutions anti-chrétiennes ou anti-hindouistes du Pakistan et d’Indonésie, le machisme institutionnel du Maghreb, etc. Ce ne sont pas de « fausses interprétations religieuses de l’islam », comme le prétend M. Navahandi. C’est l’islam.
L’islam, c’est l’application de la charia ; or, la charia est consubstantiellement dogmatique et intolérante, car le Coran considère l’intolérance comme une vertu. Ce qui fait d’ailleurs qu’il a séduit un certain nombre d’extrémistes politiques européens. Tolérer ou protéger l’infidèle, le considérer comme égal en droits au musulman, c’est être infidèle soi-même. L’islam est une “pensée de l’absolu”. D’ailleurs, dans certaines banlieues françaises, où les musulmans sont majoritaires, des Français de souche – surtout des femmes d’ailleurs – sont obligés de se convertir pour mener une vie normale, pour assurer leur sécurité, et échapper à l’ostracisme social !
Et si aujourd’hui l’Église catholique ne pratique plus l’intolérance inquisitoriale, ne prêche plus la conversion universelle et la christianisation du monde, mais se replie sur 1’“oecuménisme” et 1’“ouverture à l’Autre”, c’est tout simplement parce qu’elle. est déclinante, parce que le rapport de force ne joue plus en sa faveur. La foi s’efface devant la charité, cette dernière de plus en plus sécularisée et confondue avec les droits de l’homme.
Un autre habile hypocrite qui lui aussi, nous fait passer des vessies pour des lanternes : Dalil Boubakeur, recteur de l’Institut musulman de la mosquée de Paris.
Dans une récente interview, cette éminente personnalité multiplie les sophismes et les contrevérités : « L’islam était le chaînon manquant dans la grande famille monothéiste représentée en France. Aujourd’hui, sa présence stimule la réflexion et la ferveur religieuse de tous les croyants ». Autrement dit, l’islam va renforcer la ferveur religieuse des catholiques… Plus loin : « le judaïsme a apporté la notion de monothéisme, le christianisme, la charité, l’islam la tolérance ». Le judaïsme n’a nullement inventé le monothéisme, déjà présent dans l’Égypte pharaonique ; la charité était prônée par la plupart des philosophies antiques et des religions poly-théistes ; quant à la tolérance, trouvaille de l’islam, inutile d’insister sur cette grossière contre-vérité. Plus loin encore : « Les Français connaissent bien les musulmans et les musulmans du monde entier connaissent bien la France. Jamais deux peuples n’ont eu dans l’histoire autant d’interpénétration ». Quel lapsus… L’islam est donc un “peuple” ?
Le rôle de MM. Navahandi et Boubakeur, docteurs de l’islam, est d’endormir notre méfiance par la fable de l’islam tolérant, laïc, et culturellement enrichissant.
Pourtant Dalil Boubakeur, la plus haute autorité musulmane en France, se félicitait récemment de la croissance de sa religion : « Il y a déjà deux millions de Français de religion musulmane et leur nombre s’enrichit, par les jeunes »… Inutile de préciser que ce chiffre est largement sous-estimé. Le nombre de musulmans en France (comme d’allogènes) est très difficile à apprécier. Un militant islamiste, Mohamed Sadaoui, déclarait en 1997 au journaliste Philippe Aziz qu’il y avait déjà en France 6 millions d’Arabes, tous musulmans, dont 3 millions prêts à se mobiliser.
Et comment aurait réagi M. Boubakeur si le pape avait déclaré que la vocation du catholicisme est de s’implanter dans les pays musulmans ?
Se féliciter de cette situation, comme le fait ouvertement l’épiscopat français, Mgr Lustiger, en tête est parfaitement suicidaire. Vis-à-vis de l’islam, l’aveuglement de l’Église catholique est total.

ISLAMOLATRES DE DROITE, CHRÉTIENS OU PAÏENS
Il est parfaitement affligeant de voir des gens, des mouvements qui, pourtant n’appartiennent pas, loin s’en faut, à la gauche immigrationniste ou à ta droite amollie, prôner l’acceptation enthousiaste de l’islam en terre européenne. Il paraît que même les représentants d’un mouvement dit de droite révolutionnaire, le GUD, regardent l’islam avec sympathie. Et, dans ces milieux, les convertis ne sont pas rares. J’en ai rencontrés.
C’est à la fois de la trahison et de la bêtise à l’état brut. Cette attitude repose tout d’abord sur le “syndrome de Stockholm”, c’est-à-dire la fascination pour l’envahisseur. Elle repose ensuite sur une admiration du caractère intrinsèquement
conquérant et intolérant de l’islam ; de ce point de vue d’ailleurs, les islamophiles de droite connaissent bien mieux l’islam que les islamolâtres chrétiens ou de gauche, puisqu’ils reconnaissent (et approuvent) sa violence intrinsèque.
Ces islamophiles de droite cultivent aussi un “traditionalisme perverti”, issu de lectures hallucinées d’Evola ou des délires de René Guénon et de Sigrid Hunke : croire que l’islam nous ramènera de vraies valeurs contre le matérialisme de la modernité. Ces valeurs, pourquoi aller les chercher chez l’envahisseur et pas chez nous, dans les traditions européennes ?
Elle repose aussi sur l’illusion qu’en s’alliant à l’islam, on fera reculer l’adversaire américain ; alors que, comme l’a démontré Alexandre del Valle, (Islamisme et États-Unis : une alliance contre l’Europe) : les USA et l’islam marchent main dans la main contre l’Europe, les premiers pour l’affaiblir et la dominer, le second pour s’y installer physiquement.
Les communautaristes de droite suivent la même démarche aveuglée en voulant organiser de manière pseudo-organique, selon une vision pervertie de l’ethnopluralisme, des communautés musulmanes en Europe, ils font le jeu objectif des immigrationnistes para-trotskystes comme des imams conquérants, et même celui des pays arabo-musulmans. Ils accusent, avec une malhonnêteté intellectuelle patente, tous ceux qui se rallient à la thèse de l’invasion islamique de “fantasmes” et de “catastro-phisme”. En réalité, de l’ethnopluralisme à l’ethnomasochisme, et de l’ethnomasochisme à l’ethnotrahison, la route est brève.
Les fantasmes, ce sont eux qui en font preuve : ils s’imaginent que les musulmans leur sauront gré de leur bienveillance. Tout au contraire, ils les mépriseront pour leur faiblesse et, en conséquence, les maltraiteront, sans leur en savoir aucun gré…
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Il existe des catholiques islamophiles, comme le Père Lelong ou le traditionaliste chrétien Arnaud Guyot-Jeannin. Passe encore. Ils supposent angéliquement qu’entre “gens de la religion du Livre, on peut s’entendre”. Ils n’ont sans doute jamais étudié le cas de la ville de Jérusalem, où juifs, chrétiens et musulmans se déchirent. Ce sont d’ailleurs les chrétiens qui doivent le plus céder la place… Ils ignorent les Sourates du Coran infériorisant et méprisant “juifs et nazaréens”.
Mais le plus extraordinaire, ce sont les païens islamophiles. En tant que païen, je me permets de désosser leurs arguments. Le premier de ceux-ci consiste à dire : « L’Europe païenne a bien intégré une religion étrangère, le christianisme, issue du judaïssme ; alors pourquoi pas l’islam ? Un syncrétisme se produira, comme dans le catholicisme. Et au moins, nous ne finirons pas athées-matérialistes, dominés par le culte de l’argent et l’individualisme obtus. Pourquoi pas un islam européen ? Pourquoi pas une religion du désert plutôt qu’une autre ? »
Grave erreur, fondée sur une méconnaissance historique de l’islam et du christianisme. J’ai déjà répondu à cet argument plus haut, mais il faut y revenir : la christianisation né peut absolument pas se comparer à l’islamisation. En effet, le christianisme, surtout catholique et orthodoxe, fut une construction syncrétique des Européens eux-mêmes. A partir des sources évangéliques mêlées aux croyances et traditions païennes autochtones. Les Hébreux ne se sont jamais installés massivement en Europe pour y imposer le judaïsme orthodoxe.
Alors que l’islam est imposé de l’extérieur, sans adaptation, sans syncrétisme, sans compromis. Et s’appuie sur une masse croissante d’allogènes colonisateurs. Le christianisme n’a pas défiguré la personnalité profonde de la culture intérieure européenne, parce qu’il a intégré la sacralité païenne. La religiosité musulmane n’a rien à voir avec le mental européen profond. Le christianisme n’a pas hébraïsé l’Europe, parce que tout le rituel et la langue sacrée (le latin) étaient européens. Parce que le christianisme a su autoriser, au travers du culte des Saints et de la Vierge, un véritable néo-paganisme sublimé, assez conforme à l’esprit européen.
En revanche, l’islam sera un facteur d’arabisation culturelle. Et il ne tolérera jamais aucune adaptation au mental polythéiste européen. Il sera donc, à l’inverse du christianisme, un facteur de déculturation autrement plus profond et plus grave que l’américanisme. La mosquée ne sera jamais une nouvelle cathédrale.
Le second argument des païens islamophiles, comme en matière de communautarisme (voir le chapitre sur ce sujet), c’est qu’il faut réserver une place à chaque dieu dans la cité, que c’est obéir à la tolérance païenne, à son polythéisme politique intrinsèque, etc. Là encore, on peut noter un grave déficit de jugement. Le tolérant tolère l’intolérant et s’imagine qu’il va en retour être toléré ! Au nom du polythéisme, on laisse entrer, comme un cheval de Troie, la vision du monde la plus monothéiste et monolithique qui soit. Il s’agit là d’une perversion du polythéisme, qui sombre dans une sorte de prostitution intellectuelle : tout est permis, tout est toléré, tous les cultes sont bons à prendre. C’est le Babel culturel et religieux, où l’on met, par ignorance, l’islam et sa puissance despotique sur le même plan que le bouddhisme, par exemple.
Et puis, tous ces païens islamophiles ne mesurent sans doute pas la haine que l’islam voue au païen ou à l’athée.
Il existe enfin une autre cause de la fascination aveuglée de plusieurs milieux extrémistes pour l’islam : c’est le côté conquérant, inégalitaire, machiste et intolérant de ce dernier. On y cherche un substitut au despotisme totalitaire. On croit y voir aussi une religion antisémite, ou plutôt antijuive et anti-israélienne (l’Arabie saoudite n’autorise-t-elle pas l’édition des Protocoles des Sages de Sion ?). On confond des ententes géopolitiques avec les Arabes dans la logique du “chacun chez soi” avec la sympathie pour l’installation de l’islam en Europe. On est aussi fasciné par l’anti-occidentalisme de l’islam, sans comprendre que l’islam est tout autant anti-européen.
Ces gens opèrent une transposition. Ils prennent acte de leur faiblesse et s’identifient à la volonté de puissance de l’Autre, fut-il ennemi. Bref, ils s’inventent un islam irréel qu’ils érigent en idole, comme le firent les convertis Claudio Muti, Garaudy, Cousteau, Béjart, etc.
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On croit béatement les pieux mensonges d’un Dalil Boubakeur, recteur de la mosquée de Paris, qui rassure le bon peuple de France et pérore le catéchisme hypocrite d’un “islam laïc et tolérant”. Et on oublie l’islam réel et ses objectifs pratiques, qui ne sont d’ailleurs nullement méprisables ni critiquables per sese mais tout simplement hostiles. Et contre lesquels il conviendrait de se défendre avec la meilleure bonne conscience du monde.
Une des constantes de l’islam est la croyance en la supériorité intrinsèque du musulman sur les autres, puisqu’il détient la vérité absolue. Le musulman possède d’avantage de droits que les autres et doit imposer une partie de ses lois aux non-musulmans, sans réciprocité, dès lors qu’il devient majoritaire. C’est ce qui commence à se passer en France.
Un exemple parmi d’autres : dans les établissements scolaires où les enfants de l’immigration sont majoritaires, les cantines proscrivent le porc de leurs menus. Les non-musulmans minoritaires sont donc contraints de se priver de cochonnailles. Alors que, quand les musulmans étaient minoritaires, on leur accordait, avec tolérance, le privilège de manger des menus spéciaux sans porc.
Explication : on pensera que c’est par un souci d’économie et de rationalisation. que l’économat des collèges et lycées ne prévoirait qu’un seul menu pour tous. Pourtant, quand les enfants musulmans étaient minoritaires, on confectionnait bien deux menus. Cherchez l’erreur. En réalité, comme me l’a confié un chef d’établissement des quartiers nord de Marseille : « Les imams ont fait pression sur l’administration pour qu’il n’y ait qu’un seul menu sans porc pour tous, avec de la viande hallal même pour la minorité non-musulmane. Pourquoi ? Parce qu’un musulman ne saurait supporter qu’à sa table, même un non-musulman ne respecte pas les prescriptions alimentaires du Coran. L’administration a cédé. Et partout en France, maintenant, quand la proportion d’enfants d’immigrés devient importante, les Français non-musulmans doivent se plier aux lois alimentaires de l’islam ».
Ces cas d’intolérance conquérante sont légions dès que l’islam se sent en position de force. En mai 1999, le gouvernement italien organisait à Rome un dîner officiel avec des Iraniens. Ceux-ci exigèrent qu’il ne soit pas servi de vin à table, même pour les membres du gouvernement italien. Les Italiens ont cédé ! A Paris, dès que la proportion de musulmans dépasse un certain seuil, les magasins d’alimentation tenus par des musulmans refusent de vendre vin, porc et alcool, même à leurs clients non musulmans. N’est-ce pas une excellente technique – parmi d’autres – d’implantation territoriale et d’incitation au départ pour les non-musulmans ?
Le plus extraordinaire, c’est que les chantres de la laïcité républicaine et de la sainte Égalité ferment les yeux sur ces pratiques discriminatoires et inégalitaires, notamment à l’école. Face à l’islam conquérant, ils cèdent, ils mettent leurs grands principes sous le mouchoir. La cantine d’une école catholique voudrait-elle imposer le carême à ses élèves que l’Éducation nationale interdirait une telle pratique.
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Des signes avant-coureurs abondent : les multiples associations, organismes ou écoles musulmanes qui pullulent en France, subventionnées par l’étranger et les pouvoirs publics et qui négocient avec les autorités toutes sortes de privilèges sociaux et religieux démontrent que l’islam prépare déjà son implantation définitive sur notre sol, son développement sans limite et, à terme, la supériorité de ses lois. En Grande-Bretagne, un parti islamique vient d’être créé par des fondamentalistes pakistanais. En Belgique, le 13 décembre 1998 un organe représentatif de l’islam a été élu par les musulmans de toutes nationalités. En violation de toutes les lois du Royaume, l’État belge négocie avec lui comme avec un interlocuteur de plein droit.
En Allemagne, aux Pays-Bas, et maintenant en Italie et en Espagne, les mêmes scénarios d’infiltration se reproduisent. Pas plus que les politiciens belges, français ou britanniques, les autorités de ces pays ne connaissent la véritable nature de l’islam et ne semblent posséder la moindre notion de démographie et de géopolitique.
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Deux magazines islamiques ont été récemment lancés : La Médina, un bimestriel (en 1999), et Islam de France (en 1997), un trimestriel, tous deux destinés à séduire les élites de la classe politique et à endormir leur méfiance. Jamais en reste, Le Monde, quotidien officiel du politiquement correct, note à propos de l’Islam de France : « par son sérieux et par la diversité de ses contributions, cette “revue d’information et de culture musulmane”, s’impose aujourd’hui comme une référence » (19/05/1999).
Pourtant l’agressivité conquérante est parfaitement lisible en contrepoint du discours apaisant et patenôtre de ces revues “modérées”. La Médina et son directeur Hakim El Ghirassi entend militer « pour être à la fois musulman et européen ». Très habilement, le magazine fait intervenir dans ses colonnes des “laïcs” manipulés, mais consacre sa première “une” à « la mosquée dans la cité », présentant cette dernière comme le centre de la vie sociale dans les villes européennes ! Le magazine, diffusé également en Belgique et en Suisse, publie en fin de numéro quatre pages en arabe et incite au « développement des formations à l’islam en France ». Quant à L’islam de France, son slogan est on ne peut plus clair : « La France est une nation musulmane ! » Ses “unes” s’ornent de versets du Coran, en arabe
Ces deux revues ont la bénédiction des pouvoirs publics “républicains”. Quand on sait avec quelle ardeur les laïcards combattent les “sectes”, cibles faciles et dont une grande partie est totalement inoffensive, leur passivité devant l’expansion d’une religion d’un sectarisme absolu et totalement hostile à leurs propres principes, ne peut s’expliquer que par la peur. Au yeux des musulmans, la République multiplie à leur égard les actes de soumission et de faiblesse. C’est un encouragement à durcir la guerre, à passer au stade offensif du Dar Al Harb.

CONCLUSION : POURQUOI IL FAUT COMBATTRE L’ISLAM ET L’ÉRADIQUER D’EUROPE
Au cours de conférences que j’ai pu faire, où j’abordais incidemment cette question de l’islam en Europe, de jeunes musulmans m’ont accusé d’“hostilité viscérale à l’islam” et de “complot contre l’islam”. Ma réponse a toujours été très paisible et très déterminée : oui, je nourris une hostilité viscérale à l’islam, vous avez raison. Non, je ne fomente aucun complot contre lui, puisque le complot relève d’une hostilité dissimulée, alors que la mienne est franche et ouverte. Mes détracteurs n’avaient plus rien à dire. Il ne faut pas chercher à convaincre l’ennemi de sa bonne ou de sa mauvaise foi. Il faut lui faire entrer dans le crâne ce slogan inventé par le ministère de la Guerre en 1914 : « On ne passe pas ».
A mes amis païens hyper-tolérants et islamophiles, je réponds que le paganisme n’est nullement une philosophie de la tolérance absolue. Le païen ne tolère que ceux qui le respectent et qui ne remettent pas en cause la civilisation européenne. Le païen peut vivre sans conflit avec chrétien ou le juif, pas avec le musulman.
Par ailleurs, on peut parfaitement partager des valeurs communes avec un ennemi qui vous envahit. Sans cependant s’y soumettre. L’islam apparaît comme une “révolte contre le monde moderne”, pour reprendre le titre d’un livre d’Evola. Et c’est pour cela qu’il séduit. Pourtant, cette séduction est une illusion.
L’islam est profondément contraire à l’esprit libre de l’homo europeanus.

CHAPITRE V
DE LA DÉLINQUANCE A LA GUERRE CIVILE ETHNIQUE
On va m’accuser de « pratiquer un odieux amalgame entre délinquance et immigration ». Je le pratique, en effet. Tout simplement parce que délinquance et immigration sont amalgamées.
Il est tout à fait évident que la majorité de la population allogène, et plus spécialement arabo-africaine, qui vit en Europe est paisible. Mais il est non moins évident que dans les pays les plus touchés par l’immigration (France et Belgique en particulier) la majorité des actes délictueux violents (vols, viols, agressions, cambriolages, voies de fait diverses), des crimes de sang et des emprisonnements concerne les populations d’origine immigrée, notamment arabo-africaine. Globalement, une minorité d’immigrés est criminelle, mais la majorité des criminels est immigrée. C’est une question de statistique et de mathématique, non d’idéologie.
C’est ce que reconnaissait avec un certain courage Jean-Émile Vié, ancien Préfet de Région, conseiller maître honoraire à la Cour des comptes, dégagé de ses obligations de réserve, qui alertait : « aujourd’hui, il faut agir d’urgence, pour éviter la constitution de milices privées et, à terme, la guerre civile ». Je suis convaincu que, dans cette société émasculée et désarmée, aucun pouvoir public n’osera “agir d’urgence”, et que nous l’aurons, la guerre civile. Ce sera peut-être malheureusement la seule manière de résoudre le problème.

L’EXPLOSION DE LA DÉLINQUANCE ETHNIQUE
Les chiffres, tout d’abord. Selon les statistiques de la police et de la gendarmerie nationale, dépouillées par l’agence AB Associates : en 1950, on recensait 500.000 “faits de délinquance”, tous crimes et délits confondus. Aujourd’hui, on frise les 4 millions, soit une progression de 800% en 49 ans. C’est en 1964 que les statistiques de la criminalité ont commencé à croître régulièrement. Les agressions (recensées) contre les personnes, moins de 50.000 dans les années cinquante, ont été multipliées par 4,5 aujourd’hui.
En 1998, 45% des vols avec violence et 15% des viols étaient le fait de mineurs. En 1972, 10% des crimes et délits étaient commis par des mineurs, contre 21% aujourd’hui. Dans les incendies de biens ou les rackets, la proportion de mineurs mis en cause dépasse 50%. Quant aux affaires liées au trafic des stupéfiants, pour la seule année 1998, la progression fut de 43,5%. Tous ces chiffres sont largement sous-estimés étant donné que 1°) la police ignore la plupart des affaires dans les zones de non-droit, 2°) beaucoup de victimes refusent de porter plainte par crainte de représailles.
La délinquance des mineurs a augmenté de 11% entre 1997 et 1998, chiffre considérable. Selon les statistiques de la police et de la gendarmerie, 151.000 mineurs ont été mis en cause en 1998, contre 138.000 en 1997. Les mêmes sources indiquent que 90% des intéressés sont des “jeunes issus de l’immigration maghrébine ou africaine”, ou bien des Comoriens, etc.
Cette explosion de la criminalité des mineurs allogènes suit parfaitement la courbe ascendante de proportion des moins de 18 ans d’origine étrangère par rapport à la population générale du même âge. Ce qui conforte la thèse que l’explosion de la criminalité juvénile, facteur majeur du délitement de la socialité urbaine, a pour cause 99
directe l’immigration, la présence croissante de jeunes allogènes, beaucoup plus que des facteurs socio-économiques tels que “le déclin de l’autorité paternelle” ou 1’“exclusion par le chômage”, comme je le démontre par ailleurs. La hausse brutale de la criminalité dans les dix dernières années s’explique par des raisons ethniques et démographiques, et non pas socio-économiques.
Les milieux politiquement corrects entretiennent un préjugé erroné : l’explosion de la délinquance serait due au chômage, à la précarité et à la pauvreté. C’était le cas au XIXe siècle, plus aujourd’hui. Contrairement à une idée fausse, les “exclus”, les chômeurs et les miséreux sont peu délinquants. Les “nouveaux délinquants” vivent leurs crimes et leurs délits à la fois comme une profession et un jeu. En réalité, ils sont parfaitement insérés socialement, à leur manière évidemment. Ils mangent à leur faim, portent des vêtements de marque et utilisent des téléphones portables.
La courbe générale de la délinquance, de 1950 à 1998, ce que personne n’ose relever évidemment, suit avec un parallélisme mathématique celle de la proportion des populations immigrées. La croissance rapide des crimes et délits, à partir du milieu des années soixante, correspond très exactement à l’arrivée des premières vagues importantes d’immigrants et non à un quelconque paupérisme.
Plusieurs chercheurs, dont Sébastien Roché (auteur de La société incivile, Éditions du Seuil), et Alain Bauer (auteur d’un Que Sais-je ? sur le sujet) démontrent que cette délinquance a pris son essor au cours des Trente Glorieuses, en une période où le chômage était négligeable, la croissance forte et où s’installait partout la frénésie de consommation de nouveaux objets.
Étudiant les courbes sur la période 1950-1998, ils notent : 1°) que jusqu’en 1993, le « nombre global de faits » et le « nombre de faits contre les personnes » – c’est-à-dire les agressions – suivaient une progression parallèle. 2°) Et qu’à partir de 1993, les agressions physiques contre les personnes connaissent une hausse beaucoup plus rapide et représentent un pourcentage de plus en plus important des faits de criminalité (140.000 agressions en 1993, 220.000 en 1998). Les atteintes aux personnes explosent (+ 20% en 1993, + 9% en 1995, + 8% en 1997, etc.). 3°) Que la part des mineurs dans les faits de délinquance connaît une augmentation exponentielle (+ 11,23% en 1998).
La part des Afro-maghrébins, qu’ils soient juridiquement français ou non, dans la délinquance violente, les vols et trafics de stupéfiants est estimée par la police à plus de 80%. Bien entendu, on entretient l’interdiction formelle d’entreprendre des statistiques raciales et encore moins, de les publier. Quand le thermomètre indique des informations politiquement incorrectes – qui reflètent pourtant la vérité -, mieux vaut le casser, non ? Pourtant, c’est stupide : le pourcentage d’Afro-maghrébins dans les prisons permet de confirmer la réalité. Aux Baumettes, à Marseille, ils sont, par exemple, 80%.
En Ile de France « la montée de la délinquance est désormais un fait de société avéré que personne ne conteste, à l’exception d’Arlette Laguiller. C’est un constat apocalyptique a commenté le conseiller régional Florent Montillot, apparenté DL », écrit Jean Pigeot (Le Figaro, 2526/09/1999). Le préfet de police Philippe Massoni est venu révéler devant le conseil régional que « la brutalité explose ainsi que les affrontements entre bandes ». 940.000 crimes et délits de toute nature ont été recensés en Ile-de-France en 1998. Les délits violents ont augmenté de 3,08% durant les huit premiers mois de 1999. En cinq ans, les vols avec violence ont augmenté de 37%, les coups et blessures volontaires de 61%, les menaces, chantages et racket de 141%.
Rien qu’en juin et juillet 1999, dans les seules communes de Sarcelles, Châtenay-Malabry, Villejuif, Saint-Denis, Mantes-la-Jolie et Aulnay-sousBois, on a déploré 9 morts, abattus à l’arme à feu ou poignardés et une cinquantaine de blessés graves. Dans son rapport aux conseillers, le préfet de police a constaté « que les razzias et les incendies volontaires progressaient dans des proportions alarmantes, que l’usage des armes blanches ou à feu n’a plus seulement pour but d’intimider ». Il a noté un accroissement « des chiens molossoïdes pour intimider ou pour attaquer » et a fait le constat suivant, qui atteste bien, comme je le démontre par ailleurs, les prémices d’une guerre civile ethnique, qui dépasse bien la simple criminalité : « Les policiers sont devenus la cible privilégiée des voyous. La violence anti-policière a atteint dans certaines zones un niveau critique tel que toute intervention, quel qu’en soit le motif, est propre, à générer des affrontements ». Il a révélé que se multiplient « les attroupements hostiles devant les commissariats, notamment après une arrestation, les jets d’engins incendiaires, les jets de projectiles lourds sur les véhicules ». Etc.
La région va dépenser 32 millions de francs supplémentaires en l’an 2000 pour renforcer les moyens de la police. C’est autant d’enlevé aux investissements créateurs d’emplois compétitifs. Jean-Yves Le Gallou, conseiller régional, a provoqué un tollé sur les bancs de la gauche, quand il a demandé au préfet de police : « Qu’allez-vous faire pour mettre les bandes de voyous, généralement immigrées, hors d’état de nuire ? » La vérité n’est pas bonne à dire.
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Mais, pas plus que la classe politique ou les journalistes, les chercheurs n’osent évoquer les véritables causes du phénomène. On avance comme explications la “déresponsabilisation des parents”, le “manque de réponse judiciaire adaptée dès la première incartade”, ou l“école qui ne remplit plus son rôle d’intégration”. Tout cela, ce sont des causes secondaires, presque des effets. Mais 1a cause profonde de cette explosion de la délinquance, et notamment des voies de fait, c’est l’arrivée à l’âge pubère d’une génération nombreuse issue de l’immigration, qui refuse l’intégration dans la société française (ou européenne) “blanche” et qui manifeste une attitude volontairement agressive, fondée sur un sentiment mixte de revanche et de ressentiment, mais aussi de fascination pour le modèle consumériste auquel ils s’estiment avoir le droit d’accéder tout de suite, ici et maintenant, sans effort et sans réciprocité sociale.
Ces chercheurs notent que cette délinquance ne pourra que croître. Selon eux, la « sanctuarisation » des biens (du fait de procédés sophistiqués de protection) risque de déboucher sur une violence radicalisée contre les personnes. Déjà les attaques à main armée à domicile se multiplient, les fameux “saucisson nages”. Ils oublient évidemment de préciser que l’accroissement de ces violences aura aussi pour cause l’augmentation de la proportion des Arabo-africains dans les jeunes classes d’âge.
L’hypothèse retenue ici est la suivante : avant les années soixante, alors que la société était encore ethniquement homogène, les, causes de la délinquance et de la violence sociale, depuis plusieurs siècles, relevaient surtout de la pauvreté, de la désinsertion, de l’alcoolisme et des aléas économiques. Ces causes étaient endogènes. Aujourd’hui, elles sont exogènes. Ce n’est plus la misère économique qui explique un nombre croissant de crimes et de délit, mais une rupture ethnique et culturelle.

LÉGITIMATION DE LA CRIMINALITÉ ET ENCOURAGEMENT DE LA DÉLINQUANCE
Les plus hautes autorités de l’État confortent le sentiment de légitimité des jeunes délinquants immigrés. Martine Aubry, ministre des Affaires sociales déclarait en décembre 1998, après de violentes émeutes, scènes de pillages et de dégradations, qui accompagnent maintenant rituellement les fêtes de fin d’année : « Certains actes de délinquance ou d’incivilité sont parfois, parfois seulement mais il faut quand même le dire, des réactions à un sentiment d’injustice ».
Entendez : beaucoup de délinquants immigrés réagissent au racisme et à la marginalisation économique ; ils sont donc responsables mais non pas coupables. Un tel encouragement aux méfaits des bandes ethniques laisse pantois.
Au demeurant, la remarque de Mme Aubry est contredite par les faits les crimes racistes (agressions, assassinats, dégradations de biens) sont majoritairement le fait d’Afro-maghrébins contre des Français ou Européens autochtones ; d’autre part, les sommes payées en pure perte par le contribuable en faveur d’actions sociales diverses envers les “jeunes issus de l’immigration”, y compris les délinquants (vacances, réinsertion, embauche prioritaire dans les “emplois jeunes”, allocations massives aux familles, etc.) sont quatre fois plus importantes, per capita, que les sommes consacrées aux jeunes Français de souche. Où est cette injustice évoquée par Mme Aubry ?
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Même devant la flambée de violences des jeunes immigrés qui, à partir de 1997, atteint de plein fouet les écoles, les centre-villes et maintenant les campagnes, les dogmes idéologiques anti-répressifs des autorités demeurent bétonnés. On parle de “dispositifs éducatifs renforcés”. Mais évidemment, pas question d’évoquer des “maisons de correction” ni d’entamer de vraies répressions.
Quand le feu prend, on ne l’éteint pas. Jadis, quand il n’était que braises, si. Comme je l’explique par ailleurs, cette paralysie institutionnelle devant la délinquance immigrée s’explique par le double dogme de la permissivité éducative et de l’antiracisme.
Jean-Pierre Chevènement, qui est personnellement convaincu que la stratégie de prévention a échoué et échouera, n’ose pas – vu la force du dogme – affirmer ses convictions et imposer ses méthodes. « L’éducation renforcée est une solution, je demande à être convaincu que c’est la solution ». Autrement dit : “c’est une stupidité, mais je m’en lave les mains, je reste politiquement correct”. L’éducation renforcée n’est pas fondée sur la discipline, la correction, le dressage des voyous récidivistes, mais au contraire sur des programmes coûteux de suivis et d’aides personnalisées ; bref, sur la récompense ! L’échec est évidemment total, et les intéressés méprisent ce procédé qui ne les encourage qu’à récidiver.
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La peur des mots caractérise la soft-idéologie et constitue la base sémantique du politiquement correct. Quand le ministre de l’Intérieur, M. Chevènement, qualifie de sauvageons les délinquants immigrés violents, plutôt que d’employer les mots qui conviennent (truands, voyous, émeutiers, trafiquants, voleurs, etc.), quand les autorités de l’État parlent d’actes d’incivilité pour qualifier des délits et des crimes qui vont du braquage au meurtre, du pillage à l’incendie, quand on qualifie de sans-papiers des migrants hors-la-loi, on pourrait croire que la bourgeoisie de gauche bien-pensante serait satisfaite de cette reculade, qui vise à ne pas appeler le crime par son nom, afin de préserver le criminel. Eh bien, non.
Parler de “sauvageon”, c’est encore aller trop loin pour le lobby immi-grationniste, c’est – vous l’avez compris – du racisme. L’écrivain Maurice Rajfus, créateur de L’Observatoire des libertés publiques, un des grands prêtres du lobby précité, vilipende le mot “sauvageon” employé par Chevènement : « ce discours est inquiétant parce que, bientôt, on se rendra compte que le terme de “sauvageons” prendra aussi en compte les sans-papiers, les sans-logis et les chômeurs. C’est ainsi qu’on les a considérés lors des diverses opérations musclées d’occupations diverses. » (in Bulletin de l’Observatoire des libertés publiques, janvier 1999). De tels fantasmes sont habituels à la gauche la plus bête – et la plus trotskiste – du monde. On remarquera, en passant, l’amalgame démagogique entre les chômeurs et les immigrés clandestins.
Ce genre de propos, largement relayé et encensé par la presse bien pensante (Libération, 18/01/1999) révèle tout simplement, en terme de psychanalyse politique, que le message des intellectuels immigrationistes est le suivant : les actes délinquants de toute nature – de l’entrée illégale sur le territoire aux délits de droit commun – commis par les populations immigrés sont excusables et respectables. Toute répression de la criminalité des immigrés est donc immorale, en actes et même en paroles.
Quoi qu’il en soit, l’idéologie dominante n’en est plus à une contradiction idéologique près. On est antiraciste : donc, on professe que vouloir réprimer trop durement la criminalité c’est être raciste, et par là, on reconnaît implicitement ce qu’on nie par ailleurs, à savoir que la criminalité est le fait principal des immigrés !

QUELLES SONT LES CAUSES DE LA SURDÉLINQUANCE DES IMMIGRÉS ?
Qu’il s’agisse de voies de faits violentes, de trafics de stupéfiants, de proxénétisme, d’infractions à la législation sur le travail, d’escroqueries, de vols, de cambriolages, d’agressions collectives, d’incendies, de pillages, etc., l’étonnante proportion d’affaires concernant des personnes d’origine immigrée, pourrait s’expliquer ainsi : inapte à s’insérer dans une logique socio-économique de type européen, une importante minorité de migrants, encouragés par un système peu répressif et peu dissuasif, choisit délibérément la voie plus facile d’une économie criminelle. En sachant que les risques répressifs sont assez faibles au regard des avantages financiers. C’est la logique du pillage, souvent plus profitable que le travail, le système de la razzia, profondément enraciné dans la mémoire culturelle des populations maghrébines.
Il est à noter que, pour des raisons ethniques et culturelles, les immigrés d’origine asiatique échappent (comme aux États-Unis d’ailleurs) à cet engrenage. Eux, savent parfaitement s’insérer dans une socialité du travail productif. Tout en conservant d’ailleurs leur autarcie communautaire, qu’ils développent avec efficacité et sans violence.
Le seconde cause de cette ethnicisation de la délinquance – et j’y reviendrai plus loin – est mentale. Et elle touche plus les jeunes générations immigrées. Il s’agit de ce qu’Éric Delcroix avait nommé la francophobie, et Henri de Fersan, le racisme anti français, selon les titres de leurs deux livres respectifs.
Il,s’agit d’ailleurs autant d’un sentiment anti-européen qu’anti-français.
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Cette surdélinquance des adolescents d’origine afro-maghrébine n’a pas que des causes ethniques, mais aussi sociales. Énumérons-les, dans le désordre.
1) La désagrégation du noyau familial et la multiplication des familles monoparentales, sans autorité paternelle. La mère n’a aucun pouvoir sur sa progéniture, souvent dès l’âge de 12 ans, qui se trouve alors livrée aux bandes de la rue. On a même remarqué à partir de 1995 l’apparition d’une violence délinquante de la part de Maghrébines mineures.
2) Le dogme égalitaire surréaliste – et fondé sur cette obsession française du “diplôme intellectuel comme valorisant social”, qui entend que 80% d’une classe d’âge réussisse le bac. Non seulement la conséquence en est l’effondrement complet du niveau (en seconde 30% des élèves sont maintenant presque illettrés et 60% chez les Afro-maghrébins), mais aussi l’apparition endémique de la violence scolaire : en effet, contraints de fréquenter des cours obligatoires dont la matière ne les intéresse nullement et qui dépassent, malgré leur niveau de plus en plus bas, leurs capacités intellectuelles, ces adolescents ne viennent au collège que pour faire de la présence, pour éviter la suppression des allocations familiales. L’école devient – logiquement pour eux un espace de prédation et de conflits. D’autant plus qu’il s’agit pour eux d’une “institution française de répression” – et cela, malgré l’absence quasi totale de punitions ou d’exclusions, ce qui développe leur agressivité. Il s’en prennent donc logiquement au corps enseignant.
3) Globalement, les populations afro-maghrébines, surtout musulmanes, étaient habituées à vivre dans un environnement social hyper-répressif. Dans tous les pays musulmans, la punition du moindre délit de droit commun est féroce. Les jeunes Maghrébins, dans leurs pays, n’oseraient pas commettre le dixième de ce que leurs “cousins” commettent en France. Une législation est toujours adaptée à la culture d’une population. Or, les législations permissives européennes sont parfaitement inadaptées au comportement atavique des enfants d’immigrés. Il faut savoir que dans les pays arabes, où le chômage des jeunes est souvent catastrophique, la criminalité des “jeunes” est bien plus basse qu’ici. Qui a osé le souligner parmi nos brillants sociologues ? Aucune solution n’est valable pour tous les peuples et il n’existe pas d’explication universelle des comportements humains. Ces derniers, fort variables, sont liés à un atavisme ethnique. Du fait de leur nature anthropologique, les peuples arabo-africains ont, comme toutes les populations du monde, un comportement propre, qui tient à un substratum biologique et culturel.
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En réalité, les cultures dont proviennent ces jeunes sont répressives et communautaires, encadrantes et douées de valeurs fortes et d’une morale sociale contraignante. Ils en ont gardé leur mémoire ethnique. En France, ils se retrouvent acculturés dans une société individualiste, pénalement laxiste, ayant perdu ses valeurs sociales fortes, fondée sur l’autodiscipline angélique et le mythe égalitaire de la “compréhension par tous d’une éducation sans contrainte”. Alors qu’on sait qu’une éducation non répressive, même chez des Européens de souche, ne peut s’adresser qu’à des minorités ; a fortiori, une telle solution utopique appliquée à des arabo-africains aboutit à une anarchie générale. Il est impossible d’appliquer l’autodiscipline individuelle, d’origine nord-européenne, inscrite depuis longtemps dans l’atavisme ethno-culturel, à des populations venant de l’autre bout de la planète. Chaque peuple a ses méthodes propres d’éducation et de dressage social qui ne s’appliquent pas aux autres. Si elle est déculturée, et désencadrée, une population parfaitement calme peut sombrer dans l’anarchie et le banditisme parce qu’elle oublie ses repères traditionnels. Cette remarque vaut particulièrement pour les peuples africains qui ont besoin d’un fort encadrement communautaire et autoritaire pour ne pas sombrer dans le désordre. Les Occidentaux, en voulant appliquer leurs règles de gouvernement et d’éducation à toute la Terre ont commis une grave erreur.
Mais l’idéologie hégémonique ne peut évidemment transgresser ses tabous et reconnaître : 1) que l’autorité répressive est le premier moyen de l’éducation et que l’autodiscipline n’est pas naturelle à l’homme. 2) scandale encore supérieur, que cette maxime s’applique encore plus qu’aux autres aux populations arabo-africaines.
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Dans un ouvrage (posthume) paru en 1998 (La Guerre des rues) le journaliste au Point Christian Jelen ose faire le lien entre insécurité et immigration. Étonné, Le Figaro (06/01/1999) commente : « Un de ses ouvrages les plus rebelles à la pensée “correcte”, car cette fois, Jelen a osé franchir l’interdit suprême en établissant le lien entre l’insécurité et l’immigration ». De fait, Jelen écrit : « Si j’affirme que la violence des “jeunes” émane surtout des Français dont les parents ont émigré du Maghreb et d’Afrique noire entre les années 1960-1980 ; si je soutiens que la non-maîtrise de l’immigration est source de violence et d’insécurité, je m’expose aux pires accusations de racisme, de fascisme, de lepénisme. Pourtant, ce tabou, j’entends le transgresser dans ce livre ».
Mais son livre, qui dit la vérité plutôt que de dissimuler les évidences, a eu droit à un black-out total dans les médias. Réfutant le discours dominant qui asserte que les difficultés d’intégration des jeunes Afro-maghrébins seraient dues « au degré de résistance et au racisme qui aurait déferlé sur la société française », Jelen poursuit : « Dans notre pays en France, le fait d’être d’origine étrangère permet de trouver des circonstances atténuantes et même des justifications à des actes de violence qui seraient autrement considérés comme inacceptables ».
Pour Jelen, la cause principale de la surdélinquance des jeunes immigrés s’explique ainsi : « Des parents analphabètes, dans une société développée de la fin du XXe siècle, sont rarement en mesure de prendre en mains l’avenir de leurs enfants et de leur transmettre les impulsions nécessaires à l’accomplissement d’une bonne scolarité et d’une bonne intégration ».
Malgré tout son courage, je pense pourtant qu’il se trompe et qu’il n’accomplit que la moitié du chemin dans la démolition des tabous. Jelen croit donc que l’intégration est somme toute possible, et que la surdélinquance immigrée s’explique par l’énorme décalage culturel des familles des Beurs et des Blacks, par leur “analphabétisme”.
Argument douteux. D’abord, les familles immigrées afro-maghrébines n’étaient pas toutes – loin s’en faut – analphabètes et étaient largement francophones. Ensuite, pourquoi les jeunes Asiatiques, dont la distance culturelle est tout aussi grande, ne connaissent-ils pas le même taux de délinquance chronique que les jeunes Afro-maghrébins ? Pourquoi les enfants de migrants polonais, portugais, espagnols, italiens du sud, roumains, qui durant des décennies, sont partis s’installer en France ou aux ÉtatsUnis – et dont les familles étaient souvent analphabètes et décalées par rapport à la société industrielle – n’ont jamais connu un tel taux de surdélinquance ?
L’explication de Jelen est purement sociologique ; elle est insuffisante. Peut-être n’a-t-il pas osé aller jusqu’au bout de l’analyse et surmonter le tabou suprême, à savoir que, en réalité, tout semble indiquer que la surdélinquance des jeunes d’origine arabo-maghrébine et africaine a des causes ethniques et non pas socio-économiques.
Dans sa recension du livre malgré tout courageux de Jelen, Ivan Rioufol écrivait dans Le Figaro : « On a culpabilisé une opinion pourtant ouverte sur l’immigré et l’on s’interdit de désigner les problèmes nés dans les banlieues “sensibles”, de peur de tomber sous l’accusation de raciste [... ] Le terrorisme intellectuel a fait son oeuvre, les directeurs de conscience peuvent se frotter les mains. Christian Jelen espérait un sursaut des pouvoirs publics. On le sentait réceptif au discours “laïc et républicain” de Jean-Pierre Chevènement. Il laisse une oeuvre lucide pour qui veut comprendre la spirale de la violence et la faillite des banlieues. Il nous laisse aussi deviner ce qui risque, hélas ! d’arriver demain ».
Oui, la guerre civile pour l’appeler par son nom. Bellum civile. L’accoucheuse suprême de l’histoire.

L’ENGRENAGE DE LA GUERRE CIVILE
De nouvelles formes de délinquance, de la part des bandes afro-maghrébines laissent supposer qu’il ne s’agit plus précisément de “délinquance” au sens classique, mais d’un comportement de guerre civile et de révolte ethnique.
La délinquance classique est crapuleuse et économique : gagner de l’argent sans passer par le circuit légalisé du travail et de l’échange, selon une logique de truanderie individuelle ou de bande organisée
Cette forme de criminalité ne cesse de croître mais s’y superpose une nouvelle forme, avec parfois confusion entre les deux. On assiste en effet, depuis 1997, à des actes de guérillas ethniques, évalués, selon le ministère de l’Intérieur à 10 par jour sur l’ensemble du territoire national. Les médias, par consigne ou autocensure, ne rendent compte que des plus graves, mais passent sous silence 90% des faits, tant cette guerre civile rampante devient banale et, de ce fait, doit être dissimulée.
Les formes les plus fréquentes de cette guérilla ethnique sont les suivantes :
– Guet-apens dans les cités de banlieue contre les pompiers et les policiers, appelés à la suite d’incendies ou d’émeutes artificiellement créés.
– Opérations de razzias et de destructions gratuites, d’agressions systématiques d’Européens dans le centre des villes à l’occasion de manifestations lycéennes ou de “fêtes” diverses. Ainsi que de pillages de commerces.
– Attaque des trains et des bus de la périphérie des grandes villes.
– Attaque des centres commerciaux, notamment à l’occasion de la fin du Ramadan.
– Attaques des maisons dans les villages isolés pour commettre viols et pillages.
– Attaques des commissariats ou des postes de gendarmerie à la suite d’émeutes.
– Harcèlements en bandes sur la voie publique et dans les transports, afin de créer un sentiment de peur dans la population locale. Cette stratégie est la transposition de celle des razzias côtières des pirates barbaresques.
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Lentement s’installe une situation “à la brésilienne”. Malheureusement, la police française n’est nullement formée à gérer une situation de guerre civile qui commence. Un policier n’est pas un militaire et encore moins un milicien ; professionnellement et constitutionnellement, c’est un civil qui prête main forte à la loi et à la justice dans une hypothèse globale de paix civile, afin de régler des désordres accidentaux et limités. Mais dans une hypothèse de guerre civile, la logique policière n’a plus aucun sens.
C’est une logique militaire qui prévaut, dans laquelle, comme le vit le général britannique Sir John de Malmond dans son étude historique Civil War (Penguin, 1980), ce n’est plus l’ordre public qu’il faut rétablir, mais la victoire qu’il faut obtenir.
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La délinquance afro-maghrébine n’est pas uniquement une criminalité économique, ne s’explique nullement par l’“exclusion”, mais prend de plus en plus la forme volontaire des prémices d’une guerre civile ethnique dans un but de conquête territoriale intérieure.
Le scénario désormais le plus classique est le suivant, outre les razzias en territoires “européens” : aux Francs-Moisins, en Seine-Saint-Denis, une rixe entre dealers provoque la mort d’un Malien, pendant l’été 1999. Les policiers investissent la cité en force pour arrêter les meurtriers. Ils battent en retraite face à des centaines d’immigrés qui les bombardent d’engins incendiaires ou de parpaings lancés des immeubles. Le préfet renonce à investir la cité et à rechercher les meurtriers. Il se contente d’interdire les ventes d’essences aux personnes sans cyclomoteur… Le dernier mot n’est plus à la loi.
Le mécanisme du passage à la guerre civile à venir est bien décrit par Paul Lambert, président de Renaissance 95 : « Nos responsables de l’ordre public sont acculés au piège mortel du choix entre se ridiculiser en ne faisant rien, ou déclencher une guerre civile. En effet, imaginons que le préfet réagisse par la fermeté en faisant encercler la cité par plusieurs escadrons de CRS et en la faisant investir par cent policiers pour procéder aux arrestations. Ils auraient déclenché une émeute sanglante à l’intérieur, car ces bandes disposent de stocks d’armes, et l’émeute aurait tourné à l’embrasement lorsque les bandes armées des cités voisines seraient venues attaquer de l’extérieur les cordons de CRS qui les encerclaient. Un tel embrasement local, lorsqu’il se produira, s’étendra aux autres banlieues des autres grandes villes et la guerre civile se répandra dans tout le pays. C’est pourquoi nos responsables de l’ordre public préfèrent choisir la lâcheté et le ridicule, ce qui, bien sûr, ne peut qu’aggraver les
problèmes, en confortant les cités dans leur volonté d’interdire toute incursion sur leur territoire. » (Le Figaro, 09/09/1999).
J’ajouterai, en étant plus pessimiste encore : cela confortera les bandes ethniques dans leur volonté d’investir de nouveaux territoires. Paul Lambert tire de cette analyse la conclusion qu’il faudrait « une rupture complète avec notre politique actuelle en matière d’immigration » pour éviter la guerre civile. Mais il est déjà trop tard. Les troupes des émeutiers sont déjà là, déjà nées, et de plus en plus nombreuses. Il ajoute : « Les solutions sont difficiles car elles ne peuvent échapper à l’obligation d’être moralement et humainement irréprochables. »
Bel angélisme… affronter une guerre civile tout en restant parfaitement humaniste, on ne l’a jamais vu nulle part dans le monde.
Mais la France n’est pas les États-Unis. Ce pays en forme de mosaïque ethnique est naturellement un État policier, comme toute société pionnière multiraciale. Est-ce notre destin d’Européens que de devenir, du fait de l’immigration, une société policière ? De même que ni le communautarisme ni l’intégration ne fonctionnent, de même, ni la prévention ni la répression de la délinquance immigrée ne résoudront le problème.
Bien entendu, il faudrait réprimer sans état d’âme. Mais on ne fera que reculer pour mieux sauter. Les républicanistes intégrationnistes “durs”, comme MM. Griotteray, Pasqua, de Villiers, s’imaginent qu’une ferme politique à l’américaine du law and order (“la loi et l’ordre”) résoudra le problème de la délinquance des jeunes immigrés, exactement comme s’il s’agissait des “blousons noirs” des années soixante. Ils négligent la dimension de révolte ethnique du phénomène. La véritable solution est dans le départ, quelles qu’en soient les modalités.
Après les émeutes de Toulouse provoquées par de jeunes immigrés en janvier 1998, Le Figaro titrait ainsi en pleine page son enquête sur les événements : « Dans le quartier du Mirail, théâtre d’émeutes, les délinquants ont sorti les armes à feu, mais les autorités n’osent pas se montrer. Les riverains annoncent vouloir se défendre eux-mêmes. » Et, plus grave : « Des consignes ont été données à la police de ne plus intervenir en cas de violences urbaines » (14/01/1999).
La délinquance commence à prendre, lentement mais sûrement, une tournure de révolte ethnique armée. Pour masquer le phénomène (“casser le thermomètre”), l’État républicain, débordé, choisit de fermer les yeux. Hubert Lortet, secrétaire régional (Midi-Pyrénées) du Syndicat national des policiers en tenue expliquait : « Il n’y a personne qui donne un ordre. Verbalement, la préfecture nous dit de ne pas intervenir quand les voitures brûlent ».
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A mon avis, selon toute logique, nous n’échapperons pas à un embrasement généralisé. Il sera impossible à contenir pour trois raisons
1) Les effectifs des forces de l’ordre sont insuffisants pour traiter l’explosion simultanée de plusieurs grandes villes. Les troupes émeutières d’origine immigrée sont très nombreuses.
2) On note le passage d’affrontements à base de projectiles et d’armes blanches – type Mai 68 – à l’utilisation de cocktails molotov et d’armes à feu ; c’est un retour au type d’émeutes du XIXe siècle ou du Tiers monde. Or les forces de l’ordre sont sous-
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équipées, pas formées psychologiquement et pas soutenues par leurs hiérarchies pour répondre à une telle situation.
3) Comme en aucun cas, un gouvernement, face à un soulèvement général de la jeune population immigrée, ne voudra utiliser l’armée ni faire tirer, par crainte de tuer, il est probable qu’il essaiera de ramener le calme par les concessions, en se pliant aux exigences des émeutiers.
Il est donc à craindre, au terme de soulèvements à répétition, que l’État français, composant et cédant, n’en vienne à accorder des privilèges d’exterritorialité, à entériner un morcellement néo-médiéval du territoire accompagné d’une guerre civile rampante, à conférer de plus en plus de pouvoir à un “islam médiateur”, à renoncer à toute “intégration citoyenne” des jeunes populations afro-maghrébines, et surtout à payer – comme un tribut – le prix du calme par des allocations accrues aux intéressés. Bref à entériner de manière cette fois-ci directement politique, un processus de moins en moins pacifique de colonisation.
Tout le problème est de savoir si le peuple d’origine européenne se laissera faire et acceptera cette situation qui ressemble tragiquement à la situation de l’Algérie des années cinquante, mais cette fois-ci en France même. Quoi qu’il en soit, le déclenchement d’hostilités ouvertes et une agressivité accrue des bandes ethniques sont peut-être les seuls moyens de provoquer le réveil et d’amener une solution. La logique de la guerre civile a commencé : le cas de Vauvert. Les bien-pensants et les pacifistes “communautaristes” lèvent les bras au ciel quand on parle de menace dé guerre civile. Pourtant la logique de la guerre civile, au sens de la polémologie, a bel et bien commencé. Cette dernière est fondée sur l’ « affrontement de communautés qui se définissent comme telles », et non pas sur la simple criminalité banale, selon Julien Freund.
Ne parlons pas de l’explosion de la délinquance de proximité et, maintenant, du grand banditisme. Leur logique n’est pas encore celle de la guerre civile. Évoquons plutôt les nouvelles formes d’émeutes urbaines.
Le cas du bourg de Vauvert (Gard) en petite Camargue est symptomatique. Il s’agit d’un village traditionnel, et non d’une “cité inhumaine de banlieue” où l’“urbanisme dément” provoquerait la délinquance. Il y a quelques années, ce village était paisible, heureux. Puis, au cours des années quatre-vingt-dix, la population afro-maghrébine, débordant de l’agglomération de Marseille a commencé à s’y installer, tandis qu’arrivaient à l’âge adolescent les fils des familles de travailleurs agricoles qui, suite au catastrophique “regroupement familial” de Giscard, avaient fait beaucoup d’enfants. Sans compter l’installation de familles immigrées dans les petites villes par les pouvoirs publics, selon la politique de lutte contre les ghettos, qui aboutit à l’inverse de l’effet recherché.
Les choses ont vite dégénéré, pas seulement dans le sens d’un accroissement de l’insécurité, mais d’un véritable affrontement ethnique, voulu et provoqué par les jeunes immigrés. Ce type d’affrontement déborde maintenant du cadre territorial des cités de banlieue et atteint les centre-villes et les zones rurales traditionnelles d’habitat européen. Ce qui, précisons-le, n’est nullement le cas aux Etats-Unis !
Les samedi-dimanche des 15-16 mai 1999, à Vauvert, les choses ont dégénéré de manière classique. Un habitant surprend Mounir Oubaja, 18 ans, en train de lui voler sa voiture. De sa fenêtre, il tire avec son fusil à pompe. Le voleur meurt et l’émeute commence. Un scénario qui se répète partout en France.
Mais, il est à noter que, la veille, déjà, le vendredi soir, les jeunes Maghrébins avaient attaqué un bar, puis la maison d’un retraité, sans aucune autre raison que l’agressivité pure. Sans doute les victimes étaient-elles “racistes” ? Des fusillades s’ensuivirent qui firent six blessés, doit trois graves. Le retraité fut lynché.
Pendant deux nuits, scènes de guerre civile : magasins pillés, voitures renversées et brûlées, Français de souche attaqués en pleine rue. Les habitants se terrent chez eux, magasins et cafés ferment, les forces de l’ordre affluent. Claude Belmont, reporter au Figaro, note : « En face de la gendarmerie, une petite centaine d’individus continue de harceler, de narguer et d’insulter les forces de l’ordre. Accessoirement, dans les rues du village, ils poursuivent, molestent et détroussent les journalistes. » (17/05/1999) Le colonel de gendarmerie, Didier Laumont, responsable du département du Gard, laisse tomber : « Les habitants s’estiment menacés et harcelés par ces dégradations à répétition. »
Les gendarmes mobiles ont quadrillé plusieurs jours le centre-ville. Désormais, aucune fête, aucun bal populaire du samedi soir n’est plus possible, car ils dégénéreraient en tragédie. Les cafetiers ont instauré le couvre-feu. Une chape de plomb s’est abattue sur la petite ville, désormais libanisée, balkanisée. Le procureur de la République, M. de Lauze de Plaisance, reconnaît implicitement le caractère ethnique des émeutes et des pillages : « C’est une véritable fracture. Il existe ici un vrai sentiment d’insécurité mais aussi d’injustice et d’impunité. Les habitants ont l’impression que les auteurs des larcins et des dégradations sont immédiatement remis en liberté, qu’ils ne sont pas punis. »
A Vauvert, comme dans maints autres endroits, deux populations s’affrontent. Le maire a d’ailleurs appelé « au calme et au dialogue entre les deux parties de la population, dans un climat exacerbé ». Échec explosif de l’intégration républicaine, resurgissement des conflits ethniques. C’est la réédition de la guerre d’Algérie, mais cette fois-ci en France.
Le maire de Vauvert a déposé une plainte contre le substitut du procureur pour sanctionner son inaction. Les propos des jeunes immigrés sont très révélateurs de leur refus de leur intégration républicaine comme du modèle du communautarisme pacifique. Le Monde cite la remarque d’un certain Haïb : « Nous sommes des Vauverdois comme les autres, nous sommes nés ici. Nous, nous tuons l’agneau, eux les taureaux, c’est tout. » La volonté de s’intégrer aux moeurs camarguaises n’existe pas.
Ils savent qu’ils mènent une guerre civile ethnique, que leur objectif est de s’attaquer aux populations autochtones.
Le phénomène touche d’ailleurs maintenant toutes les villes de Camargue où 20% de la population est maghrébine et où, du fait du différentiel démographique, elle s’accroît. Il y a des Vauvert en puissance, partout, surtout dans le midi de la France, selon le même processus souterrain qui amena l’albanisation progressive du Kosovo serbe. Dans les villages de la campagne nîmoise, par exemple, 50% des adolescents scolarisés sont déjà d’origine afro-maghrébine. C’est le résultat de la politique de la lutte anti-ghettos. On disperse les familles allogènes concentrées dans les banlieues des villes, dans un souci d’intégration, sans comprendre qu’on accélère le processus de colonisation de peuplement et de désintégration. Le maire (socialiste) d’une petite commune de la campagne nîmoise m’a dit : « pour l’instant, ce sont les larcins à l’école, les “incivilités” quotidiennes. Ils- ont tous moins de quinze ans. Mais demain ? ».
Mais demain, le maire de Vauvert sera-t-il toujours d’origine française ? Si les choses continuent ainsi, certainement pas. Pour des raisons démographiques et par l’exode des populations françaises de souche, littéralement chassées. Et si, bientôt, dans un avenir proche, cent Vauvert éclatent en même temps en France, que se passera-t-il ? Cette possibilité est prise très au sérieux par la hiérarchie supérieure de la Gendarmerie nationale.
Ce sera, selon mon hypothèse nietzschéenne de l’optimisme par le pessimisme, une bonne chose. Car j’espère que le réveil du peuple est à ce prix. C’est une espérance, nullement une certitude.

LE REFUS DE LA RÉPRESSION ET LE MYTHE DE LA PRÉVENTION
Le refus d’une répression forte de la criminalité des jeunes se fonde à la fois sur le tabou antiraciste et l’égoïsme d’une bourgeoisie bien-pensante qui vit (pour l’instant) dans une parfaite sécurité.
Sur l’insécurité et la délinquance croissantes, Alain Finkielkraut, dans un entretien accordé au Figaro Magazine (30/01/99) en attribue l’écrasante responsabilité aux « jeunes issus de l’immigration », ce qui est assez courageux de sa part. Il explique : « Faire de la sécurité une valeur de droite au nom de la lutte des classes est absurde, car on voit bien que la première victime du Lumpenproletariat des banlieues n’est autre que le prolétariat lui-même ! ». C’est sans doute la raison pour laquelle la bourgeoisie, et principalement celle de la gauche-caviar, a longtemps raillé les “fantasmes sécuritaires” ; c’est aussi pour cela que les mesures répressives franches ont toujours été écartées par cette bourgeoisie au pouvoir, qu’elle soit de gauche ou de droite, qui, étant protégée de la criminalité des délinquants immigrés, la nie tout simplement et refuse de considérer que c’est le peuple, le prolétariat, qui la subit de plein fouet.
On s’aperçoit par là, entre parenthèses, que la gauche a définitivement cessé – dans ce domaine comme dans bien d’autres – de se poser “du côté du peuple”.
Marx s’est déjà retourné dans sa tombe. Mais, le jour où cette délinquance immigrée atteindra à son tour cette bourgeoisie, comme cela commence à se produire (notamment la petite bourgeoisie enseignante de gauche en proie à la criminalité des “Beurs-Blacks”), il faudra opérer des révisions déchirantes. Les propositions de Jean-Pierre Chevènement (non retenues) pour accroître la répression en sont un premier signe. On commence à s’inquiéter, dès lors que l’électorat bourgeois de gauche est touché par l’insécurité.
Mais il est très difficile pour la gauche, dont le dogmatisme est la caractéristique majeure, de reconnaître que sa doctrine du tout-préventif a échoué, que ses fantasmes d’“éducation” et d’“intégration” ont sombré ; et surtout, il lui est impossible de mettre en couvre une véritable politique répressive contre la criminalité des immigrés, puisque précisément ce sont des immigrés, donc des gens de couleur, et que, selon le tabou antiraciste, on ne réprime pas des gens de couleur.
Au cours de ses divers passages au pouvoir, depuis plus d’un siècle, la gauche n’a pas hésité à faire tirer sur les émeutiers. Mais ils étaient d’origine européenne… Implicitement, un délinquant dit de couleur doit être traité avec précaution. Les voyous Beurs-Blacks qui font régner la terreur dans les collèges de banlieue ne sauraient être réprimés avec la même sévérité que s’il se fût agi d’Européens de souche. Chevènement, je l’ai dit plus haut, a choqué les bien-pensants quand il a parlé, en décembre 1999, de “sauvageons” – terme assez sympathique – pour désigner de jeunes immigrés qui manient le couteau et le fusil à pompe, qui pratiquent le viol et le racket dans les établissement scolaires et ailleurs. Que n’eut-on dit s’il avait qualifié ce phénomène par sa véritable appellation : le “banditisme des jeunes issus de l’immigration” ? 111
Cette criminalité des jeunes immigrés est généralement excusée par l’intelligentsia bourgeoise au nom de l’« argument sociologique », dont parle Finkielkraut dans l’entretien précité. Il précise : « Il faut résister à l’argument sociologique. D’abord parce que les délinquants se l’appliquent à eux-mêmes ; l’explication par le chômage, le désarroi de l’exclusion, est aujourd’hui une incitation au crime. Parce qu’on ne peut pas faire deux poids deux mesures : l’excuse du désarroi devrait donc être aussi conférée à l’électorat populaire du Front national… »
Autrement dit, on tolère, on explique, on excuse la criminalité des jeunes Arabo-africains sous prétexte qu’ils seraient “exclus” et “en désarroi” (ce qui est faux, comme je le démontre ailleurs), alors que les victimes de leur criminalité qui, eux, sont réellement exclus et en désarroi, sont diabolisés par la classe bourgeoise bien-pensante, protégée et antiraciste.
* * *
Allons plus loin : une politique de pure prévention a des effets criminogènes et accroît la délinquance, puisqu’elle revient souvent à récompenser les délits.
Les bien-pensants, les politiquement corrects accusent quasiment de fascisme ceux qui, comme aux États-Unis et en Grande-Bretagne, pensent que la répression est seule efficace contre la délinquance croissante des “jeunes” et que la prévention ne sert pas à grand-chose. En cette matière comme en bien d’autres, ils refusent avec effroi de reconnaître qu’ils se sont trompés sur toute la ligne.
Les mesures de prévention contre la criminalité croissante des jeunes Afro-maghrébins partaient du principe qu’ils étaient des victimes et des exclus. Il fallait donc les dévictimiser et les réinclure dans le tissu social. Les mesures prises les ont encore davantage déresponsabilisés, ont accru leur sentiment d’impunité et ont abouti à l’effet inverse de celui recherché, en ouvrant de nouveaux champs à l’insociabilité.
Envoyés gratuitement dans les lieux de vacances, les plus délinquants. Les vacances. Les auxiliaires de police. Les équipements. Mais, le plus comique, ce sont les politiques de “réinsertion par le sport”, et notamment par le sacro-saint football, méthode ardemment défendue par le démagogue Bernard Tapie. Les mairies subventionnent massivement stades et clubs de foot, où s’affrontent des équipes de Beurs-Blacks dont chaque joueur s’imagine qu’il va devenir Zinedine Zidane. Or, début avril 1999, toutes les compétitions sportives furent suspendues en Seine-Saint-Denis par les autorités, à la suite des violences en hausse constante générées par les jeunes Afro-maghrébins dans les stades.
Tanguy Berthemet écrivait (Le Figaro, 05/04/1999, dans Le football paralysé par la violence) : « Loué à l’extrême, incontesté jusqu’alors, le dernier rempart contre la délinquance et la dérive des “jeunes” s’effrite. Le sport, son fair-play, ses vertus éducatrices et le reste a marqué ses limites. Et pas n’importe laquelle des disciplines : la reine d’entre elles, le football. Ni n’importe où, mais en Seine-Saint-Denis, marche de la capitale et hôte du Stade de France, le coeur symbolique d’un onze tricolore victorieux ». Selon la préfecture, la violence qui envahissait les stades et leurs alentours était devenue trop importante et trop régulière pour que l’on continue de fermer les yeux. En un peu plus d’un an, 783 rixes, bagarres, dégradations, avaient fait l’objet d’informations judiciaires ; elles opposaient des supporters entre eux ou des supporters aux joueurs. Le bilan était d’un mort et de dizaines de blessés graves et de millions de Francs de déprédations. On notait l’utilisation d’armes à feu et de poignards. Un entraîneur d’un équipe des Lilas, Bernard Hue, remarquait « On ressent tous quotidiennement une détérioration générale, particulièrement dans les équipes des moins de 15 ans jusqu’aux espoirs ».
Avant même l’interdiction préfectorale des matches, trois clubs se sont sabordés et ont cessé toute activité à cause des “rencontres à risques” : Clichy-sous-Bois, Epinay, Noisy-le-Sec. Les troubles sur les stades de foot débordent largement la Seine-Saint-Denis. Les rixes violentes sont notables à Toulouse, Lyon, Marseille, en Essonne, partout en fait où les immigrés sont en proportion importante.
Contrairement aux voeux des idéologues iréniques de la réinsertion par le sport, ce dernier n’est pas un facteur d’apaisement social mais de guérilla sociale : c’est un prétexte supplémentaire, un champ nouveau de conflits offert aux bandes ethniques (et territorialisées) pour s’affronter. C’est un nouveau domaine ouvert à la mentalité néo-tribale des jeunes Afro-maghrébins, qui correspond à une récurrence de leur fonds ethnoculturel profond qu’aucune assimilation ne pourra gommer et qui prend la forme de guérillas inter-Cités, sur fond d’animosité raciale, comme à Los Angeles.
Vous avez dit “racial”, vous avez prononcé ce mot tabou et antirépublicain ? Accusé, levez-vous ! Non, ce n’est pas moi qui le dis, c’est Mme Marie-Georges Buffet, ministre socialiste de la Jeunesse et des Sports, élue du département de Seine-Saint-Denis, qui commentait en ces termes la suspension de toutes les compétitions sportives : « C’est un phénomène qui touche tout le mouvement sportif et qui s’explique en partie par des tensions raciales et par une montée d’un certain communautarisme ».
Quel aveu d’échec du modèle d’assimilation et d’insertion républicaines. Un ministre socialiste reconnaît donc la base raciale des troubles urbains et, par la même occasion, admet implicitement, comme il faut sans cesse l’asséner, que toute société multiraciale est vouée à l’échec et débouche nécessairement sur une société multiraciale. D’autre part, j’incite ceux qui s’obstinent à défendre les thèses “communautaristes” à prendre conscience de ce fait : pas plus que l’assimilationnisme républicain, le communautarisme n’est viable : ce sont deux solutions “américaines”, le melting-pot ou le ghetto, qui ne fonctionneront jamais en Europe. J’en parlerai plus loin dans le chapitre consacré à cette question.
La solution des autorités de Seine-Saint-Denis d’interdire purement et simplement les matches et de saborder les clubs constitue un terrible aveu d’impuissance. Il signifie : nous n’avons plus de solution, nous nous enterrons la tête dans le sable, et advienne que pourra.
L’entraîneur précité, Bernard Hue, explique les bagarres meurtrières parce qu’ « un malentendu sur le terrain, toujours de la même façon, dégénère et sert d’étincelle ». Cela se comprend aisément. Pour des raisons ethniques et non pas sociales, le “sport” n’est pas perçu de la même manière par des mentalités africaines ou arabes que par des mentalités européennes. Dans le premier cas, le sport d’équipe est un prolongement des conflits tribaux ; dans le second cas, selon la tradition de l’olympisme grec, il est une ritualisation pacifique des conflits, une trêve. La leçon à en tirer est que l’optimiste éducatif de la gauche égalitaire, en voulant transférer une solution sociale d’un peuple à un autre, en niant les spécificités héréditaires, est peut-être politiquement correct, mais scientifiquement et sociologiquement faux.
A la suite de cette dramatique suspension des compétitions sportives par l’autorité préfectorale de Seine-Saint-Denis, M. Djamel Sandjak, directeur général de l’Olympique de Noisy-le-Sec et figure du football de banlieue, commentait au Parisien (03/04/1999) cette décision improvisée dans l’urgence : « C’est une prise d’otage des jeunes ; je ne vois là qu’une mesure d’exclusion supplémentaire ». M. Djamel Sandjak n’a pas compris grand chose au problème. Il confond exclusion et auto-exclusion.
On ne pourra pas éternellement insérer, assimiler, responsabiliser, aider, assister, déculpabiliser, éduquer – à grands coups de subventions – des groupes humains qui ne veulent pas s’assimiler aux normes sociales européennes. Il faudra bien un jour en tirer les conséquences.

UNE STRATÉGIE DE LA TENSION. LA DÉLINQUANCE N’EST PAS SPONTANÉE
La délinquance des jeunes Afro-maghrébins est un phénomène pensé. Il obéit à une stratégie, approuvée par les grands frères, comme, en sourdine par certains imams. Une stratégie très habile de manipulation des autorités, d’expansion territoriale et d’épuration ethnique des Européens de zones entières. On pense à la guerre d’Algérie…
Animés par une xénophobie latente de ressentiment envers “la France”, ces jeunes immigrés y voient une justification supplémentaire de leur délinquance. Ils se fabriquent le prétexte de se rendre justice : vols organisés, émeutes, attaques de la police et des symboles de l’État – les bus, les écoles, les trains de banlieue, les pompiers – agressions, viols, comportent une sorte de dimension politique contestataire, parée de la légitimité d’une juste vengeance, et appuyée par la compréhension bienveillante des médias et de certaines autorités de l’État.
Attirés par les facilités de la société de consommation, et adoptant la frénésie consumériste, ils n’entendent pas s’y intégrer par le travail mais par le pillage. Ils sont littéralement fascinés par la faiblesse globale des sanctions que la société française apporte à leurs méfaits. Ce qui augmente leur mépris, face à une telle dévirilisation, et attise leur audace. Il est d’autre part tout à fait faux de dire que c’est uniquement 1’“absence d’autorité familiale” qui les jette à la rue et les pousse à la barbarie. Ce facteur joue, nous l’avons vu plus haut, c’est évident, mais il n’est pas fondamental. Même quand le père de famille est au chômage, ce qui est loin d’être toujours le cas (et la plupart du temps les aides et allocations diverses assurent aux parents des revenus confortables, souvent supérieurs à ceux des chômeurs français), les familles défendent leurs rejetons délinquants ou criminels, et les excusent. Ces derniers respectent leurs parents et, dans le cercle familial, adoptent des attitudes tout à fait traditionnelles. Il est fréquent de voir les parents venir molester les professeurs qui ont mis de mauvaises notes à leurs rejetons.
On note trois faits, avoués par un reportage embarrassé de Libération sur la délinquance immigrée à Juvisy-sur-Orge (01/02/1999, page 10) : 1) Les cambrioleurs de pavillons ont entre 9 et 13 ans et comportent maintenant des filles. 2) Les parents sont les commanditaires des cambriolages. 3) Les bandes délinquantes sont à la fois tziganes et arabes. L’extrême jeunesse des voyous empêche toute poursuite judiciaire et toute répression, selon une législation laxiste inadaptée.
Un autre ressort de la délinquance arabo-africaine massive est tout simplement le racisme, un racisme de vengeance. Les statistiques montrent que, contrairement à une idée répandue par l’habituelle propagande des médias, les victimes de “crimes racistes” sont, la plupart du temps, des Européens, des “fromages blancs”. C’est le prolétariat blanc des banlieues qui est la principale victime des agressions de la part des Afro-maghrébins, dans les “Cités” comme dans les établissements scolaires. Les familles d’origine immigrées, elles, n’ont rien à craindre et vivent en sécurité. Il est illusoire de croire que les médias mentionneront jamais ces faits de pure sociologie quotidienne.
A tel point que les vigiles des établissements sensibles sont recrutés parmi des Arabes ou des Noirs ; à tel point que l’Éducation nationale a constaté que les enseignants d’origine maghrébine étaient beaucoup moins molestés et bien plus respectés que les Français autochtones et, partant de ce constat, les recrute pour diriger les “classes difficiles”. A tel point que M. Chevènement a déclaré qu’il fallait davantage de policiers maghrébins (sur le modèle des flics noirs des quartiers chauds américains) pour limiter les heurts entre les bandes ethniques et la police.
Pour éviter que les postiers ne se fassent attaquer et dépouiller, on a décidé d’embaucher pour les cités des facteurs afro-maghrébins. Idem pour les “agents de sécurité” dans les bus. En réalité, c’est une stratégie très bien pensée : les “grands frères” incitent les plus jeunes à l’agression ; puis ils disent : “nous seuls pouvons les calmer !”. Et ils se font embaucher pour ramener le calme. Aux abords des cités, aucun emploi ne peut plus être tenu par un Européen. Logique de conquête territoriale.
* * *
L’État républicain français répudie donc une fois de plus ses propres principes. Il reconnaît implicitement que la délinquance comporte une base raciale et non exclusivement socio-économique, comme l’accrédite le discours officiel.
Le plus significatif, dans ce aspect raciste anti-blanc de la criminalité, c’est le viol rituel des femmes européennes, dont regorgent les statistiques du ministère de l’Intérieur et que rapporte Henri de Fersan dans Le racisme anti-français (L’Æncre). Une Européenne violée (et éventuellement tuée) sur trois en 1998 l’a été par un Noir ou un Maghrébin. Ce sont les faits, on n’y peut rien. Dans les bandes, de plus en plus nombreuses, “violer une blanche” est un rite de passage, qui s’apparente à une pratique de société primitive. La femme blanche représente le symbole de l’inaccessible. Tout raciste est aussi auto-raciste, il se méprise lui-même : les délinquants arabo-africains se considèrent plus ou moins consciemment “inférieurs” aux “Gaulois”, selon leur expression, socialement, intellectuellement, etc. Dans ces conditions, le viol collectif d’une Blanche correspond à un processus magique de réappropriation fantasmée d’une supériorité ou d’une égalité perdue. C’est en même temps un moyen d’humilier “l’homme blanc” qui, dégénéré, ne protège plus ses femelles.
Enfin, les travailleurs sociaux notent que les bandes délinquantes s’“ethnicisent” de plus en plus, alors que dans les années quatre-vingt, elles étaient multiraciales. La présence d’Européens dans leurs rangs devient de plus en faible. Preuve que le syndrome de révolte ethnique organisée est bel et bien à l’oeuvre. La nouvelle délinquance est de moins en moins spontanée. Aux classiques truands, s’adjoignent maintenant les combattants.

L’EXCUSE DES BAVURES POLICIÈRES ET DES CRIMES RACISTES
Les médias bien-pensants, au premier rang desquels Libération, Le Monde, Le Journal du Dimanche et France 2 distillent ouvertement cette pseudo-théorie sociologique : les violences urbaines des “jeunes” seraient la conséquence directe des bavures policières et des crimes racistes commis par des Français autochtones. La réalité est bien différente. L’immense majorité des morts violentes de jeunes Afro-maghrébins, qui, à chaque fois, donnent lieu à des émeutes, est due soit à des règlements de compte entre dealers et voyous, tous d’origine immigrée, soit à des fusillades entre une police débordée et des gangs agressifs et provocateurs, soit à des réactions de défense paniquée de Français autochtones gratuitement attaqués.
La mort d’un Beur ou d’un Black dans ces circonstances donne lieu à des émeutes et des violences parfaitement excusées par les médias et les pouvoirs publics. Tandis que les assassinats racistes de policiers ou de Français autochtones ne recueillent que de petits entrefilets de presse. Lorsque le Front national avait appelé à manifester après l’assassinat gratuit, en 1997 à Marseille puis en 1998 à Nantes, de jeunes Français de souche par des Beurs, en pleine rue, la presse (et même les familles des victimes !) avait parlé d’« odieuse récupération ».
Autrement dit, la mort d’un voyou Afro-maghrébin ne peut s’expliquer, que par le racisme atavique des “Blancs”, tandis que l’assassinat ou la mutilation d’un policier, d’un pompier, ou d’un citoyen français de souche serait dû, au choix, à un “hasard tragique” ou à une “provocation policière”.
Pourtant les chiffres sont parlants. Les statistiques officielles du ministère de l’Intérieur mentionnent que 9578 fonctionnaires de police ont été blessés en service en 1997 et 14 tués, à 95% par des Afro-Maghrébins. La même année, 10 jeunes issus de l’immigration ont été tués par la police, au cours de fusillades, sans que jamais la justice (pourtant partiale et anti-policière) n’ait pu conclure à un crime raciste. En 1998, 108 citoyens français de souche ont été assassinés “sans cause apparente” par des Afro-Magrébins, et 15.509 grièvement blessés. Les viols d’Européennes par des Afro-maghrébins ont été de 280 en 1998. Et encore, ne s’agit-il que de faits recensés par la police, donc de la partie émergée de l’iceberg. Les chiffres sont en augmentation de 20% par an depuis 1995.
Quand on les analyse de près, les fameuses bavures policières n’en sont pas réellement. Le scénario est toujours le même : une course-poursuite après un voleur de voiture qui se termine évidemment par un accident souvent mortel ; ou bien un jeune flic paniqué et agressé qui tire pour se dégager. Les préfets ne vont jamais consoler les veuves et les enfants des policiers tués ou mutilés par les voyous au cours d’opérations de maintien de l’ordre, ils ne se rendent jamais au chevet de ces jeunes femmes fonctionnaires de police violées et mutilées quand elles sont repérées par les bandes ethniques, le soir, dans les transports en commun. En revanche, pour acheter la paix sociale, ils viennent consoler les familles éplorées de dealers tués au cours de fusillades qu’ils ont provoquées.
Un haut responsable de la gendarmerie nationale, avec le grade de général, de sensibilité républicaine très éloigné de l’“extrême droite”, m’a tenu ces propos alarmants, en me demandant de ne pas révéler son nom ; je respecte bien entendu son souhait : « Mais un jour viendra où, si la guerre civile commence, ce ne seront plus des fonctionnaires de police écrasés par leur hiérarchie et exaspérés par les ordres et les contrordres qui tenteront de protéger les citoyens au péril de leur vie et sans avoir le droit d’être efficaces mais des milices citoyennes armées, parfaitement illégales mais qui se considéreront comme légitimes, qui, elles, ne feront pas de quartier et n’auront rigoureusement aucun compte à rendre à un État de Droit qui faillit à sa mission et à une justice qui sombre dans la forfaiture. C’est inscrit dans la Déclaration des droits de l’Homme et du Citoyen le souverain, c’est le Peuple, et non pas l’État ni encore moins l’administration. Ces milices seront encadrées par des policiers, des gendarmes et des militaires en rupture avec l’État, où elles entretiendront néanmoins des complicités.
Elles pratiqueront la défense territoriale rapprochée. Les forces de l’ordre officielles seront impuissantes à les désarmer. Je ne souhaite évidemment pas cette situation mais nous y courons tout droit. »

LA RÉPRESSION TOTALE A L’AMÉRICAINE SERAIT-ELLE EFFICACE ?
Les élus des partis modérés – mais pas encore les leaders – commencent à prendre la mesure de cette explosion de la délinquance, sans oser pourtant en nommer les vrais causes. Ils adoptent l’“idéologie sécuritaire” jadis abhorrée comme crypto-fasciste. Le Président UDF du conseil général du Val d’Oise, François Scellier, maire de Saint-Gratien, écrivait dans une tribune libre du Figaro que le sentiment d’impunité encourageait la délinquance : « La société française doit se débarrasser de son complexe de mauvaise conscience et de culpabilité face à la répression. Les élus locaux ont attendu quinze ans. sur le terrain. que l’État fasse quelque chose. » Rassurez-vous, M. Scellier, l’État ne fera rien.
M. Scellier est nourri de bons sentiments. Mais il est optimiste. Son analyse est juste et banale. Il découvre des vérités de La Palice. Il se croit dans la dynamique et pragmatique république américaine. Il s’imagine que les jeunes délinquants déstructurés des banlieues, de plus en plus nombreux, vont adopter gentiment et spontanément les “valeurs de la République” si celle-ci manie le bâton. Il s’imagine que la classe politico-médiatique sclérosée et dogmatisée va adopter, vis-à-vis des délinquants qu’il désigne, les valeurs du Law and Order (la “loi et l’ordre”) des autorités de New York et de Los Angeles. Il rêve.
Les réactions molles de M. Chevènement contre les “sauvageons” ne dépasseront pas le stade des paroles. Face à la violence des “jeunes”, face à l’effondrement du système scolaire, le système est paralysé. Formulation : “attention, il est dangereux de réprimer trop fort des jeunes-issus-de-l’immigration”.
Seule la crise pourra briser le noeud gordien. Le temps de la raison est terminé.
* * *
Il n’y a rigoureusement aucune chance de voir diminuer en France la délinquance, la criminalité, l’insécurité endémique. Au contraire, elles vont augmenter. Jusqu’à la rupture. Paralysés par leurs tabous idéologique, les pouvoirs publics – gouvernement, magistrature et police dominée par des syndicats permissistes – n’oseront jamais prendre les mesures de bon sens qui s’imposeraient, mais que, fidèles à leur pragmatisme, Anglais et Américains appliquent, afin d’essayer de resécuriser l’espace public. Il est vrai que les Anglais et les Américains sont probablement dirigées par des gouvernements et des maires fascistes, comme par exemple M. Giuliani, maire de New York.
Quelles sont ces « mesures fascistes » pour enrayer la délinquance appliquées par les Anglais et les Américains, et qui auraient semblé d’une évidente banalité à n’importe quel ministre radical de la IIIe ou de la IVe République, comme elles le semblent à M. Tony Blair ? Énumérons :
1) La règle de “zéro-tolérance”. Dans les villes américaines le moindre délit est puni de lourdes peines, notamment de prison ferme, et doublées en cas de récidive.
2) Réouverture de maisons de correction à régime militaire pour les mineurs.
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3) Expulsion immédiate définitive et automatique, sans recours possible, de tout étranger délinquant à la fin de sa peine (ce qui n’est qu’appliquer la loi, chose que refuse pourtant, sous le nom de “double peine”, le lobby dit antiraciste), ainsi qu’établissement du caractère illimité de la détention administrative pour les expulsables.
4) Suppression de toute allocation sociale aux familles de mineurs délinquants (principe de responsabilité civile parentale, inscrite dans la loi).
5) Réintroduction à l’école de procédures disciplinaires lourdes et abandon définitif des méthodes pédagogiques irréalistes issues de mai 1968.
6) Abandon du principe du “bac pour tous” et retour massif à l’apprentissage. Etc.
Ces mesures ont peu de chances d’être prises. Et même si elles l’étaient, elles ne résoudraient pas le problème de fond qui est la modification du substrat ethnique de base et la stratégie de conquête territoriale Elles ne seraient que provisoires et ne feraient que retarder l’explosion.
* * *
La “droite dure” se félicite par exemple des méthodes à la Far-West de l’appareil de maintien de l’ordre américain.
Le directeur d’un pénitencier de l’Arkansas, Dirk Marschammer, répondait – en substance – aux questions d’un reporter de France 2, le 2 octobre 1998, complètement ébahi qui lui demandait de lui expliquer sa conception de la lutte contre la criminalité : « Je ne crois pas à la prévention. La seule prévention, c’est, la répression, la punition. Quand un type, pour un délit, a passé trois ans chez moi, sans aucune remise de peine possible, croyez-moi, il n’a plus du tout envie de revenir. Il a passé trois ans en enfer. Le taux de récidive est très bas. Tout, plutôt que de revenir au pénitencier ! Sa mentalité de délinquant, de petit caïd, nous l’avons totalement brisée. Il fait tout pour se réinsérer et trouver un job honnête. En plus, pendant ces trois ans, nous avons appris à cet asocial, par la force, les règles de l’ordre et de la discipline ».
Ce brave homme exprime au fond une conception anthropoliquement très juste de l’éducation, celle qui est fondée sur le dressage (alternance de punitions et de récompenses, selon un règlement intraitable, les récompenses n’étant d’ailleurs souvent que l’absence de punition). Cette conception a été défendue par l’anthropologue Arnold Gehlen, pour lequel l’homme était avant tout un Zuchtwesen, un “être de dressage”.
* * *
A Lyon, les pompiers se sont mis en grève plusieurs mois, à la suite des attaques dont ils font systématiquement l’objet quand ils viennent éteindre des feux de voiture. Les représentants syndicaux ont été reçus à l’Élysée et à Matignon. Après le drame de Vénissieux, où un pompier a eu une jambe arrachée, un “groupe de travail” d’élus fut mis en place pour trouver des solutions. Un Comité Théodule de plus. Les négociations avec les pompiers en grève portaient sur « l’accroissement des effectifs, les conditions de travail et la durée hebdomadaire de leur action en première ligne dans une société en crise ». (Le Journal du Dimanche, 16/05/1999). Autrement dit, embaucher du personnel afin de diminuer le dangereux temps de présence dans les cités de chaque pompier. Aucune mention n’est faite de la véritable cause du problème : l’explosion de la criminalité des jeunes immigrés. Par tabou idéologique, on continue de poser des cautères sur des jambes de bois.
En 1998, délinquance et criminalité, dans toute la France, ont augmenté de 2,73% par rapport à 1997, selon le ministère de l’Intérieur. Lors de la présentation des voeux à l’Élysée, le 4 janvier 1999, Jacques Chirac déclarait : « la situation est très préoccupante, il faut une réponse globale qui passe par l’implication de chaque membre du corps social ; il faut que les pouvoirs publics soient mieux coordonnés et efficaces dans leur action ». On reste confondu devant une telle langue de bois.
Le ministère de l’Intérieur, pourtant, n’a pas caché que cette hausse de la criminalité était entièrement due à la « hausse de délinquance de voie publique », principalement due aux jeunes immigrés qui, dans les nouvelles classes d’âge, sont de plus en plus nombreux.

VISAGES DE L’AVANT-GUERRE. LA MONTÉE DES PÉRILS
Les domaines de la délinquance des jeunes Afro-maghrébins ne cesse de s’étendre. Par exemple, les voyageurs dévalisés dans les trains sous la menace d’armes à feu. Le 30 décembre 1998, c’est ce s’est qui produit dans le train Annecy-Saint-Gervais, en plein jour, en fin d’après-midi. Trois mineurs (16, 17 et 15 ans) dont une fille (fait de plus en plus fréquent) ont délesté les voyageurs de leur argent liquide, walkmans, cartes bancaires, cartes de téléphone, sacs, appareils photos, etc. Ils ont été interpellés par les gendarmes après enquêtes, mais, la jeune fille a été relâchée. La dépêche AFP qui relate les faits (05/01/1999) ne mentionne pas l’origine des prévenus. En tant que journaliste, j’ai essayé de me renseigner. Le responsable de l’AFP m’a répondu : « mais vous êtes raciste ou quoi ? ! » Un lapsus pareil, ça ne s’invente pas.
A la délinquance crapuleuse, s’additionne la délinquance politique. Les deux s’entremêlent. On caillasse les bus, on attaque les pompiers, on attaque les femmes blanches, on fait des pillages dans les manifestations de lycéens, pour la fin du Ramadan on pille les centres commerciaux. Les incendies de voitures (10.000 en 1999) sont en progression de 10% par an depuis 1995). Rien que dans l’agglomération lyonnaise, 540 incendies de voitures ont été recensés en trois mois (janvier, février, mars 1999) ; les pompiers, symboles de l’État français accueillis et blessés, ont à cet égard une signification symbolique. L’automobile est considérée par les jeunes incendiaires comme un “privilège du Français de souche”. Les rodéos de voitures volées dans les cités ont la même signification sauvage de réappropriation de l’objet convoité. Car les délinquants en question sont proprement fascinés par les signes de puissance et de richesse de la société bourgeoise, auxquels ils veulent accéder sans travail et sans effort et, qu’au fond, ils admirent : l’automobile, la télé, l’électronique, les fringues de marque, etc. C’est un comportement primitif et sacrificiel de destruction de l’objet désiré, et, au delà, de la destruction symbolique de son possesseur.
Dans les banlieues françaises, il faut savoir aussi que les voitures brûlées ne sont pas n’importe lesquelles. Ce sont celles des Français de souche appartenant aux classes sociales défavorisées. C’est une “incitation à partir, à déménager” Les BMW et les Mercedes des dealers afro-maghrébins, elles, ne brûlent jamais.
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Il existe deux causes à ce refus d’une politique répressive efficace et à cette tendance à vouloir récompenser les délinquants sous prétexte de prévention et d’insertion.
La première est d’ordre idéologique et elle dérive des utopies post-rousseauistes de Mai 1968 (des théories romantiques de l’“éducation naturelle et permissive”). La carotte vaudrait mieux que le bâton. Cette conception onirique et ultra-égalitaire écarte l’évidence qu’il existe des individus ou des groupes humains qui, per naturam, ont, dans des circonstances données, un comportement intrinsèquement parasitaire, asocial et sciemment criminel. D’où l’effondrement de la discipline dans l’Éducation nationale et la tolérance judiciaire et législative envers la délinquance de proximité. D’où l’abandon dogmatique de la formule, pourtant jadis éprouvée, des “maisons de correction”. Ce sont évidemment les jeunes des classes populaires qui pâtissent le plus de cette situation ; tandis que la progéniture de la bourgeoisie progressiste qui professe cette tolérance laxiste, se trouve, elle, parfaitement à l’abri de la délinquance.
La deuxième cause d’une absence de politique de répression efficace contre une délinquance en progression géométrique est le complexe antiraciste, entretenu par la classe intello-médiatique. Cette cause vient aggraver la première. La majorité des cas d’explosion délinquante étant le fait des Afro-maghrébins, toute sanction, toute répression efficace contre les membres de cette “communauté”, se heurtent à des tabous paralysants. A moins d’assassinats, l’impunité des voyous et des bandes ethniques, dans les établissements scolaires et sur la voie publique, est devenue une donnée de base de la réalité sociale.
Ce qui ne va pas sans provoquer des contradictions déchirantes et amusantes : dans les collèges, les Syndicats de gauche et les membres du corps enseignant reconnaissent – puisqu’ils vivent sur le terrain – que l’insupportable violence scolaire qui paralyse totalement l’enseignement est le fait majoritaire des jeunes Afro-maghrébins. Mais cette reconnaissance des faits est d’ordre strictement privé. En public, on se contente de manifester, ça et là, “contre la violence”, quand par exemple, un professeur a été poignardé ou une enseignante violée. Mais pas question de dénoncer officiellement les vraies causes : les tabous idéologiques et anti-racistes forment une barrière infranchissable. On préfère demander hypocritement et discrètement sa mutation dans une zone scolaire sans immigrés. La situation ne fait donc que s’aggraver ; la solution ne pourra donc provenir que d’une propagation massive de l’incendie.
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Le pouvoir, confronté à l’explosion de la délinquance des “jeunes”, est déchiré par ses contradictions idéologiques. Exactement comme la droite avant elle. Le Système se heurte à trois impératifs dont l’union est un problème insoluble : 1°) Pour des raisons électorales, on ne peut pas rester les bras croisés, il faut faire quelque chose, car les désordres deviennent trop voyants. 2°) Il est hors de question de reconnaître que cette criminalité est principalement liée à l’immigration. 3°) Nous ne pouvons pas, pour des raisons idéologiques, pratiquer une politique de “répression” ni sombrer dans une doctrine “sécuritaire”, car ce sont des tabous à ne pas enfreindre. Alors que faire, pour résoudre ce grand écart d’un monstre à trois pattes ? 120
Chevènement, ministre de l’Intérieur, ose parler de sanctions financières contre les familles des délinquants – à l’image de ce qu’ont mis en place les Anglais. Dans L’Est Républicain (12/01/1999), il déclare : « des mesures de suspension ou de mise sous-tutelle des prestations familiales des familles des délinquants peuvent être envisagées ». Il ne sera jamais entendu.
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Partout, les zones d’insécurité s’étendent. Depuis 1998, à Vénissieux, dans les cités du plateau des Minguettes, les prémices d’une guerre civile ethnique s’organisent, bien que personne n’ose prononcer le mot : incendies criminels de voitures et de commerces, caillassages de bus et de voitures de police, attaques armées des policiers de la Brigade de répression des actions violentes (Brav), vols multiples avec effractions dans les écoles et les foyers, pharmacies et magasins pillés puis incendiés, etc. sont le lot quotidien. Les associations “préventives” Agir contre la violence ou Habitants en action sont totalement débordées et inefficaces. Depuis le début 1998 jusqu’à juillet 1999, 195 policiers, pompiers ou habitants d’origine européenne ont été blessés grièvement par les exactions des voyous afro-maghrébins. En 1999, 1020 voitures ont été incendiées, appartenant toutes à des propriétaires d’origine européenne.
Le maire – communiste – de la commune, André Gerin à écrit, en juillet 1999, à Lionel Jospin pour l’inviter d’“urgence” à Vénissieux. Dans sa supplique adressée au Premier ministre (qui n’a même pas dû la lire), il exprime sa rage et précise : « Il .faut choisir : la jungle et la guerre civile, ou la République. » Avec naïveté, il demande « la présence de brigades, de casques bleus de la République en quelque sorte ». On est réellement en pleine exterritorialité. Le successeur d’André Gerin à la mairie sera probablement un immigré musulman. Peut-être aura-t-il plus de chance ?
Les mesures de lutte contre cette situation sont dérisoires et tout à fait à l’image de la mollesse généralisée de pouvoirs publics culpabilisés et moralement incapacités face aux fauteurs de troubles afro-maghrébins. Le préfet de région a proposé comme remède « le renforcement des activités proposées pendant les vacances ». Autrement dit, pour calmer les voyous, on les récompense. Le contribuable est prié de leur offrir des vacances et de leur payer des activités de loisir. Personne ne s’est avisé que c’était là un encouragement majeur à la délinquance. Toujours cet angélisme stupide du : “en les aidant, en étant gentil avec eux, ils seront moins méchants”. Mais non, ils seront encore plus méchants.
A Vénissieux comme ailleurs, le coût de cette criminalité endémique est énorme pour la collectivité. L’État et la communauté urbaine vont investir, fin 1999, 50 millions de francs pour la construction d’un centre commercial, d’un pôle de services publics et d’une maison des métiers… qui partiront probablement en fumée. A propos de la situation insurrectionnelle de Vénissieux, Le Journal du Dimanche (04/07/1999) explique : « Nous manquons de moyens, martèlent élus, policiers et militants associatifs. Un seul juge pour enfants ne suffit pas, les éducateurs sont débordés, les chauffeurs de bus n’en peuvent plus. » Autrement dit, pour gérer cette population afro-maghrébine incapable de se contenir elle-même, il faut que la société y consacre de plus en plus de moyens. Financiers, évidemment. Et personne n’ose parler du “coût de l’immigration”. Les migrants italiens, espagnols, portugais ou polonais de jadis, qui vivaient dans des conditions autrement plus précaires que les afro-maghrébins n’avaient
pas besoin de tous ces “moyens” pour rester calmes. Ils apportaient une richesse à la collectivité, au lieu de peser sur elle par des coûts insupportables.
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Les maires des villes concernées qui affrontent cette criminalité grandissante, crapuleuse, mais de plus en plus insurrectionnelle, n’osent jamais l’attribuer à leurs véritables auteurs, n’osent jamais en dénoncer les causes principalement ethniques, mais l’expliquent par de vagues considérations intellectuelles, sociologiques ou politiques.
A Vénissieux, les populations d’origine européenne ne peuvent pas tenir et déménagent. La ghettoïsation s’installe. Le Journal du Dimanche (précité) révèle : « Aux Minguettes, un millier d’appartements sont vides. La ville a perdu près de 10% de ses habitants en cinq ans. Derrière la délinquance d’une trentaine de récidivistes identifiés, des adultes y protègent des zones de “business” et sapent tout projet de réhabilitation. L’association “Habitants en action” vient d’annuler le bal du 14 juillet. Ils disent : “trop dangereux, on a peur” ».
On part du principe stupide que les jeunes délinquants sont des “citoyens comme les autres”, “en galère”, appartenant à la “communauté républicaine”. En réalité, plus la société se montrera généreuse envers eux, plus ils se montreront agressifs et haineux. car leur logique est insurrectionnelle et politique. Pour deux raisons psycho-ethniques d’une part, parce qu’ils se sentent excités par la faiblesse de l’adversaire, incapable de les combattre et de les réprimer ; d’autre part, parce qu’ils se sentent humiliés par les privilèges, les facilités, les générosités qu’on leur accorde. Et surtout parce que leur objectif implicite est l’imposition de leur propre ordre social, ce que les autorités feignent de ne pas comprendre.
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Dans le métro parisien, où l’insécurité croît chaque année, 90% des agressions sont le fait des Afro-maghrébins, selon l’aveu même de la RATP. Les 10% restants concernent les Gitans. On note le caractère de plus en plus organisé des méfaits, opérés par des bandes qui agissent en razzias. Le nombre de femmes agressées ou violées augmente aussi. Les agents de la RATP remarquent « le caractère de plus en plus violent et sauvage des agressions ». (France 2, Journal télévisé de 13h.00, 01/06/1999). De plus en plus d’agressions n’ont même plus le vol à l’arrachée comme motif, mais le désir de “se faire un Français” (ou une Française). Zoran, un agent de contrôle de la RATP, s’exprime en. ces termes : « Contrôler, c’est aller au casse-pipe armés simplement d’un carnet et d’un stylo. » Un autre reconnaît : « Les agressions sont devenues tellement banales qu’on ne prend plus la peine d’aller déclarer des accidents du travail. » Résultat : les contrôleurs démissionnent et ne réagissent plus lorsqu’un “jeune” passe en fraude. « Je ne tiendrai plus tête à un fraudeur, ils sont allés trop loin », avoue un autre contrôleur. (Journal du Dimanche, 06/06/1999). Les bandes ethniques ont donc gagné. Elles peuvent occuper le terrain en toute impunité. La violence paie.
C’est toujours le même enchaînement : voyant qu’aucune autorité ne réagit à leur violence par la répression, ils s’enhardissent et vont toujours plus loin. Dans l’esprit des bandes ethniques, il s’agit d’une logique de guérilla. Ils ne comprennent que le langage de la force, ne respectent que la force. C’est un réflexe éthologique : la faiblesse et la peur de l’agressé, son absence de réaction, ses tentatives de conciliation, excitent l’agresseur qui s’acharne donc encore plus. Rien n’est plus féroce qu’une guerre civile.
Les pouvoirs publics n’ont absolument pas saisi (ou ne veulent volontairement pas saisir) la mentalité de guérilla des bandes ethniques, animée par une tactique d’occupation territoriale.
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Les policiers, depuis 1995 signalent avec inquiétude un nouveau phénomène : l’usage des armes lourdes se banalise dans les cités d’immigrés. Arsenaux de guerre découverts dans les caves, braquages, rixes de dealers, cambriolages effectués au pistolet-mitrailleur ou au fusil d’assaut, attaques de fourgons bancaires au bazooka par des bandes maghrébines, tout cela se développe. Au cours des interpellations, les délinquants afro-maghrébins sont de plus en plus munis d’armes de guerre. Finis le couteau ou la bombe lacry. Le président de la Chambre syndicale des armuriers,de France, Yves Goletty, déclarait à Caroline Parmentier du quotidien Présent, le 17 juillet 1999 : « le constat le plus surprenant, c’est que les armes à feu sont surtout utilisées par les petits loubards de banlieue, tandis que le grand banditisme y recourt moins ». Les fusillades mortelles se répètent, comme celle de Chatenay-Malabry en juin 1999, une guerre de bandes ethniques qui a laissé deux morts et un blessé sur le carreau. Les policiers sont particulièrement inquiets : leurs armes de poing (dont on leur conseille vivement de ne pas faire usage) seront de plus en plus inefficaces contre les arsenaux extrêmement dissuasifs des délinquants et émeutiers. Caroline Parmentier écrit : « La cible privilégiée des sauva-jeunes des banlieues, ce sont les flics. Les syndicats de police ne cachent pas qu’ils redoutent que leurs hommes deviennent la cible ordinaire de cette violence, de plus en plus dangereuse, de plus en plus mortelle »
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La criminalité des “jeunes issus de l’immigration” prend sans cesse de nouvelles formes et s’étend à des domaines jusqu’ici épargnés. Les trains, TER, TGV, Train Corail sont maintenant la cible de bandes organisées qui terrorisent et dépouillent les voyageurs sous la menace d’armes, insultent et agressent les agents de la SNCF. Ce phénomène, limité aux trains de banlieue de fin de soirée de la région parisienne, s’étend depuis 1998 à la province, notamment aux lignes rayonnant à partir de Marseille et ce, maintenant, en plein jour. Les bandes sévissent aussi dans les trains de nuit où les voyageurs endormis sont dévalisés.
Dans la nuit du 15 au 16 juillet 1999, deux Danois, deux Suisses et cinq Anglais se sont retrouvés en short et en sandales dans le train-couchettes Barcelone-Nice. Les contrôleurs de la ligne de la “Côte Bleue” (Marseille-Fos-sur-Mer) vivent un véritable calvaire du fait « des jeunes délinquants descendus des quartiers nord de Marseille », explique Le Figaro (23/07/1999), c’est-à-dire des bandes ethniques de Comoriens et d’Arabes, qui pratiquent la technique de la razzia et de la dégradation systématique du matériel. Entre juin 1998 et juin 1999 les actes de violence dans les trains ont fait un bond spectaculaire en province : plus 33,6% pour les atteintes aux voyageurs et plus 24,6% pour les atteintes aux agents. La SNCF a été obligée de prévoir le recrutement et la formation de 1700 hommes assermentés et armés pour protéger les trains. En pure perte, car il en faudrait dix fois plus. On imagine, là encore, le coût pour la collectivité. Henri Bascunana, secrétaire régional pour la région PACA de la CGT Cheminots reconnaît (op. cit.) : « Les insultes, les menaces, les petites agressions physiques sont devenues le lot quotidien des employés de la SNCF. Nous sommes sur les dents et les voyageurs sur les nerfs. Ce n’est pas encore le Far-West mais, si l’on n’y fait rien, cela pourrait bien le deveni ».
La SNCF et la direction de l’équipement, de l’aménagement du territoire et des transports de la région PACA se sont récemment inquiétées de ce que « les lignes Marseille-Aubagne, Marseille-Fos, Marseille-Aix sont de plus en plus délaissées. Nous avons consulté les voyageurs et réalisé qu’ils redoutaient en premier lieu d’être insultés, dépouillés et agressés physiquement. Tout comme les usagers du tronçon Marseille-Saint-Raphaël-Nice, qui est l’un des plus utilisés de France. Des petites bandes de jeunes en mal de sensations fortes y font des descentes, en toute illégalité, semant la panique dans les compartiments. [...] Il faudrait mettre plus de gens dans les gares, pour guider, contrôler, calmer les esprits, pour réconcilier les voyageurs avec les trains, limiter les dégradations, rassurer le personnel de la SNCF. Autrement les dérapages risquent de se multiplier et de tourner au draine » (déclaration de Mme Christine Cesari-Geiger, 21/07/1999).
Les “dérapages”… Quel euphémisme, quand il s’agit tout simplement d’attaques de trains. Ce phénomène traduit l’incroyable dégradation de la qualité de la vie collective que provoque la délinquance immigrée. Et aussi son énorme coût : pour ramener la sécurité quand sera-t-on obligé de prévoir des patrouilles de police, de gendarmerie et d’agents de sécurité dans tous les trains des zones lilloise, parisienne, lyonnaise, marseillaise, etc. ?
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Mais jamais les forces de l’ordre ne pourront couvrir tous les nouveaux fronts ouverts par la délinquance immigrée. Sécuriser les chemins de fer ou les métros, c’est dégarnir la surveillance de la rue, la lutte anti-émeutes dans les cités où l’interception des “pirates de la route”, – cette nouvelle forme d’insécurité récemment apparue dans les années quatre-vingt-dix. 80% des agresseurs, des tueurs, des violeurs ou de dépouilleurs interpellés d’automobilistes isolés, entre janvier 1996 et janvier 1999, sont des “personnes d’origine immigrée” selon les statistiques de la Direction de la gendarmerie nationale (mai 1999), jamais publiées par la presse.
Le phénomène ne touche pas que la France, mais aussi la GrandeèBretagne. The Observer révèle (12/07/1999) que selon la Commission de la santé et de la sécurité des transports ferroviaires (Railways Health and Security Commission), les agressions contre les agents des compagnies ont augmenté de 40% entre mars 1996 et mars 1999. 1000 voies de fait graves ont été officiellement répertoriées. En 1998, 72 cheminots ont été grièvement blessés ; les agressions restent cependant à un niveau inférieur à celui de la France, du fait de la beaucoup plus grande sévérité du système judiciaire anglo-saxon. Cependant, avec un humour tout britannique, Ian Morton note (quotidien précité) que « si les victimes sont toujours d’origine britannique, il n’en est curieusement pas de même des agresseurs, d’après les observations de Scotland Yard ».
L’insécurité des transports et des communications terrestres trans-territoriales a toujours été dans l’histoire la marque d’un recul de la civilisation.
Tout protéger, assurer en tous lieux la sécurité du déplacement des personnes, constater l’extension permanente des zones d’insécurité, calculer partout le déploiement des forces de l’ordre, prévoir sans cesse là où vont frapper les bandes délinquantes (d’ailleurs, est-ce bien encore de la “délinquance” ?) : n’entrons-nous pas, année après année, dans une logique d’affrontement militaire ?
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Non seulement, après les innombrables actes délinquants des bandes ethniques, l’origine. des auteurs est de moins en moins révélée par les médias, mais, toujours plus souvent, violences et émeutes sont occultées, sauf quand elles prennent des proportions considérables. Il faut désormais qu’il y ait plusieurs morts pour que la presse et la télévision osent en parler.
Dans l’habituelle langue de coton des politiciens, Jean Tibéri, le maire de Paris, dans un communiqué daté du 15 juillet 1999, « déplore les incidents particulièrement nombreux des soirées des 13 et 14 juillet et estime nécessaire de mettre en place des dispositifs adaptés aux manifestations exceptionnelles qui se déroulent à Paris ». Seul, parmi les grands médias, Le Figaro a évoqué ces incidents, dans un minuscule entrefilet en page 29. Ces “incidents”, qui se sont en réalité produits dans un grand nombre de fêtes du 14 juillet en France, et qui, tous, proviennent de l’irruption de bandes africaines et maghrébines, ceux que le maire socialiste de Courcouronnes exaspéré et oubliant ses pudeurs de gauche, appelle “les nouveaux barbares”, ces incidents, donc, ont donné lieu à l’admission de 93 personnes agressées dans les services d’urgence de quatre hôpitaux du centre de Paris (chiffre de victimes à multiplier par dix pour l’ensemble de la région parisienne), alors que la Préfecture ne reconnaît que dix blessés dans ses statistiques officielles. 26 Africains et Maghrébins ont été interpellés à Paris, dont plusieurs avaient grièvement tabassé un agent de la RATP. A quoi il faut ajouter, pour ces deux soirées attaques de patrouilles de police, innombrables dégradations de mobilier urbain, viols de jeunes filles blanches, guet-apens tendus aux pompiers et une vingtaine de voitures incendiées. La routine, quoi… Dans son commu-niqué, Jean Tibéri ajoute : « ces faits interviennent après les violences enregistrées lors de la Fête de la Musique, que les premières statistiques de la Préfecture de police n’ont, semble-t-il, que partiellement dénombrées ». Les pouvoirs publics occultent ces violences endémiques, surtout au cours des “fêtes”, afin de maintenir la fiction du caractère convivial et chaleureux de la société multiraciale. Même la sacro-sainte Gay Pride, la parade de ces homosexuels chéris par le régime, a été troublée par les attaques des voyous afro-maghrébins qui, amusant paradoxe, sont violemment machistes et homophobes. Mais de tout cela, interdit de souffler mot !
Il est probable qu’au rythme actuel, il sera impossible d’organiser des bals populaires, des Fêtes de la Musique ou du 14 juillet, sauf à financer et engager des forces anti-émeutes considérables, que l’État français ne possède d’ailleurs pas.
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Ainsi, la criminalité croissante et le harcèlement endémique des bandes ethniques contribuent-ils à dégrader considérablement la qualité de la vie et la socialité de la population française. Déjà, nombre de fêtes populaires publiques ne peuvent plus avoir lieu ; dans maints endroits, les sorties vespérales au café, au restaurant, au cinéma, au théâtre ou au concert se restreignent du fait de l’insécurité. Le nombre de discothèques “sûres” ou d’établissements et de pharmacies ouverts en soirée, de commerces de proximité, se restreint, sauf évidemment dans les beaux quartiers protégés – pour combien de temps encore ? C’est le peuple, pour l’instant, qui paie le plus lourd tribut à la criminalité immigrée, mais la bourgeoisie “éclairée” ne tardera pas à son tour à en faire l’amère expérience.
Dans plusieurs centre-villes “chics”, comme à Tours ou à Strasbourg, la vie nocturne décline à toute allure depuis 1995, du fait des incursions, voire des occupations permanentes des jeunes délinquants afro-maghrébins des banlieues. A Marseille, le centre-ville n’est plus que l’ombre de ce qu’il était encore dans les années quatre-vingt. 20.000 personnes d’origine européenne quittent chaque année la cité phocéenne. A Paris, les grèves surprises qui paralysent régulièrement métros, RER et trains de banlieue sont en hausse constante et sont presque uniquement dues aux agressions d’agents de service par de jeunes immigrés, quand ce n’est pas à des attaques de train de style Far-West comme cela se produisit en février 1999 contre le Saint-Lazare-Poissy. Et on va toujours plus loin : en juillet 1999, le TGV Lyon-Paris a été stoppé dans la traversée de Créteil par un court-circuit provoqué volontairement par des “sauvageons” beurs qui avaient lancé un filin d’acier sur les caténaires. Plusieurs heures de retard pour l’ensemble du trafic…
Ainsi l’insécurité créée par les immigrés, peu combattue par des gouvernements indifférents, voire acquis à leur cause, brise les liens sociaux, anéantit la convivialité et complique la vie de millions de citoyens. Il reste à ces derniers, faute de réagir enfin, de se consoler devant la télé ou de surfer sur internet. Ou encore de voter pour la gauche plurielle ou la droite éclatée.
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La guerre ethnique va commencer, et nous n’avons encore rien vu, comme l’a pressenti Éric Werner dans son livre L’avant-guerre civile (L’Age d’Homme). Cette situation prend évidemment aussi le visage d’une guérilla entre bandes ethniques, entre quartiers rivaux, sur le modèle américain. Mais ces affrontements inter-immigrés ne sauraient masquer qu’ils se fédèrent tous contre leur ennemi principal, les autochtones européens et leur État. En s’en prenant à tous les symboles de cet État (police, pompiers, transports), en défiant les lois par l’installation de zones d’économie criminelle, en faisant en sorte que les Européens déménagent sous la menace (même les immigrés portugais et espagnols, ce qui prouve le caractère racial et culturel plutôt que national de la réaction), les “jeunes issus de l’immigration” ont entamé un processus de guerre civile, de colonisation intérieure violente qui s’inscrira probablement dans le psychisme et la mémoire culturelle des générations qui les suivront. “Faire la guerre aux Européens sur leur territoire” : tel est le mot d’ordre qui restera ancré dans l’inconscient collectif de cette population grossissante.
Les intellectuels sociaux-démocrates, ethnopluralistes, communautaristes, optimistes, christiano-islamophiles, de la droite des beaux quartiers et de la gauche-caviar m’accuseront comme d’habitude de “fantasmes” ou de “romantisme de la catastrophe”. Pourtant, je ne suis pas le seul à faire ce diagnostic. Malek Boutih, président de SOS Racisme, un intégrationniste convaincu qui voit avec lucidité ses propres dogmes s’effondrer, non seulement reconnaît la violence endémique de ses coreligionnaires, mais ne l’attribue plus au supposé “racisme d’exclusion” dont ils seraient victimes. Au rebours de la doctrine de l’association para-étatique qu’il préside. A mots couverts, il confiait au Figaro (02/07/1999) : « Aujourd’hui, la génération-ghetto est en train de prendre le pouvoir dans les quartiers. En région parisienne, je ne connais pas un quartier qui ne soit pas en guerre contre un autre. On assiste à des fusillades ou des vendettas de quartier à quartier. Elles renvoient à des luttes de territoire. Les médias ont parlé de trois ou quatre fusillades, mais d’après les témoignages que j’ai recueillis ces derniers temps dans les cités, il y en a eu beaucoup plus. Quand il n’y a pas de victime, on considère que l’incident est clos. [...] Indéniablement, les ghettos ethniques commencent à apparaître. C’est mon rôle de tirer le signal d’alarme et de dire attention, on n’est plus seulement dans les problèmes d’ascenseurs dégradés, de boîtes aux lettres arrachées et de murs tagués. L’ultra-violence s’installe d’un côté, la peur de l’autre ». On ne saurait mieux dire. Au fait qui sont du côté de l’ultraviolence et qui sont du côté de la peur ? Ce lapsus du président de SOS Racisme est un aveu.
Il est piquant de constater que SOS Racisme, créée au départ par le lobby immigrationniste pour défendre les Afro-maghrébins contre le supposé racisme des “franchouillards”, se donne maintenant comme objectif de contenir la violence raciste de ses protégés afro-maghrébins contre lesdits franchouillards ! Calcul électoral ? Sans doute pas. Naïveté républicaniste de la logique citoyenne, selon le mot-fétiche de Malek Boutih ? Possible. Malek est un brave type, un angélique sincère. C’est un assimilé, qui, avec l’ardeur du néophyte, croit aux vertus de la pédagogie rationnelle, de la “politique de la Ville”, à ses milliards de subventions inutiles, et aux dogmes de l’individualisme cosmopolite. Il ne sait pas, il n’ose pas imaginer, comme tous ses maîtres à penser, maîtres à mentir, que la citoyenneté se confond avec l’ethnicité et qu’il ne peut y avoir de citoyens qu’au sein d’un même peuple. Il veut à tout prix éviter la guerre civile, alors même qu’elle a commencé, comme Arnust, le héros de September’s Fall, le roman de l’Écossais Dick Carven, qui voulait en vain désamorcer la bombe qu’il avait lui-même fabriquée et posée. Mais on n’empêche pas un barrage qui craque de céder, aucun ingénieur ne le peut.
Malek, comme ses maîtres gaucho-républicanistes et post-trotskistes récoltent ce qu’ils ont semé. Et dans toute guerre civile, à l’inverse des guerres militaires inter-étatiques codifiées, il y a vraiment un vainqueur et un vaincu, pour les siècles. Je ne voudrais pas que Malek Boutih finisse comme les Harkis en Algérie.

CHAPITRE VI
L’IMMIGRATION DÉTRUIT L’ÉCOLE PUBLIQUE
Violences et insécurité endémiques, plongeon du niveau scolaire dans les écoles publiques des classes populaires, crises psychologiques du corps enseignant, échec de toutes les “réformes””. La liste est longue des symptômes de la déstabilisation de l’Éducation nationale, de plus en plus coûteuse et de plus en plus inefficace.
Confrontés à l’évidence, pouvoirs publics, lycéens protestataires, syndicats d’enseignants n’osent pas lever le voile du tabou. Ils ne peuvent avouer que la crise dramatique de l’enseignement secondaire et même primaire s’exprime par deux causes parfaitement liées et dont ceux qui s’en plaignent aujourd’hui sont responsables : une idéologie éducative délirante appliquée à partir de 1968 et surtout l’invasion des classes par une population scolaire allogène, principalement afro-maghrébine, en rupture ethnique et en révolte contre la société française.
Les partisans dogmatiques de l’éducation permissive et du pédagogisme, doctrine inspirée de L’Émile du pré-trotzkyste Jean-Jacques Rousseau, proviennent du même milieu idéologique que le parti immigrationniste. L’humanitarisme égalitaire aura, en deux générations, parachevé son oeuvre de destruction et surtout d’autodestruction.
Les deux causes ci-dessus évoquées se démultiplient mutuellement : des méthodes permissives appliquées à des populations à tendance délinquante qui ne comprennent, culturellement, que la force de l’autorité, voilà qui ne peut mener qu’à l’anarchie et au désastre.
L’Éducation nationale ressemble à ces pompiers qui veulent éteindre un feu de pétrole avec de l’eau – de l’eau de rose en l’occurrence.

LA LOGIQUE DU CHAOS
Cette idéologie désastreuse de l’éducation permissive d’“éveil” est encore plus accentuée en Allemagne qu’en France, où une réaction anti-autoritariste s’est manifestée dès les années cinquante par réaction de démarquage par rapport au régime national-socialiste et à l’Allemagne de l’est stalinienne.
Oui mais… L’Allemagne n’abrite pas, comme la France, des masses colonisatrices afro-maghrébines. L’immigration turque ne pose pas les mêmes problèmes, notamment quant à la violence et au comportement scolaire anarchique des intéressés.
Là encore, dans ce domaine de l’éducation publique, il n’y a pas de solutions dans le cadre de la société et de l’idéologie actuelles, contrairement aux souhaits des autoritaristes ou des permissifs, des assimilationnistes forcenés ou des communautaristes. Les solutions consistant à reconstituer 1’“école de Jules Ferry” – avec sa rigoureuse discipline et son civisme moral autoritaire – sont inapplicables : les jeunes immigrés y seraient parfaitement rétifs et le corps enseignant incapable de les mettre en oeuvre.
La droite et la gauche républicano-autoritaire se trompent complètement. Dans le cadre du système actuel, tout effort est vain. Il est trop tard, beaucoup trop tard. Il faut que le système périsse de lui-même, sous le poids de son mal. C’est seulement sur les décombres de l’ancien système qu’un nouvel ordre pourra s’édifier. Passé un certain seuil, un certain stade de décomposition, toute réforme est vaine.
* * *
La majorité des “problèmes” de l’Éducation nationale proviennent de ces deux causes : le laxisme pédagogique anti-autoritaire et antisélectif, et le kaléidoscope ethnique de la population scolaire. Personne ne l’avoue vraiment, sauf quelques journalistes qui désignent les vraies causes du bout des lèvres, comme Jean-Louis Turenne qui écrit (Le Figaro Magazine, 23/10/1999) : « Insécurité grandissante, niveau catastrophique, intégration en panne : à l’école, rien ne va plus. Les lycéens descendent dans la rue, les professeurs lancent des SOS. A l’évidence, un traitement de choc s’impose. [...] L’école française est malade. Les maux dont elle souffre sont connus. De tout le monde : parents, élèves, enseignants ou ministres. [...] Il faut lancer un SOS avant que l’Éducation nationale, qui est déjà un navire en perdition ne se transforme en radeau de la Méduse. » Pourtant, les manifestants, par dogmatisme idéologique n’osent évoquer ces vrais causes et se bornent à réclamer toujours plus de moyens financiers, alors que la France consacre à l’Éducation nationale la proportion la plus forte de son budget de tous les pays de l’OCDE. Comme si l’argent allait résoudre un problème sociologique et ethnique.
Turenne analyse : « Que réclament les manifestants ? Plus de locaux, plus de professeurs, des classes aux effectifs allégés et de meilleurs emplois du temps. Trop heureux d’échapper au vrai débat, le ministre de l’Éducation nationale ne leur dit pas non. [...] 4 milliards de francs débloqués. A problème quantitatif, solution quantitative. » Mais bien entendu, ces crédits ne résoudront rien. Il est également piquant de constater que, face à la violence à l’école, les tenants du laxisme social et de l’antiautoritarisme, confrontés aux faits qui démentent leurs dogmes, exigent maintenant davantage de surveillants, voire la protection de la police.

LA LOI DE LA JUNGLE
La violence à l’école a pris en France, depuis le début des années quatre-vingt-dix, des formes multiples, selon des proportions et des fréquences inconnues dans tous les autres pays de l’Union européenne et même aux États-Unis. Dans 30% des établissements, la transmission du savoir est devenue impossible. L’enseignant ne peut tout simplement pas faire cours. Voici les formes les plus fréquentes de la délinquance scolaire
1) Le rançonnage (mot français pour racket) des élèves les plus faibles, commis de fournir fric et fringues aux chefs de bandes.
2) Les rixes entre élèves organisés en clans, et les viols.
3) Les saccages et incendies de locaux.
4) Les menaces et agressions contre les enseignants. Ces derniers s’exposent à des représailles, des élèves comme de leurs parents, s’ils mettent des mauvaises notes ou font mine d’exercer un semblant d’autorité.
En 1998, dans les établissements d’enseignement public ou à leurs abords, on a déploré 10 morts, 25 élèves ou enseignantes violées, 253 blessés graves, 17 incendies sérieux et 2780 “rixes ou agressions”. La presse n’a jamais publié ces chiffres, que j’ai obtenus par des complicités auprès des services de la rue de Grenelle, sous l’anonymat évidemment. Les fonctionnaires ont ordre de ne pas diffuser les statistiques et de taire la vérité.
Autre chiffre intéressant, issu des mêmes sources : dans 88% des cas, les actes de violence et de délinquance sont le fait des jeunes Maghrébins ou Africains.
Curieusement, dans l’Afrique coloniale du début du siècle, de même que dans le Maghreb, les enseignants français ne rencontraient aucun problème de rébellion et de violence. La raison en était simple : ils étaient perçus à la fois comme des civilisateurs et des dominateurs. Ils étaient craints. Aujourd’hui, les jeunes immigrés se posent en revendicateurs, en vengeurs du sort de dominés de leurs parents et aïeux. N’affrontant plus aucune autorité sérieuse, ils retrouvent inconsciemment leur mentalité ancestrale. De colonisés et de civilisés de force sur leur propre sol jadis, ils s’affirment sur notre sol en colonisateurs et en décivilisateurs aujourd’hui. Classique retournement de l’histoire.

LA RACIALISATION DE L’ÉCOLE
L’échec de l’intégration républicaine est totale. Dans les collèges et lycées, les jeunes immigrés affirment avec violence leur différence, leur nationalisme, souvent leur islamisme et la haine de tout ce qui est Français ou Européen. En janvier 1999, Le Figaro publiait Le Journal de bord d’un prof de banlieue, un document à l’authenticité effrayante – qui fut mise en cause par de bons esprits. Le lycée de la région parisienne était décrit comme une véritable jungle ethnique, où tout enseignement était devenu impossible (les élèves font de la présence pour que les familles touchent les allocations), où le corps enseignant et les lycéens européens étaient terrorisés, où la violence et la criminalité étaient quotidiennes. Après s’être fait gravement agressé par un élève noir à qui il avait osé faire une remarque, il a brisé la loi du silence et publié un livre de témoignages concrets. (Nicolas Revol, Sale Prof !, Fixot).
Il écrit notamment : « La population est composée à 50% de Maghrébins, 20% d’Africains, 20% de Portugais, de Turcs et 10% de Français “de souche” auxquels on peut ajouter quelques Asiatiques disséminés ici et là ». Sa classe de terminale est « divisée en trois groupes les Maghrébins, les Africains et, en marge, les Blancs auxquels se sont joints les quelques Asiatiques. Face à moi, au fond de la classe, il y a le petit groupe d’Africains, à ma droite, les Maghrébins et à ma gauche, les autres ». Le rêve officiel du creuset multiracial ne fonctionne évidemment pas. Une séparation raciale – et hostile – s’instaure naturellement. L’auteur cite maints exemples des insultes qu’il recevait quotidiennement et notait ensuite scrupuleusement. Par exemple : « J’te jure sur l’Coran de La Mecque que j’nique ta mère la pute ! » ou : « J’te jure sur l’Coran de La Mecque que j’vais t faire une tête et que tu vas t’en mordre les doigts ! » ou bien : « C’est pas cool et ça s paye plus tard. Sur l’Coran de La Mecque, ça s paye ! », ou encore : « J’ai les nerfs graves, je vais vous casser. Vous n’êtes qu’un sale prof. On n’a pas peur de vous. C’est nous les plus forts ». Quand l’auteur du livre fut agressé par l’élève noir (cinq mois d’arrêt de travail), la direction de l’établissement ne l’a pas soutenu, mais enfoncé. C’était lui le salaud, le raciste, qui provoquait ses élèves en essayant de maintenir un semblant de discipline. On n’a pas digéré qu’il porte plainte contre son agresseur. Dans sa “notice de notation annuelle”, le proviseur a écrit cette remarque, digne d’être reproduite dans l’anthologie de la lâcheté : « Cette année, la situation personnelle de M. Revol ne lui a pas permis d’aborder avec sérénité sa relation avec ses élèves ».
Le creuset de l’École républicaine est aujourd’hui cassé pour une raison que les autorités taisent mais qu’elles connaissent : tant que le brassage était social, l’École publique remplissait son rôle d’intégration. C’est impossible dès lors que le brassage devient ethnique et racial, au delà d’un certain seuil.
Dans L’Instit et le Mammouth (Ed. Albin Michel), Antoine Charrère, professeur dans une ZEP (zone d’éducation prioritaire), raconte ses désillusions de républicain égalitaire et intégrationniste. Sur une classe de jeunes immigrés de trente élèves, un seul sait ce qu’est La Marseillaise. Il demande aux jeunes d’apprendre l’hymne national, comme jadis les instits dans les colonies. Les familles maghrébines se rebiffent. La soeur d’un élève le réprimande : « Pourquoi tu chantes ça ? C’est pas notre race ! » Les réactions de rejet sont bel et bien de nature ethnique. Les jeunes d’origine immigrée exigent des papiers français (par intérêt économique), mais ils restent Arabes ou Noirs dans leur tête et se montrent hostiles à tout ce qui est fondamentalement français ou européen. Paradoxalement, ils sont d’accord avec divers courants de la “droite” radicale pour penser le monde en termes ethniques ; et pour estimer que, consubstantiellement, un Arabe ou un Africain noir n’est ni Français ni Européen, et inversement. Ils se pensent comme colonisateurs étrangers, exactement comme les Pieds-Noirs en Algérie, mais évidemment sans apporter les bienfaits de ces derniers.
D’ailleurs, comment les Afro-maghrébins – pourtant de nationalité française – appellent-ils leurs condisciples blancs dans les collèges ? Les Céfrans, verlan de “Français” ; ou, encore plus intéressant, les Gaulois, appellation ethno-historique, qui traduit à leurs yeux la dévalorisation de la nationalité française (tout comme celle de la nationalité romaine après les édits de Caracalla) et le refus absolu de s’intégrer et de s’enraciner dans 1’“histoire de France” telle que la pense la République. Ils ont du bon sens. Ils parlent aussi de fromages blancs. Antoine Charrère conforte ce constat par maints exemples. Quand il explique la signification du drapeau tricolore, on lui lance agressivement : « Et le drapeau algérien ? » Une fille, à laquelle il demande ce que signifie que quelqu’un est “français”, lui répond : « Qu’il n’est pas de notre religion ».

DÉSINTÉGRATION SOCIALE ET USINE A CANCRES
Comme toutes les institutions, face à l’immigration de masse, le ministère de l’Éducation nationale perd les pédales. On pratique à la fois l’intégrationnisme assimilateur et le communautarisme. En espérant que ce dernier calmera les révoltes alors qu’il va les exacerber. C’est complètement contradictoire. Des conventions signées avec différents pays, les ELCO (Enseignement de langue et de culture d’origine), permettent dès le primaire d’apprendre la langue des parents immigrés, gratuitement, et d’être formé à leur culture étrangère. Au détriment des heures d’apprentissage du français. Les élèves deviennent schizophrènes, d’autant que, parallèlement, ils n’intègrent pas la langue ni la culture française. Autrement dit, le ministère les considère à la fois comme Français et étrangers. Ce grand écart est lourd de graves déchirures. Comme je l’ai indiqué plus haut, l’intégrationnisme comme le communautarisme sont deux impasses.
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L’école multiraciale et la difficulté de la transmission de savoir aux jeunes Afro-maghrébins est responsable d’une baisse dramatique du niveau de l’École publique, dont pâtissent aussi les jeunes Européens. La stupide idéologie anti-sélective du “diplôme pour tous” (80% de reçus au baccalauréat) n’empêche pas que le niveau actuel d’un bachelier peut être aujourd’hui inférieur à celui d’un élève de 6ème dans les années cinquante. Guy Morel et Daniel Tual-Loizeau, dans L’Horreur pédagogique (Ramsay), publient des copies du bac 1999, qui démontrent l’effondrement des connaissances en histoire, en français, en culture générale et même dans les disciplines mathématiques et scientifiques qui intéressent de moins en moins de “jeunes”. Même La Lettre de l’Éducation, supplément du Monde (05/04/1999), le reconnaissait : « A la rentrée, plus de 20% des élèves de sixième ne maîtrisaient pas les compétences de base en lecture, et 38% d’entre eux en calcul ». Dans l’armée, on constate que 10% des conscrits sont analphabètes, contre 3% au début des années soixante, avant l’appllication du pédagogisme anti-autoritaire et l’invasion immigrée des écoles.
Méprisant et occultant les faits, le journal Libération, fidèle au pseudo-optimisme de l’idéologie dominante, nie cette prétendue baisse de niveau de l’école publique. Son argument est qu’il n’y a de baisse de niveau que dans les matières littéraires et historiques, prétendues “archaïques”, encombrantes et inutiles dans l’économie moderne. Or, cette analyse est erronée car même dans les matières techno-scientifiques et économiques, la baisse de niveau se fait ressentir. D’une manière générale, l’aptitude au savoir et à la création, au dynamisme, décline dans la jeune génération.
Une génération barbare se prépare, dont les jeux vidéos violents, les modes vestimentaires guignolesques, la drogue et l’économie criminelle forment l’horizon culturel. L’islam comme l’américanisme à gaz pauvre s’engouffrent dans la brèche de ce néo-primitivisme, la main dans la main.
Un cercle infernal risque ainsi de s’enclencher : le marché du travail et, globalement, les “offreurs d’emplois” trouveront de moins en moins dans des jeunes générations aux effectifs réduits (crise démographique oblige) un nombre suffisant de talents, de compétences, de connaissances et d’aptitudes au travail, à l’innovation, à la prise de risques. Ce phénomène sera aggravé par l’impressionnante fuite des cerveaux des jeunes gens doués vers les pays anglo-saxons. Nous risquons donc d’entrer dans un cycle socio-économique, culturel et technique de “décompétence”. Et dans le même temps, conformément aux voeux trotskistes, la mémoire historique et culturelle s’étiole, ce qui est le facteur le plus efficace pour faire. mourir l’arbre générationnel vivant que constituent toute nation et tout peuple, en privant ses racines de nourriture.
Mais ne soyons pas excessivement pessimistes : la mémoire, l’identité et la volonté d’un peuple peuvent retrouver parfois des rejaillissements inattendus si une minorité rebelle maintient la flamme et procède, les temps venus, à un nouvel embrasement.
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Un autre résultat de cette conjonction du laxisme pédagogique et de l’invasion immigrée est évidemment la discrimination et l’instauration d’une école à deux vitesses, exactement comme aux États-Unis. Comme toujours l’égalitarisme forcené débouche sur l’inégalité et l’affrontement social, et maintenant socio-ethnique. D’un côté, la bourgeoisie aisée qui peut payer à ses rejetons une école privée de qualité ; et les jeunes vivant dans des zones encore mono-ethniques européennes où des établissements publics maintiennent toujours un enseignement efficace. De l’autre, le magma scolaire métissé des banlieues, des grandes villes, et maintenant des gros bourgs de province où la transmission du savoir et de la culture s’effondre comme un pont vermoulu.
Il m’a été rapporté un fait intéressant, qui prouve bien que l’école pluriethnique nuit gravement à la qualité de l’enseignement. Dans plusieurs villages et petites villes du Gard et des Bouches-du-Rhône, pour “lutter contre les ghettos” de la conurbation marseillaise, on a saupoudré des familles africaines et maghrébines. Dix ans plus tard, dès l’école primaire, les problèmes commencent. Larcins, petite délinquance, insubordination scolaire perturbent l’enseignement. Et immédiatement le niveau baisse.
Un contre-exemple : dans certaine régions, comme le Périgord vert (Dordogne), la Saintonge et l’Aunis (Charente-Maritime), le Pays-de-Léon (Finistère), la qualité de l’école primaire publique est toujours la même qu’au début du siècle. Quand on se penche sur les fameuses photos de classe et qu’on examine les compositions ethniques desdites classes, on commence à comprendre. A l’échelle de la France entière, la baisse de niveau est exactement proportionnelle au caractère multi-ethnique des classes. J’attends le statisticien qui me démontrera le contraire et qui apportera une explication intellectualiste et politiquement correcte à cet étrange phénomène.
A Paris, j’ai réalisé une enquête sur le Lycée Jean-Baptiste Say (XVe arrondissement) où la proportion d’élèves maghrébins est de 15% et celle, globale, de jeunes issus de l’immigration de 20%. Anonymement, voici la réaction d’un professeur : « Nous n’avons pas encore de problèmes. Les programmes sont respectés. Les élèves suivent correctement les cours, la violence est inexistante. Mais nous avons atteint le seuil maximum d’étrangers. Au delà, les difficultés vont commencer. Plusieurs choses sont à retenir : la relative harmonie scolaire s’explique parce que dans cette partie de Paris les loyers sont très élevés et les jeunes issus de l’immigration proviennent de familles qui ont réussi économiquement et qui aspirent à une ascension sociale. C’est la petite bourgeoisie immigrée. Chez les Maghrébins, je remarque aussi que les filles sont beaucoup plus performantes que les garçons. mais je sens monter les tensions : les élèves se regroupent par origines ethniques. La première de ma classe est une jeune Tunisienne, enfin d’origine, parce qu’elle est de nationalité française. Elle prend tout de manière très ironique. Mais elle se dit d’abord “Arabe” et “musulmane”. Elle prend, mais elle ne donne rien. Son appartenance à la France n’a pas pour elle de signification profonde. Je crains pour l’avenir. Les tensions montent ».
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Je ne veux pas dire que les enfants d’immigrés d’outre-mer sont consubstantiellement des sous-doués et des perturbateurs. Mais, simplement, qu’il est impossible de transmettre un savoir et des valeurs communes à une population scolaire hétéroclite, venant d’horizons différents. Une éducation n’a de sens que si elle comporte une perspective historique, enracinée dans une histoire et orientée vers le destin d’un peuple. Une éducation n’est pensable que si elle s’adresse à des êtres humains réels, pourvus d’une identité homogène, et non à des “enfants de nulle part”, selon l’expression d’Erik Saint-Jall (in La Compagnie de la Grande Ourse).
Le drame actuel de l’Éducation nationale est emblématique : il prouve que la transmission d’une culture n’est possible que sur un socle ethnique relativement homogène. L’aveuglement de l’idéologie républicaine égalitaire est totale. Le mythe du “nos ancêtres les Gaulois” était ridicule, mais fonctionnel dans l’Afrique coloniale soumise du XIXe siècle ; il devient irréalisable quand les Africains arrivent en masse chez nous. Les faits sont là. L’éducation publique, la transmission des savoirs et de la culture, tel est l’axe de toute civilisation. Or, dans ce domaine, les solutions assimililationnistes (“nous sommes tous Français, n’est-ce pas ?”) comme les solutions communautaristes ou ethnopluralistes (“chacun son enseignement”) sont irréalisables. Et actuellement, l’État devenu Ubu-roi, prétend les appliquer toutes deux à la fois ! L’humanité est divisée en peuples, on n’y peut rien. Cette notion est intériorisée dans les groupes ethniques depuis la nuit des temps, comme l’est celle d’espace territorial hermétique. Aucune “éducation” ne pourra abolir ce réflexe éthologique, même si elle se fonde sur le mythe de la “mondialisation”, qui n’est que la resucée des thèmes internationalistes d’autrefois.
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Les responsables politiques de l’Éducation nationale, ministres ou secrétaires d’État s’emploient, depuis plus de vingt ans, sous des propos lénifiants à minimiser le désastre. Leur langue de bois, leurs propos rassurants, comme ceux de Mme Ségolène Royal (ministre déléguée chargée de l’Enseignement scolaire – rien que le titre officiel “Enseignement scolaire” relève du chaos linguistique), leurs mesures brouillonnes et illisibles n’empêcheront pas le navire de sombrer. Mais leurs enfants fréquentent les bonnes écoles, celles, publiques ou privées où les immigrés se comptent sur les doigts d’une seule main. Leur comportement dévalorise leurs discours. Il n’est même pas nécessaire d’y répondre.

DES SOLUTIONS FARFELUES ET DISCRIMINATOIRES
Devant l’ampleur des problèmes que pose l’immigration dans l’enseignement, les pouvoirs publics perdent les pédales. Ils ne savent quelle solution inventer. C’est normal puisque les dogmes ambiants interdisent de désigner les vraies causes de l’échec.
En effet, la question de la capacité des intéressés à réussir scolairement et professionnellement doit se poser, bien que personne n’ose s’aventurer sur ce terrain miné. Le psychanalyste américain Samuel Rosenzweig écrivait : « Un individu qui est personnellement incapable d’intégrer un système, quel qu’il soit – école, entreprise, travail à accomplir, séduction à opérer envers une personne, etc. – se révolte contre ce système, le déclare ennemi et obstacle injuste, et son amour, son envie, se transforme en haine et en désir de destruction. » (Roots of Failure, C.U.P. Associates, 1976, p. 211).
Rosenzweig avait étudié la situation des jeunes Noirs de Los Angeles et remarqué, comme chez beaucoup d’Antillais, un complexe d’infériorité envers la “civilisation blanche” qui se retournait en hostilité de ressentiment. La jalousie impuissante se transforme en haine agissante. Les Américains dans les années soixante s’étaient avisés que la cause de l’échec scolaire des noirs était la discrimination et le ghetto scolaire. Ils avaient donc imposé l’école multiraciale (busing). Échec total, évidemment.
Même chose en France : l’alarmiste rapport Dubet sur le Collège (en réalité sur les collèges et lycées multiraciaux) remis en mai 1999 à Ségolène Royal confirme ce fait du refus d’une grande proportion de jeunes immigrés (il ne parle que de “jeunes”, évidemment) à se laisser instruire par des enseignants d’origine européenne, à accepter une discipline (pourtant déficiente) provenant d’une Éducation nationale considérée comme l’émanation d’un État étranger et ennemi. Monique Vueillat, secrétaire générale de la FSU déclarait : « les enseignants ont beaucoup inventé, beaucoup donné, ils sont aujourd’hui au bord de la rupture ». En réalité, ils récoltent ce qu’ils ont semé.
La même Mme Vueillat préconise d’« introduire la diversité en conservant l’égalité républicaine ». Belle langue de bois. Autrement dit multiplier les cours de rattrapage et inventer des filières spéciales pour les enfants d’immigrés afro-maghrébins, filières hyper-aisées évidemment selon la logique de la “discrimination positive”. Conserver la “diversité” et 1’“égalité”, c’est-à-dire résoudre la quadrature du cercle. Face à ses échecs, l’idéologie dominante se mord la queue. Elle n’a jamais pu expliquer pourquoi le taux d’analphabétisme est quatre fois plus important chez les Afro-maghrébins que chez les autres, même entre classes sociales équivalentes.
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Pourquoi n’y a-t-il pas d’immigrés dans les Grandes Écoles ? Cette question taraude les pédagogues bien-pensants.
Un tabou tenace veut qu’il est scandaleux que la proportion d’immigrés parmi les polytechniciens, les énarques, les ingénieurs de haut rang, les pilotes de chasse, les chercheurs qualifiés soit infime, voire inexistante parmi les enfants de l’immigration afro-maghrébine. Et que ce fait proviendrait évidemment d’une discrimination volontaire. Pourtant, les jeunes Afro-maghrébins sont beaucoup plus assistés que ne l’étaient les enfants de la classe ouvrière française du début du siècle ou que les enfants d’immigrants espagnols, italiens et portugais. Dont beaucoup ont bénéficié de la même ascension sociale que les fils de bourgeois français. Or, la “circulation des élites”, dont parlait Pareto, ne fonctionne pas chez les Afro-Maghrébins, alors qu’elle a fonctionné pour le prolétariat européen.
Roger Fouroux, président du Haut-Conseil à l’intégration, héraut des dogmes égalitaires républicains, déplorait que « notre système scolaire est fait de telle sorte qu’une enfant d’immigré n’a quasiment aucune chance d’entrer à l’ENA ». Et de proposer des mesures farfelues (en outre antirépublicaines et inégalitaires, selon le principe de la “discrimination positive”) pour organiser un favoritisme en faveur des immigrés dans le but de les faire accéder par la petite porte aux grandes écoles. Fouroux ne s’est jamais posé certaines questions simples : n’est-il pas lui-même raciste sans le savoir, et n’est-ce pas humiliant pour un fils immigré de bénéficier de coups de pouce artificiels, de quotas, de trucages, pour pénétrer dans une filière où il n’est pas capable d’accéder par lui-même ? Et si les enfants d’immigrés n’étaient pas du tout intéressés par l’ENA et les grandes écoles françaises ? (On va donc les y faire entrer de force ?). M. Fouroux ne connaît absolument pas, comme ses pairs, la réalité sociale, culturelle, ethnique, anthropologique des populations de jeunes immigrés. Il vit dans les beaux quartiers et, les immigrés, il ne les voit, comme tous ses pairs, qu’à la télé, de préférence sur les chaînes aseptisées du service public.

CHAPITRE VII
LA NOUVELLE QUESTION RACIALE ET ETHNIQUE
« Une réalité refoulée s’instaure d’abord en tabou puis en évidence irrépressible, en tentation insurmontable, avant d’exploser en défoulement. »
Sigmund Freud

PSYCHANALYSE D’UN SECRET DE FAMILLE
A la fin du XXe siècle, deux mots-bombes explosent : race et sexe. Deux aimants, deux tabous. L’antiraciste est obsédé par la race comme le curé puritain était obsédé par le sexe. Aujourd’hui, le sexe est d’autant plus montré, représenté en une sorte de gigantesque parade industrielle que la race est voilée, dissimulée. Mais en réalité cette dissimulation cache une présence obsessionnelle du concept.
L’antiracisme est devenu, non seulement un dogme méta-religieux, ruais une forme perverse ou inconsciente de racisme, en tout cas le signe d’une obsession raciale. Mais qu’est-ce au fond que le “racisme” ? Nul ne sait très bien le définir. Comme tout péché, comme tout vocable piégé par une charge affective énorme, le mot même perd toute signification. On le confond souvent avec la xénophobie et l’on parle, par exemple, du “racisme” mutuel des Serbes, des Croates et des Albanais, alors qu’il s’agit de conflits nationaux et religieux et non raciaux. On parle aussi de “racisme anti-homos”.
Des positions intéressantes sont celles de Claude Lévi-Strauss dans son opuscule Race et Histoire et du Zoulou Kredi Mutwa auteur du fameux essai My People, qui fut la plus pertinente critique de l’apartheid sud-africain comme du modèle de la société multiraciale. Mais ce fut également l’opinion de Léopold Sedar Senghor, qui théorisa les notions de “civilisations négro-africaine et albo-européenne”. Ces opinions seraient aujourd’hui classées comme gravement incorrectes.
Leurs thèses se rejoignent Elles tiennent en plusieurs points : 1) La diversité biologique des grandes familles de population humaine est un fait incontournable ; cette diversité est une richesse, elle est le socle de civilisations différentes. 2) Nier le fait racial est un travers intellectuel très dangereux, car il revient à nier un des fondements majeurs de l’anthropologie et il instaure le concept de “race” en véritable tabou, en paradigme magique, alors qu’il s’agit d’une réalité banale. 3) L’antiracisme obses-sionnel amène au racisme comme le puritanisme à l’obsession sexuelle ; une société multiraciale est nécessairement multiraciale. On ne peut faire cohabiter sur le même territoire et au sein de la même aire de civilisation que des populations biologiquement apparentées, avec une différence ethnique minimale.
Globalement, les thèses de Lévi-Strauss, de Kredi Mutwa et de Léopold Senghor concluent que l’humanité n’est pas une mobylette et qu’elle ne marche pas au mélange.
* * *
Le fait suivant se remarque : l’idéologie officielle nie le concept de race tout en l’imposant, le reconnaissant et le. fortifiant partout.
La société française ne reconnaît pas le fait racial mais elle s’impose à elle, d’abord proclamée par les immigrés eux-mêmes. Dans les banlieues et les cités, les 136
Français de souche sont fréquemment qualifiés de fromages blancs et, fait plus révélateur encore, de Gaulois.
Les races sont censées ne pas exister et ne recouvrir aucune réalité mais jamais elles n’auront été aussi présentes comme question sociale majeure. Il est bien évident que les “races pures” n’existent pas et que ce concept n’a pas de sens biologique, puisque toute population hérite d’un phylum génétique très divers. Mais il n’en demeure pas moins que le “fait racial” existe, ainsi que les races. Même une population métisse, même un sang-mêlé héritent du fait racial. On a même pu dire qu’en Amérique du Sud et aux Antilles, les brassages génétiques avaient créé de nouvelles races. Les antiracistes, qui nient la réalité du concept de race, sont pourtant favorables au “métissage” ; ils militent pour le “mélange des races”, dont ils nient pourtant la réalité. Ils entendent donc mélanger ce qui n’existe pas ?
De manière parfaitement dogmatique, on s’efforce de démontrer “scien-tifiquement” que les races n’existent pas et donc que la modification du substrat biologique de la France n’aura aucune influence, voire des influences bénéfiques. C’est la thèse environnementaliste du “tout culturel”, à laquelle ses propagateurs ne croient même pas sérieusement.
D’un côté, l’idéologie officielle nie l’existence de races humaines, ne retenant que des différences chromosomiques individuelles, comment le soutiennent Albert Jacquard, Yves Coppens ou Hervé Le Bras, mais, de l’autre, la loi interdit les discriminations « au nom de l’appartenance ou de la non-appartenance à une race, une ethnie ou une religion ». Il faut savoir : elles existent ou elles n’existent pas, les races ?
En simple logique aristotélicienne ou leibnizienne, on est dans l’absurde : on réprime celui qui commet un délit à propos d’un objet juridique censé par ailleurs ne pas exister en droit ni en fait. D’un côté, on proclame l’inanité des distinctions raciales, de l’autre on met en place des, politiques communautaristes de quotas et de favoritisme racial. D’un côté on punit pour “discriminations raciales” (à sens unique d’ailleurs), de ; l’autre on nie les “différences raciales”. Bref, pour l’idéologie officielle, la notion de race s’apparente à une sorte de daïmon métaphysique, de refoulement obsessionnel (tout comme le sexe chez les puritains), qui tout à la fois existe sans exister, et, en réalité « s’impose comme évidence et comme présence si puissante et si lourde que le refoulement s’impose pour éviter la tentation et la submersion », pour reprendre une formule de Freud concernant le complexe oedipien.
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L’islam comme le christianisme n’attache officiellement aucune importance à la notion de race. Elle n’apparaît pas de manière explicite, mais néanmoins elle resurgit de façon implicite. En islam par exemple, les croyants noirs africains sont partout infériorisés, y compris dans les grands pèlerinages. En Israël, malgré la très grande force de cohésion ethnosociale que devrait représenter l’appartenance au judaïsme, qui plus est dans un État en proie à un conflit endémique avec les Arabes musulmans, les dissensions raciales entre citoyens d’origine différente ne cessent de s’aggraver.
Comme en toute matière, le dogme de la négation absolue est aussi ridicule que celui de l’affirmation absolue. Comme toute réalité anthropologique et, plus généralement naturelle, le fait racial n’est pas un “fait absolu”, mais c’est un fait. Sa négation actuelle par l’idéologie dominante constitue le signe et la preuve (presque psychanalytiques) que la question raciale est devenue fatidique. Toute civilisation malade tend à censurer la réalité de son mal et à en faire un tabou. On ne parle pas de corde dans la maison d’un pendu.
Une idéologie hégémonique procède par un travail de silence, qui vise à dissimuler, sans jamais y parvenir, l’existence du secret de famille.
Le sociologue noir sud-africain, d’ethnie zouloue, Kredi Mutwa, écrivait dans son livre My People (Penguin Books, Londres, 1977, p. 246) « Nier les différences fondamentales entre les Noirs et les Blancs, ces deux grandes familles raciales de l’humanité, revient à nier tout simplement la vie. C’est aussi stupide que de décréter que la masculinité et la féminité n’existent pas. Il s’agit là d’un manque de bon sens inhérent à l’esprit occidental. D’ailleurs, l’homme noir semble beaucoup plus attaché que l’homme blanc à la personnalité raciale, et naturellement réticent à envisager l’utopie d’un “homme universel” ».
Dans la même veine, Léonine N’Diaye, (Le Soleil, Dakar, 02/12/1987) : « Même s’il existe des différences entre les peuples des nations blanches – entre les hispaniques et les nordiques par exemple – et entre les ethnies tribales africaines, un fait demeure : globalement l’humanité est divisée en grandes familles dont la personnalité est à la fois culturelle et biologique ».
Chez les Africains comme chez les Asiatiques, la naturalité du fait racial ne pose pas de problème. Elle est tranquillement revendiquée. La négation psychotique du fait racial en Europe s’appuie sur l’espérance qu’en le dissimulant on va se laver d’une sorte de péché originel (le racisme) et créer en même temps une société idyllique, “où tous les gars du monde vont se donner la main”. Un vrai rêve extraterrestre.
Dans la démonologie contemporaine, le “raciste” a remplacé le bourgeois ou le patron exploiteur de l’imagerie marxiste comme figure du “salaud”. De même, la société sans races s’est substituée au rêve eschatologique de la société sans classes ; la lutte antiraciste a remplacé la “juste lutte de classes” ; la figure de l’immigré, de préférence clandestin, a pris la place de celle de l’ouvrier ou du paysan exploité, ou celle du lumpenprolétariat, comme emblème du martyr, mais en même temps du sauveur. Les apologies délirantes de 1a bourgeoisie de gauche actuelle en faveur des immigrés ressemblent de manière frappante à celles qu’elle faisait de l’ouvrier jusque dans les années soixante-dix.
D’ailleurs, les plus ardents immigrationnistes sont d’anciens marxistes trotskistes ou d’anciens “curés rouges”. On a assisté à une substitution politique : le raisonnement marxiste (une classe opprimée va se libérer de ses chaînes puis rayonner sur la société en l’émancipant) s’est déplacé du champ social au champ racial. On assiste donc bien à une racialisation du discours politique dominant, selon la prédiction faite par Bertrand de Jouvenel dans les années cinquante : « la question raciale va devenir la question centrale ».
* * *
Au cours du recensement de population de 1999, l’INSEE a tout fait pour en exclure les immigrés. Les Français ne doivent pas savoir les vrais chiffres. Il était hors de question dans le formulaire de poser des questions sur l’origine ethnique et la religion. On s’est contenté d’une “enquête associée”, portant sur l’origine des parents, en sondant seulement une personne sur cent et par département. Max Clos note dans Le Figaro (05/03/1999) : « Un sociologue a expliqué qu’attirer l’attention sur les caractères ethniques ou religieux d’une cité risquerait de provoquer des réactions racistes. Les gens seraient tentés de faire l’amalgame entre population d’origine maghrébine ou africaine et l’insécurité ». Quel aveu ! Comme si “les gens” ne se rendaient pas compte par eux-mêmes de la réalité en descendant dans la rue… Encore un bel exemple de mépris du peuple et de négligence du pouvoir envers cette sainte “transparence démocratique”.
Pour que le malade ne connaisse pas sa fièvre, on casse le thermomètre. Puisque le pouvoir nie que l’immigration soit un cataclysme social et s’apparente à une colonisation de peuplement, il fait comme si l’immigration n’existait pas. Cette machination serait incompréhensible dans les pays anglo-saxons, où n’existe pas un tel tabou ethnique et où tous les recensements précisent soigneusement l’origine nationale et raciale, ainsi que l’appartenance religieuse des individus.
Michèle Tribalat, directrice de recherches à l’Institut national d’études démographiques, qui protestait contre cette censure, s’est vue accusée de “dérive extrémiste” parce qu’elle pensait qu’il était nécessaire de connaître le nombre approximatif de Maghrébins et d’Africains en France. Elle expliquait naïvement, elle qui n’a rien d’une crypto-fasciste : « pourtant, c’est le seul moyen de pouvoir appréhender les ghettos dans certains quartiers, de pouvoir étudier les éventuelles discriminations à l’embauche ou ailleurs ». Bref, cette belle-âme antiraciste, pétrie de bons sentiments, se fait implicitement traiter de raciste par ses amis, parce qu’elle veut “savoir”…
Hervé Le Bras, démographe proche de Claude Allègre, a accusé FINED de “dérive droitière”, alors que l’Institut est de notoriété publique composé de chercheurs de gauche. Il a dénoncé « un risque de discrimination dans le recensement si l’on tient compte des origines ethniques ». Depuis dix ans, il faut dire que le travail idéologique d’Hervé Le Bras, militant immigrationniste notoire, consiste à minimiser le poids de la présence afro-maghrébine en France comme les chiffres de la dénatalité européenne, et de vilipender, avec l’ardeur d’un Grand Inquisiteur, ses collègues démographes qui osent publier les vrais chiffres. En 1992, Michèle Tribalat s’était attirée les foudres des lobbies politiquement corrects en interrogeant les mineurs des cités sur leurs parents pour en connaître les origines. Mais il n’est pas bien-fondé ni opportun de s’intéresser à la composition exacte de la population. Michel Jacod, chef du département démographie à l’INSEE reconnaît : « C’est un phénomène culturel en France : les sujets ethniques sont assez délicats. Alors qu’aux États-Unis, on demande carrément aux gens la couleur de leur peau. De même qu’on ne peut pas poser chez nous de questions telles que “Etes-vous débile léger ?” ou “Etes-vous handicapé ?”. On préférera demander “Pouvez-vous monter un escalier ?” » (Le Figaro, 08/05/1999).
En psychanalyse, on ne dissimule et on ne refoule que ce qui est vraiment capital.
Encore plus significatif : lors du recensement, l’État a eu peur que les recenseurs se fassent molester dans les “cités interdites”, les “cités de non-droit” que sont devenues les banlieues ethniques, et agresser comme le sont les huissiers, les agents du fisc, les policiers. Aussi l’INSEE a officiellement demandé à des « recenseurs représentatifs des populations qui vivent dans ces quartiers » de faire le travail. Admirez l’euphémisme autrement dit, à des Maghrébins et à des Noirs, mais surtout pas à des Blancs, suspects auprès d’une population « qui fait souvent preuve de méfiance vis-à-vis des institutions ». Belle contradiction : d’un côté, l’INSEE nie le fait ethnique et racial en refusant de le prendre en compte dans ses questionnaires de recensement, mais de l’autre il en reconnaît la portée majeure en recrutant dans les banlieues notoirement afro-maghrébines des recenseurs d’origine immigrée. L’INSEE craint malheureusement aussi le risque d’« éventuels copinages » entre les recenseurs et leurs coreligionnaires : afin de minimiser le chiffre de la population et de dissimuler les clandestins. Olivier Leguillon, responsable du recensement, avoue : « on peut imaginer qu’il y aura moins de retour là qu’ailleurs. On sait que dans les cités bon nombre de logements sont sur-occupés par rapport aux déclarations déposées lors de la location des appartements. En outre des clandestins se cachent au sein de certaines familles. Sans doute rien de tel n’apparaîtra ».
La morale de la fable est claire. Tout d’abord les pouvoirs publics, autant par psychose antiraciste et tabou ethnique que pour masquer l’échec de leur politique migratoire, ont la volonté arrêtée de dissimuler les chiffres de l’immigration. Mais dans le même temps, en proie à la contradiction inhérente à toute idéologie hors du réel, comme le démontrent les contorsions de l’INSEE pour pouvoir recenser dans les “cités interdites”, ils reconnaissent le caractère ethnique de la colonisation de peuplement. Ils reconnaissent aussi implicitement que ces populations, et notamment les clandestins évidemment, refusent de se laisser recenser et repérer. Bref, les immigrés colonisateurs comme les pouvoirs publics collaborateurs entendent masquer auprès de l’opinion l’ampleur de l’invasion. Car, à une époque ;médiatique, où les gens croient moins ce qu’ils voient que ce que les bonimenteurs des médias leur inculquent, des statistiques officielles risqueraient d’effrayer davantage que la réalité sociale vécue. Mais un jour, le vécu pourrait bien rattraper les bobards.
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Nous avons tendance à percevoir l’espèce humaine comme une espèce “à part”, qui échapperait aux lois de la nature. Et notamment aux principes de la subdivision bio-génétique. Comme si 1’“homme” était un bloc divin, épargné par les inégalités et les différences. Comme si nous avions honte de participer au monde vivant et à l’unité du cosmos, source de la diversité infinie des formes.
L’anthropologie contemporaine refuse également de reconnaître les très sérieux témoignages concernant les Almastys, repérés en Caucase et en Asie centrale, ces êtres mi-humains, mi-simiesques qui seraient tout simplement des résidus des Néandertaliens. Cette réticence est de même nature que celle des sectes protestantes envers l’évolutionnisme. L’“Homme” serait une espèce providentielle, unique, venue de nulle part.
Les racines de cet anthropocentrisme, de cette croyance dans 1’“unité biologique du genre humain”, de cette négation dramatique de la diversité raciale de l’humanité, proviennent des grandes doctrines et religions monothéistes. L’Homme est divinisé comme Fils de Dieu, donc, il n’est plus divisible. Il est radicalement coupé du règne animal et végétal, de la Nature. L’Humanité devient une catégorie transcendante. Elle n’obéit pas aux mêmes lois de diversité, d’inégalité et de tragédie que le reste du vivant.
Ces dogmes ont été pulvérisés par toute la médecine et la génétique contemporaine : oui, l’homme appartient bien au règne de la vie des autres espèces, il n’y échappe pas.

TRIBALISATION ET RACIALISATION DE LA SOCIÉTÉ : VERS L’APARTHEID ?
La tribalisation et la racialisation de la société française sont donc en cours. Au nom de l’antiracisme, évidemment. L’idéologie égalitaire ressemble au serpent qui se mord la queue : on commence aujourd’hui à envisager des mesures de “discrimination positive” et de quotas professionnels en faveur des divers groupes raciaux, notamment africains et maghrébins. Ce qui revient à tout simplement nier le principe d’indivi-dualisme égalitaire affiché par ailleurs ; mais aussi à renier, comme nous l’avons vu plus haut, un des fondements mêmes de l’antiracisme, celui selon lequel les races n’existeraient pas et qu’il n’y aurait que des différences individuelles. D’ailleurs les mentalités commerciales et publicitaires ne s’y trompent pas : par un pragmatisme de rentabilité, elles pratiquent maintenant le marketing ethnique. L’antiracisme est bel et bien le terreau du racisme. Le 23 septembre 1999, le collectif Égalités, mené par Calixte Beyala, appelait « la communauté noire de France à boycotter TFI, ses annonceurs, ainsi que les produits commercialisés par le groupe Bouygues ». L’opération s’intitulait Écran noir sur la Une. Calixte Beyala, au cours d’une réunion publique et d’une conférence de presse rythmée au son de tam-tams africains, organisée par le collectif et 200 associations africaines et antillaises, expliquait le but de ce chantage : « TFI est la première chaîne française et doit montrer l’exemple. Dans la rue, sur les stades, à l’école, la population est multiraciale ; il faut qu’elle le soit également sur le petit écran ».
Déjà, en juillet 1999, le même collectif avait déposé une plainte contre X auprès du procureur de la République de Paris pour « discrimination » et « atteinte à la liberté individuelle » sous prétexte qu’il n’y avait pas assez d’animateurs et de présentateurs noirs à la télévision ! Au nom de la liberté et de l’égalité, on exige, suprême paradoxe, d’opérer l’embauche forcée et le favoritisme professionnel envers les Afro-maghrébins… A quand des quotas de Chinois, de juifs, d’Indiens, de musulmans, de catholiques, etc. ? Et pourquoi se limiter à la télévision ? Pourquoi pas dans les concours administratifs et dans les entreprises ?
Le mérite cesse d’être individuel et devient racial. Tout cela parce qu’on suppose que TFI et d’autres pratiquent une discrimination raciste en refusant d’embaucher des Noirs. Un député PS s’était également étonné qu’il n’y eut pas de Noirs à l’ENA et dans les grandes écoles. On voit mal où est la discrimination puisque ces concours sont anonymes et les copies corrigées en aveugle. S’il n’y a pas de présentateurs vedettes noirs ou de polytechniciens noirs, la cause n’en est nullement une discrimination raciale. Et tout le monde le sait bien.
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Le collectif Égalités raisonne de manière totalement raciste. Il fait tout d’abord valoir de son propre aveu qu’il y a sept millions de Noirs en France et que, donc « cette communauté a le droit comme les autres communautés de pouvoir s’identifier, de se faire reconnaître au travers des médias » compte tenu « des droits qu’elle paie au travers de la redevance audiovisuelle ». Ce collectif communautariste et raciste a déjà obtenu du CSA une modification du cahier des charges de France 2 et France 3 en faveur de quotas de Noirs et de leur embauche préférentielle !
On voit ainsi, ce qui était prévisible, que les autorités républicaines ne croient plus du tout à leur sainte notion d’intégration et d’assimilation. Elles sont bien obligées d’abandonner concrètement leur utopie et de reconnaître la prévalence du fait ethnique, d’avaliser la racialisation de la société. Mais, comme je le montre par ailleurs, cette carte communautariste ne fonctionnera pas non plus. Nous sommes en face d’une double impasse. L’impasse communautariste et l’impasse intégrationniste.
Une société dans laquelle l’organisation sociale commence à se fonder sur le communautarisme racial, sa logique de quotas, de privilèges, de préférences et de discrimination sous couvert de justice et d’égalité, n’est pas viable à long terme. C’est en fait l’apartheid que prône sans le dire ou sans le savoir le collectif Égalités. Il ne défend nullement l’idée d’égalité mais s’impose tout simplement comme un lobby ethnique.
Même l’idée, si chère à la gauche naïve, de métissage, est ici mise à mal. Puisqu’on ne prône plus la fusion, le mélange, sur le modèle du melting-pot, mais une organisation politique et sociale fondée sur des proportions raciales.
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On ne prend jamais garde au langage quotidien. Mais il reflète assez bien l’état des mentalités. Les néologismes (pseudo) verlans Beur et Rebeu, traduction d’“Arabes”, comme celui de Keubla (“Black”), comme ceux qui désignent les Français de souche, ont tous des connotations spontanément raciales et ethniques, de même que les injures (“putain de ta race”) ou les tags qu’aucun sociologue ne se risque à interpréter. Il est vrai que la grande caractéristique de la sociologie française, c’est le va-et-vient entre la bibliothèque, le plateau de télé et les brasseries de Saint-Germain.
Dans les quartiers jamaïcains et antillais de Londres, un slogan fleurit très souvent : « Whites out ! » (“Blancs dehors !”). A Paris, dans le métro, comme dans les toilettes des endroits publics, les injures racistes – dans tous les sens – constituent 50% des inscriptions sauvages, le reste étant des défoulements sexuels. Dans le midi, en décembre 1999, les façades des permanences d’un parti politique ont été ornées d’un vengeur : « Les Arabes enculent la France ».
Les exemples sont innombrables. La “persuasion par l’éducation” n’y pourra rien. Le seul ennemi efficace du racisme – cette passion qui fait perdre beaucoup de temps à l’humanité – ce n’est pas l’antiracisme institutionnel, mais le refus de toute civilisation multiraciale. Quod erat demonstrandum.

LE MÉTISSAGE, VALEUR SUPRÊME
Dans tous les médias, l’imposture et le sophisme sont généralisés. On feint de croire que ce qui nous arrive aujourd’hui n’a rien d’exceptionnel et que la France a toujours été un pays de brassage ethnique. Sauf que, à de rares exceptions près, depuis le haut Moyen-Age, il s’agissait toujours de populations anthropologiquement et culturellement européennes.
Depuis les années soixante, nous subissons l’arrivée massive de population ethno-biologiquement allogènes en provenance d’Afrique et d’Asie. Comme toujours l’idéologie dominante censure le fait ethnique, le fait anthropologique, et considère avec mauvaise foi que toutes les immigrations se valent.
Les chiffres parlent d’eux-mêmes. En 1998, selon l’INSEE, 12% des mariages étaient mixtes, avec un conjoint “étranger”, c’est-à-dire à 95% maghrébin ou africain. On ne compte pas dans ce pourcentage les non-Européens de nationalité française,
évidemment, ni les unions concubines non déclarées. On peut, selon les calculs du démographe américain Stanley J. Howard, les doubler : « Dans la France d’aujourd’hui les unions interraciales représentent à peu près 20% des unions. C’est-à-dire cinq fois plus que dans notre pays. » (in Race Survey in Modern France, “Enquête raciale sur la France actuelle”, National Public University of Oregon Review, n°852, décembre 1998).
Voici quelques statistiques amusantes, que j’ai obtenues de l’INED mais qui ne s’étalent pas dans la presse, sauf dans la presse immigrationniste qui s’en félicite : un tiers des enfants qui naissent ont un parent ou un grand-parent immigré, et un pour un quart il s’agit d’un Africain, d’un Maghrébin ou d’un Asiatique. Les parents naturalisés allogènes ne figurent évidemment pas dans le décompte.
En 1987, 42.000 personnes issues du Tiers monde ont acquis la nationalité française et 75.000 par an à partir de 1993, chiffre en augmentation constante. En se limitant aux mariages officiels, un Maghrébin sur deux (proportion énorme) épouse une Européenne et – seulement – une Maghrébine sur quatre épouse un Européen. Même si – évidemment – « un couple mixte sur deux échoue en cinq ans », selon le sociologue Gérard Neyrand, une progéniture est née.
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Dans notre société ce concept de métissage joue le rôle de valeur cardinale. On l’étend même à toutes les activités humaines : musiques métisses, cultures métisses, cuisines métissées, etc. Le mélange, en toutes matières, est supposé supérieur, par un réductionnisme dogmatique, à ce qu’on désigne par le terme de “pureté” ou d’“obsession de la pureté”. Déjà en son temps, le gauchiste à la mode, Guy Hocquenghem, avait publié un livre intitulé La beauté du métis. Pourtant tous les psychologues et les ethnologues savent que les individus et les populations métissés souffrent d’instabilité et de crise intérieure d’identité.
D’autre part, comme il est dit ailleurs, il est faux de penser que le brassage ethnique ou racial soit l’avenir du monde. Seule l’Europe (beaucoup plus que les États-Unis) est à la fin du XXe siècle touchée le phénomène. L’ethnologue américain Stanley J. Stuart faisait remarquer dans son essai Racial Patterns of Latin America que les populations les plus sociologiquement instables se trouvent en Amérique du Sud,, au Maghreb, au Moyen-Orient, zones de fort métissage.
Le mélange ethnique et/ou racial, tant vanté par l’idéologie dominante, comme la proximité trop accentuée de populations différentes débouche toujours sur le conflit endémique, comme on le voit en Afrique noire, en Inde, dans les Balkans, au Liban, etc. Stuart faisait aussi remarquer que jamais dans l’histoire une appartenance politique surplombante et intégratrice n’avait pu venir à bout des différences anthropologiques et ethniques et réussir un “métissage politico-culturel harmonieux”.
Il y a une autre réalité que l’idéologie dominante se garde bien d’invoquer. Dans tous les pays héritant d’un métissage structurel, comme l’Amérique latine, une stratification raciale de la société s’instaure, implacable. Le sommet est atteint en Haïti et au Brésil où la couleur de la peau suit à peu près exactement la position sociale. Société métis, société raciste et racialement hiérarchisée.
Est-ce un modèle que souhaitent pour la France les “républicains” ? 143
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Dans la grande presse populaire, l’apologie des bienfaits du métissage s’étale avec jubilation et désinformation. Dans un long dossier de la revue Quo (août 1999) consacré à la question et dont l’acharnement idéologique visait à démontrer, avec force sophismes, le patchwork ethnique de la France et la nécessité impérieuse de l’accroître encore, on pouvait lire, en vrac : « Vous pensiez être Normand, Solognot ou Lorrain pure souche ? Erreur ! Nous sommes tous des sang-mêlés. Démonstration ! » Suivait un article dépourvu de toute rigueur historique où l’on mettait dans le même panier les immigrations celtes du VIIIe siècle avant notre ère, belges et italiennes du XIXe siècle, et afro-maghrébines d’aujourd’hui. Aux ÉtatsUnis, au moins, même les antiracistes reconnaissent la particularité raciale et ethnographique des flux migratoires. En France, pays imprégné de dogmatisme sorbonicole, le simple bon sens s’effondre devant la passion idéologique et l’ethnomasochisme.
Le mythe du “melting-pot” positif est, en Europe, malgré l’évidence et l’expérience, beaucoup plus fort que dans les pays anglo-saxons, nettement plus pragmatiques. L’idéologie française, structurée plus encore que l’américaine par la frénésie de la religion du peuple abstrait et de la célébration du chaos ethnique, déteint malheureusement sur ses voisins européens.
Notamment sur les Allemands, terriblement complexés, qui s’apprêtent à adopter le droit du sol.
Mais les peuples de France, eux dont on se moque, la France profonde, sont bien différents de cette idéologie étatique et cosmopolite qu’ils subissent. Dans toutes les régions, les migrations d’autres Européens n’ont jamais vraiment posé de problèmes et les brassages se sont produits au bout de la première génération. L’intégration par l’école s’est faite sans difficulté et aucune surcriminalité des jeunes immigrés européens ne fut remarquée. Italiens en Lorraine, Polonais dans le Nord, Hollandais dans le Poitou-Charentes, etc., l’intégration a été spontanée. Non pas par une idéologique “adhésion à un modèle républicain alors puissant” ; pas plus que par “amour de la nation française” : mais tout simplement par une proximité ethnique naturelle. Rien à voir avec les immigrés afro-maghrébins avec lesquels la distance ethnique est trop grande.
C’est donc une imposture que de prétendre que la France a toujours été un pays de brassages et de métissages. Il s’agissait majoritairement de mélanges inter-européens.

POURQUOI LA QUESTION RACIALE EST DEVENUE UNE QUESTION RELIGIEUSE
Jamais, depuis le Moyen-Age, un sujet n’avait été abordé avec une telle dose de pensée magique. La pensée raciale sous la forme principale de l’antiracisme – le pivot dogmatique central de l’idéologie hégémonique officielle et de la pensée unique – est présente implicitement ou explicitement dans tous les discours publics.
Pas un politicien, par une star du show-business, pas un prélat, pas un grand patron, pas un artiste, un écrivain ou un intellectuel qui, interrogé par les médias sur ses convictions, ne se déclare d’abord et avant tout antiraciste et ne présente le “racisme” comme ce qu’il hait personnellement le plus, le péché suprême contre l’esprit et la morale. Quand Le Monde interviewa début 1999 Johnny Hallyday, à la question de savoir ce qu’il détestait le plus au monde, il répondit évidemment « le racisme ».
Exactement comme sous l’Ancien Régime, aucun philosophe ne pouvait être publié s’il ne recevait l’imprimatur et faisait acte d’allégeance à la foi catholique. L’antiracisme se montre encore plus intolérant que l’obligation d’orthodoxie catholique avant la Révolution ; car aujourd’hui, on ne tolère plus aucun “libertin”, aucun sceptique. Mieux : pour réussir, pour être bien en cour, il ne suffit pas de “ne pas être soupçonné” de racisme, il faut prononcer sa profession de foi antiraciste. Il ne suffit pas de ne pas blasphémer, il faut aller à la messe et communier. Il faut obtenir son passeport antiraciste, dûment tamponné par les autorités compétentes.
Règnent à la fois la loi des suspects (de racisme) et l’Inquisition, pour débusquer les propos, les non-dits ou les allusions louches des supposés sorciers du racisme. L’ostracisme public, la marginalisation professionnelle et la rigueur des lois guettent celui qui se voit soupçonné de l’infamie, de l’hétérodoxie suprêmes : le racisme. Sans que d’ailleurs aucune définition précise n’ait été donnée à ce terme infamant. Pour marginaliser quelqu’un, aujourd’hui, on ne dit plus “il est homosexuel”, mais “il est raciste”.
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Ainsi la question raciale a-t-elle pris une dimension essentiellement religieuse, c’est-à-dire qu’elle a atteint le summum du passionnel ; alors qu’elle aurait dû logiquement demeurer du ressort de l’analyse rationnelle, du débat scientifique, qu’il soit anthropologique, biologique ou démographique. La notion de “race” est sortie du champ de l’anthropologie pour entrer dans celui de la magie. Le paradoxe des procureurs du magistère antiraciste, c’est évidemment qu’ils présentent leurs options comme “scientifiques”. Mais pourquoi, dans ce cas, réclamer un arsenal législatif pour faire respecter le dogme ? Une vérité scientifique assurée n’a pas besoin de l’aide de la loi contre ceux qui la contestent ; un dogme religieux, si.
Il n’y a pas, que je sache, de lois qui répriment des fantaisistes qui soutiendraient que la Terre est plate ou les anti-évolutionnistes. Comme toujours, la foi dogmatique essaie de se légitimer par la science, et la doxa par l’épistemè. Mais de telles manipulations ne tiennent jamais bien longtemps.
Pourquoi un tel retour, en cet âge matérialiste et techno-scientifique, en cette fin de siècle, d’un si puissant impératif moral irrationnel ?
A mon sens, les deux raisons majeures de cet état de fait sont :
1) L’apparition d’une société multiraciale du fait de l’immigration massive, fait totalement nouveau en Europe. Les élites idéologiques perçoivent inconsciemment qu’il s’agit d’une menace, d’un traumatisme, d’un bouleversement dangereux, sans oser le formuler et l’avouer. Il s’agit donc de conjurer religieusement la menace – procédé banal de la pensée magique — pour la nier, l’écarter, l’anéantir. On procède donc par substitution : le danger, c’est le racisme, pas l’immigration, qui, elle, n’est pas dangereuse.
2) Une socialisation des élites politiques et intello-médiatiques autour du préjugé cosmopolite et de la profession de foi antiraciste, indispensable pour réussir.
Bien entendu, ces prétendues élites ne sont pas vraiment sincères, comme l’anecdote suivante va vous le démontrer. En 1998, pour le mensuel L’Écho des Savanes, j’ai réalisé l’imposture suivante : j’ai appelé des stars, des cinéastes, des pontes du, showbiz qui avaient pétitionné en prétendant qu’ils étaient prêts à héberger illégalement des “sans-papiers”. Je me suis fait passer pour une ligue humanitaire bien connue, en leur disant : “Chiche ! Nous avons un couple de Zaïrois clandestin dans la difficulté, à héberger 8 jours chez vous. C’est d’accord ?” Aucune personnalité pétitionnaire contactée n’a évidemment accepté. Sous les prétextes les plus farfelus, comme “mon appartement est trop petit, vous comprenez…”, alors que la personne en question possédait une véritable hacienda sur la Côte d’Azur. Une seule star a bien voulu faire un geste. Elle avait le choix entre un couple de Zaïrois et un couple de Roumains. Devinez lequel elle a choisi ? Tout cela démontre la force de l’hypocrisie antiraciste de ces prétendues élites.
Etre un salaud, pour Sartre, c’était être anti-communiste ; être un salaud, aujourd’hui, c’est être raciste, ou plutôt soupçonné de l’être. Et pour être qualifié de ce terme infamant et incapacitant, il n’en faut pas beaucoup…
Une des ruses du système, c’est de faire passer la pensée unique, l’idéologie dominante, pour “politiquement incorrecte”. Ainsi procède Guy Bedos qui fut, entre parenthèses, un de ces bourgeois staliniens compagnons de route du parti communiste. Toute son astuce, comme celle de bien d’autres, consiste à faire croire que l’antiracisme est politiquement incorrect. Il répète à l’envi que ses sketches sont mal vus, qu’il prend des risques en les formulant. Il laisse entendre que l’idéologie dominante est raciste, et se présente comme un rebelle, un résistant, un dissident, alors que plus conformiste que ce personnage, c’est difficile à trouver. Ainsi procède également la revue néo-stalinienne et pseudo-analchiste Charlie Hebdo qui pourfend le politiquement incorrect en se faisant passer pour un média révolté et à contre-courant. Alors que plus bien-pensant, tu meurs.

LE SOCLE DES CIVILISATIONS EST D’ABORD ANTHROPO-BIOLOGIQUE
Dans son livre fondamental Des dieux et des empereurs (Éditions des Écrivains), André Lama s’attache à démontrer que l’Empire romain a été miné de l’intérieur par une modification de son substrat ethnique. Du fait notamment des affranchissements et du relâchement des règles de la naturalisation, mais aussi de l’affaiblissement démographique des Romains de souche, la population romaine d’origine s’est africanisée et orientalisée jusqu’au sommet de l’État. Ce qui a contribué à la chute de la civilisation originelle, tout autant que les invasions et le christianisme. Heureusement, pourrait-on dire, la “réserve ethnique germanique” était là pour compenser et enrayer ce qui aurait pu être une métamorphose ethno-culturelle définitive de l’actuel ouest-péninsulaire européen. Aujourd’hui, malheureusement, nous n’avons plus en Europe de réserve ethnique de compensation suffisamment prolixe démographiquement. Dès les années soixante-dix, Pierre Chaunu et Georges Suffert, dans La Peste blanche (Gallimard), un livre qui serait impubliable aujourd’hui tant il apparaît politiquement incorrect, attiraient l’attention sur l’épuisement démographique de la race blanche en Europe même. Il est intéressant de noter que la chute générale de la fécondité des Européens de souche a commencé dans les années soixante, à l’exact moment où débutaient les migrations de populations extra-européennes.
André Lama écrit, déplorant l’affaiblissement progressif du noyau originel romain : « plus l’ancienne république s’est étendue et plus la Rome romaine s’est affaiblie, s’ouvrant à trop d’influences débilitantes et élevant à la dignité de citoyens romains, trop d’éléments désagrégateurs ».
Le pouvoir impérial romain devint absolutiste parce que fondé sur une société multiraciale, sans racines. C’est ce qui se passe aujourd’hui, un peu différemment.
Quand il n’y a plus de peuple, au sens d’un minimum d’homogénéité ethnique, le régime démocratique authentique s’effrite. Une tyrannie, qu’elle soit douce ou dure, tend à s’imposer, afin de compenser l’anarchie qui naît de la coexistence d’ethnies inconciliables.
Pour André Lama, les brassages, les migrations, les différences de natalité, en provoquant une modification ethnique, sont les causes des grands changements politiques observés dans l’histoire. Pour lui, « il n’est pas toujours besoin de conquêtes et d’invasions pour transformer un peuple ». On peut assister, par différentiel démographique interne « à l’émergence d’une nouvelle nation qui vient silencieusement remplacer l’ancienne sans qu’il y ait eu ni guerre étrangère ni invasion. Les variations ethniques du passé des peuples, quand on veut bien en tenir compte, permettent de mieux comprendre leurs relations réciproques et les vicissitudes de leur histoire ».
L’auteur établit un parallèle entre la fin de l’empire romain et notre situation : « Les brassages ethno-culturels ont aussi leur part [...] dans le déclin et la disparition des civilisations. Quand l’élément humain spécifique, clé de voûte du système, défaille, c’est alors tout l’ensemble qui sombre. [...] Les périodes de calme appartint cachent des phénomènes se développant en douceur et qui, sous l’effet d’événements détonateurs, éclatent au grand jour à un moment donné, révélant les contradictions internes accumulées précédemment, tel un abcès dont l’existence était auparavant dérobée à l’observateur. Tel va être le jeu des influences ethniques au sein de l’État romain. »
Et tel est aussi le jeu de celles que nous voyons s’accomplir actuellement. Pour l’auteur, quand le peuple central atteint un seuil numérique de déclin crucial, la civilisation qu’il a fondée bascule et disparaît, par « dilution de la spécificité ethnique et culturelle du peuple fondateur ». Rome a disparu pour avoir, en conséquence de ce brassage ethnique, « accueilli des cultes et des meurs contrastant totalement avec la mentalité romaine originelle ». Pour André Lama, le peuple italo-romain originaire « a créé une dynamique dont la maîtrise lui a échappée et le devait fatalement par suite d’un rapport ethnique qui lui était toujours plus défavorable ». Il note, ce qui ne laisse pas de faire penser à l’époque actuelle : « Au cosmopolitisme croissant a fait pendant la baisse du civisme [...] Les Italiques sont noyés dans cette masse de vaincus, mili-tairement écrasés par Rome mais amenés là par les vainqueurs eux-mêmes et, dans la place, transforment leur défaite en victoire. »
Quant à Pierre Lance, cité par André Lama, il affirme à juste titre : « L’Empire de Rome est la plus parfaite démonstration de ce que la conquête forcée d’autrui aboutit à la liquéfaction du soi et à la perte de sa propre identité. » (La défaite d’Alésia, La Septième Aurore).
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Les thèses d’André Lama me semblent intéressantes à trois titres.
1) Tout d’abord, la colonisation de peuplement actuelle de l’Europe est le retour de bâton, l’effet boomerang du colonialisme de conquête et de domination européen du XIXe siècle. Les peuples afro-asiatiques jadis colonisés s’installent chez leur colonisateur. L’empire romain n’est nullement un “modèle” et, en tentant de l’imiter, l’empire français comme l’empire britannique auront subi le même sort que lui : la submersion de la mère-patrie elle-même dans le cosmopolitisme et le chaos ethnique. Le modèle impérial n’est viable qu’entre des populations biologiquement et culturellement apparentées. C’est pourquoi, dans mes deux précédents ouvrages, L’Archéofuturisme et Nouveau discours à la nation européenne, si je prône le modèle impérial et fédéral, j’ai bien soin de le nommer Eurosibérie, désignant par là un objectif futur de regroupement de l’Europe de l’ouest, de l’Europe centrale et de la Russie, c’est-à-dire de peuples indo-européens. Le modèle de l’Empire romain, qui, lui-même inspiré du cosmopolite Alexandre, tenta Napoléon, mais aussi, ne l’oublions pas, Staline, est vicié à la base par sa volonté d’expansion pluri-ethnique. L’idée impériale qu’il faut défendre, c’est celle de la force organisatrice d’un espace vital fondé sur le socle biologique de peuples apparentés, mais s’abstenant de tout impérialisme, de toute volonté de conquête et de domination sur les espaces vitaux des autres peuples, comme de toute tentation de les assimiler.
2) La deuxième leçon est la suivante : quelle est l’infrastructure des civilisations ? Est-elle culturelle ou économique ? C’était le grand débat qui avait agité la Nouvelle droite du temps où elle se disait “gramsciste”.
Revenons à des notions de bon sens, vérifiées par l’histoire. Une civilisation est un ensemble de formes, de connaissances, de techniques, d’habitudes, de modes de vie, de savoirs acquis, qui reposent sur une culture. Les marxistes et les libéraux disent : l’état d’une telle civilisation ne repose pas sur la culture originelle, mais sur les hasards des rapports de production et de l’état des techniques. Bref, libéraux et marxistes pensent qu’une civilisation est le produit des hasards de l’infrastructure économique et des rapports de production ; et la culture n’en est que la superstructure, l’expression dérivée.
A l’inverse, au début des années quatre-vingt, la Nouvelle Droite soutenait l’idée d’un “gramscisme de droite”, nous avions inversé les termes du problème en disant : la civilisation, les moeurs, l’état des techniques, les formes politiques sont le produit d’un socle culturel, donc de mentalités. Autrement dit, la civilisation est la conséquence de la culture et non l’inverse. Pourtant, aujourd’hui, cette position anti-matérialiste me semble fort insuffisante. Car nous n’avions pas répondu à la question : mais qui ou quoi détermine la culture ? C’est la composition biologique des peuples, leurs qualités et leurs défauts innés, leur atavisme anthropologique, qui fonde leurs cultures, qui, elles mêmes, produisent les civilisations. Autrement dit, l’infrastructure profonde des civilisation n’est ni économique ni culturelle, elle est biologique.
Comme l’exprimait Léopold Senghor, en 1970, au cours d’un Colloque organisé à la Sorbonne sur L’identité africaine : « Ce sont les particularités anthropologiques négro-africaine et albo-européenne, entendues au sens large, qui ont construit les irréductibles identités africaines et européennes ». Nelson Mandela, que l’on peut difficilement accuser du péché de racisme, déclarait, dans un discours à l’Assemblée nationale d’Afrique du Sud en 1996 : « La reconstruction de ce pays est peut-être un défi insurmontable. Car nous; ne sommes pas les mêmes. Nos races différentes produisent des mentalités différentes. Que Dieu fasse que nous nous entendions. » Il n’est pas certain, vu l’évolution récente de la république sud-africaine, que Dieu soit entendu.
3) Quand nous parlons d’infrastructure biologique et ethnique des civilisations, il est évident qu’il n’est pas question de se référer au mythe d’une “pureté raciale”. André Lama expose très justement : « Qui dit “peuple” dit groupe ethnique plus ou moins mélangé. Parler de “race pure” est aussi utopique que ridicule Les Romains, même les plus antiques, étaient déjà un conglomérat ethnique, résultat d’une alchimie dont les composantes premières ont orienté le caractère. Nous verrons que les composantes ultérieures l’orienteront différemment. » Plus loin, il précise : « Tout mythe d’une pseudo “pureté de la race” est ici à écarter. Il n’y a pas plus de race romaine que de race pure… En revanche, c’est bien une véritable alchimie ethnique qui a permis d’aboutir aux traits fondamentaux du caractère et de la mentalité romains ».
Le concept important est ici alchimie ethnique. C’est-à-dire ? L’Europe est certes le fruit de métissages. Mais du métissage de peuples proches, différents certes, mais cousins, apparentés, bénéficiant d’une certaine proximité anthropologique. A l’idée réductionniste de “race pure”, il faut opposer l’idée de race globale. C’était l’idée de Senghor avec ses concepts d’“albo-européen” et de “négro-africain”.
C’est le concept de la parenté ethno-biologique au sens large qu’il faut retenir de tout cela, contre le réductionnisme de la “race pure” ou celui du cosmopolitisme et du métissage universel, qui sont profondément contraires à l’humanisme. Nier la dimension ethnique et biologique des hommes, c’est leur refuser leur humanité même.

LES MÉFAITS DU CHAOS ETHNIQUE
Pourtant la richesse raciale ou biologique de l’humanité devrait être reconnue comme un facteur positif. Il faut déplorer, du fait des dogmes actuels, l’arrêt des études d’anthropologie qui avaient fait d’importantes percées au XIXe siècle. La génétique contemporaine confirme pourtant la pertinence de l’hérédité des populations, comme les études sur la transmission du sida et des maladies virales, qui sont différentes selon les zones anthropologiques.
Les différences considérables de comportements entre les groupes humains ne sauraient s’expliquer par les hasards du milieu, mais par une hérédité collective. La preuve en est que, transplantés sur un autre continent, dans une autre société, ces groupes conservent une spécificité. Les Noirs américains, les Asio-américains, et les Euro-américains n’ont pas du tout le même comportement social. Malgré tous les efforts de la société américaine pour homogénéiser les moeurs.
Le “racisme” – il faudrait d’ailleurs dire l’altérophobie – ne naît nullement de la reconnaissance des spécificités biologiques collectives innées, mais de leur négation et du mélange forcé des souches différentes sur un même territoire.
L’historien égyptien Mohamed Fawzi dans son étude sur le peuplement de l’Égypte paru en 1964 (Egyptian Peoples, Lawcester) écrit : « La rupture entre la civilisation pharaonique et la civilisation alexandrine, puis entre cette dernière et la civilisation arabe et musulmane s’explique d’abord par des basculements de population. Ce sont les dispositions héréditaires des peuples successifs qui ont dominé l’Égypte qui ont conformé les formes de l’État et de la société. Ces dispositions sont en partie génétiques et ne peuvent s’expliquer par les seuls hasards historiques ou économiques comme le prétendent les marxistes ». A l’époque, l’Égypte était sous l’influence de l’Union soviétique. Fawzi dut publier son livre à Londres.
Accepter les différences biologiques innées entre les familles humaines n’a rien de discriminant. Alain de Benoist a parfaitement expliqué dans de nombreux textes que le racisme, entendu au sens actuel de “péché”, est précisément produit par le refus de reconnaître les divergences raciologiques de l’humanité ; que la haine de l’autre procède du refus d’admettre sa spécificité et de la volonté de l’assimiler, dans le fantasme de la réduction au “même”.
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Le chaos ethnique est une mauvaise chose pour l’Europe comme pour tout peuple. On suppose que l’homme est un zombi coupé de la loi du vivant, qui peut se mélanger n’importe comment, selon le dogme de l’idéologie égalitaire.
Il existe une alchimie biologique humaine. On sait que certains mélanges ne donnent rien de bon, parce qu’ils sont incompatibles et trop éloignes, et que d’autres sont positifs, parce que proches. Mais les études d’anthropologie biologique sont aujourd’hui interdites, en fonction du principe que toute vérité subversive doit être réprimée. Comme l’écrivait au siècle dernier le philosophe Erwin Levy dans un ouvrage contre le marxisme (The Lacks of Internationalism, UPC Press, Chicago 1898) : « L’effet pervers de l’internationalisme, considéré comme doctrine politique, c’est de ne plus reconnaître leur dimension biologique, religieuse et raciale aux peuples humains, et donc de les appauvrir. Ce qu’on admet pour les arbres, les chevaux, les multiples organismes vivants, cette diversité des capacités héritées, on le refuse à notre espèce. Pourtant, le Talmud enseigne que Dieu a créé les hommes profondément différents et ce fut un don qu’il leur fit. La punition divine, c’est Babel, le mélange chaotique des peuples, des races, des langues.[...] La conception hébraïque du monde et de la vie repose sur l’idée que tous les peuples sont frères et solidaires, mais vitalement différents, qu’on ne peut les mélanger et qu’un peuple humain unique est impossible. On ne pourra sans grand dommage abolir ou mélanger les nations ».
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On connaît le slogan : « l’homme est un animal, certes, mais n’est pas qu’un animal ». Non. L’homme est un animal et rien qu’un animal. La négation du fait racial est le fait des élites intellectuelles occidentales qui sont brouillées avec le monde du vivant et qui, en vertu d’une longue tradition gnostique (celle-là même qui amena à nier l’évolution phylogénétique) considère l’être humain comme une espèce unique, formant bloc, au dessus du règne animal et dispensé de ses lois.
Le fait de croire que l’homme “n’est pas qu’un animal” est une conséquence des dogmes religieux les plus divers et d’une spiritualité mal comprise, dualiste et manichéenne, qui relègue la dimension biologique à un statut inférieur. L’homme, Fils de Dieu, aurait en lui une “parcelle divine”. Il serait coupé du reste de la nature. C’est de la pensée magique.
De même, il faut en revenir à la notion d’impératif territorial (bien que les peuples européens y soient moins sensibles que d’autres), tel que l’avaient défendu Robert Ardrey, Konrad Lorenz et Irenaüs Eibl-Eibelsfeldt. Même si un peuple se désinstalle par la conquête, il doit conserver une base, une mère-patrie, sans quoi sa sève culturelle se tarit après plusieurs générations. Existe-t-il un “peuple” américain, australien, néo-zélandais ? Pas sûr. En revanche, malgré les diasporas et les conquêtes, il existe bel un bien un peuple arabe, un peuple chinois, un peuple indien. Tout simplement parce qu’ils ont conscience de posséder un espace vital d’implantation hérité, une mère-patrie, un territoire de départ et de repli éventuel. Espérons que les Européens du futur en retiendront la leçon : le lien, plus ou moins lâche, entre la consanguinité globale et la territorialité est un des facteurs central de l’histoire, un 150
facteur archaïque, que la modernité n’a pu et ne pourra abolir, et que le futur, en dépit ou à cause des communications mondiales, ne saura que renforcer.

PRIVILÈGE RACIAL ET PÉCHÉ ORIGINEL DE RACISME
Tous les peuples du monde ont un droit moral à défendre leur unicité et leur identité ethnique, sauf ceux issus de la souche européenne. A ces derniers, on impose l’impératif de dilution ethnique. Comme s’ils étaient coupables, intrinsèquement, d’exister. Nous serions l’eau de Javel de l’histoire qu’il faut à tout prix diluer dans l’eau.
Une des conséquences de l’ethnomasochisme, c’est que le moindre acte de défense ou de prévention contre les conséquences de l’immigration est considéré comme du racisme et donc qualifié de pénalement coupable. Tout litige entre un Européen et un non-Européen tend à tourner à l’avantage de ce dernier puisqu’il se prétend “victime du racisme”. Culpabilisés et incapacités, les tribunaux lui donnent raison. Qu’il s’agisse de rixes ou d’escroqueries, les non-Européens bénéficient d’un privilège juridique (et médiatique) implicite. Ils sont moins punissables que les autochtones.
Mais il y a plus grave : les États tentent de se donner des “règles de comportement antiracistes”. On tombe alors dans la logique d’Ubu-Roi. En Grande Bretagne, dans un rapport à la Chambre des Communes sur le fonctionnement de Scotland Yard, de février 1999, Sir William MacPherson of Cluny, juge à la Haute Cour, dénonce que l’organisation est minée par un « racisme pernicieux et institutionnalisé ». Pourquoi ? Tout simplement parce que dans quelques rares affaires de meurtres de Noirs par des Blancs, dont la véritable cause était des conflits de dealers, l’enquête policière honnête avait refusé d’admettre qu’il s’agissait de crimes racistes et avait conclu à de banals et sordides assassinats crapuleux. Autrement dit, l’assassinat d’un Noir par un Blanc ne peut-être qu’un crime raciste, péché capital. Pas l’inverse, évidemment.
Encore plus drôle : le rapport stigmatise une autre enquête sur le meurtre d’un jeune Noir, Stephen Lawrence, où la police n’a pas conclu, faute de preuves, à la culpabilité de cinq jeunes Blancs. Elle a eu tort, elle a « manqué de rigueur », stigmatise le rapport officiel. Même sans preuves certaines, il aurait fallu inculper et emprisonner ces cinq Blancs (en violation de l’habeas corpus). Pourquoi ? Parce que, explique Le Figaro, (23/02/1999) « les carences policières n’ont pas permis d’identifier les cinq auteurs présumés du forfait, pourtant dénoncés comme des meurtriers par le Daily Mail ». On croît rêver : en matière de “crime raciste”, les dénonciations des journalistes sont considérées par la Haute-Cour du Royaume-Uni comme supérieures aux enquêtes de la police et de la justice britanniques. En matière raciale, la presse-poubelle est plus fiable que Scotland-Yard.. .
Tout cela indique et confirme ce qu’on savait déjà : dans l’idéologie hégémonique, s’installe la conviction souterraine, subtilement distillée, que le péché de racisme est le monopole de l’Européen ; vieille réminiscence judéo-chrétienne, l’Européen serait en proie au péché originel de racisme. Il doit accomplir beaucoup d’efforts pour se faire pardonner, et son salut passe par le mea culpa de l’ethnomasochisme. Les autres peuples, eux, seraient exempts de cette tache indélébile.
D’ailleurs, par ses lapsus, la presse révèle l’état d’esprit ambiant quand il est manifeste qu’un acte raciste revendiqué a été commis à l’égard d’Européens, on parle de « racisme inversé ». Pourquoi “inversé” ? Comme si l’Européen était intrinsèquement raciste et le non-Européen accidentellement raciste. Là encore, l’antiracisme se manifeste bien comme la forme la plus subtile et la plus perverse du racisme.
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Une loi a été votée récemment, en France, et la même en Angleterre et en Belgique qui vise à combattre le « racisme dans les embauches et les offres d’emplois ». On peut désormais porter plainte pour discrimination raciale en cas de refus d’embauche d’un Noir, d’un métis, d’un Maghrébin, d’un Asiatique, etc. Idem en matière de refus de location d’un logis pour un propriétaire. Ce qui appelle deux remarques : tout d’abord, on se dirige par là vers une politique généralisée des quotas raciaux. Ensuite les discriminations dans l’autre sens ne sont jamais poursuivies. Les petites annonces professionnelles (et matrimoniales évidemment) regorgent d’annonces qui excluent les Européens ou qui précisent, grâce à la formule excl., (“exclusivement”) l’appartenance obligatoire à la communauté maghrébine, musulmane, africaine, etc. Personne ne dit rien, évidemment.
Dans d’autres domaines, comme j’en parle ailleurs, les “emplois-jeunes” et les notamment les emplois d’“agents d’ambiance” (surveillants) ou “auxiliaires de sécurité” sont prioritairement recrutés parmi les jeunes Afro-maghrébins, malgré leur inefficacité avérée. Idem pour tous les emplois publics dans les “quartiers” à problèmes.
Inutile de préciser que dans l’ensemble des pays d’Afrique, du Moyen-Orient et d’Asie, la discrimination envers les Européens n’est pas poursuivie et qu’il n’existe aucune “loi antiraciste” qui les protège.
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En avril 1999, SOS Racisme a fait condamner pour discrimination raciale une discothèque (le Pym’s à Tours) qui avait refusé l’entrée de quatre jeunes Beurs – en fait des militants de SOS Racisme qui venaient piéger la boîte de nuit. Commentant la décision du Tribunal de Grande Instance de Tours (parfaitement contraire au droit puisqu’un établissement privé peut refuser qui il veut), Malek Boutih, Président assimilationniste de SOS Racisme, triomphait emphatiquement : « Le signal est lancé. Pour la première fois, la jeunesse issue de l’immigration a retrouvé sa fierté d’être française, puisque c’est au nom de tout le peuple français que cette décision a été prise » (Libération, 1-2/05/1999). Les associations de consommateurs et de locataires sont, dans la même déclaration, invitées à porter plainte eux aussi pour “discrimination raciale”.
Or, il faut savoir qu’un Européen de souche refusé dans une discothèque pour une raison ou pour une autre, écarté d’un emploi ou d’une demande de logement ne bénéficie absolument pas de ce privilège de recours pour “discrimination”. Mieux : les discothèques africaines, les cafés arabes, les entreprises dirigées par des allogènes de toutes origines, etc. qui refusent les Européens autochtones ne sont nullement sanctionnés, mais considérés comme agissant à bon droit. Seul l’Européen de souche est tenu de “s’ouvrir à l’Autre”, selon le jargon, et la discrimination raciale à son égard n’est pas retenue.
D’autre part, ce qu’on oublie de dire – tant l’idéologie antiraciste relève de la pensée magique et d’un angélisme intellectuel -, c’est que les patrons de discothèques qui refusent certain “jeunes” ne le font pas pour des raisons “raciales” mais parce qu’ils savent, par expérience – et comme tous les jeunes, Beurs ou non, le savent aussi – que le comportement de ces derniers est générateur de rixes, de trafics de drogue et à terme de fermeture de l’établissement. J’ai animé pendant quinze ans des discothèques dans toute la France, la Belgique et le Luxembourg : j’ai rencontré un nombre impressionnant de patrons de boîtes, qui étaient de toutes origines, même Algériens ou Marocains, et qui refusaient l’entrée de leur établissement aux bandes masculines de Beurs et de Blacks – exception faite de rares individus au comportement civil. Étaient-ils “racistes” ? Les Asiatiques, eux, étaient parfaitement acceptés.
Sous couvert de lutte contre la supposée discrimination raciale envers les immigrés, il s’agit en fait de les favoriser, au détriment des Européens de souche. C’est la politique actuellement appliquée par le gouvernement français, en imitation des techniques américaines de la “discrimination positive” (affirmative action). Face au problème racial, l’idéologie dominante, égalitaire et antiraciste contredit ses propres dogmes et rétablit des préjugés racistes, contredisant son précepte d’anonymat individualiste et de méritocratie.
En 1998, le ministère des Affaires sociales de Martine Aubry a décidé d’un « plan pour lutter contre la discrimination raciale à l’embauche ». Comme si les employeurs, systématiquement racistes, sélectionnaient les candidats en fonction de la couleur de leur peau… Ainsi, en 1998, 13.000 « jeunes issus de l’immigration ou des quartiers difficiles » ont été être “parrainés” dans leur recherche d’emploi par les pouvoirs publics, et 30.000 en 1999. Il s’agit de réaliser des embauches forcées, sur le modèle des “emplois jeunes”, en faisant pression sur les entreprises ou les muni-cipalités. Ce “parrainage” est financé par le contribuable, par le biais des “programmes d’insertion” Traces, Nouveau Départ et du Plan national d’Action pour l’Emploi. Comme pour les handicapés physiques, on en vient donc à imposer des quotas de jeunes immigrés à l’embauche. Implicitement les pouvoirs publics et l’idéologie hégémonique antiraciste les considèrent donc comme des handicapés sociaux. C’est le racisme anti-raciste à l’état brut.
Ainsi, un Africain ou un Maghrébin qui ne paie pas son loyer devient inexpulsable, parce qu’il serait “raciste” de l’expulser.
L’idéologie égalitaire sombre dans l’inégalitarisme discriminatoire. et surtout l’idéologie antiraciste devient le meilleur vecteur du racisme. Officiellement, les “races” n’existent pas, les jeunes immigrés ne sont pas d’une “race” différente des autres. mais ne pas les favoriser relève du “racisme” ! Cherchez l’erreur.
En réalité, ce sont tes faibles performances, le faible niveau professionnel et le pourcentage important d’incivisme qui rebutent les employeurs à embaucher des Afro-maghrébins, et non pas des considérations “raciales”. Une entreprise embauche quelqu’un de performant, sans considération pour sa supposée “race”. De même, c’est le taux élevé de loyers impayés et de dégradations, ou de troubles à l’environnement – toutes données statistiques – qui rebute les propriétaires à passer des baux avec cette population et non pas des considérations “raciales”.

DÉVIRILISATION DES EUROPÉENS, BESTIALISATION DES AFRICAINS
L’explosion et la monstration (à la limite du grotesque, voir la Gay Pride) de l’homosexualité, la féminisation des fonctions sociales, l’abolition des différences et des rôles sexuels, la dérision envers la famille nombreuse et le procès du natalisme (quand il s’agit d’Européens de souche, évidemment, mais non pas quand il s’agit d’immigrés ou de musulmans) : tout cela indique une profonde dévirilisation de l’homme européen, à la fois vécue et voulue, à mettre en relation avec ce que le sociologue américain Stanley
J. Fetjens appelait, dès les années soixante, la culpabilisation et la féminisation du mâle blanc. Dans l’inconscient collectif, ledit mâle blanc est “racialement et intrinsèquement coupable”. La féministe homosexuelle américaine Linda Lewine, par ailleurs une de mes grandes amies, écrivait en 1984 : « La domination impudique du mâle blanc hétérosexuel sur les femmes, les gens de couleur et les homosexuels n’a que trop duré. Il mérite d’être castré. » (in Shared Intimacies, Jackson Ed., New-York.) On ne saurait mieux dire, après un tel lapsus. La castration, voire même l’autocastration de l’homme blanc, tel est l’horizon psychanalytique des milieux progressistes occidentaux depuis les années soixante.
A la glorification de l’homosexualité masculine, répond celle de l’homosexualité féminine : mecs entre eux, nanas entre elles. Comme ça, les phallus des Blancs et les ventres des Blanches resteront inféconds. Tout le système, les médias, l’idéologie ambiante, distillent softement ce que le groupe noir rap raciste du Bronx Military Entreprise formulait ouvertement en 1992 dans son morceau White Out : « Vous, les Blancs, devenez pédés et devenez gouines, comme ça vous ne vous reproduirez plus ».
En parallèle, s’instaure dans la pub, dans les médias, dans les rumeurs urbaines, dans le cinéma, dans le porno, dans la presse et la télé sportives le mythe de la survirilité de l’homme noir. Et éventuellement de l’Arabe.
Dans la presse populaire People les couples mixtes de stars (Black-Blanche) sont systématiquement mis en valeur, comme exemples sociaux et sexuels. Le porno fait ses choux gras du mythe. La société de distribution de cassettes X Difi a fait passer dans la grande presse spécialisée, en juin 1999, cette annonce, comme des centaines d’autres semblables : « Des étudiantes blondes sont de mauvaises élèves. Au lieu de suivre les cours, elles préfèrent se donner en toute impudeur, en toute indécence à des voyous noirs, aux bites surdimensionnées. Même la “proviseur”, une sulfureuse blonde se fait baiser et ça finit par une série jouissive d’éjaculations très juteuses. » Une accumulation de tels fantasmes raciaux ne s’invente pas.
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Mais l’effet pervers de ce mythe stupide de la survirilité des Noirs ou des Arabes, c’est leur bestialisation. Dans l’inconscient collectif, s’est installée une image archétypale : le Noir et l’Arabe sont de bons baiseurs à grosses queues, de bons footballeurs, de bons boxeurs, des voyous méchants, etc. Mais, certainement pas des mathématiciens, des polytechniciens, des universitaires ou des pilotes de chasse. Tout dans le slip et dans les muscles, rien dans le cerveau. Les médias sportifs et la pub jouent à fond sur cette image, sans en mesurer les conséquences. L’Africain, qu’il soit noir ou maghrébin, est au fond assimilé à un gorille, à un être doué seulement de virilité primitive. Les pubs regorgent de cette mythologie.
La survalorisation physique, la virilisation mythique des Afro-maghrébins aboutit, par un effet hétérolique de racisme inconscient, à les animaliser, à les déshumaniser. Cette société officiellement antiraciste et multiraciale opère, exactement comme au Brésil ou aux États-Unis une hiérarchisation des capacités raciales dans la représentation collective. Au Blanc, l’organisation, la discipline, la cérébralité, la complexité, à l’Africain la “simplicité naturelle”, bref l’animalité. Cette bestialisation dont les intéressés ne se rendent eux-mêmes que fort mal compte est très visible dans la 154
publicité mais aussi dans le discours de la presse sportive. Lu dans L’Équipe : tel boxeur « frappe comme un gorille », telle sprinteuse « bondit comme une gazelle », etc.
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Dans la société multiraciale actuelle, à l’ethnomasochisme culpabilisé des Européens, répond l’autosracisme des Afro-maghrébins contre eux-mêmes, doublé souvent d’un racisme de ressentiment contre les Européens. Dans les banlieues, les “jeunes” ne désignent pas seulement les Blancs comme fromages blancs ou cachets d’aspirine, ils se désignent souvent eux-mêmes comme la caillera – la “racaille”. Si on analysait attentivement les paroles de la plupart des groupes de rap (il suffit d’écouter assidûment Skyrock), on verrait que le message est au fond assez misérabiliste et en même temps, ce qui semble logique, revendicateur. Sur le thème récurrent “nous sommes victimes de la vie, plus ou moins sous-capables ; nous sommes bien gentils mais il faut nous aider, sinon on va tout casser, etc.” Cet auto-racisme se trouvait également, voici un siècle, dans les mélopées noires soul du deep south américain.
Pour rester dans le domaine de la chanson, rappelons-nous les paroles de celle, jazzy, de Claude Nougaro, dont l’ethnomasochisme blanc fait écho à l’antoracisme noir : « Amstrong, je ne suis pas Noir, je suis blanc de peau ; quand on veut chanter l’espoir, c’est pas rigolo ».

LAPSUS ET OBSCURANTISME DE LA THÉOLOGIE ANTIRACISTE
Il ne se passe pas une semaine sans que la presse ou les médias audiovisuels du système n’assènent des sermons antiracistes, sous forme de gros dossiers ou d’émissions spéciales, afin de débusquer, de dénoncer, de contredire l’ennemi principal, le supposé raciste et le péché capital, le racisme. La similitude est frappante avec les discours d’anathème théologique. La théologie antiraciste procède en deux temps : 1) on diabolise l’ennemi grâce aux arguments affectifs de la pensée magique, assortis d’impératifs moraux de type monothéiste ou kantiens (monothéisme laïcisé reposant sur la croyance en une éthique universelle). 2) on tente de démontrer la “Vérité de l’antiracisme” par des arguments “scientifiques”, c’est-à-dire para-théologiques, dont le plus important est : “les différences raciales n’ont aucune signification”. Avec un certain nombre de dogmes secondaires : “la surcriminalité des migrants (qu’on ne peut plus nier, comme autrefois…) ne s’explique que par l’exclusion raciste et/ou des causes économiques” ; “la société multiraciale, c’est l’avenir, ça marche.” Et autres dogmes. Mais souvent, les lapsus trahissent les véritables intentions. Les gardiens de la religion maîtrisent mal leur propre gnose.
Toutes les statistiques indiquent que les opinions et les attitudes racistes des Européens envers les immigrés de couleur ne progressent pas et connaissent une légère décrue. Ce fait est d’autant plus étonnant que le racisme anti-européen des jeunes immigrés ne cesse de croître.
Ce fait s’explique par deux raisons : tout d’abord, leur frustration sociale face aux “Blancs”, qu’ils; attribuent faussement et hypocritement à une discrimination et à une exclusion. Seconde raison : une attitude plus ou moins consciente de revanche et de conquête, qui les pousse à des attitudes arrogantes voire violentes et conquérantes envers les autochtones européens. Il faut voir là un complexe d’infériorité compensé.
Ce racisme anti-européen ouvert et déclaré prend de multiples formes qui vont des vexations aux meurtres gratuits jusqu’aux paroles des groupes de rap, en passant par les fameuses “incivilités”, les agressions, les pressions pour chasser les Européens des cités-territoires, etc. Ce ressentiment complexé et psychopathe émane principalement des gens de moins de 25 ans, les immigrés des premières générations ne partageant nullement ce racisme. Cette “haine”, pour reprendre le titre du film bien maladroit de Matthieu Kassowitz, ne s’exerce pas seulement envers les porteurs de casquette de l’État français, les policiers notamment : alors que les médias se gaussent de “crimes racistes” de Français de souche contre des Afro-Maghrébins – qui en sont très rarement, mais le résultat d’actes de défense – on n’attribue jamais au racisme anti-européen les meurtres gratuits de jeunes Blancs, qui, en 1999, se sont élevés à une vingtaine, selon les chiffres très discrets du ministère de l’Intérieur.
Les médias ont en général passé sous silence le fait suivant, reporté par le seul Figaro dans deux misérables colonnes en page 29. Le 30 janvier 1999, une dizaine de voyous maghrébins et noirs, âgés de 11 à 16 ans, dans la cité de la grande Borne, à Grigny (Essonne), violent une collégienne de 15 ans à plusieurs reprises dans un local à poubelle. Leur motivation, recueillie par un inspecteur de police, est tout un programme « elle était la seule “bactou” (blanche, NDA) du groupe ». Selon la police, « le viol a eu lieu de façon particulièrement bestiale ». Le Figaro précise : « Non content de son méfait ou soudain conscient de la gravité de son acte, quelques instants après le retour de la victime dans l’appartement familial, l’un des violeurs est venu proférer des menaces de représailles dans le cas où une plainte serait déposée ». Ce genre de viol racial rituel est de plus en plus fréquent. On en a noté plusieurs, en plein Paris et dans le métro, en marge des manifestations étudiantes de l’hiver 1999. Violer une “bactou”, une femme blanche, est une sorte de rite de passage ; de même que de tabasser des jeunes Blancs, sorte de ratonnade à l’envers.
* * *
Les séries télévisées participent directement de la propagande antiraciste, c’est-à-dire voulant faire passer les Français de souche comme frappés, ainsi qu’on l’a vu plus haut, du “péché originel” de haine raciale et les Afro-maghrébins comme des martyrs du racisme des premiers. Car il est évident que le racisme ne peut être que blanc. Les autres ne font que se défendre, même s’ils ont la “haine”. Il s’agit donc, comme dans toute propagande d’essence totalitaire, de renverser scrupuleusement les termes de la réalité.
Dans l’épisode de Julie Lescaut, Crédit Revolver (1994), plusieurs fois rediffusé par TF1 et écrit par José Dayan, la propagande décérébrante est aussi bien huilée que dans Le Juif Süss, le célèbre film financé par le Docteur Goëbbels : un boulanger franchouillard, ventripotent, qui déteste les “bronzés”, un de ces petits-Blancs-petits commerçants méprisés par la classe intello-médiatique, est l’ami de l’adjoint au maire, un certain Lefranc (le nom n’est pas choisi par hasard), dirigeant d’un parti séditieux et fascisant, l’“Union pour la France”. Évidemment. Le boulanger sort son fusil à tout bout de champ pour menacer les gentils-jeunes-immigrés-innocents-et-incompris. Le maire, lui aussi, est un lâche et un salaud, puisqu’il se fait élire grâce aux voix de l’“Union pour la France”. Passons sur le scénario insipide. Lefranc se révèle, bien entendu, être un abominable assassin démasqué par Julie Lescaut. Le but de ce téléfilm, comme de tant d’autres, est clair : il vise à persuader les téléspectateurs que les salauds, les coupables, ce sont les “Lefranc”, même s’ils sont tous les jours victimes de la violence des immigrés. Il s’agit d’exorciser la réalité. La télé, dans ses “fictions” (comme dans ses journaux télévisés) rétablit et reconstruit une réalité virtuelle, correcte, conforme à l’idéologie hégémonique, et tente de faire oublier le monde réel, de culpabiliser toute révolte populaire contre les drames quotidiens de l’immigration-colonisation. Le film Train d’Enfer, avec Roger Hanin, lui aussi centré sur une culpabilisation-fascisation du “petit-Blanc”, ne visait pas d’autre objectif. Toutes ces productions de propagande sans talent, dont le but est l’ahurissement mental des classes populaires, sont bien entendu l’oeuvre de producteurs, de scénaristes et d’acteurs qui touchent des pactoles, vivent dans les beaux quartiers et n’ont jamais de leur vie croisé une bande ethnique ni mis les pieds dans une “cité”.
Ce n’était pas non plus un hasard si la rediffusion de Crédit Revolver a été programmée le 15 juillet 1999, le lendemain des multiples émeutes et agressions causées par les “jeunes” au soir du 14 juillet. Ceci étant censé faire oublier cela. Mais une conséquence imprévue de cette propagande cathodique vertueuse, c’est qu’elle excite et renforce dans leur ressentiment les téléspectateurs d’origine immigrée. Et qu’elle risque (en le prenant pour un imbécile, en le méprisant par un gavage de bobards culpabilisateurs) de rendre réellement raciste ledit “petit-Blanc”. Sans le savoir (?), la classe intello-médiatique, par sa propagande soi-disant “intégrationniste”, renforce la fracture ethnique.
Après tout, s’ils cherchent la guerre civile, ils uniront bien par l’avoir. Il n’est pas forcément sûr qu’ils la remportent. Ces gens-là devraient se répéter ce vieux proverbe : qui sème le vent récolte la tempête.

RETOUR AU RÉEL ET AU BON SENS, AUX FORCES DE LA VIE
Mépriser le bon sens au profit de la pensée tortueuse, l’attribuer à la bêtisé populaire, fonder la raison sur des chimères brillantes plutôt que sur l’humble expérience et les faits quotidiens, se parer de la vertu pour défendre l’erreur, tel est le travers de la pensée française.
Il faudrait en revenir au pragmatisme d’un Spencer, par exemple. Ce grand philosophe anglais garde aujourd’hui toute sa perspicacité et sa saveur. Aujourd’hui toujours, Spencer, ami de Darwin et apôtre du “darwinisme social” est très mal vu en France où il n’est pas réédité. Il osait dire que la société est fondée sur la vie. Incorrect, n’est-ce pas ?
Le drame de l’intelligentsia française, c’est la tradition scolastique, que le marxisme a encore aggravée. L’interprétation prime l’observation, la doctrine la volonté, l’argument le savoir.
Je vais essayer maintenant de répéter quelques idées-forces, idées taboues bien sûr, qu’on pourra me reprocher sans qu’il m’importe.
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Le fondement d’une civilisation est d’abord ethnique et biologique. La morale, les dogmes, les sermons, les admonestations, les mises en garde, les condamnations, les fausses démonstrations des policiers de l’idéologie hégémonique, les contorsions des histo-imposteurs n’y pourront rien. La richesse de l’humanité repose sur la diversité de ses grands groupes anthropologiques apparentés, et la préservation de leur relative homogénéité. Le fait racial n’est pas individuel, entendons-nous bien, il est collectif. Une minorité numérique ou quelques individus peuvent parfaitement s’intégrer dans un moule anthropo-culturel étranger ; pas des masses. Car alors, l’organisme social explose.
Comme le virent les ethnologues et anthropologues Jules Soury et René Martial, aujourd’hui méprisés, censurés ou oubliés par les petits gardiens du dogme, les civilisations durables et fécondes n’ont jamais été anthropologiquement hétégogènes. Au contraire, elles se sont effondrées, une fois dépassé un certain seuil d’hétérogénéité.
Deux conceptions de l’humanité s’affrontent aujourd’hui en Europe l’une officielle, l’autre réelle, la première exprimée par les pouvoirs, la seconde intuitivement vécue par les peuples. La première affirme que seule existe une humanité d’atomes, de clones interchangeables (et qui peuvent éventuellement, comme par entorse, se regrouper en “communautés” ethno-folkloriques au sein d’un même espace multiracial). La seconde sait que les peuples sont une réalité de l’histoire du monde, qui va du fonde-ment biologique à l’expression spirituelle. Vers laquelle de ces deux conceptions penche le véritable humanisme ?
On va m’accuser de réductionnisme, mais tant pis. La biologie est un socle, une infrastructure, corrigée par des aléas historiques. La culture, la technique sont des produits de la capacité biologique des peuples. Au delà d’une certaine dilution, les capacités originelles disparaissent. L’Égypte pharaonique, Rome et la Grèce ont cessé d’exister dès que leur socle vital était devenu trop minoritaire.
* * *
L’idéologie hégémonique n’en n’est plus à une contradiction près. Après avoir tenté de censurer les acquis de la biologie, au nom d’un lyssenkisme et d’un behavourisme retardataires, elle est bien obligée aujourd’hui de reconnaître la génétique des populations. Récemment, dans un rapport de janvier 1999, l’OMS reconnaissait que la résistance des populations du monde au virus du sida dépendait – en partie – d’un passé génétique. Le Nouvel Observateur a osé commettre un article dans lequel il recensait des groupes humains moins sensibles que d’autres au virus HIV : les populations scandinaves et celles qui, en Europe, avaient connu aux IXe et Xe siècles des apports Vikings et Varègues. Alors ? D’un tel aveu, on ne tire aucune conséquence.
Mais on remarquera que plus la génétique des populations met incontestablement en lumière des différences héréditaires lourdes entre les familles de l’espèce, confirmant ainsi dans le génotype les divergences observes sur le phénotype (pigmentation, morphologie, etc.), l’idéologie hégémonique campe toujours sur le dogme de l’inexistence des races, exactement selon la méthode obscurantiste des sectes protestantes américaines qui refusent theologica ratione de reconnaître et d’enseigner l’évolution des espèces.
Ce dogmatisme a des effets cocasses. Un sexologue et gynécologue connu, le Dr Virag, m’expliquait que les femmes africaines souffraient en France d’une mauvaise prise en charge au moment de l’accouchement ; beaucoup doivent accoucher d’urgence dans de mauvaises conditions. Pourquoi ? Tout simplement parce que la grossesse des femmes noires est de huit mois et vingt jours environ, et non de neuf mois comme pour les autres, et que l’administration hospitalière se refuse à admettre ce scandale de la nature.
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Revenons, en conclusion de ce chapitre sur un point fondamental. J’en traite ailleurs dans cet ouvrage. Mais il faut répéter, asséner ce principe, car il est très important.
Le déclin biologique de beaucoup d’Européens, leur ethnomasochisme, leur xénophilie, leur oubli des souches ancestrales comme de la volonté vitale sont évidemment l’assomption de l’esprit individualiste bourgeois. Mais ils sont considérablement renforcés par l’apologie constante de la stérilité. Celle-ci se décline en deux axes principaux :
1) Ridiculiser comme anti-modèle la famille (européenne de souche, évidemment) comme noyau de reproduction bio-culturel. Ce qui implique de culpabiliser la mère de famille nombreuse, de refuser toute politique familiale, de diaboliser le “natalisme”, d’encenser un féminisme qui s’avère un piège pour les intéressées, de briser les institutions du mariage. Etc.
2) Prôner l’homophilie, cette apologie sociale constante du fait homosexuel. L’homosexualité est devenue une sorte de décoration sociale, de légion d’honneur. Etre homo, c’est, quelque part, être supérieur. C’est oser ne pas se reproduire : assomption de l’individualisme débridé, faussement libérateur, et de la stérilité collective.
L’homosexualité féminine est un peu différente : elle s’explique par l’émancipation des femmes, par leur bisexualité biologique et naturelle, mais aussi par la dévirilisation des hommes européens. Quand l’homme n’assure plus, les femmes se retrouvent entre elles.
Cette apologie constante de l’homosexualité, masculine – ou féminine, est un facteur aggravant de la stérilité démographique européenne et un signe inquiétant du “refus de la vie”. L’homosexualité des érastes grecs ou celle des sociétés arabo-musulmanes ne sont pas comparables : elles se limitent strictement à la sphère privée, excluent la vie en couple des gens de même sexe et n’empêchent nullement l’hétérosexualité et la reproduction. Il est frappant de constater à quel point les immigrés d’origine arabo-musulmane méprisent l’Occident pour cette monstration permanente de l’homosexualité. Ils se gaussent – parce qu’ils ont conservé une mentalité vitaliste – de la féminisation masculine que nous subissons.
Tant que les pratiques homosexuelles sont limitées au domaine privé du plaisir intime, il n’y a rien à redire. Mais dès lors qu’elles s’érigent en législations publiques, qu’elles s’opposent au paradigme ancestral du couple fertile, à l’impératif biologique de reproduction, elles deviennent nuisibles.
L’homosexualité doit être cantonnée dans la sphère sociale du secret et ne jamais s’imposer au titre de “mode de vie comme un autre”.
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Il ne faut pas suivre une logique raciste mais une logique raciale. La logique raciste repose sur la haine et l’affrontement, nés de la proximité et du mélange, du chaos ethnique. La logique raciale repose sur la séparation naturelle des grandes populations humaines sur des territoires politiques différents. C’est une évidence de bon sens refusée par une intelligentsia cérébralement ahurie et coupée de toute réalité. Comme me l’avouait récemment un diplomate malien qui venait assister à une de mes conférences contre l’immigration et la colonisation de l’Europe : « vous enfilez des évidences. Par définition, l’Afrique est noire et l’Europe blanche. Ce que les Européens tolèrent chez eux serait impensable chez nous. L’intelligentsia européenne a perdu tout sens des réalités ». Il reprenait exactement les vues du Général de Gaulle, rapportées par Alain Peyrefitte dans C’était de Gaulle.
Comment l’avait déclaré, au grand scandale des bien-pensants, l’ancien Premier Ministre japonais Yukio Nakasone, une société harmonieuse et prospère ne peut-être que monoethnique. La notion fondamentale de communauté du peuple, soudée par la proximité anthropologique et culturelle, seule garante de la bonne entente civile, de la paix et de la justice sociale, de la démocratie et de l’ambition collective comme de la créativité, est incompatible avec les doctrines actuelles du “communautarisme” (juxta-position de groupes ethniques selon un apartheid implicite) comme du métissage chaotique. Une relative homogénéité semble indispensable à la longévité comme au bien-être d’un peuple. Comment s’expliquent les malheurs de l’Afrique et du Moyen-Orient sinon par l’amalgame désordonné de tribus et d’ethnies au sein d’États artificiels ?
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Il faut cesser de fantasmer sur le concept de “race” mais l’admettre comme une dimension essentielle, naturelle et banale de notre espèce. Ce qu’il convient de refuser c’est le mélange ou la cohabitation forcée, c’est le mythe de l’Humanité comme famille unique. Aucun signe, à l’aube du XXIe siècle ne permet de supposer que le village global prédit par Marshall Mac Luhan en 1967 se réalisera. Il se réalisera peut-être sur le plan des communications – et encore – mais pas sur celui de l’anthropologie.
Une civilisation mondiale commune est impossible. Participer aux mêmes techniques, aux mêmes marchés ne suffit pas à fonder une civilisation. L’Occident a tenté de l’engendrer, cette civilisation mondiale. La montée en puissance de l’islam, ce retour de l’archaïque, nous montrent bien l’échec de l’entreprise. On nous répète partout qu’une “nouvelle humanité” est en train de naître. En train de naître ou d’avorter ?
Autre point : le racisme de supériorité de type américain, présent chez bien des wasps, semble tout à fait démobilisateur. Aucune race, aucune civilisation, ne sont intrinsèquement et éternellement dominantes, quelles que soient leurs qualités. Si un peuple perd sa force vitale, celle de son germen, s’il ne se reproduit presque plus, s’il laisse conquérir sans réagir son sol originel, sa brillante “supériorité” s’effondrera et il devra céder la place à ceux-là mêmes qu’il méprisait.
Chez les peuples long-vivants, les qualités les plus importantes concernent davantage l’âme que l’esprit, le caractère que le raffinement culturel – ce dernier qui, poussé trop loin, amène au déclin et à l’insignifiance. La colonne vertébrale d’un peuple, ce sont ses aristocraties naturelles. Aujourd’hui en Europe, tant du point de vue biologique que culturel et vital, les élites dirigeantes n’ont plus aucun trait aristocratique. Restaurer une aristocratie, c’est-à-dire un noyau d’hommes de courage, de talent, de clairvoyance et de bonne lignée, telle est la tâche à accomplir.
Cette nouvelle aristocratie devra savoir, pour le siècle de fer, de feu et de sang qui s’annonce, qu’elle devra affronter d’autres aristocraties issues d’autres peuples.
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Et puis après tout, l’espèce humaine n’aura peut-être été qu’une fulgurance dans la longue histoire du vivant. Le critère ultime de la supériorité n’est-il pas dans la longévité biologique ? Le romancier Bernard Werber pensait que les fourmis nous étaient cent fois supérieures. Elles ont colonisé la Terre, nous n’avons jamais pu les exterminer, elles s’affrontent en guerres raciales incessantes et ne cessent de se multiplier, se moquant . bien de nos villes ou de nos pollutions. Les fourmis nous ont précédés, elles nous succéderont. Et si l’homme n’était qu’une espèce ratée ?
Konrad Lorenz et Jean Rostand suggéraient que, toutes races confondues, l’homme était peut-être un animal malade, victime d’une sorte de cancer du cerveau, malade de sa propre célébralité, destructeur de ses faibles instincts et donc de lui-même. Imaginons que la vie soit apparue, sous la forme bactérienne, un premier janvier. L’homo sapiens n’a émergé que le 31 décembre à 23h.59. La Terre, Gaïa, a encore quatre milliards d’années devant elle (avant la transformation du Soleil en géante rouge qui absorbera toutes les planètes) pour faire surgir, à partir des méduses, des scorpions, ou de tout autre forme vivante, une espèce vraiment éclatante et complète, sa grande oeuvre. Même en tenant compte de l’astéroïde, du géocroiseur meurtrier qui, tous les soixante millions d’années, vient remettre les pendules à l’heure.
Quand notre espèce bipède au cerveau cancéreux aura disparu, des espèces supérieures, qui nous ont précédés et qui nous succéderont, nous dépasseront sans doute. Fourmis rouges ou robots bio-informatiques.
Bien sûr, on me répondra qu’“une nouvelle humanité est en train de naître”. Au fait, de naître ou d’avorter ? Fatum etiam deorum voluntatem fecit.

CHAPITRE VIII
TABOUS ET MENSONGES
« Il faut déboulonner les idoles »
Nietzsche
Les questions liées à l’immigration et au racisme constituent, en Europe, la plus importante réserve de tabous, de mensonges et de sophismes de notre époque ; plus encore que les dogmes économiques dans la France contemporaine, plus encore que les préjugés sexuels du XIXe siècle, plus encore que les élucubrations médicales des Diafoirus du XVIIe siècle, et au moins autant que le tabou d’irréligion à la même époque.
Les pouvoirs, de quelque nature qu’ils soient, ont toujours voulu diriger les sociétés humaines par la propagation d’idées fausses, de rumeurs infondées, de doctrines bancales fondées sur des faits imaginaires, mais surtout sur l’interdiction de proférer les insupportables vérités taboues. Mentir, mentir, il en restera toujours quelque chose. Plus les ficelles sont grosses, mieux ça marche. Abuser le peuple, telle est la vieille technique pour le dominer.
Quand une menace mortelle se précise pour une société ou une civilisation, les élites cherchent à la nier, à l’anéantir, à la fois pour dégager leur propre responsabilité d’impéritie et pour conjurer leur propre peur. Il est donc naturel que les tabous et les vérités fabriquées abondent à propos de la mortelle colonisation de peuplement que nous subissons. L’autruche enfouit sa tête dans le sable quand arrive le lion.

LES ONZE CLICHÉS ET.IDÉES FAUSSES SUR L’IMMIGRATION ET L’ISLAM
La question raciale étant devenue en Europe une obsession centrale, la crainte de se faire soupçonner de “racisme” rend totalement illisible tous les discours sur l’immigration et noie toute objectivité dans une langue de bois, plus exactement une langue de coton difficilement décryptable. Les contre-vérités déversées par la classe politico-médiatique ressemblent, en plus soft et en plus subtil, à la propagande stalinienne des plus mauvais jours. Elles sont l’expression directe de ces tabous. Dire la vérité sur la nature, les causes et les conséquence de l’immigration massive des populations du Tiers monde en Europe, c’est s’exposer à l’ostracisme social, au bannissement professionnel, à la condamnation morale ou pénale.
Ce devrait être une mine pour les humoristes, s’il y en avait encore. Bien des sketches de Coluche seraient aujourd’hui impensables, tant la censure (sociale et pénale) comme l’autocensure ont progressé depuis les années quatre-vingt.
* * *
Voici donc, pour servir d’argumentaire à tous ceux qui combattent la colonisation de peuplement, les dix clichés et mensonges les plus couramment distillés dans l’opinion et les plus utilisés par le parti immigrationniste et prétendument antiraciste. Tous ces clichés tournent autour de l’idée, qui était le titre d’un essai nul de Bernard Stasi : L’immigration est une chance pour la France. Le redressement de la 162
vérité face à ces mensonges est réparti dans l’ensemble de ce livre, mais il est bon d’en effectuer une sorte de résumé.
Cliché n°1 : “C’est nous qui avons fait venir les immigrés, car ils étaient indispensables économiquement Ils ont été et demeurent le moteur de la croissance”
Thierry Desjardin, dans son essai Lettre au Président à propos de l’immigration, détruit ce cliché qu’il formule ainsi : « nous les avons fait venir, nous avions besoin d’eux ». Effectivement, de 1960 à 1973, le patronat recrutait au Maghreb une main-d’oeuvre docile et peu onéreuse, avec la complicité des syndicats. Alors que la main-d’oeuvre européenne ne manquait pas ! Nous n’avions donc pas “besoin d’eux”, mais le capitalisme exploiteur, si. Ce fut une erreur économique, un calcul à courte vue ; car cette immigration a limité l’appel à l’investissement ; les pays européens qui n’ont pas fait appel à la main-d’oeuvre afro-maghrébine ont plutôt connu une croissance plus forte que celle de la France. Depuis 1973, les arrivées de migrants se font par “pression”, c’est-à-dire qu’ils arrivent en s’imposant. C’est leur intérêt d’immigrer, pas le nôtre. Un allogène chômeur ou assisté ici vit bien mieux qu’en travaillant chez lui. Avec l’arrivée massive des clandestins, depuis le milieu des années soixante-dix, on voit bien que ce n’est pas l’Europe qui appelle les allogènes par besoin économique, mais eux qui s’imposent. La présence des immigrés (naturalisés ou non) est un frein à la croissance par leur énorme coût, leur faible niveau de compétence professionnelle malgré toutes les formations qu’on leur propose, mais aussi la cause d’une dégradation générale de la qualité de la Gie et de la cohésion sociale.
Contre-slogan : L’immense majorité des allogènes sont ici volontairement et sont un frein pour la croissance, l’emploi, le niveau et la qualité de la vie.
Cliché n°2 : “Ils font les travaux que les Français ne veulent pas faire”
Comme l’écrivait Alain Griotteray, le travailleur immigré a depuis longtemps été remplacé par le chômeur et l’assisté immigré. Ce mythe de l’immigré-esclave a la vie dure. De plus, le parti immigrationiste tente maintenant d’imposer des quotas à l’embauche pour les allogènes, leur réservant des emplois dont les Français européens sont exclus. Beaucoup d’emplois, que les Français de souche aimeraient bien avoir, sont aujourd’hui réservés à ces allogènes, des municipalités aux grandes surfaces, en passant par les administrations qui pratiquent une politique préférentielle de discrimination positive cachée. Ne parlons pas, évidemment, des “emplois-jeunes” et des “contrats emplois-solidarité”…
Contre-slogan : Ils restreignent le volume d’emploi des Français autochtones.
Cliché n°3 : “Les Maghrébins et les Africains sont les Italiens et les Polonais d’hier. La France a toujours été un pays d’immigration Rien n’a changé”
C’est se moquer du monde, puisqu’ils ne sont pas Européens et sont de moeurs et de mentalité extrêmement éloignées. Comparer les immigrations inter-européennes, qui n’ont jamais posé de problèmes d’intégration, avec les arrivées massives de populations afro-asiatiques, c’est occulter la réalité ethnique des sociétés humaines. Il ne faut pas se focaliser sur la notion de “nationalité”, si chère à l’idéologie républicaine. Un Flamand de nationalité belge, un Toscan de nationalité italienne, un Provençal de nationalité française sont bien plus proches entre eux que ne le sont, par exemple, un Antillais et un Savoyard. Pourtant les premiers sont “Français” depuis plus longtemps que les seconds !
Contre-slogan : La France n’a jamais été un pays d’immigration extra-européenne. Elle le devient.
Cliché n°4 : “Les immigrés sont des exclus victimes du racisme et du paupérisme économique”
Je démontre au contraire dans cet ouvrage que les immigrés bénéficient de beaucoup plus d’aides et de prestations sociales que les Français d’origine. Les jeunes immigrés sont l’objet de coûteuses mesures d’aides à l’emploi, à la formation, aux loisirs. Dans les “cités”, grâce aux prestations et à l’économie parallèle, les allogènes ont un niveau de vie très correct. Les présenter comme un lumpen-prolétariat est une imposture. Les SDF et les clochards d’origine afro-asiatique sont d’ailleurs rares, contrairement à la légende. Beaucoup d’immigrés ne se sentent nullement exclus, mais s’excluent volontairement, par haine ethnique, d’une société qu’ils combattent. Leur racisme anti-européen (la fameuse “haine”) est autrement plus fort que le prétendu racisme des autochtones. D’ailleurs, la xénophobie, qui est toujours un phénomène minoritaire en France (ce qui pour les allogènes est une chance miraculeuse), est provoquée par les méfaits des jeunes enfants d’immigrés, et ne s’apparente pas à un racisme intrinsèque envers les Arabes ou les Africains.
Contre-slogan : Les immigrés sont économiquement et socialement favorisés, en dépit du rejet par beaucoup de la société d’accueil.
Cliché n°5 : “La surcriminalité des jeunes Afro-maghrébins vient de ce qu’ils sont déracinés ou (variante) parce qu’ils vivent en ghettos”
C’est ce slogan qui incite les pouvoirs publics à vouloir disséminer les allogènes sur le territoire : ce qui revient à faire fuir les autochtones (non par racisme, mais parce que la cohabitation ethnique est insupportable physiquement) et à reconstituer de nouveaux ghettos. Vivre en ghettos, ou plutôt, de leur point de vue, sur des territoires libérés des lois européennes, sans cesse étendus, est leur stratégie.
D’autre part, les intéressés ne se sentent nullement déracinés : ils s’enracinent à la fois dans l’islam, l’arabisme et dans la culture ethnique black américaine. Les phénomènes conjoints des “cultures” rap et raï l’attestent. Les intellectuels de salon qui expliquent les déviances sociales des jeunes afro-maghrébins par une “perte d’identité”, une “américanisation”, un abandon déculturant des racines arabo-africaines au profit d’une “sous-culture américaine” hallucinogène, profèrent des contre-vérités plaintives qui s’expliquent par leur ignorance du terrain. Les Beurs-Blancs ne sont pas “américanisés” au sens où les jeunes Européens le sont. Ces derniers sont réellement déculturés et déracinés, pas les premiers. Qui ne retiennent de la culture américaine que la composante “rap-black” protestatrice anti-Blancs. Et qui, en revanche (phénomène raï), s’imprègnent d’arabisme affirmatif, à la plus grande joie des imams des cités.
Contrairement aux fantasmes de la droite communautariste qui s’imagine que l’islamo-arabisme des banlieues est un vecteur de lutte contre l’américanisation, il faut répondre : les jeunes immigrés ont créé une contre-culture (qui est en même temps une sous-culture à gaz pauvre) qui associe le black-américanisme à l’arabo-islamisme.
Les jeunes immigrés sont très bien dans leur peau, ne vous faites pas de soucis pour eux ; ils se pensent comme envahisseurs. Ils sont déculturants et non pas déculturés. A preuve : l’attitude des jeunes Blancs qui sont à leur contact et qui, par mimétisme, adoptent leur parler infra-verlan, leurs modes, leurs musiques, se soumettent totalement à leur influence et subissent une inquiétante régression culturelle.
Ajoutons que, pour avoir la paix (relative) et surtout en gage de sujétion, un certain nombre de jeunes Européennes se convertissent à l’islam et acceptent leur infériorisation.
Contre-slogan : Les jeunes immigrés s’enracinent dans une nouvelle culture néo-primitive et des ghettos en expansion, ce qui les satisfait pleinement.
Cliché n°6 : “La délinquance des jeunes fils d’immigrés, tout comme la violence des jeunes est le résultat du chômage, du néo-libéralisme et du durcissement des rapports économiques”
C’est une variante du cliché n°5 ci-dessus. Ce cliché vise à confondre lutte de classes et lutte ethnique. La délinquance actuelle ne relève pas de la lutte de classes.
Je suis le premier à dénoncer les méfaits du néo-libéralisme, du libre échange débridé, de l’autonomie de l’économie financière et spéculative, bref de la dictature de la fonction marchande, qui lamine les rapports sociaux, brise les solidarités et attise le paupérisme. Mais pourtant, ce cliché ne tient pas. Pourquoi ?
1) Les solidarités communautaires (ethniques) des immigrés n’ont nullement été fracturées par le néo-libéralisme. Au contraire. Le démantèlement des solidarités affecte les Européens et pas les autres.
2) Durant la crise des années trente, où le chômage et le paupérisme étaient en Europe bien plus importants qu’aujourd’hui, où la proportion des jeunes générations était de 10% plus élevée, où la dureté du monde du travail dépassait celle d’aujourd’hui, aucun phénomène de délinquance massive ne fut relevé. Les migrants italiens, espagnols, portugais et polonais de la période 1890-1960, bien plus pauvres et démunis que les jeunes allogènes extra-européens d’aujourd’hui, ne posaient pas de problèmes de sécurité publique.
3) La violence et la délinquance touchent principalement les jeunes Afro-maghrébins et très peu les Asiatiques (Chinois, Pakistanais, etc.). L’argument économique ne tient donc pas.
Contre-slogan : La cause de la délinquance et de la violence des jeunes issus de l’immigration est endogène et ethnique ; elle relève d’un heurt ethnique quasi mécanique, foncièrement inévitable et donc non réductible aux analyses criminologiques ordinaires.
Cliché n°7 : “La société multiraciale multiculturelle et pluri-religieuse est un enrichissement. L’apport des immigrés est considérable, culturel comme économique. Vive l’Europe multicolore et métissée”
On connaît le slogan de SOS Racisme, adepte du “Black-Blanc-Beur”, : « La France est comme une mobylette, elle marche au mélange ». Dans l’histoire, toute les sociétés multiculturelles et pluri-ethniques n’ont jamais été très créatrices mais toujours conflictuelles. Le contre-exemple est celui du Japon, société mono-ethnique. Le coût économique et social de l’immigration est énorme ; c’est un véritable boulet, facteur de conflits sociaux et de décompétence générale. L’apport culturel et économique des immigrés est négligeable. Ni dans la recherche, la création d’entreprises, les arts, la médecine, etc., ils ne se montrent performants. Leur proportion parmi les élites créatrices est infime par rapport à leur proportion dans la population, exception faite des Asiatiques d’Extrême-Orient. Et ce fait n’est pas explicable par le racisme ou l’exclusion. Ce cliché relève du romantisme social. Ceux qui le distillent donnent l’exemple des ÉtatsUnis : voyez, disent-ils, comme cette société multiraciale et multiculturelle est performante ! Le problème des américanolâtres comme des américanophobes, c’est qu’ils ne connaissent pas les USA où ils n’ont jamais vécu. La situation américaine n’est pas comparable à celle de l’Europe.
Contre-slogan : Toute société multiraciale est multiraciste, aucune société pluriculturelle ou multiethnique n’est créatrice.
Cliché n°8 : “Il n’y a pas plus d’étrangers en France qu’en 1936”
C’est un des plus beaux sophismes d’aujourd’hui, régulièrement asséné par les médias de gauche, aux fins de rassurer. Il repose sur des fondements statistiques à peu près vrais. Tout simplement, la notion de “Français”, du fait des naturalisations massives (200.000 par an environ) et du droit du sol (automatisme de la nationalité en cas de naissance sur le territoire) perd peu à peu tout son sens. Jadis, la République, rejetant é,fidemment le critère racial, s’enorgueillissait que devinssent Français ceux qui, culturellement et linguistiquement, adoptaient avec soumission l’“intégration” dans la “communauté française”. Mais ce n’est plus le cas. Les nouveaux Français ne se sentent pas Français et ne se reconnaissent pas dans la culture européenne. Ils se sentent toujours solidaires de leur appartenance d’origine. La notion de “nationalité française”, privée de ses fondements ethno-culturels du fait même du cosmopolitisme républicain, ne veut plus dire grand-chose. Il y a de plus en plus de migrants allogènes, juridiquement Français, qui maîtrisent mal la fameuse langue nationale, bien plus mal que les étrangers francophones d’Afrique noire ou du Québec. La notion même de “Français” perd peu à peu de son sens. Toute définition de nationalité qui ne repose pas sur une base ethnique mais strictement juridique court au suicide, comme l’Empire romain en fit l’expérience. Cette notion de “nationalité juridique”, héritée des guerres européennes du XIXe siècle, ne devrait plus avoir cours en Europe. La notion d’“étranger” doit donc être revisitée.
Contre-slogan : Il y a dix fois plus d’allogènes non européens en France qu’en 1936, donc d’étrangers au sens ethnique.
Cliché n°9 : “Il existe un islam pacifique laïc modéré parfaitement capable de s’intégrer dans les valeurs de la République”
La méconnaissance profonde de l’islam et du Coran, comme l’inculture historique sont au fondement de ce préjugé, dont il est démontré l’inanité dans un chapitre précédent. L’islam est un bloc. Tout musulman “modéré” peut devenir, demain, un moudjahidin ou un ami des guerriers islamiques, comme on l’a parfaitement vu pendant la guerre d’Algérie.
Contre-slogan : L’islam est une religion conquérante, intolérante, théocratique, par essence incompatible avec toutes les valeurs politiques européennes.
Cliché n°10 : “La violence à l’école est due à un mauvais environnement urbain, au manque de moyens et au paupérisme”
L’école des IIIe et IVe Républiques bénéficiait de 80% de moyens en moins, était parfaitement intégratrice et assurait l’ascension sociale des plus démunis et avait éradiqué l’illettrisme et l’ignorance, dès la fin du primaire. Aujourd’hui, avec des moyens considérables, l’Éducation nationale vacille sur ses bases. La transmission des connaissances et des règles sociales n’est plus assurée dans 50% des établissements, en 166
proie à l’anarchie et à la violence. Ce point est traité en détails dans un chapitre précédent.
Contre-slogan : La violence à l’école s’explique par le dogme pédagogiste et anti-autoritaire, mais surtout par une présence massive d’Afro-maghrébins majoritairement inassimilables.
Cliché n°11 : “Pour un Noir ou un Maghrébin il est beaucoup plus difficile de trouver un logement ou un emploi que pour un Français de souche”
Ce cliché dénonce la légendaire “discrimination” dont seraient victimes les Afro-maghrébins. Il est tout d’abord vrai que certains propriétaires rechignent à louer à des immigrés. La raison n’est pas raciale mais tient aux problèmes de voisinage que posent ces populations, comme aux difficultés de paiement souvent rencontrées. Le refus d’embauche tient la plupart du temps à l’absence de compétence des candidats. Calixte Beyala et son Collectif Égalités (qui n’a rien d’égalitaire puisqu’il vise à imposer par la force des quotas raciaux dans les embauches, notamment dans les médias audiovisuels) ne se sont jamais demandé pourquoi “il y a si peu de Noirs à la télévision”. Discrimination de la part des chaînes ? Certainement pas. Simplement, les candidats – c’est trop simple donc trop compliqué à comprendre pour un intellectuel – ne sont pas à la hauteur. L’association para-trotskiste Droit au Logement (DAL) prétend que la majorité des squatters et des expulsés de squats sont des familles africaines et maghrébines. Elle oublie de préciser que ces personnes sont des clandestins illégaux qui s’imposent, qu’ils sont rarement expulsés comme la loi le prévoit et qu’ils sont en général relogés, aidés, qu’ils bénéficient de la commisération officielle et finissent rarement en SDF comme les Français de souche dans la misère dont les politiques et les médias se moquent.
En réalité, les populations allogènes bénéficient de facilité d’accès aux logements sociaux, de privilèges d’embauche (notamment pour les “emplois-jeunes”), de privilèges d’aides et d’allocations multiples dont les Français de souche et les étrangers d’origine européenne sont exclus.
Contre-slogan : Pour un Noir ou un Maghrébin, il est plus facile d’accéder aux emplois, aux logements, aux allocations que pour un prolétaire d’origine européenne.
Nous allons maintenant creuser un certain nombre de ces clichés et en démontrer concrètement l’inanité.

L’ILLUSION DE LA “POLITIQUE DE LA VILLE”
On impute à l’urbanisme des “Cités” le mal-vivre des immigrés qui y sont relégués. On impute l’insécurité aux pannes d’ascenseurs. « Il faut repeindre les cages d’escaliers et réparer les ascenseurs et tout ira bien » répétait Harlem Désir. La “politique de la ville” dont avait voulu s’occuper l’imposteur Bernard Tapie coûte plus de 20 milliards par an à la collectivité et ne donne aucun résultat si elle n’aggrave pas les choses. On part du principe qu’il faut améliorer le cadre de vie pour améliorer le comportement des populations. C’est du behavourisme naïf.
L’urbanisme des “cités”, ou “grands ensembles”, comme on les appelait dans les années soixante s’inspirait des théories du Corbusier sur les “cités-jardins” : espaces verts, aération, hygiène, immeubles-paquebots, etc. Dans les années soixante, quand les mêmes cités étaient habitées par des populations homogènes des classes populaires françaises, aucun problème de criminalité et de mal-vivre ne s’y notait. Au contraire, ces ensembles de HLM semblaient agréables à vivre comparés aux trous-à-rats et aux cloaques des quartiers nord-ouest du Paris d’alors ou aux bidonvilles qui rongeaient les banlieues. D’ailleurs, dans les infects bidonvilles de l’ouest-parisien, de 1950 à 1965, habités par des populations européennes, malgré les épouvantables conditions de vie, aucune surcriminalité des jeunes n’était notable, en dépit de la pauvreté et de la proportion importante d’adolescents.
Aujourd’hui, Parly II, près de Versailles, construite selon un urbanisme rigoureusement semblable à celui de Sarcelles au nord de Paris, est un havre de paix. Pourquoi ? Vous avez tout compris : la question amène la réponse.
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Les architectes pensent que reconstruire des cités selon l’ordre traditionnel (rues, places, maisons basses, réhumanisation de l’espace) ferait baisser la criminalité des bandes ethniques et reculer les zones de non-droit. C’est la thèse de Castro et de Portzamparc. Oui mais… Les “néo-villages”, construits selon cette brillante théorie – notamment dans le sud et l’ouest de l’Ile-de-France – et qui hébergent des populations immigrées posent exactement les mêmes problèmes que les cités HLM avec barres et tours. La ville de Roubaix ou les quartiers nord et nord-est de Paris, comme le centre de Marseille, qui offrent une architecture traditionnelle et “conviviale”, selon le vocable à la mode, mais qui sont majoritairement occupés par des allogènes, posent exactement les mêmes difficultés que les cités HLM : violence endémique, économie criminelle, départ des Européens. La convivialité urbaine ne dépend pas de l’urbanisme mais des habitants. Tout le monde le sait, personne n’en parle.
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L’actuelle “politique de la ville” repose aussi sur le refus des ghettos et le mélange des classes. Mais là encore, on confond “classe sociale” et “ethnie”. En essayant de disperser les populations allogènes et en les mélangeant avec des Européens, on fait partir ces derniers et l’on étend les ghettos. « Je suis favorable à l’extension des ghettos ethniques », déclarait le militant islamiste Mourad Assoud dans Le Figaro du 20/10/1999. Les populations immigrées manifestent un refus de la cohabitation urbaine.
Pourtant paisible, la population chinoise du XIIIe arrondissement de Paris réagit de même : elle entreprend tout, discrètement, pour établir un Chinatown dans le quartier de Tolbiac, mais aussi à Belleville où elle s’emploie à chasser en douceur la population arabe.
Au XIXe siècle, les quartiers de Londres, Paris, Marseille, Lyon où les classes étaient mélangées connaissaient cette fameuse “convivialité urbaine” que les architectes s’échinent à retrouver. Ils ont oublié qu’à l’époque, bourgeois et prolétaires étaient de même culture et de même ethnie. Les raisonneurs oublient toujours l’essentiel.
La “politique de la ville” repose aussi sur le dogme contemporain des “moyens financiers”. Si ça va mal quelque part, c’est parce qu’on n’injecte pas assez d’argent. Idem dans l’éducation nationale : syndicats et étudiants revendiquent systématiquement “toujours plus de moyens”, pour résoudre leurs problèmes. Comme si l’appel au contribuable était la panacée, et comme s’il n’existait pas d’autres causes aux désordres constatés. Relevons-là une des tares de la société marchande : croire que tout se résout par l’argent.
Conformément à cette doctrine bancale, on finance donc les “cités et quartiers à problèmes”, dont le nombre est en progression de 20% par an depuis 1995 et estimé par le ministère de l’Intérieur à 1500 aujourd’hui. Par habitants, Villeurbanne (Lyonnais) Créteil (sud-est de Paris), les cités avoisinant Strasbourg et Marseille, Mantes-la-Jolie (Vexin), Le Mirail (près de Toulouse), bénéficient de trois fois plus d’investissements publics que les arrondissements centraux de Lyon et Paris, que Bordeaux ou Toulouse intra-muros. Etc. Pourtant les centres commerciaux sont pillés ou brûlés, les petits commerçants fuient, les équipements publics sont dégradés, les maisons de jeunes ou centres de loisirs sont dévastés, les transports sont attaqués, les actes de sabotage de l’environnement urbain sont systématiques. On s’est imaginé que les équipements et les activités sportives allaient “calmer les jeunes”. Quelle naïveté.
Ce que les sociologues et les urbanistes se refusent à comprendre – ou plutôt à avouer -, c’est que cette dégradation systématique du cadre de vie urbain n’est pas la conséquence d’un désespoir social mais d’une révolte ethnique à caractère ludique. Je vais choquer, allons-y : contrairement aux intellectuels de chambre, de bibliothèque ou de salon, je connais le terrain et les intéressés. Beaucoup de jeunes Beurs-Blacks délinquants sont ravis des dégradations qu’ils provoquent dans le cadre de vie urbain. Ça ne les gêne pas. Ça leur permet de récolter de nouvelles aides. « Payez, ou sinon nous cassons encore plus. Donnez-nous et envoyez-nous en vacances pour nous calmer ».
Dans les cités dégradées par leurs soins, ils peuvent ainsi installer des zones hors-droit et une économie criminelle. Leur désoeuvrement, leur ennui n’est qu’apparent. Ils recréent entre eux une socialité parallèle, agressive, fondée sur l’affrontement. Comme le faisait remarquer le sociologue Raul Walk, à propos des émeutes raciales de Los Angeles, par une phrase lapidaire : « That is both entertainment and racial riot, but don’t worry, they are happy » (“Ces émeutes raciales sont aussi un jeu. Ne vous inquiétez pas pour eux, ils sont, heureux”) (Journal of UCLA Sociology Department, mars 1996).
Les animateurs de la stupide “politique de la ville” ne connaissent tout simplement pas ceux qu’ils veulent aider et ramener à la raison. Ils s’imaginent que ces jeunes afro-maghrébins ont la même mentalité que les jeunes prolétaires européens désemparés du siècle dernier. Ils se jouent Germinal et les vieux mythes marxistes universalistes.
Les cités et les quartiers sensibles volontairement dégradés sont un cadre de vie idéal pour ceux dont nous parlons. Ils s’y sentent très bien. Ils s’amusent de notre commisération et persistent à se faire passer pour des victimes qu’ils ne sont pas. La grande victime, c’est la population de souche européenne. Vivre dans le désordre social et l’imposer, tel est l’objectif des caïds.
Malheureusement, les intellectuels, les hauts fonctionnaires, les politiciens régentent des choses qu’ils ignorent. Les édiles et les enseignants savent fort bien la vérité. Attendent-ils qu’une guerre civile remettre les pendules à l’heure ?

LE FAUX PRÉTEXTE DE L’EXCLUSION
L’explication officielle à la surcriminalité des immigrés, on le sait, c’est le paupérisme et l’exclusion dont ils seraient victimes. Pendant l’été 1998, une bande de sept filles, âgées de l l à 17 ans, toutes “Beurettes”, terrorisent le centre de Toulon : elles dépouillent et frappent leurs victimes, en général des femmes isolées, pillent les petits commerces sans défense et rackettent les jeunes Toulonnaises d’origine européenne. Un pas de plus, entre parenthèses, dans la délinquance de cette population, qui ne touchait jusqu’ici que les garçons, mais qui atteint maintenant des adolescentes à peine pubères, au sortir de l’enfance. Seule une des voyouses, Lalla, 17 ans, sera punie de prison ferme (quatre mois, pour une cinquantaine d’agressions et de vols aggravés). Le Journal du Dimanche (1/08/ 1999) se penche sur son sort. A-t-elle constitué cette bande délinquante pour échapper à la misère, ou à la suite des “galères” d’une enfance malheu-reuse ? A l’époque, pour excuser Lalla, la presse avait raconté que son père l’avait abandonnée. « C’est faux, il était à l’hôpital, mon père » avoue-t-elle. Le Journal du Dimanche reconnaît : « Quand elle y pense, elle ne manquait de rien pourtant. Sa mère lui a toujours payé tout ce dont elle avait besoin ». Alors pourquoi la Beurette volait-elle, agressait-elle, rackettait-elle ? Sa réponse : « On cherchait la merde avec les autres filles, celles qui sont différentes de nous, les bourges, c’était notre délire. » Et de fait, les filles écumaient le centre commercial Mayol, dans le quartier “chic” des Mourillons. Leur véritable motivation n’était pas le vol pour la survie, par nécessité économique, mais le ressentiment haineux, socio-racial pourrait-on dire, envers des jeunes filles et des femmes françaises de la classe moyenne, auxquelles elles s’attaquaient à sept contre une.
D’ailleurs, le vol et la délinquance violente semblent tout à fait normaux dans la famille de Lalla qui, pourtant, vit dans l’aisance : « Dans la famille, la sceur aînée a la réputation d’une voleuse professionnelle et personne n’en a honte. Leur mère raconte qu’elle aussi, est passée par là. “Avant d’avoir mes gosses, j’étais dans la rue. J’ai volé et mes enfants aussi. Mais j’m’en fous. La société nous vole tous les jours, alors y’a pas de raison qu’on se gêne” ».
Cette réponse est typique du parasitisme, de l’irresponsabilité et de l’auto-victimisation cynique de cette population. La société française qui les comble d’aides, de subventions, d’allocations, de RMI, sans aucune reconnaissance de leur part, les “vole” ? Alors pourquoi ne retournent-ils pas dans leur paradis du Maghreb, chez leurs “frères”, qui eux ne les voleront pas ?
Conforme à l’idéologie dominante, l’envoyée spéciale du Journal du Dimanche Elsa Vigoureux, conclut son reportage sur la pauvre Lalla par les habituelles commisérations et indulgences sur la délinquance maghrébine : après quatre mois de prison, sa vie est brisée, la malheureuse. Elle ne méritait pas ça. Elle a un casier judiciaire et les employeurs rechignent à l’embaucher. « Elle voulait devenir puéricultrice, mais on lui a fait comprendre que c’était peine perdue… ». Une ex-chef de gang puéricultrice… mais non, on ne rêve pas. Redonnons la parole à Lalla, la victime : « J’ai volé, comme tout le monde. Mais ça méritait pas quatre mois de prison ferme ». Non, ça méritait un programme de “réinsertion” avec, par exemple, des vacances payées et un “emploi-jeune”, dans les auxiliaires de police, par exemple. Comme c’est couramment pratiqué pour les délinquants afro-maghrébins soi-disant repentis, dans l’espoir qu’ils ne recommenceront pas. Car la délinquance mérite récompense.
Notons au passage le lapsus de Lalla, qui avoue avoir volé « comme tout le monde ». C’est donc un comportement normal, une seconde nature chez cette catégorie de la population désignée par cet étrange “tout le monde” ?

LE MYTHE DE L’APPORT ET DE L’INSERTION SOCIO-ÉCONOMIQUE DES IMMIGRÉS
La presse grand-public rabâche tous les ans les mêmes sujets : le mal au dos, le salaire des cadres, les nouvelles recettes pour maigrir, etc. Depuis quelque temps, on note un autre thème récurrent : « ces immigrés qui réussissent ». Partant de cas individuels, il s’agit de démontrer au public que l’idée selon laquelle Africains ou Maghrébins d’origine ne performent pas économiquement, n’apportent pas de valeur ajoutée à l’économie nationale, ne parviennent pas à un niveau professionnel de créations de richesse significative, coûtent à la communauté nationale plus qu’ils ne rapportent, n’est qu’une fausse évidence, un vil préjugé populaire, un contre-sens économique. Il s’agit de nous persuader 1) que l’insertion est une réussite ; 2) que les immigrés en question sont un facteur de richesse, de performance et d’imagination pour la communauté nationale, dans la grande compétition libre-échangiste mondiale à laquelle s’est convertie la gauche. Bref, que les immigrés – notamment africains et maghrébins – participent pleinement à l’économie nationale (et européenne).
Les médias tentent alors de débusquer – péniblement – des exemples individuels d’insertion économique réussie, puis, avec un optimisme forcé et touchant, de les généraliser et de les déclarer possibles pour tout le monde.
Pourtant, les cas choisis semblent très indigents – malgré l’ardeur militante des journalistes. Le Nouvel Observateur (29/04-5/05/1999) consacre un long reportage au cas de Belhadj Djahafi, livreur de plis et de colis en rollers à Paris, dans une petite entreprise créée par Samir Zemmouchi, l’inventeur du Tour de France en patins à roulettes. Ailleurs, on s’extasie devant des jeunes issus de l’immigration qui ont réussi à devenir vendeurs de voitures ou d’ordinateurs, maquettistes sur PAO, DJ de Raï ou de Rap en discothèque, animateurs de clubs de foot, gérants de discothèques, restaurateurs, etc.
Autrement dit : quelques-uns réussissent dans les petits métiers, bravo. Mais où sont-ils dans la recherche scientifique, dans l’industrie de pointe, dans la médecine, l’aéronautique, l’informatique ? Inconnus au bataillon. Est-ce le fait du racisme ou de l’exclusion ? Voire…
En réalité, il faudrait se demander – mais aucun statisticien n’osera s’y risquer – quelle est la proportion respective de jeunes Afromaghrébins qui réussissent dans l’économie parallèle et criminelle et ceux qui réussissent dans l’économie légale.
D’ailleurs, dans leur propre pays d’origine, on remarque le même phénomène ! Au Maghreb et en Afrique noire, les rares secteurs d’économie technique avancée sont assurés par des cadres européens, américains ou asiatiques. Les autochtones exercent rarement des “métiers de pointe”. C’est un constat incontestable, que personne évidemment n’ose relever ni encore moins expliquer.
La raison est à mon avis fort simple : les cultures arabes ou africaines ont été propulsées contre leur gré dans la civilisation techno-industrielle. Seule une minorité de leurs individus parviennent à y exercer un rôle dirigeant, élitaire et créatif. Aux États-Unis, selon le sociologue sinoaméricain Lin Tan Lee : « la bourgeoisie noire est de proportion restreinte dans sa communauté par rapport à celle des autres groupes ethniques et les Noirs exerçant des professions à forte valeur ajoutée et à haute technicité est très faible par rapport aux autres groupes ethniques, notamment les Asiatiques, et cela malgré les nombreuses mesures de discrimination positive dans les universités. Il ne peut donc s’agir de discrimination raciale » (Communities and Work Achevement in the USA, in Journal of Social Sciences, Chicago, août 1996).
L’auteur de l’article fait la même remarque à propos du Brésil. Il précise également qu’aux USA la majorité des Noirs qui tiennent des positions professionnelles élitaires (sauf dans l’industrie du spectacle et des loisirs) sont en fait des métis. La même chose se remarque toujours en Afrique du Sud, en dépit de la “discrimination positive” forcée du gouvernement noir, qui s’avère – ce que personne n’ose dire – un échec complet.
* * *
Totalement contradictoire avec lui-même, le système tient un double discours : “voyez, les immigrés réussissent ! Ils s’insèrent !”. Et puis, en même temps, reconnaissant l’échec de cette insertion et de cette “réussite”, sauf cas minoritaires, et constatant que les immigrés n’occupent que très peu, dans l’économie, les postes de pointe à forte valeur ajoutée et se cantonnent professionnellement dans le secteur de l’économie criminelle ou de l’économie subalterne, l’idéologie dominante prône des mesures professionnelles de discrimination positive.
Et de fait, malgré les embauches forcées, les allocations et les préférences professionnelles nombreuses dont ils bénéficient, les immigrés parviennent très mal à gravir les échelons de la hiérarchie professionnelle ou à accéder aux métiers de pointe. L’explication-cliché du racisme et de la discrimination ne tient pas. Car comment expliquer alors que les Asiatiques, eux, réussissent et contribuent à la valeur ajoutée de l’économie avancée ? L’explication sociale ne tient pas non plus : car pourquoi, durant tout le XIXe et le XXe siècle, d’innombrables rejetons des classes pauvres, qu’ils fussent Français, ou Italiens, Espagnols, Portugais, ont pu accéder à la réussite professionnelle ou à des métiers de pointe ? Sur les millions d’Afro-Maghrébins que compte aujourd’hui la France, à peine cent mille peuvent accéder à des situations de “prescripteurs socio-économiques”. L’immense majorité se partage entre l’assistanat, le chômage rémunéré et les postes subalternes.
Pourtant, dans les entreprises, on note évidemment une progression des personnels issus de l’immigration. Le seul domaine de performance n’est ni technique ni dirigeant, il est commercial et concerne les personnes d’origine maghrébine, qui s’adaptent bien aux techniques de prospection, de démarchage et de vente instantanée. Mais voilà qui semble mince.
N’en déplaise à Calixte Beyala, ardente militante de l’intégration économique et médiatique des allogènes, si possible par des quotas imposés (revendication de son Collectif Égalités dont il est question par ailleurs), le racisme n’est pas en cause. La logique capitaliste ordonne d’embaucher les meilleurs pour un meilleur profit. L’origine ethnique n’a aucune importance.
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Il faut bien comprendre d’autre part que, contrairement aux inconséquentes analyses néo-gauchiste, la révolte sociale des jeunes immigrés n’a rien à voir avec les révoltes prolétariennes d’antan. Les prolétaires européens, dans leurs luttes sociales, s’en prenaient à l’exploitation de classe et à l’individualisme bourgeois. Les jeunes immigrés ne contestent nullement le système économique. Au contraire, ils veulent en profiter sans effort. Leur combat est ethnique mais non pas social et révolutionnaire. Leur parasitisme économique est à l’opposé de l’ancienne conscience de classe du prolétariat européen.
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Il existe une autre cause sociologique de cette situation : une forte proportion des jeunes immigrés refuse tout simplement l’intégration économique et le cursus “légal” d’ascension sociale. Ils se sentent en rupture et entendent bénéficier, par des voies immédiates et parallèles, des raccourcis, des courts-circuits de tous les avantages de la société de consommation. La circulation des élites n’est possible que dans une société ethniquement homogène. Contrairement aux rêveries des politiciens et raisonneurs de gauche, ils n’ont aucune envie de présenter les concours de l’ENA ou d’HEC, aucune envie de s’astreindre à des formations professionnelles longues. Leur stratégie est de s’imposer “contre” et non pas “pour”, quelles que soient leurs capacités intellectuelles. Ils recherchent une réussite exogène et non pas endogène. Cette rupture culturelle n’est pas surmontable.
L’intégration socio-économique harmonieuse de masses de Maghrébins et d’Africains à la société européenne est impossible. S’acharner à vouloir la réaliser de force, en dépit de tous les exemples historiques et géographiques, ne débouchera que sur des haines, des frustrations et un désastre social. Errare humanum est ac perserverare diabolicum. (“L’erreur est humaine, mais y persévérer est diabolique”).
Les faits sont durs à avaler, mais ce sont les faits. L’apport objectif des “communautés” maghrébine et africaine à la valeur ajoutée de l’économie et des activités sociales est beaucoup plus faible que son coût objectif. Quelle solution ? Il n’y en a pas dans l’état présent du système. En mathématiques, on sait qu’il existe des équations sans solutions. Il faut changer d’équation et penser notre avenir comme celui d’un ensemble fractal.

LA RIDICULE “MOBILISATION CONTRE LA VIOLENCE”
Les lycéens et les enseignants se mobilisent contre la violence dans les établissements scolaires, à coup de manifestations et de pétitions. Fort bien. On manifeste contre une abstraction, la “violence”, mais pourquoi pas, concrètement contre les auteurs des violences ? Parce que ce sont des Afro-Maghrébins et que ce serait raciste, vous saisissez ? Il ne faut surtout pas identifier les vraies causes de l’explosion de la criminalité scolaire et de la dégradation des études. Souffrons en silence et manifestons quand même. La FIDL (Fédération indépendante et démocratique lycéenne) a trouvé le bon slogan : « La violence est à la mode. La mode a tort. » Trouver plus débile serait assez difficile.
La rencontre nationale “L’École contre la violence” organisée par la FIDL à l’Université Paris V en mai 1999, avec la présence de Claude Allègre, ministre de l’Éducation nationale valait son pesant de cacahuètes. Les médecins de Molière essayant de guérir la dysenterie à coups de clystères et de saignements n’auraient pas fait mieux. Les participants aux débats ont éludé le problème de la cohabitation ethnique, comme celui du rejet de toute stratégie coercitive et autoritaire de la part de l’Éducation nationale. Mot d’ordre des interventions, en bonne langue de bois, langue de coton plutôt : « soyons à l’écoute des jeunes, éveillons-les, persuadons les ». Toujours l’angélisme idiot de l’Émile de Rousseau fondé sur la mauvaise doctrine de l’“éducation persuasive”.
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Mme Dominique Voynet, ministre de l’Environnement, s’était faite agressée à la mairie de Dôle. Au cours d’une émission de TF1 (En direct ce soir), elle déclara que si elle n’avait pas porté plainte contre ses agresseurs, que pourtant « elle pouvait parfaitement reconnaître dans la rue », c’était parce qu’ils « appartenaient à une frange de la population trop souvent visée ». Elle ajouta cette remarque incroyable « je ne veux pas être taxée de racisme ».
Les agresseurs de Mme le ministre étaient des Africains et des Maghrébins. Ce fait divers est important. Il signifie qu’un ministre en exercice, un représentant de l’État admet publiquement
1) que les auteurs de violences, s’ils sont afro-maghrébins, sont excusables et non punissables.
2) que les Afro-maghrébins, étant victimes du racisme (ce qui est faux), bénéficient d’une sorte de droit de riposte et d’agression.
3) qu’il est raciste de porter plainte contre un agresseur qui n’est pas de race blanche.
Par l’intermédiaire de Mme Voynet, les plus hautes instances de l’État ont délivré le message suivant qui n’est certainement pas tombé dans l’oreille de sourds : les violences des Afro-maghrébins sont légitimes. Dans sa stupidité, Mme le ministre l’a avoué explicitement. Qu’elle en soit remerciée.
Dans un autre registre, une campagne de publicité télévisée a proposé en octobre 1999 l’organisation de “journées contre la violence”, avec des slogans mièvres ; un logo ridicule (une fleur à la tige brisée), des appels aux bons sentiments, sur le thème : la violence, c’est mal, ce n’est pas gentil. Les auteurs des violences ont dû bien rire de cette stratégie de femmelettes suppliantes… Dissuader un voyou de passer à l’acte en lui faisant un sermon moral, rien de tel pour l’exciter encore plus. On ne lutte contre la violence que par une contre-violence plus grande encore, c’està-dire par la force. Tout cela fait penser à cette scène de l’excellent film satyrique et symbolique Mars Attacks où les Américains essaient d’amadouer les agresseurs martiens en leur lançant une colombe de la paix, croyant les émouvoir. Les Martiens répliquent au laser. Et la colombe retombe aux pieds des manifestants sous forme d’un poulet grillé.

LA PRÉTENDUE “SOIF D’INTÉGRATION” DES “JEUNES”
Les jeunes immigrés seraient les victimes, non seulement de discriminations raciales, mais d’un refus de leur “différences” de la part d’une société intolérante et, bien entendu, de la crise économique. Cette fausse vérité, comme les autres, ne résiste pas à l’analyse.
Les jeunes générations afro-maghrébines sont beaucoup plus violentes que leurs ainées, elles veulent en découdre. C’est donc l’échec total de l’intégration. Le Monde (20/05/1999) notait que les jeunes de 16 à 25 ans étaient plus violents même que ceux de 30 ans. Le prétexte des émeutes ethniques, c’est toujours l’arrestation, les blessures ou la mort d’un délinquant, à la suite de ses propres agressions. Le moindre prétexte, ou l’absence de prétexte légitiment des actes de violence, en fait de guerre civile ethnique. Les agresseurs se posent en victimes ; ils camouflent leurs attaques en défense. Comme le faisait remarquer le Général Leborgne, la guerre comporte une importante dimension ludique, ce que Konrad Lorenz notait aussi, après Sorel et Proud’hon. Les harcèlements des bandes de jeunes immigrés ne relèvent nullement de la criminalité de désespoir ou d’un “appel au secours” envers une société discriminatoire, mais d’un jeu de guerre (et qu’est la guerre sinon la forme suprême du jeu ?), d’une provocation envers un ennemi qui tarde à s’avouer comme tel.
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La classe intello-médiatique explique généralement la montée de la criminalité immigrée et les problèmes généraux liés à l’immigration par le racisme des Français de souche. Les propos de l’ethnologue Frédéric Saumade sont à cet égard un morceau d’anthologie (Il fut interrogé par Le Monde, le 20/05/1999). Il essaie péniblement d’expliquer les flambées de violences ethniques qui ravagent les villes de Camargue depuis 1995 par « la cohabitation d’une bourgeoisie locale de petit commerce et de petite propriété foncière et un sous-prolétariat d’origine maghrébine ».
L’“ethnologue” complète cette remarque marxistdïde par la considération suivante : « Souvent ces petits bourgeois sont d’origine espagnole ou italienne de deuxième ou de troisième génération. Ils sont les plus virulents quand ils dénoncent les “méfaits des Arabes” alors qu’eux ou leurs parents ont été l’objet du même mépris que les Arabes aujourd’hui ».
Le confusionnisme est total. On remarquera d’abord le mépris pour ces “petits-bourgeois”, bref des petits-Blancs. Ensuite, ils sont coupables et implicitement racistes de “dénoncer les méfaits des Arabes”. Et si ces méfaits sont réels, comme tous les reportages du Monde l’attestent ? Il faut donc se taire parce qu’ils sont le fait d’“Arabes” ? Dénoncer lesdits méfaits, c’est donc “mépriser” leurs auteurs selon Saumade ? Autres balivernes : les migrants espagnols ou italiens auraient, eux aussi, été “méprisés”, exclus comme on dit. Alors pourquoi ont-ils réussi à s’insérer là où les Maghrébins échouent ? Ce mensonge est ressassé à longueur de médias.
Il faut rétablir la vérité : les migrants d’autres pays d’Europe n’ont jamais eu de difficultés d’intégration parce qu’ils n’ont pas volontairement choisi une attitude asociale et de conflit ethnique, comme le font les nouvelles générations de migrants maghrébins. D’autre part, les Maghrébins constitueraient un malheureux “sous-prolétariat” selon de nombreuses analyses du quotidien Le Monde, cet organe de propagande qui a réussi depuis quarante ans à se faire passer pour un organe d’information. Les chiffres contredisent ces allégations : 90% des gens à la rue, des SDF, sont des Européens selon les statistiques du Secours catholique et de l’Armée du Salut. Ce sont eux qui sont victimes d’un véritable “racisme social”, pas les immigrés.
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La politique suivie a toujours été de pratiquer une relative impunité envers les casseurs maghrébins, de les récompenser en quelque sorte en pratiquant de coûteuses politiques d’insertion qui aboutissent en fait à conforter les caïds locaux et donc à encourager plus encore la délinquance.
Il faut renverser toutes les propositions : non seulement l’intégration dans un contrat social “républicain” de légalité de l’État de droit est refusée en elle-même, pour des raisons idéologiques, mais les intéressés ne sont pas capables de cette intégration socio-économique, malgré les aides et les faveurs innombrables. Ils se savent globalement incapables d’une progression sociale au mérite et à la compétence ou à l’effort dans la société. Leur seule échappatoire est alors celle de la délinquance pensée comme affrontement ethnique. La soif d’intégration des jeunes Beurs selon la formule du Monde est une légende.
Ajoutons qu’il se sentent parfaitement intégrés dans leur contreculture et leur contre-société hostile et en expansion. Ces dernières sont un mélange d’économie criminelle, de harcèlement de tout représentant ou symbole de la chose publique, de rap violent, de raï et d’un mélange de références aux emblèmes afro-américains des ghettos et à la culture araboislamique expansive.
On trouve deux attitudes : celle des Beurs-blacks des banlieues qui, comme aux États-Unis, veulent profiter du système économique sans participer au système social, souhaitent le maintien de leurs ghettos et de leurs zones de non-droit comme bases arrière en extension continue, de manière à se tailler des parcelles territoriales néo-féodales ; et l’attitude d’élites musulmanes cyniques et lucides qui, loin de s’intégrer à la République, souhaitent tout simplement islamiser la France et se félicitent de la criminalité des “jeunes”.
Ils s’en félicitent pour deux raisons : d’abord parce qu’ils répètent l’argument (totalement fallacieux) suivant : « Laissez s’installer l’islam et, là, criminalité de nos jeunes cessera parce que nous les tiendrons en mains. » La seconde raison, qui consiste un peu à jouer avec le feu et peut se retourner contre eux, c’est que les exactions des jeunes immigrés effraient les autochtones et les autorités qui, cédant à la peur et refusant l’affrontement, délivrent sans cesse de nouvelles facilités à leurs communautés. En réalité, les intérêts et les positions des jeunes Afro-maghrébins et des élites musulmanes présentes sur le territoire comme “cinquième colonne” s’articulent très bien l’une avec l’autre sans qu’il y ait besoin de concertation.
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Sur le mythe du chômage et de la misère économique des immigrés, on relève des lapsus intéressants.
Jean-Émile Vié, ancien préfet de région, conseiller maître honoraire à la Cour des comptes, écrivait dans un article du Figaro (5/03/1999) intitulé Une insécurité insupportable : « Aujourd’hui, il faut agir d’urgence pour éviter la constitution de milices privées et, à terme, la guerre civile ». Mais bien qu’audacieux, il s’efforce de rester politiquement correct. Il attribue une des premières causes de cette surcriminalité au chômage. Pourtant, il détruit lui-même son propre argument en ajoutant : « Notre pays a cependanm connu avant la guerre une crise économique grave, qui n’a pas entraîné de montée spectaculaire de l’insécurité bien qu’à l’époque le chômage ne fût pas indemnisé ». Il est vrai qu’un peu plus loin, il reconnaît tout de même : « Mais d’autres causes sont volontairement ignorées ou sous-estimées. C’est le cas de l’immigration incontrôlée. Ce n’est pas faire preuve de racisme que de constater que chômage et délinquance sont plus accentués chez les immigrés ».
En réalité le chômage n’est nullement la cause de la surdélinquance des immigrés, pas plus que leur prétendue précarité économique. Les causes ethniques sont occultées par le système.

ILS COÛTENT CHER
Le plan contre la délinquance annoncé par MM. Jospin et Chevènement en 1999 à la suite d’innombrables émeutes de “jeunes” va peser d’un nouveau coût très lourd et contre-productif sur l’économie nationale, comme le reconnaît le préfet de région précité : « Il, serait en tout état de cause instructif pour les électeurs contribuables de dresser un bilan du coût de l’insécurité : augmentation des effectifs de police et de gendarmerie, extension des prisons et autres établissements de détention ou de rééducation, recrutement de professeurs et d’éducateurs, création de polices municipales, recrutement de vigiles, mesures passives de prévention ». Sans compter les innombrables dégradations de biens, les atteintes aux personnes, les frais d’assurance à la suite de vols, etc. M. Vié précise : « Ne devraient être acceptés que les étrangers apportant une valeur ajoutée incontestable à notre pays. » C’est l’inverse qui s’est produit. Nous avons hérité de ceux qui n’apportent pas de valeur ajoutée, mais l’inverse : des déséconomies externes.
La Région Provence-Alpes-Côtes d’Azur, dans des opérations nommées “accès à la musique”, débloque chaque année des fonds pour le rap, le raï et le hip-hop – musiques emblématiques des Afro-maghrébins – à hauteur de 8 millions de francs. En parallèle l’association des jeunesses musicales de France, qui se consacre au patrimoine musical national, ne reçoit que 300.000 F. Il en va pour la musique comme les prestations sociales, les investissements urbains, les loisirs : les populations d’origine immigrée sont privilégiées au détriment des Français européens par les pouvoirs publics, qui croient ainsi acheter la paix sociale mais qui ne récolteront que la guerre ethnique.
L’embauche de 25.000 “adjoints de sécurité”, autrement dit des gros bras sans qualification est prévue d’ici 2002. C’est le type même de l’investissement incréatif produit par l’immigration. On investit dans la paix sociale, pour pacifier des populations inadaptées et sous-capables. C’est autant de moins pour les investissements producteurs d’emplois et de valeur ajoutée. Si l’on y réfléchit bien, c’est hallucinant, nous avons à faire à un infernal cercle vicieux : pour limiter les exactions des immigrés, on embauche et on paie d’autres immigrés.
Les coûteux “emplois-jeunes” de Martine Aubry concernent préférentiellement des allogènes. Ils correspondent à des types d’emplois qui seraient parfaitement inutiles dans une société ethniquement homogène. Ce sont d’autre part des emplois non qualifiés, des emplois de service relevant d’une économie peu évoluée. En ce sens, le fardeau de l’immigration correspond à une certaine tiers-mondisation de l’économie. Tout se passe comme si ces populations exportaient ici les structures économiques peu performantes de leurs pays d’origine.
On comprend que les États-Unis se frottent les mains de la tiersmondisation et de l’islamisation de l’Europe. (récemment Bill Clinton s’est prononcé, comme par hasard, pour une adhésion de la Turquie à l’UE). Tout ce qui peut affaiblir le concurrent commercial et technologique européen et constituer des boulets de plomb pour son économie est bon à prendre.
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Un scandale récent a très peu défrayé la chronique et n’a pas donné lieu à des poursuites judiciaires. En 1998, la Cour des Comptes dénonçait le fait que, en violation de la loi, le Fonds d’action sociale, le FAS, se faisait financer par la Caisse nationale d’allocations familiales. Depuis, c’est l’État qui a repris directement le financement du FAS, soit 1 milliard de francs par an. Qu’est-ce que le FAS ? C’est uniquement un organisme d’aides aux immigrés et, de plus, une pompe à finances pour les associations et lobbies de l’immigration, dont les dirigeants s’octroient de beaux salaires.
Les immigrés qu’ils soient de nationalité française ou étrangers, bénéficient de considérablement plus d’aides publiques que les Français de souche ou les ressortissants de l’Union européenne vivant en France. En tout, les organismes publics centraux ou locaux versent annuellement 15 milliards de subvention aux associations et entreprises les plus diverses qui concernent les immigrés. Chaque année, le prix d’un porte-avions !
Un grand nombre d’offices HLM privilégient l’attribution de logements aux immigrés ; leur loyer est minime puisqu’ils bénéficient de l’Aide personnalisée au logement. Idem dans les centres de soins. Le RMI (que critique d’ailleurs maintenant SOS Racisme, parce qu’il déresponsabilise et désinsère au lieu d’insérer) coûte chaque année 90 milliards, dont la moitié est versée à des étrangers et les trois quarts à des allocataires issus de l’immigration.
Une véritable économie criminelle parallèle, en circuit fermé, s’est progressivement mise en place dans les “cités” et elle s’étend chaque année à de nouveaux territoires. Elle est fondée sur le trafic de drogues, ainsi que le recel et la revente d’objets volés. Un policier désabusé de Vénissieux, près de Lyon, confiait sous l’anonymat : « On voit des Beurs rouler dans des cabriolets BMW à 350.000 F et ils touchent le RMI ou le chômage. A votre avis d’où vient l’argent ? Ils ne sont jamais inquiétés, jamais arrêtés, jamais contrôlés, jamais verbalisés. Leur impunité est totale. Alors que nous avons ordre de verbaliser le plus durement possible les Français. En fait, ils échappent aux lois, avec l’accord tacite des pouvoirs publics qui ne veulent pas d’histoires » (AFP. 12/02/1999). A partir de 1995 est même apparu dans les cités un système d’aides sociales internes : pour acheter le silence de la population afro-maghrébine, les dealers et les receleurs aident les familles en difficulté. Avec la bénédiction des imams et des écoles coraniques (financées par les pays arabes) qui, eux aussi, participent à ce circuit sauvage de sécurité sociale. Bien entendu, il vient s’ajouter aux considérables prestations versées sans contrôle par l’État français. Ajoutons encore par exemple le manque à gagner provoqué par les innombrables micro-entreprises travaillant au noir et toutes celles qui, en toute impunité, ne paient ni URSSAF ni TVA.
Ainsi s’instaure une contre-économie parasitaire en développement rapide. Les intellectuels dissertent, de gauche comme de droite, [nais les chiffres s’amoncellent.
Répétons-le, si l’on additionne tous ces postes : subventions et aides directes, emplois-jeunes fictifs, coût de la délinquance, RMI, déséconomies internes induites par les trafics, on peut évaluer à 800 milliards par an le coût de l’immigration pour les pouvoirs publics, le budget social et la société civile. Soit la moitié du budget de l’État.

DEUX POIDS, DEUX MESURES : L’IMPUNITÉ ET LES PRIVILÈGES DES IMMIGRÉS
Une autre contre-vérité qu’il convient de renverser : les immigrés seraient victimes d’un acharnement répressif scandaleux, de la part de la police comme de la justice ou de l’administration. Or, c’est l’inverse que l’on remarque dans tous les domaines.
Les bandes ethniques bénéficient de l’impunité judiciaire et de la mansuétude des médias. Tandis que les Français de souche subissent toute la rigueur des lois.
L’impunité dont bénéficient maints voyous immigrés, soit parce que la police ne pénètre plus dans les cités, soit à cause de la mansuétude de la justice, n’est pas une invention des excités d’extrême-droite, comme le serine la presse bien-pensante. M. Chevènement lui-même l’a reconnu. Après les incroyables émeutes de Vauvert, dans le Gard au cours desquelles cette petite ville camarguaise jadis paisible a été mise à sac deux jours durant par les bandes ethniques, pillages qui ont fait six blessés graves et un mort, le ministre de l’Intérieur s’est rendu dans cette ville, le 17 mai 1999 pour rencontrer le maire. Ce dernier, un socialiste, Guy Roca, avec l’accord tacite du ministre de l’Intérieur, a porté plainte contre la décision du substitut du procureur qui venait de remettre en liberté l’agresseur d’un policier municipal et l’un des principaux fauteurs de troubles de la commune (Un maire portant plainte contre le Parquet, c’est une première !). Le voyou maghrébin avait été condamné à de la prison avec sursis pour l’agression – avec tentative de viol – d’une femme de gendarme. Il était le principal meneur de l’émeute (la presse parle d’« incidents »). Or, il fut libéré cinq heures après son arrestation !
Aussitôt après cet élargissement, il fut à l’origine de la rixe qui aboutit à la mort d’un de ses complices et coreligionnaires, Oubajja. Il est toujours en liberté ! Un gendarme responsable de l’enquête déclarait : « Je suis furieux. Sans cette remise en liberté, il y aurait eu un mort de moins ». L’auteur du coup de feu, le commerçant qui agissait en légitime défense, seul montre une bande de Beurs’surexcités, a, lui, été écroué sur-le-champ à Nîmes pour homicide volontaire…
« Sous couvert de l’anonymat, policiers et gendarmes se plaignent de plusieurs dossiers similaires » reconnaît Le Monde (19/05/1999). M. Chevènement aussi, qui dévoila une de ces statistiques dont les médias ne parlent jamais : dans le Gard, en 1998, le nombre des personnes écrouées avait baissé de 28%, tandis que la délinquance avait progressé de 6% ! Le ministre n’a pas hésité à déclarer, provoquant ainsi une crise avec le Garde des Sceaux, la laxiste Mme Guigou : « Je suis évidemment favorable à une diversification des réponses judiciaires, mais cela ne signifie pas un tel relâchement. Ce relâchement, il faut le corriger. L’indépendance de la magistrature ne signifie pas qu’elle n’a pas de comptes à rendre ». Chevènement est lucide, mais ces belles paroles ne seront de toute façon jamais suivies d’effets.
Mme Guigou, donc, qui est la parfaite représentante de cette grande bourgeoisie surprotégée et immigrophile, elle qui a fait fermer les timides centres d’éducation renforcée réservés aux jeunes multirécidivistes (alors que les travaillistes anglais en ont ouvert de nouveaux), n’a pas hésité à soutenir contre J.-P. Chevènement la décision de justice de remettre en liberté le principal meneur de la razzia de Vauvert, incendiaire, pilleur, agresseur récidiviste, ainsi que la plupart des autres émeutiers pourtant pris sur le fait. Elle a déclaré que « les décisions de remise en liberté ont été mûrement réfléchies ». Effectivement, “mûrement réfléchies” au regard de considérations ethniques, mais non pas de considérations de justice ni d’ordre public. Elle a ajouté cet énorme sophisme : « Ce sont les mêmes qui protestent contre l’incarcération et contre l’absence d’incarcération ». Bien entendu, le Syndicat de la magistrature l’a chaudement approuvée dans un communiqué. Pour Mme Guigou, seuls méritent l’incarcération ceux qui osent se défendre. Il s’agit au sens propre d’une forfaiture de l’État de droit, qui ne remplit plus le contrat social, qui paralyse ses polices et dévoie sa justice. Qu’on ne s’étonne pas un jour, dans ces conditions, que se créent des contre-pouvoirs citoyens et des milices populaires qui feront peu de cas d’une police paralysée et d’une justice erratique. Après tout, à qui appartient le pouvoir ? Au gouvernement, à la justice, à la police, à l’armée ? Non. Et à qui appartient la légitimité ? Au porteurs d’uniformes ? A ceux qui obéissent aux cabinets ministériels ? Non. Et qui détient la légalité ? Le Premier Ministre, le Président ? Non. Nos gouvernants devraient savoir. C’est une énigme facile à deviner et riche en surprises. Il suffit de lire la Constitution.
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Les faits divers sont toujours très parlants. Récemment, dans un bourg isolé du sud de la France, un retraité qui habite le rez-de-chaussée est attaqué chez lui par de jeunes Maghrébins qui tentent de briser sa porte d’entrée. Il se réfugie au premier étage, prend son fusil de chasse et tire des coups de feu en l’air pour appeler au secours et alerter les gendarmes. Ses coups de feu ne tuent ni ne blessent personne. Une scène, entre parenthèses, digne de la guerre d’Algérie… Les gendarmes arrivent, arrêtent les agresseurs et délivrent le retraité. Mais quelques jours plus tard, la “justice” passe par là. Le retraité est mis en examen et incarcéré en détention provisoire pour avoir tiré des coups de feu. Les agresseurs maghrébins ne sont pas inquiétés. Les gendarmes sont dégoûtés, mais leur devoir de réserve leur interdit de protester ou de commenter une décision de “justice”.
Plusieurs remarques, après ces faits : tout d’abord, contre l’esprit même de loi, la détention provisoire n’est pas justifiée, lorsque des Beurs ou des Noirs multirécidivistes sont pris sur le fait, alors qu’elle s’applique à des Européens qui n’ont aucun passé judiciaire. Les magistrats considèrent qu’il n’y a pas “trouble à l’ordre public” à laisser en liberté provisoire des délinquants dangereux notoires. Mais ils incarcèrent sans état d’âme le Préfet de Corse Bonnet, tout commerçant, tout policier ou tout citoyen agressé en état de légitime défense.
En deuxième lieu, on remarque que cette mansuétude envers les délinquants et les émeutiers immigrés, ce souci de sans cesse “leur faire confiance” repose sur l’“antiracisme” et ses complexes, ainsi que sur “le respect des droits de l’homme”. Mais les victimes françaises et européennes des délinquants afro-maghrébins ne bénéficient pas de la même sollicitude de la part des défenseurs de ces droits de l’homme.
Au fond, ils bénéficient de droits de l’homme “amoindris”. A l’ethno-masochisme de certains magistrats, de nombreux médias et de plusieurs ministres, répond le racisme anti-européen ouvert des bandes ethniques.
Notons aussi que les médias s’empressent de relever le nom des auteurs de forfaits lorsqu’ils sont Européens, mais qu’on le tait presque toujours lorsqu’il s’agit d’un Arabe ou d’un Noir. Dès qu’un tueur, un violeur, un braqueur s’avère être un Blanc, les médias sautent sur l’occasion, dévoilent son nom, publient sa photo et sa biographie et ordonnent aux pissecopies de lui faire un sort sur trois colonnes.
Parallèlement, les agressions ou les assassinats dont sont victimes les Afro-maghrébins sont hyper-médiatisées (crimes “racistes”), mais les innombrables agressions et crimes contre des Européens sont dissimulés.
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Règle n°l : Un crime commis par un Européen est un vrai crime auquel on donne une publicité conséquente, un crime commis par un Afromaghrébin est un faux crime, un dérapage, une erreur de parcours avec circonstances atténuantes que l’on s’efforce d’excuser.
Règle n°2 : Une victime africaine ou maghrébine d’un Européen agressé qui riposte est une vraie victime d’un crime raciste ; une victime européenne d’un Africain ou d’un Maghrébin est victime du destin ou d’une provocation de sa part, et son cas est peu médiatisé.
Remarquons à ce propos ce sommet de l’ethnomasochisme : lorsqu’à Marseille et à Rennes, deux jeunes Européens furent mortellement poignardés par des Maghrébins, sans cause apparente autre que la haine pure et simple, ceux qui dénonçaient un crime raciste anti-Européen furent accusés de « démagogie et de récupération raciste ». Même les familles des victimes sont tombées dans le piège. Par essence, un Noir ou un Maghrébin ne peuvent métaphysiquement être racistes, péché réservé aux Blancs. Pour l’idéologie dominante, dénoncer le racisme des Afro-maghrébins, c’est du racisme.
Lorsque, pendant le Mondial 98, le gendarme Nivel a été sauvagement agressé par des hooligans allemands à Lens, la couverture médiatique fut considérable, à l’échelle de toute l’Europe. Les voyous étaient Allemands, vous comprenez ? Leur biographie fut étalée dans la presse. Lorsque, voici quelques années, dans le commissariat du XVIIIe arrondissement de Paris, un jeune Noir fut abattu, au cours d’un interrogatoire, par un inspecteur qui avait “pété les plombs”, ce fut un tollé médiatique, une preuve évidente du racisme de la police. Mais les policiers blessés ou tués par les voyous des bandes ethniques, les femmes policières violées, les vieilles gens attaqués et massacrés à leur domicile (“saucissonnage”), etc., tous ces faits ne bénéficient que de quelques lignes ennuyées dans les pages “faits divers”, et de rien du tout au journal télévisé.
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Les faits suivants sont incontournables : à peine 10% des agressions, blessures, meurtres et actes de viol avec violence commis par des Maghrébins et des Noirs sont évoqués par les médias, et encore en entrefilets. Le nom et l’origine des agresseurs sont presque toujours tus. La presse comptabilise les “crimes racistes”, mais n’évoque pas cette centaine de policiers qui, chaque année se retrouvent au cimetière ou paraplégiques, à la suite d’agressions par les bandes ethniques, même quand ils ne sont pas en service.
En 1997, dans un train en partance de Saint-Lazare, une jeune femme policière voyageant en civil (mais avec sa carte professionnelle) fut violée, frappée, tailladée au cutter, dévalisée par quatre Beurs. Ses bourreaux n’ont pas oublié d’uriner sur le visage ensanglanté et le corps meurtri, dénudé et souillé de la malheureuse. Les voyous ont été identifiés et arrêtés par les collègues de la victime. Mais la presse bien-pensante s’est emparée de l’affaire, avec la complicité d’une “justice” volontairement sceptique. N’était-elle pas une affabulatrice ? Une dérangée mentale ? Après tout, elle était flic, vous comprenez… Le Monde a même révélé que l’un des suspects – formellement 181
reconnu par la victime – était un « jeune, très doux, faisant son service militaire ». Bref, cette flicesse était une hystérique. Elle avait “imaginé” son agression… La vie brisée, le psychisme détruit de cette pauvre jeune femme intéresse beaucoup moins mes confrères journalistes que le chagrin de la famille d’un jeune voyou maghrébin, abattu au cours d’une fusillade qu’il a lui-même provoquée. Sans oublier le préfet, servile proconsul, qui vient rendre visite à la famille éplorée de la “victime”. Aucun préfet, aucun ministre n’a jamais daigné se rendre au chevet de cette petite flicesse martyrisée, dont le corps et l’honneur ont été ravagés.
Aujourd’hui, la vie de cette jeune femme innocente est brisée, sans réparation, et ses agresseurs coulent des jours paisibles, en liberté. Une telle abjection s’explique par cette règle : un peuple qui se laisse coloniser commence par se laisser culpabiliser, puis par victimiser et justifier ses propres agresseurs.
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Mais cette règle du “deux poids, deux mesures” touche bien d’autres domaines où l’on constate le privilège et l’impunité des immigrés.
Par exemple, l’idée d’homogénéité ethnique est criminalisée dès qu’il s’agit de l’Europe, mais parfaitement admise dans les autres parties du monde. L’homme européen est frappé de péché originel – par lui-même, d’ailleurs. Il est soumis à l’impératif de métissage, de dénatalité ; dès qu’il affirme une vigueur biologique, il est coupable. L’idée sous-jacente est la race blanche est dangereuse, elle doit avoir honte d’elle-même. Encore une conséquence de l’ethnomasochisme.
Par exemple, le natalisme est positif quand il s’agit d’allogènes, suspect quand il s’agit d’autochtones européens. Voici quelques années, les affichages Giraudy avaient fait une campagne en faveur de la natalité où l’on voyait des bébés de race blanche. Cette initiative a été jugée coupable, voire raciste par la presse bien-pensante. Pourquoi pas des bébés de race noire ? Imagine-t-on une campagne nataliste au Japon ou au Bénin avec des bébés de race blanche ?
Autre point : il semble naturel que les pays africains ou asiatiques ne deviennent pas des sociétés multiraciales ; en revanche, les pays européens ont le devoir et le destin de le devenir.
On s’extasie devant une famille nombreuse africaine en France (“qu’ils sont mignons, les petits négrillons !”), mais l’idéologie dominante dévalorise et ridiculise une femme européenne à la progéniture nombreuse (Philippe de Villiers avait été brocardé dans Libération parce qu’il avait beaucoup d’enfants). La “femme au foyer” européenne qui élève ses enfants est considérée comme une poule pondeuse stupide et arriérée, qui n’a pas compris que la réussite professionnelle, l’émancipation vis-à-vis de la famille et du mari, et – pourquoi pas ? – le couple homosexuel avec une autre femme, étaient bien supérieurs au modèle de la reproduction de la lignée.
De même, le système encourage de plus en plus le communautarisme et se félicite de 1’“enracinement” des communautés immigrées, dans leurs coutumes, leurs religions, etc. Mais on se méfie d’une réaffirmation des traditions européennes, surtout quand il s’agit de les “défolkloriser” et de les réactualiser. Les musiques alternatives européennes enracinées (comme par exemple les oeuvres du groupe milanais Camerata Mediolanense et bien d’autres) sont volontairement étouffées par l’industrie du spectacle, (quand elles ne sont pas diabolisées comme crypto-fascistes), tandis que des millions sont consacrés à la promotion et à la diffusion de groupes de rai et de rap dont la qualité artistique laisse fortement à désirer.
Il ne s’agit pas uniquement d’intérêt commercial, mais d’une stratégie idéologique qui s’impose au monde du show-business, selon ce mot d’ordre : promouvoir et privilégier tout ce qui est afro-maghrébin, même médiocre et dévaloriser toute identité européenne. J’ai travaillé quinze ans au coeur de l’industrie du spectacle – le showbiz – et je peux répondre par des centaines d’exemples à tout détracteur de ces thèses.
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Abordons la question des unions mixtes. Voici quelques années, le film Pierre et Djeinilah (dont Michel Marmin était scénariste) racontait l’histoire d’une jeune fille arabe musulmane et d’un Français de souche amoureux l’un de l’autre. Ce dernier était assassiné par la famille de la jeune fille. Elle commettait le péché suprême en voulant épouser un Européen non musulman.
Ce genre de cas est courant. Un psychiatre du sud de la France m’a dernièrement rapporté le cas suivant : un jeune homme de souche européenne déprime. Pourquoi ? : il sort avec une Beurette, musulmane d’origine algérienne. Il reçoit des menaces de mort quotidiennes de l’entourage et de la famille arabes de la jeune fille. S’il n’arrête pas cette liaison, il sera égorgé. Il porte plainte pour menaces de mort et racisme. Le Parquet rejette la plainte comme irrecevable. Le jeune homme finit par se soumettre et se convertit à l’islam, pour sauver sa vie et pouvoir continuer sa liaison avec la jeune Maghrébine. Imaginons le scénario inverse : un jeune Maghrébin veut épouser une Bretonne catholique. Il reçoit des menaces de mort de la famille. Avec l’obligation de se convertir, s’il veut continuer la liaison. Les médias, la justice, la police tomberaient comme des vautours sur cette abomination.
D’autre part, chez les jeunes, le nombre de couples “dominos” où l’homme est Africain ou Maghrébin est environ dix fois plus important que l’inverse. Les jeunes filles blanches – au delà du désir de paraître branchées et antiracistes – manifestent une tendance à la soumission envers le dominant (cette tendance relève d’un atavisme éthologique humain ; en Afrique, c’est l’inverse : les femmes cherchent à épouser des Européens). Ce comportement des jeunes Blanches est normal puisque tout le système et l’idéologie ambiante s’emploient à déviriliser l’homme européen et à viriliser les autres. Le fait est patent dans la publicité, le cinéma et la presse grand-public. Régulièrement, les grands hebdomadaires People consacrent des reportages ou des unes aux starlettes et aux mannequins qui sortent avec des Noirs, et érigent ces couple mixtes en modèle.
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Voici plusieurs années, un certain Michel Lajoye, par pur idéal politique, avec une maladresse confondante – et très certainement après avoir été manipulé par divers services de police – pose une bombe dans un café du Petit-Quevilly fréquenté par des Maghrébins. L’explosion endommage le bar sans faire aucune victime. Lajoye écopa de la détention criminelle à perpétuité assortie d’une peine incompressible de 18 ans. Soit autant que des terroristes islamistes qui font sauter des avions et plus que Florence Rey, l’idéaliste gauchiste meurtrière de quatre personnes, et évidemment que tous les Afro-maghrébins des prisons de France assassins et violeurs multirécidivistes ou que les pédophiles auteurs d’actes de barbarie. Michel Lajoye a pris le maximum parce que, dans une société xénophile, même un jury populaire considère comme crime suprême le fait de s’en prendre aux étrangers – quand bien même ces derniers ne déplorent aucune victime dans leurs rangs. Deux poids, deux mesures.
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Alors que plusieurs dizaines de milliers d’étrangers, dont plusieurs ont un casier judiciaire, sont naturalisés chaque année, le Garde des Sceaux, Élisabeth Guigou, a annoncé en septembre 1999 son refus d’accorder de plein droit la nationalité française aux légionnaires étrangers qui ont versé leur sang pour la France (“Français par le sang versé”).
Tandis que la révision du Code de la nationalité s’est montrée encore plus laxiste qu’auparavant pour les immigrés ordinaires ou les clandestins régularisés, il n’est pas question de faire la moindre fleur, la moindre concession pour les légionnaires blessés au combat. Ils doivent se plier au droit commun : après trois ans de service actif, ils peuvent, avec un certificat de bonne conduite, obtenir par décret s’ils la demandent la nationalité française, mais sans aucune garantie d’automaticité.
Comme l’a fait remarquer le général Coullon, président de la FSALE (amicale des anciens légionnaires) : « la blessure au combat n’est pas considérée comme la sanction charnelle et douloureuse d’un acte de patriotisme, mais comme un simple accident du travail ».
Il est plus difficile pour un légionnaire blessé pour la France d’obtenir la nationalité française que pour un clandestin régularisé qui a mis enceinte une femme accouchant sur le territoire national, et qui se retrouve père d’un enfant français. Cette pratique du ministère de la Justice dévalorise en fait totalement les notions de nationalité française et de patrie française, qui apparaissent de plus en plus comme des concepts vides de sens.
Mais l’affaire est assez sordide : en 1993, François Léotard, alors ministre de la Défense, rendait visite aux Invalides au caporal Mariusz Novakowski. Grièvement blessé à Sarajevo, il venait d’être amputé de la jambe gauche. Le ministre lui demanda comment il aimerait que s’exprimât concrètement la reconnaissance de la nation. Réponse de Novakowski : « Monsieur le ministre, je ne vous demande rien, je ne vous demande pas de décorations, je ne vous demande pas d’argent ; la seule chose que j’aimerais, c’est être Français ». Six ans plus tard, Élisabeth Guigou a tranché : l’amputation du petit caporal polonais ne lui donne aucun droit automatique à devenir Français.
Un voyou étranger, qui sort, de prison et qu’on expulse selon la loi, s’attire la commisération des médias. Il peut compter sur les associations pour réclamer la nationalité française. Mais le patriotisme naïf de Novakowski, qu’il a prouvé en offrant sa chair et son sang, est méprisé. Se battre pour la France ne donne droit à aucun remerciement dans cette société aux valeurs erratiques.
Cette gauche, qui prône avec tant de fracas médiatique la notion de citoyenneté, la vide en fait totalement de sa substance.
La notion de “patrie” est, elle aussi, complètement dévalorisée. Il faut voir là la conséquence du vieil antimilitarisme de gauche. Mais la gauche n’a pas compris que ses protégés, les immigrés du Tiers monde, étaient, eux, animés par la passion nationaliste,
mais un nationalisme qui n’a rien de français ni d’européen… Comme dans la Sparte dégénérée, les ilotes ivres sont préférés aux guerriers méritants.
L’ancien premier ministre Pierre Messmer, président d’honneur de la FSALE, écrivait sur cette affaire : « L’opposition méprisante à cette demande légitime que manifestent en toute occasion le Garde des Sceaux et son administration est incompréhensible. Leurs arguments juridiques sont d’une faiblesse insigne. Puisque je ne peux ni ne veux les soupçonner de racisme et de xénophobie, je me demande si leur subconscient n’est pas encore hanté par des relents inavouables d’antimilitarisme puisque, pour eux, le sang versé au service de la France ne donne pas le droit de devenir français. »
La vérité est encore plus simple, en termes de psychanalyse politique dans l’imaginaire de la gauche, un légionnaire européen blessé au combat est une figure méprisable ; un clandestin du Tiers monde, un voyou expulsé, un dealer blessé par la police au cours d’une rixe sont des figures estimables, des martyrs, des victimes. Punissons les premiers, récompensons les seconds. Nietzsche avait bien raison en prônant l’Umwertung, c’est-à-dire le renversement et le rétablissement des valeurs. Il avait prévu que la civilisation européenne commençait à marcher sur les mains.

LA LÉGENDE DES “IMMIGRÉS, PREMIÈRES VICTIMES DE LA CRIMINALITÉ”
Comme je l’ai déjà expliqué plus haut, la délinquance crapuleuse se double d’actes d’agression et d’hostilité à caractère raciste. On tente de nous faire croire que, comme aux États-Unis, la criminalité importante des “populations de couleur” nuit au premier chef à ces populations, qu’elles en sont les premières victimes. Là encore, les propos des sociologues en chambre sont démentis par les constatations des sociologues de terrain. De 1996 à 1998, les victimes de la délinquance de prévenus d’origine étrangère furent à 80% des “Français de souche”, selon une enquête indépendante sur la criminalité en Europe du Board of Sociological Survey de Londres (août 1999). En Grande-Bretagne le taux “n’est que” de 50%.
En région parisienne, selon des sources discrètes de la Préfecture de police, 50% des auteurs d’agression violentes sont des étrangers clandestins.
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Le soir du 3 septembre 1999, sur l’A86, à hauteur de Colombes, de jeunes Afro-maghrébins se sont livrés aux actes suivants : après avoir bloqué la file de droite à l’aide de parpaings, ils sont montés sur une passerelle surplombant l’autoroute. Ils ont laissé pendre, à hauteur de parebrise, une masse métallique suspendue à un filin, tout en jetant des projectiles meurtriers, dont un moteur de machine à laver, sur les véhicules. Ces “incivilités” n’étaient rien d’autre que des tentatives de meurtre. Par chance, le carnage n’eut pas lieu et on ne déplora que des dégâts matériels sur 14 véhicules. Il est bien évident que cette criminalité n’est pas motivée par le profit, mais par le désir de nuire et de tuer. Il s’agit d’actes purs et simples de guérillas.
Dans les “cités à risques”, après les policiers, les pompiers, les conducteurs de bus, bref tous les représentants des services publics français, on s’en prend maintenant aux bureaux de poste et aux facteurs. Les bureaux de poste sont les derniers symboles de l’État de droit qui demeurent encore, et même souvent, les derniers lieux ouverts depuis la fermeture de l’ensemble des commerces. Or, depuis 1998, on note partout une recrudescence des attaques de bureaux de poste, ainsi que des agressions de facteurs par les bandes ethniques. Ils sont soit molestés gratuitement, soit dépouillés de leur argent et de tous les documents bancaires qu’ils transportent. Pour le premier trimestre de 1999, la Poste a relevé 170 agressions dans le seul département de Seine Saint-Denis, soit plus d’un par jour. La distribution du courrier est donc de moins en moins bien assurée. Ce qui nuit aux habitants des Cités et ce que n’avaient pas prévu les “jeunes”, dont le niveau intellectuel n’est – il est vrai – pas très performant.
Mesure proposée par le ministère de l’Intérieur : non pas protéger les postiers et faire régner l’ordre (trop dangereux), mais « recruter des postiers “issus des cités” » (Le Parisien, 15/09/1999). Autrement dit des Beurs et des Noirs. Même raisonnement que pour les “auxiliaires de sécurité” artificiellement adjoints à la police nationale, presque tous issus de l’immigration, et dont l’efficacité reste à démontrer… L’État républicain, transgressant ses propres principes, pratique donc le recrutement ethnique et reconnaît que le problème est racial. Il admet qu’un postier maghrébin ou noir courra moins de risque qu’un Européen.
C’est donc reconnaître implicitement ce fait général : les familles maghrébines ou africaines ne sont pas, dans les “cités” et leurs abords, victimes des violences ; seuls les Européens en pâtissent.
On rétorque qu’il y a tout de même, parmi les victimes quotidiennes, un certain nombre d’Africains et de Maghrébins. Oui, mais là, il s’agit la plupart du temps de rixes entre dealers ou entre bandes ethniques pour le contrôle d’un territoire. L’ennemi commun, contre lequel on se regroupe si besoin est, c’est bel et bien l’Européen.

ON REDOUTE, MAIS ON NIE UNE ÉVENTUELLE GUERRE ETHNIQUE
« Tout va bien, il n’y aura pas de guerre civile, l’État tient les choses en mains ». Tel est le discours implicite officiel. Ceux qui le tiennent n’ont évidemment jamais été attaqués sur une route de nuit ou dans un train, jamais assisté au sac d’un supermarché, jamais vu une émeute ethnique ; qu’ils soient journalistes-vedettes ou politiciens. Le tabou se formule ainsi : “surtout, ne jamais évoquer la menace d’une guerre civile ethnique”. Sinon on est assimilé à un prophète de malheur, à un provocateur de violence. Nul ne doit enfreindre le tabou de l’optimisme officiel sur la prétendue maîtrise de la violence ethnique.
Les médias ont ordre de minimiser, voire de taire les émeutes et les razzias. Jamais la télévision n’a montré les forêts de drapeaux algériens et de slogans écrits en Arabe dans les embrasements des banlieues (comme pendant la “fête” du Mondial 1998). Jamais non plus on ne photographie ou ne filme les graffitis innombrables du genre : « Les Arabes enculent la France ». Il s’agit de dissimuler tout signe d’hostilité. Le feu couve, mais dormez-en paix, braves ploucs, il n’y aura pas d’incendie. Ceux qui pensent le contraire développeraient d’inavouables fantasmes, relevant de la psychiatrie ou de la provocation.
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Pourtant, on en est arrivé au point que c’est la gauche “antiraciste” ellemême qui redoute cette menace et qui commence à paniquer devant les conséquences de son propre laxisme. Le trotskiste Julien Dray, chargé de la politique de la Ville au Conseil régional d’Ile-de-France affirmait dans une interview : « Il est urgent de se rendre compte à quel point deux mondes sont en train de se construire en parallèle. Il y a urgence, il faut agir très vite, sinon on le paiera cher dans les années à venir. Les flingues sortiront ». Ils commencent à sortir. De plus en plus souvent, les armes à feu, de chasse ou de guerre, sont utilisées dans les actes de délinquance. Ce qui prouve, dans les cités, l’existence d’arsenaux. Récemment, l’État a exigé que tous les possesseurs d’armes de chasse en fassent une déclaration spéciale. Il s’agit de dissuader les Européens d’utiliser des fusils en cas d’émeutes, de razzias, de guerre des rues ou d’agression. Bien entendu, les Beurs-Blancs des cités immigrées, eux, ne déclareront jamais leurs armes. Tout se passe comme si l’on voulait désarmer les Européens, en croyant que cette mesure à la gribouille empêchera la guerre civile. Elle risque tout simplement de favoriser la victoire sur le terrain des émeutiers.
L’État lui-même n’exclut plus l’hypothèse d’une guerre civile ethnique tout en l’exorcisant. Des simulations d’émeutes à grande échelle, simultanées sur tout le territoire, ont été entreprises, avec l’implication de la police et de la gendarmerie, et même de l’armée. On commence à s’inquiéter de l’exode des populations européennes (socialement favorisées) des zones où la proportion d’immigrés et de leurs nuisances dépasse un certain seuil. Depuis 1994, selon le dernier recensement de l’INSEE, 500.000 personnes ont quitté l’Ile-de-France et le même phénomène commence à se remarquer dans les conurbations marseillaise, lyonnaise et lilloise (20.000 Européens quittent chaque année la commune de Marseille). Le ministère de l’Intérieur sait très bien que la partition territoriale est commencée. Mais chut !
Les pouvoirs publics n’ignorent pas que la délinquance afro-maghrébine représente dans les grandes agglomérations entre 50 et 70% de la criminalité générale et s’avère la cause de 90% des agressions violentes contre les personnes et les biens. Et l’on s’imagine qu’en masquant les faits, on va les atténuer ou les faire disparaître. Vieille tactique de l’exorcisme social : on croit qu’en ne les nommant pas, on va abolir les choses. L’État refuse de communiquer les statistiques établies en termes d’origine ethnique ; la presse minimise ou tait la plupart des émeutes (2 par semaine en France en 1998 rapportées par l’A.F.P., mais très rarement répercutées par les médias) comme les agressions et crimes racistes contre des Blancs. On parle de “jeunes” dans le vocabulaire de la langue de coton, pour ne pas effrayer la population, comme s’il s’agissait d’un problème socioéconomique ou culturel de conflits de générations. On tente de faire passer un conflit ethno-racial pour un conflit de générations. Ou, au choix, pour un conflit socio-économique.
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Pierre Vial écrit : « On assiste bel et bien aux prémices d’une guerre ethnique » (in Guerre ethnique, la menace, article paru dans Terre et Peuple, automne 1999). Dans cette article, il cite la conclusion alarmiste du pourtant très politiquement correct Progrès de Lyon, à la suite d’une razzia sanglante commise à Saint-Étienne : « Cette véritable guérilla urbaine est devenue aujourd’hui monnaie courante. » Même les médias bien-pensants ne peuvent s’empêcher de lever un coin du voile.
Plusieurs hauts fonctionnaires, qui sont mes informateurs, me signalent que la principale préoccupation du ministère de l’Intérieur depuis 1995 était d’éviter que la délinquance ne tourne à la guerre civile, de réfléchir comment y faire face et surtout d’éviter que les Français ne croient à cette éventualité de crainte qu’ils ne la provoquent eux-mêmes.
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L’État n’a pas le courage d’affronter une telle guerre civile ethnique. Par la politique de Gribouille, il tente d’acheter le calme de ces “populations dangereuses”.
Ils savent que les cités incontrôlables et les zones de non-droit sont passées de 200 environ au début de la décennie à 1200 environ en 1999. Ils savent que, comme au début de la guerre d’Algérie, l’engrenage est en place et commence à s’enclencher à toute vitesse. Mais ils espèrent pouvoir enrayer le cours du destin par de vieilles recettes financières ou des politiques de “redéploiement de forces de l’ordre”, comme des cautères sur une jambe de bois.
En réalité, cette génération qui nous gouverne, la mienne, celle du baby boom et de Mai 1968, pénétrée par une idéologie indécrottablement irénique, refuse l’idée même de conflit. Les notions d’affrontement et d’urgence lui sont insupportables. Mais ils savent, au fond d’eux-mêmes qu’ils n’y échapperont pas.

LA VALORISATION FORCÉE DES “CULTURES” ALLOGÈNES
Dans une société frappée d’ethnomasochisme du fait de la colonisation de peuplement qu’elle subit, il est normal que le métissage devienne un référent suprême et qu’on assiste partout à une survalorisation des cultures africaines et maghrébo-musulmanes.
Le tabou se décline ainsi : vous n’avez pas le droit de critiquer ces cultures !
Lors de la célébration des 2600 ans de la fondation de Marseille, en juin 1999, organisée à grands frais par la municipalité de droite, les festivités et les animations ne voulaient pas seulement montrer que Marseille serait une ville “métisse”, que le mélange des cultures et surtout des races est une “enrichissante ouverture à l’Autre”, selon la langue de bois habituelle, mais surtout, de manière très perverse, que Marseille est d’abord une grande cité africaine. On eut droit par exemple à une version rap du Coupo Santo, le célèbre hymne provençal, chanté par 700 choristes. Aucune manifestation évoquant la culture provençale originelle n’était prévue. En revanche, les animations exaltant les cultures originelles de l’Afrique sub-saharienne et du Maghreb étaient légion, ainsi que des prestations effectuées par des groupes traditionnels folkloriques asiatiques et comoriens.
On a volontairement oublié – et censuré – le fait que la fondation de la cité phocéenne par les Hellènes, en l’an 601 avant notre ère, fut symbolisée par les noces du Grec Protis avec la Ségobrige Gyptis, autrement dit par l’union de deux peuples européens frères, de cosmogonie et d’ethnie voisines. On entretient le mythe que Marseille fut “toujours” une cité de rencontres entre tous les peuples du bassin méditerranéen, voire du monde. Certes, comme tout grand port, les étrangers ont toujours été présents (comme à Bordeaux, Nantes, Rotterdam, etc.). Mais n’oublions pas que jusqu’à une date très récente – et l’oeuvre de Pagnol en témoigne – Marseille ne fut nullement, par tradition, une ville cosmopolite, mais une cité provençale par son peuplement. Mais rappeler les racines provençales, n’est-ce pas de la provocation ? N’est-il pas raciste et réactionnaire, voire fasciste, de revendiquer un enracinement européen ? Lorsque la municipalité mégrétiste de Vitrolles a voulu appeler cette ville “Vitrolles-enProvence”, tous les médias ont qualifié cette initiative de provocation raciste et fascisante. On croit rêver. Évoquer une identité européenne est devenu suspect, politiquement incorrect. Surtout si cette identité est régionale, car l’idéologie jacobine et républicaniste connaît bien la dimension ethnique enracinée de l’appartenance régionale. S’identifier à la “république” est autorisé, car ce terme abstrait ne porte pas à conséquence.
En revanche, célébrer les traditions africaines et arabo-musulmanes est devenu un passeport pour les bien-pensants. II suffit d’écouter les programmes de la station officielle et xénophile Radio France Internationale. II est vrai qu’au rythme démographique actuel, Marseille, la Seine-Saint-Denis, une partie de l’agglomération lilloise et les banlieues de toutes les villes de plus de 100.000 habitants seront vraisemblablement dans moins de quinze ans des portions du territoire à majorité afro-maghrébine.
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Les “Fêtes de la Musique”, organisée depuis Jack Lang le jour du solstice d’été, et qui se terminent toujours par les exactions des bandes ethniques, et des agressions contre les Européens, offrent le même spectacle : survalorisation des musiques allogènes, dont la richesse artistique n’est pas toujours évidente.
En juin 1999, on n’a rien trouvé de mieux que d’organiser dans le parc du château de Chambord trois “journées africaines”, avec reconstitution grandeur nature aux frais du contribuable d’un village africain avec concerts de tam-tam sur le perron et dans la cour d’honneur du château de François Ier, ainsi que dans le parc. II s’agissait des “journées chasse et pêche”, initiées par les ministère de L’Agriculture et de la Culture et censées valoriser le patrimoine français. Il aurait été à l’évidence indécent et incorrect de faire jouer les trompes de chasse ou de reconstituer un village tourangeau du XVIe siècle.
Dans les manuels scolaire, l’enseignement de l’histoire de France et de celle des peuples européens s’amoindrit à chaque nouvelle réforme au profit des “disciplines” d’éveil, dont par exemple l’enseignement des dogmes de la doctrine multiracialiste officielle. Il a fallu toute la détermination de feu Éric Tabarly et de bien d’autres pour arrêter le calamiteux projet du calamiteux Jacques Chirac de déménager du Trocadéro l’exceptionnel et unique au monde Musée de la Marine au profit d’un “musée des arts premiers” (on ne dit plus “primitifs”) consacré essentiellement aux arts africains de la brousse, dont on sait l’immense apport qu’il a constitué pour l’humanité. Le “musée des arts premiers”, cher à un Président qui veut laisser sa crotte dans l’histoire, faute d’y pouvoir laisser sa marque, sera tout de même construit à grands frais dans un autre endroit de Paris. Il n’est venu à l’idée de personne que l’argent englouti dans cette opération par la tentaculaire administration de la Ville de Paris et l’erratique ministère de la Culture eût peut-être été mieux employé à – par exemple – restaurer les châteaux en péril, donner un second souffle à l’Institut français d’Athènes, aider au sauvetage du site archéologique de Pompéï, etc.
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Les médias n’échappent pas non plus à cette survalorisation de tout ce qui est “noir” et africain. Dans la musique, on tait (et on ne subventionne pas) les oeuvres des jeunes groupes européens hyper-créatifs, à la fois enracinés et futuristes, mais la moindre oeuvre “black” suscite des larmes et des reniflements fiévreux d’admiration. Récemment, la Ville de Paris a organisé à grands frais sur le Pont des Arts, face à l’Institut, une exposition de sculptures en boue séchée d’un “artiste” africain, au réalisme maladroit et médiocre. Mais malheur à qui se seraitt risqué de critiquer ce génie. Les 189
sculpteurs français de l’école de Rodin et de Maillol en sont réduit à exposer et à vendre… en Californie et au Japon.
Si vous voulez obtenir une subvention de Bruxelles, créez une association de promotion de la culture et de l’art africains. Vous obtiendrez bien plus facilement un chèque qu’en déclarant une association de promotion des traditions de la Flandre, de la Provence ou de la Bourgogne. A l’occasion du Festival d’Avignon 1999, le groupe théâtro-musical Royal de Luxe organisa un spectacle écrit et joué par une troupe africaine. La station Radio France Internationale, la “voix de la France dans le monde”, en rendait compte le 17 juillet 1999 à 19h., en conviant des critiques spécialisés. Concert de louanges dithyrambiques. Et soudain, l’un des invités, oubliant la loi du politiquement correct, un homme de gauche pourtant, laissa parler son professionnalisme et sa sincérité. Il déclara que le spectacle était « naif médiocre, ennuyeux et bourré de clichés, sans inventivité » et qu’une “publicité mensongère” était faite autour de ce spectacle, au demeurant excessivement cher (500 F la place). Il fut insulté à l’antenne et l’animateur ne lui redonna plus la parole. Il avait commis le crime suprême de lèse-africanité.
Qu’en conclure ? L’idéologie hégémonique, égalitaire et surtout cosmopolite, n’est plus si égalitaire que cela. Il ne s’agit plus d’affirmer l’égalité en génie de toutes les cultures du monde (thèse ethnopluraliste déjà hautement contestable), mais de laisser entendre à la supériorité de toute culture africaine, “black” ou même arabo-musulmane. Le rap et le raï ne seraient-ils pas, au fond, aussi intéressants sinon plus que Vivaldi ? Les contorsions du hip-hop plus essentielles que l’immense palette des danses européennes, orchestrales ou populaires ? MC Solaar et NTM ne seraient-ils pas plus créatifs que Brel ? Et les tags ? Ces gribouillis par lesquels les bandes ethniques marquent leur territoire, comme les canidés pissent, ne sont-ils pas comme on a pu le lire dans les pages “culturelles” de Libération (30/07/99) « l’expression d’une créativité blessée qui remet en question les canons figés d’une certaine esthétique européenne » ?
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Ce discours implicite doit se décrypter comme un projet à long terme de dévalorisation et d’oubli de la personnalité et du patrimoine culturel et historique européens. Faire de l’Européen un ilote sur son propre sol, un apatride sans racines. Substituer la mémoire du colonisateur à la sienne propre. L’ahurir par un magma de sous-culture à base de jeux vidéos, d’immédiateté pseudo-ludique, de présentisme audiovisuel et virtuel, d’illettrisme béat, d’ignorance de sa lignée, d’admiration pour le tam-tam et les mélopées à gaz pauvre : tel est le projet des néo-trotzkistes qui pilotent l’idéologie hégémonique, installés aux postes-clés dans les ministères de la Culture et de l’Éducation nationale, comme dans les principaux médias.
C’est le retour de flammes. La France et d’autres pays européens avaient jadis tenté, dans une stupide logique universaliste, d’abolir la mémoire et la culture des peuples colonisés (“nos ancêtres les Gaulois” enseignés aux Sénégalais) et de dévaloriser naïvement leurs racines. Nous subissons le retour de bâton. Nous sommes déculturés par ceux-là-mêmes que nous avons voulu déculturer par le colonialisme. L’histoire, avant d’être une trame d’affrontements militaires et économiques est tissée de compétition démographique et d’une guerre globale des conceptions-du-monde.
Qui gagne la guerre culturelle et la guerre des maternités sera le vainqueur et éliminera son ennemi. Il s’agit de nous châtrer (voir la valorisation de l’homosexualité et 190
d’un féminisme obtus) et de nous décérébrer, plus encore que de nous tuer. La reconquête de la terre européenne, jadis colonisatrice, aujourd’hui colonisée, passe aussi évidemment par la réappropriation et l’affirmation souveraine de notre propre mémoire. Le monde futur ne sera pas dominé par des peuples sans culture, immergés dans le présentisme électronique ou l’adulation du métissage chaotique, mais par ceux qui cultiveront la fierté de leur lignage ancestral et de leurs réalisations historiques. Un amnésique, un aliéné, puis un suicidé : voilà ce qu’on entend faire du peuple européen.
En matière de régularisation et de refus d’expulsion des clandestins, on atteint parfois des sommets. En septembre 1999, le tribunal administratif de Paris a annulé le décret de reconduite à la frontière d’Annihal D., un Colombien homosexuel et sans papiers, présent illégalement en France depuis 10 ans. Le motif ? L’individu « mène une vie de famille normale et une relation stable ». Avec qui cette vie de famille ? Avec un autre immigré clandestin homosexuel, qui a bénéficié des régularisations massives de 1991.
Cette interprétation extrêmement laxiste de la loi Chevènement du 11 mai 1998 fera malheureusement jurisprudence. La loi précitée accorde une carte de séjour temporaire à tout clandestin vivant en France depuis plus de 10 ans (n’ayant pas réussi à se faire repérer pendant 10 ans, donc), surtout s’il vit en famille. Il s’agissait d’éviter les cas d’expulsions de clandestins étrangers avec enfants français. Mais là, on croit rêver : la notion de “famille” est étendue aux couples homosexuels, comme l’explique, satisfaite, l’avocate du clandestin, Me Dupont de Sercey : « Cela démontre bien que le législateur français va prendre en considération la vie familiale élargie aux couples homosexuels ». Là encore, prévaut la règle du “deux poids, deux mesures” : un immigré clandestin homosexuel a droit à tous les égards de la loi ; ces trois caractéristiques, loin de le marginaliser, l’intègrent au contrairement pleinement dans une société déboussolée, qui a inversé tous ses repères.

L’IMPOSTURE HUMANITAIRE CONTRE L’HUMANISME CLASSIQUE. ÉLOGE DE L’ETHNOCENTRISME
Un des préjugés les plus couramment entendus est que la mansuétude envers les migrants, que l’antiracisme militant, la discrimination positive, etc., seraient conformes à la « tradition humaniste européenne ». Par là, les “droits de l’homme”, abusivement imputés à cette tradition humaniste, s’opposeraient aux risques de tyrannie et de fascisme induits par les doctrines de la préférence nationale ou de la préférence ethnique. Il s’agit là d’un détournement de tradition. Les “droits de l’homme” sont un simulacre défiguré de l’humanisme classique.
Il faut soutenir au contraire que l’humanisme classique et notamment hellénique défend la Cité comme ensemble ethnique homogène. Au rebours, l’humanitarisme multiethnique s’oppose de front à la tradition démocratique helléno-européenne et ne saurait déboucher que sur la dysharmonie sociale et le despotisme.
C’est le mérite des travaux du Cercle Nation et Humanisme d’Yvan Blot, surtout avec les études que ce dernier a consacré à Aristote, d’avoir montré que les racines de la démocratie et du bien-vivre ensemble de la philosophie politique grecque étaient fondées sur les notions d’homogénéité d’origine de la Cité, et de séparation rigoureuse entre les citoyens et les metoilcoï, les étrangers.
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Dans sa Politique, Aristote s’en prend tout d’abord à la notion d’apatride, de “citoyen du monde”, si en vogue dans l’idéologie cosmopolite moderne, bref d’individu abstrait et déraciné qui a le droit de s’installer où bon lui semble.
« La Cité fait partie des choses naturelles et l’homme est par nature un animal politique. Celui qui est sans patrie est soit un être dégradé, soit un être au-dessus des normes humaines. Il est comme celui qui est injurié par Homère, sans lignage, sans loi, sans foyer », explose le philosophe grec.
Dans la démocratie. athénienne classique, où l’impôt direct n’existait pas parce qu’il était considéré comme tyrannique, seuls les “métèques” (metoïkoï, étrangers résidents, l’expression n’étant pas péjorative) payaient une, contribution, pour prix de leur acceptation dans la Cité. Démarche totalement inverse de la nôtre qui attirons les étrangers par des prestations sociales et des facilités refusées aux citoyens.
Le respect des Grecs envers les Lois (oï nomoï) de la Cité aurait été incompatible avec une déclaration universelle des droits de l’homme abstrait et déraciné, comme avec l’infraction permanente aux lois de la République, que constituent les régularisations administratives de clandestins ou le refus d’expulsion des délinquants, par humanitarisme ; ce qui constitue un acte tyrannique envers les citoyens et le législateur démocratique.
Périclès, que l’on ne peut soupçonner de pré-fascisme, renforça à Athènes la notion considérée aujourd’hui comme diabolique de préférence nationale – ou, plus exactement, de préférence ethnique. Rejetant toute notion de droit du sol (est Athénien qui naît à Athènes), il renforça au contraire le droit du sang. Il fit voter que, pour devenir Athénien, l’enfant devait avoir ses deux parents, et non plus un seul, de citoyenneté athénienne. A l’époque, les tyrans, comme à Syracuse, étaient réputés utiliser le droit du sol, c’est-à-dire de naturaliser en masse les étrangers, pour submerger le peuple autochtone et abolir toute démocratie. C’est ce qui se passe aujourd’hui. Si, dans un dialogue imaginaire, Périclès rencontrait les dirigeants immigrationnistes actuels français, il les traiterait probablement d’apprentis-tyrans.
Les Grecs ont inventé la notion de philia, ainsi pertinemment définie par Jean-Marie Le Pen au cours d’un colloque : « C’est la fraternité, la bienveillance hiérarchisée, une sorte d’amitié qui unit les citoyens entre eux, conforme à l’ordre naturel. [...] Elle s’exerce en priorité au sein de la famille, puis à l’égard des amis, puis des compatriotes. Selon Aristote : “il est clair qu’il vaut mieux passer la journée avec des amis et des personnes excellentes, qu’avec des étrangers et des premiers venus” ».
Cette philia hellénique s’oppose évidemment aux préceptes évangéliques impraticables du “tous les hommes sont mes frères”. La philia hellénique est humaniste, parce qu’inégalitaire, hiérarchisée, conforme à la nature. Je préfère mon frère de sang à l’étranger, mais jamais je ne songerais à faire du mal à l’étranger paisible. Et il agira de même vis-à-vis de moi, dans sa propre communauté, dans son pays. L’humanisme inégalitaire respecte l’ordre naturel ; il ne ment pas. L’humanitarisme égalitaire et utopique ment. Il débouche sur la tyrannie, cet enfer pavé de bonnes intentions.
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Cette tyrannie que nous risquons de connaître bientôt, suite à l’explosion possible d’une guerre ethnique… Aristote l’évoque aussi, cette guerre civile, et il en décèle les mêmes causes ; en même temps, il propose une définition ethnique, c’est-à-dire humaniste, classique de la Cité : « Est aussi facteur de guerre civile l’absence de communauté ethnique tant que les citoyens n’en sont pas venus à respirer d’un même souffle. Car de même, une cité ne se forme pas à partir d’une masse de gens pris au hasard. C’est pourquoi, parmi ceux qui ont, jusqu’à présent, accepté des étrangers pour fonder une cité avec eux ou pour les intégrer à la cité, la plupart ont connu des guerres civiles ». Bonne description des questions actuelles, il y de cela 2400 ans… Une cité harmonieuse ne peut-être fondée, selon Aristote, que sur la proximité ethnique et culturelle. Dans son oeuvre historique et philosophique, Aristote décline, comme Thucydide, tous les désastres auxquels ont abouti l’accueil excessif des étrangers et le droit d’asile systématique au sein des cités grecques : les Samiens accueillis chez ceux de Zancle et qui les chassent, les gens d’Amphipolis chassés par les colons de Chalcis qu’ils avaient imprudemment acceptés, les Syracusains en proie à une guerre civile avec les mercenaires étrangers qu’ils avaient enrôlés ; même chose à Byzance ; même chose à Antissa où les réfugiés de Chios, devenus séditieux, durent être chassés militairement. Etc. Notons qu’un peuple trop accueillant peut être chassé de chez lui. On l’a vu au Kosovo serbe. On le verra peut-être, pour commencer, dans certaines provinces de France.
Tout l’humanisme, historique ou philosophique de l’Antiquité classique ne cesse de répéter cette évidence que l’humanitarisme moderne a oublié : mélanger les peuples est contraire à l’harmonie humaine et divine. Aristote explique : « de même qu’à la guerre, la traversée de ruisseaux même négligeables disloque les phalanges, de même, toute hétérogénéité dans une cité provoque des conflits internes ». Jean-Marie Le Pen expose, commentant Aristote, au cours du colloque précité : « Une cité doit donc être homogène dès lors qu’elle repose sur la liberté des citoyens. Seules les tyrannies, comme les Empires d’Orient ou d’Égypte peuvent se permettre d’avoir des peuples hétérogènes sous leur autorité ».
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Il est certain que l’hétérogénéisation actuelle de la population française sape totalement les , bases de la liberté (et de la “république” au sens romain), remet en cause la démocratie en introduisant privilèges sociaux indus et passe-droits, détruit l’universalité de la loi en introduisant des règlements communautaires particuliers.
Pour l’humanisme classique – qu’oubliera le Bas-Empire romain au profit de l’universalisme cosmopolite chrétien -, le fondement de la liberté des citoyens est l’homogénéité de la Cité. La tyrannie de type oriental de l’Empire romain unissant était liée en grande partie, comme l’a montré André Lama (in Des Dieux et des Empereurs, EDE) à son excessive mosaïque ethnique. Vouloir concilier, comme on le croit aujourd’hui, une France multiraciale et une France démocratique, c’est une illusion, c’est vouloir marier la carpe et le lapin. Comme l’a vu Aristote, une cité multiethnique débouche soit sur la tyrannie soit sur l’anarchie.
De même, n’oublions pas que le mot grec polis – la Cité -, comme le rappelle Yvan Blot « veut dire forteresse, par opposition à “asty”, la ville non fortifiée ». Il ajoute : « Non seulement l’homogénéité du peuple est nécessaire pour qu’il puisse y avoir “philia”, et donc cité, mais encore cette homogénéité est encore plus nécessaire lorsqu’il s’agit d’une cité démocratique » (L’Héritage d’Athéna, Éditions Les Presses Bretonnes). Autrement dit, pour l’humanisme grec, le fondement de la démocratie est la mono-ethnicité.
De même la philia, la solidarité entre citoyens même socialement inégaux, n’est possible qu’entre natifs du même peuple. Une société kaléidoscopique ne peut pas connaître de solidarité. Depuis les Lumières, les utopistes occidentaux ont toujours méprisé la sagesse, c’est-à-dire la leçon de l’histoire. Faire “du passé table rase”, selon l’infantile précepte marxiste qui a été repris par toute la modernité, c’est se priver stupidement de l’expérience.
Cette histoire nous rappelle que le déclin des cités grecques, à l’époque hellénistique, comme celui de Rome, fut scellé dès lors qu’ils admirent une proportion trop forte d’étrangers dans leurs rangs.
Marie-Françoise Baslez, dans son étude L’Étranger dans la Cité Grecque (Les Belles Lettres), décrypte l’attitude de la démocratie grecque, ethnocentrique mais nullement raciste, au sens actuel : « Fier de ses appartenances et conscient de son particularisme, le Grec n’est pourtant pas systématiquement hostile aux étrangers. Sa conception du monde hellénocentrique et poliocentrique n’alimente pas une xénophobie analogue à celle d’un autre empire du milieu, la Chine impériale. [...] L’idée que la nation a pour colloraire inséparable l’ouverture de la nation aux idée des Lumières, était inconcevable dans la Grèce des cités, étant donné la conscience très vive qu’ont les membres de la communauté d’être tous semblables. [...] L’époque classique est quand même le moment où le refus de la différence s’exprime avec le plus de force. Partout, le choc sentimental de la menace perse et de la victoire des Grecs fait voir le Barbare comme le différent absolu. La différence entre “habitant” et “citoyen” devient irréductible malgré les solidarités locales et familiales. Enfin, les différences de naissance ont une portée discriminatoire définitive quand le corps social exclut les sang-mêlés. On naît Grec, on naît citoyen. Telle est l’affirmation de la cité classique qui n’agira jamais comme une structure d’intégration ».
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Il ressort de tout cela que la vision ethnopluraliste du monde n’appartient pas à la tradition helléno-européenne. Pas plus que la conception communautariste de la Cité (plusieurs peuples dans une même unité politique) ni que le cosmopolitisme (mélange mondial des peuples), ni encore que l’intégrationnisme (dénier à l’étranger sa spécificité en le forçant à devenir citoyen). La “différence” n’est admissible qu’entre groupes géographiquement séparés.
La tradition à la fois humaniste et démocratique européenne est fondamentalement ethnocentrique. J’aurais pu citer Cicéron, Montaigne, La Fontaine, Rabelais, et même De Gaulle. L’ethnocentrisme ne signifie nullement le mépris ou la haine de l’étranger. Il est le contraire même de la barbarie. Nous devons oser affirmer que nous appartenons à une civilisation supérieure, mais à une civilisation tragique, parce que nous nous sommes dévorés nous-mêmes. L’Occident, issu de l’Europe, s’est retourné contre elle.
L’ethnopluralisme pose que tous les peuples sont équivalents, ce qui est mensonger. L’ethnopluralisme est une forme honteuse et dissimulée de l’égalitarisme. Le courage idéologique consiste aujourd’hui à défendre l’ethnocentrisme.
Jadis, j’ai contribué à défendre l’ethnopluralisme et à illustrer ce concept, du temps où j’appartenais à la Nouvelle droite. Mais aujourd’hui, c’est fini. Une position qui 194
n’évolue pas est comme un navire qui reste au port et qui ne navigue plus. Analysons maintenant plus en détails ce dernier point.

L’ERREUR ETHNOPLURALISTE DÉFENSE DE L’ETHNOCENTRISME
« Je n’ai besoin de personne en Harley-Davidson »
Chanson de Serge Gainsbourg interprétée par Brigitte Bardot
Un autre grand préjugé, pourvoyeur lui aussi d’un florilège de tabous, concerne ce qu’on pourrait appeler l’“égalitarisme planétaire”.
Il faut en finir avec cette opinion fausse, qui par démagogie et souci de correction politique affirme l’équivalence de toutes les civilisations, l’égalité en performances de tous les peuples. Cet argument, défendu par les ethnologues à la suite de la légende du bon sauvage des romantiques. Il s’agit d’une imposture intellectuelle et d’une entorse au bon sens. En se libérant de cet intellectualisme déréalisant, il faut reconnaître cette évidence historique : la civilisation européenne est supérieure à toutes les autres. Elle est la plus haute, la plus brillante et la plus complète forme de civilisation jamais apparue dans l’histoire, comme le reconnurent Raymond Abellio (in La structure absolue), Oswald Spengler (in Le déclin de l’Occident, ouvrage prémonitoire) et son disciple Parker Jockey dans Imperium. Il n’en fut pas toujours ainsi : dans sa période d’ascension, la civilisation européenne était égalée, voire dépassée, par quelques civilisations orientales. Mais, à partir du XVIe siècle, elle se détache du peloton. Dans tous les domaines, elle s’affirme comme la plus prolifique, la plus créatrice dans les arts, les sciences, les techniques et les découvertes. Si l’on faisait, depuis un monde extraterrestre, le bilan culturel et civilisationnel de l’humanité dans des champs aussi divers que l’architecture, la poésie, la littérature, les arts plastiques, la musique, l’astronomie, la physique, les sciences naturelles, les mathématiques, la philosophie, la spiritualité, la poésie, la médecine, les techniques appliquées etc. ; bref toutes les disciplines cérébrales, sensitives, techno-scientifiques, organisationnelles, on reconnaîtrait aisément que la civilisation européenne est responsable d’environ 80% des acquis de l’humanité. depuis l’Antiquité jusqu’au XXe siècle.
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Or, en cette époque de déclin, des intellectuels de tous bords, saisis par l’esprit faux, cet “esprit qui toujours nie” selon Goethe, ont développé la thèse scolastique de l’incomparabilité des civilisations entre elles. Selon cette théorie purement abstraite, toutes les civilisations, même les plus minuscules et les plus reculées, seraient différentes mais égales. Il est totalement contradictoire, ainsi que me le faisait remarquer jadis Giorgio Locchi, que ceux qui se disent appartenir à la droite inégalitaire défendent cette position de l’égalité et de l’incomparabilité des civilisations au nom du fumeux “ethnopluralisme”
Ladite position prétend qu’il n’y a pas de critères objectifs de comparaison entre les civilisations, ce qui est une offense pure et simple au sens commun. On considère que les sculptures de Michel-Ange équivalent, ni plus ni moins, aux statuettes africaines ou précolombiennes, que l’invention de la société industrielle et de la techno-science n’est pas la marque d’esprits supérieurs (quels que soient par ailleurs, et j’y reviens en d’autres passages, les tragiques problèmes qu’elles posent), qu’un opéra de Mozart ne dépasse pas une musique rituelle d’Asie ou d’Océanie, etc. Bref, que tous les peuples seraient égaux en génie. C’est la doctrine indéfendable du tout vaut tout, de l’idolâtrie de la Différence. On a même vu des intellectuels, pris de tournis cérébral, soutenir la thèse que la civilisation européenne était inférieure aux autres. Passons.
Il y a bel et bien des critères objectifs et universels de comparaison entre les civilisations (bien qu’entre les systèmes moraux et éthiques, ces critères doivent être atténués). Il y a des religions objectivement supérieures à d’autres parce que leurs oeuvres spirituelles sont plus élevées et qu’elles n’ont pas donné lieu à des massacres. On pourrait multiplier les exemples dans tous les domaines. D’ailleurs, les autres peuples le reconnaissent implicitement ou explicitement eux-mêmes. Au Japon, par exemple, la musique européenne est reconnue comme plus évoluée que la musique nationale.
Il est bien évident que les Chinois, les Égyptiens, les Indiens, les Arabes et tant d’autres, ont amené d’incomparables trésors dans la corbeille de l’humanité. Mais aucun de ces peuples n’aura autant amené que la civilisation européenne. C’est là une évidence tellement solaire, tellement forte, tellement reconnue par l’humanité entière qu’elle est évidemment (et psychanalytiquement) refoulée, niée, néantisée – et d’abord par les Européens complexés eux-mêmes. La vérité blesse et vexe, taisons-la. L’écrasante supériorité de la civilisation européenne – dans tous les domaines de l’esprit humain -, fruit du creuset inter-ethnique des Celtes, des Germains, des Méditerranéens et des Slaves, est une telle clarté qu’elle est trop simple, trop lumineuse pour être admise par les beaux esprits, toujours avides de raisonnements tortueux. Mais dans l’inconscient collectif de tous les peuples du monde, elle s’impose, et toutes les dissertations savantes n’y pourront rien.
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On peut soulever une objection, courante chez la droite traditionaliste ou évolienne pénétrée du mythe de l’Age d’or et de la décadence de l’Age de Fer actuel, comme chez les milieux gauchistes écolos : les civilisations traditionnelles étaient (ou sont encore) plus harmonieuses et respectueuses de l’homme et de la nature que la jungle techno-industrielle déracinée et brutale créée par la civilisation européenne et son culte de la marchandise et du matérialisme.
Tout d’abord, il est un peu hâtif et angélique d’idolâtrer les sociétés traditionnelles et les civilisations tribales ou claniques primitives des autres continents. Leur prétendue “harmonie” n’est que le produit d’une vision extérieure, la nôtre. Mais il est vrai, et je vais y revenir, que l’extraordinaire prolixité de la civilisation européenne a fini par donner lieu à un système mondial, dit “occidental”, le règne techno-scientifique et économique de la Terre, et a également débouché sur la civilisation – fille américaine dont je ne démontrerai pas ici les énormes inconvénients. C’est ce côté tragique du destin de la civilisation européenne dont il va être maintenant question.
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Pourtant, la civilisation européenne est prométhéenne et donc marquée par la tragédie de sa propre expansion. En s’étendant au monde entier, elle s’est dépossédée d’elle-même puisque son identité est devenue mondiale. C’est ce que j’avais expliqué, voici longtemps, dans l’essai L’Occident comme Déclin. En devenant “civilisation occidentale”, influençant le monde entier, la civilisation européenne a fini par se déraciner, par oublier son identité, la sève qui alimentait sa juvénile puissance. Son enfant prodigue et hostile, les États-Unis d’Amérique, l’a en quelque sorte desséchée. La civilisation européenne a été victime de sa propre expansion victorieuse, exactement comme l’Empire romain, qui en fut la préparation. L’apogée de la civilisation européenne se situe entre la fin du Moyen-Age a et le début du XXe siècle. Mais la roche tarpéienne est près du Capitole, la rose se fane juste après son éclosion. Au cours du XXe siècle, la civilisation européenne qui a influencé la terre entière est victime de sa victoire, mais aussi de ses divisions et de ses guerres intestines, dont les deux derniers conflits mondiaux sont l’exemple tragique. Le déclin s’est produit extrêmement vite, en termes de démographie, de, souveraineté, comme d’influence. En 1900 l’Europe dominait le monde (mais le ver était déjà, invisible, dans le fruit) ; seulement trois générations plus tard, le paysage a radicalement changé. Vingt générations de croissance, trois générations de chute…
Aujourd’hui, l’Europe est colonisée par ceux qu’elle a civilisés – les peuples du Sud – et dominée par son rejeton, son avorton : l’Occident américanomorphe. Elle a développé et poussé trop loin les valeurs – les qualités même parfois – qui avaient favorisé son expansion et qui ont fini par se retourner contre elle, comme l’individualisme et le matérialisme, l’esprit d’ouverture et l’universalisme.
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Rien n’est peut-être perdu. Le noyau du génie européen existe toujours, mais pour combien de temps encore ? Historiquement, la civilisation européenne passe d’une phase offensive et expansive à une phase défensive. Mais la défense n’est que le prélude à la contre-attaque. Et pour l’instant la. défense passe par la reconquête de l’Espace et la reconquête du Sang.
Bien entendu, une reconquête intérieure, c’est-à-dire spirituelle et culturelle, s’impose également. La civilisation européenne doit faire son autocritique : en finir avec l’universalisme, cette idéologie du prosélytisme, de la conversion des autres à ses propres valeurs – que l’Occident américain, dans la lignée du christianisme a poussé très loin. Mais surtout il faut rompre avec cette maladie européenne, qui est née d’une trop grande curiosité aux autres cultures, aux autres peuples (un bon sentiment, mais qui devient mortel dès qu’il est exagéré) que l’on peut qualifier de xénophilie, de valorisation de l’autre, d’intérêt excessif pour ses prétendues créations. Il convient de se méfier de cet intérêt pour l’autre, alors que sa civilisation (même si elle a parfaitement le droit de vivre) nous apportera peu de choses et pourra nous nuire beaucoup. Que les autres développent leurs soi-disant géniales cultures et qu’ils fassent leurs preuves. Imitons-les, pratiquons l’égotisme culturel. Ce serait un bon antidote à cette fragilité intrinsèque de la civilisation européenne, contrepoint de son excessif esprit d’ouverture.
Il ne suffit pas de dire : « que peut nous apporter l’américanisme culturel, ce monstrueux rejeton de notre propre civilisation européenne ? Rien ». Il faut également oser dire : « que peuvent nous apporter le bouddhisme ou l’islam ? Rien. Que nous apportent les rythmes africains ? Rien ». De ce point de vue, il faut opérer une révolution intérieure et se convertir à une sorte d’autocentrisme culturel qui pourrait se résumer par ce slogan : les autres font ce qu’ils veulent chez eux, mais nous n’avons besoin de personne. Il faut donc rompre à la fois avec ces deux tendances contradictoires de l’Occident : le prosélytisme universaliste (les “droits de l’homme”, le “développement”, la “démocratie”, etc.) et l’attention exagérée envers les autres
cultures, la volonté naïve d’exporter son modèle idéologique et économique lié à la fascination pour les autres peuples.
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Deux questions se posent alors. La première est : contre l’ouverture et l’universalisme, faut-il adopter un nouvel isolationnisme culturel ? Là encore, au risque de surprendre ou de choquer, je crois qu’il faut répondre : oui. Un des préjugés centraux de l’époque peut se formuler ainsi : “c’est en s’ouvrant aux autres culture que la civilisation européenne s’est enrichie”. Et les défenseurs de cette thèse de citer les prétendus bienfaits des apports chinois, arabes ou africains. Or une étude sérieuse et honnête de l’histoire suffirait à prouver que ces apports sont soit négligeables, soit nuls, soit négatifs. En revanche, l’apport de la civilisation européenne a été décisif pour l’expansion, voire la survie des civilisations précitées.
De même, l’apport des États-Unis à la culture européenne a été lui aussi négatif, puisque l’américanisation aura été synonyme d’affaiblissement et de déculturation. En réalité, l’Europe a beaucoup donné et peu reçu et ce qu’elle a reçu des autres l’a dépossédée d’elle-même.
Les défenseurs de la thèse de l’ouverture nous représentent comme un spectre dramatique l’idée que la civilisation européenne puisse se “fermer sur elle-même”, dépérir par obsidionalité, comme une forteresse privée de ressources. Pourtant l’histoire enseigne que dans tous les domaines l’Europe ne doit qu’à elle-même les avancées majeures de sa civilisation, dans les champs de l’esprit comme des techniques. La civilisation européenne s’est auto-construite. On peut soutenir que la civilisation euro-péenne s’est édifiée sans l’apport d’aucune autre civilisation. Et ce, en dépit de la légende des apports arabes, comme l’algèbre ou la redécouverte de l’Antiquité.
La civilisation européenne est la seule capable de se métamorphoser de l’intérieur – ce qu’aucune autre ne sait faire -, de se transformer par elle-même, d’évoluer, d’innover sans l’aide d’aucun stimulant exogène. Cela s’explique par sa diversité intérieure, par les échanges en son sein de peuples différents mais apparentés, à l’intérieur de la famille indoeuropéenne. Notre civilisation fut dans l’histoire une sorte d’humanité à elle toute seule ; elle fut un macrocosme là où les autres ne furent que des microcosmes.
Au cours des XIXe et XXe siècles, tous les apports extérieurs, notamment dans les arts, ont été soit négatifs et régressifs (tout ce qui vient d’Afrique), soit négligeables et superflus (tout ce qui vient d’Asie). En revanche, sans l’apport des idées européennes, les grandes civilisations chinoise, arabe et indienne, voire même japonaise, n’en seraient pas où elles en sont actuellement. Elles stagneraient.
Évidemment, il y eut un apport extérieur, et il fut de taille : le christianisme. Mais là encore, il faut reconnaître que tout ce qui fut civilisateur dans le christianisme fut européen, et non pas oriental. Les cathédrales gothiques et le culte des saints, la théologie, la spiritualité n’ont rien d’oriental. Le christianisme, syncrétisme entre un monothéisme procheoriental et des mentalités paléo-aryennes, fut en réalité une religion entièrement recomposée par l’esprit européen pré-chrétien.
Comme il fut dit plus haut, cette “modernité”, cette sphère occidentale créées par la civilisation européenne ont fini par tourner à la tragédie. Le modèle européen, devenu mondial, finit par menacer l’Europe elle-même et l’humanité entière, par 198
universalisme et culte débridé du développement. Car, comme toute civilisation supérieure, notre civilisation recèle un vice supérieur, donc un énorme risque.
Ce vice, c’est à la fois l’universalisme et le trop grand intérêt porté aux autres peuples, c’est le revers et la mauvaise part de l’esprit de conquête (et d’ouverture), c’est l’excès de curiosité, la fragilité intérieure, le doute de soi, qui finissent par aboutir en ethnomasochisme et en xénophilie.
C’est pourquoi il faut accomplir une révision déchirante, une métamorphose des principes. Il s’agit d’abandonner l’universalisme, de renoncer à la fois à donner aux autres et à recevoir d’eux. Si l’Europe opère sa reconquête, physique et morale, elle devra accomplir un nouveau travail de concentration sur ses propres forces, qui sera évidemment une rupture historique.
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La deuxième question est une objection – facile – que formulent souvent des esprits perturbés par la doctrine superficielle de l’ethnopluralisme : mais le modèle occidental, prolongement de la civilisation européenne, ne se prétend-il pas aujourd’hui supérieur à tous les autres ? N’est-ce pas retomber dans le dogme français et américain de la “mission civilisatrice” envers les “peuples inférieurs” que de défendre l’ethno-centrisme européen ? Non, car :
1°) En réalité la “civilisation occidentale” n’est pas ou n’est plus une civilisation, mais plutôt un système et une idéologie qui entendent englober toutes les civilisations, les transcender. N’importe quelle nation peut s’en réclamer, à commencer par le Japon, la Corée, Singapour ou la Jordanie. Que ce système (qui maintenant d’ailleurs est mondial autant qu’“occidental”) se dise supérieur, en imbrication étroite avec le modèle américain, n’a rien à voir avec l’affirmation de la supériorité ethnique et intrinsèque de la civilisation née sur l’espace européen.
2°) La réforme intérieure à accomplir par la civilisation européenne repose sur deux principes. Croire en sa supériorité ne signifie plus vouloir convertir les autres, ni les influencer. On rompt là avec l’optimisme universel et civilisateur, le supériorisme vulgaire, de Jefferson ou de Jules Ferry. Les principes d’indifférence et de respect envers les autres peuples et civilisations s’imposent alors. Ne cherchons pas à les influencer, ni à les dominer, ni même à les aider (en dépit des demandes pressantes qu’ils nous adressent, avouant par là, malgré leur morgue, leurs complexes, leur impuissance) ; soyons indifférents à leur sort ; refusons tout apport de leur part, car il nous est inutile, voire souvent nuisible.
Et puis incitons-les, s’ils sont aussi doués qu’ils le prétendent, à tracer leur route par eux-mêmes, à ne pas se présenter à la fois comme génies et victimes. Nous les avons exploités ? Voire. Ce sont eux qui hier et aujourd’hui ont exploité les ressources de la civilisation européenne. Les laisser seuls face à eux-mêmes, c’est peut-être leur rendre service, nous rendre service et accomplir une libération mutuelle. Il y a parfois des divorces utiles. La nouvelle Europe doit divorcer d’avec le reste du monde.
A l’opposé à la fois de l’universalisme et de l’ethnopluralisme, une troisième voie s’impose donc : celle de l’ethnocentrisme. Sur le plan économique, l’espace naturel des peuples d’origine européenne, possède pratiquement toutes les ressources, de même notre culture globale n’a besoin de l’apport d’aucune autre, dans l’ensemble des domaines que recouvre l’esprit humain.
Une révolution mentale devra s’opérer, qu’un Chinois fils du ciel et de L’Empire du Milieu comprendrait très bien, une révolution intérieure indispensable au destin de tous les peuples long-vivants : penser la civilisation européenne comme intrinsèquement supérieure, mais aussi autonome.
C’est ainsi : pour rester dans l’histoire, il ne suffit pas se vouloir différent, il faut se croire supérieur. Beaucoup de peuples l’ont cru qui ne l’étaient pas, et nous qui le sommes, nous n’y croyons plus ! Comme un joueur de poker qui a tous les as en mains et qui n’ose pas les jouer. Les peuples long-vivants, les civilisations vivaces se sont toujours crus centraux et supérieurs, comme l’exemple de la Chine l’enseigne (“Empire du Milieu”) et aussi – à une moindre échelle – celui du peuple hébreu (“peuple élu, sel de la Terre”).
Ce n’est qu’en retrouvant cet orgueil, en le déclarant légitime, en se réconciliant avec cette bonne conscience de l’auto-affirmation et de l’ethno-centrisme, en se persuadant de la supériorité de leur héritage historique que les Européens du XXIe siècle pourront survivre dans l’histoire. Bien entendu, cette révolution copernicienne dans les mentalités ne pourra être acquise qu’après des chocs violents.
Les intellectuels de droite, comme de gauche ou du centre mou, jugeront ces positions simplistes. Tant mieux. La vérité est toujours simple, limpide, juvénile. Les maîtres à penser de l’Europe d’aujourd’hui manient une pensée moribonde et compliquée, pour tout dire sénile, une scolastique de fin de règne, sans axe, sans style, construite sur le stuc d’idées fausses et chromatiques. Ils affirment l’égalité de toutes les civilisations tout en dévalorisant la leur. Mais au fond de leur esprit, ils ne croient pas un mot de ce qu’ils disent ; leur langue fourche, ils parlent par lâcheté.
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La civilisation européenne a des racines multiples dans l’ensemble du monde dit “indo-européen”. Elle fut le fruit équilibré d’apports propres et d’influences extérieures modérées et digérées. Elle est caractérisée par ce que Robert Steuckers avait intitulé la désinstallation (ce qui est à la fois un avantage et un danger) : appel du mouvement, de la conquête, de la métamorphose, ouverture et curiosité, autocritique permanente, goût pour les nouveaux savoirs contre les dogmes figés, appétit pour la technoscience, etc. Le problème central de cette civilisation est donc de concilier cette désinstallation et un nécessaire enracinement, de concilier le mouvement et l’identité, les racines et la croissance du feuillage. Car, comme le suggère La Fontaine (in Le Chêne et le Roseau), si le feuillage est trop élevé et croît dans des proportions plus importantes que ne s’enfoncent les racines, le chêne sera déraciné par la tempête. C’est la tragédie d’ailleurs de toute civilisation impériale : à un moment donné, l’expansion peut nuire à l’identité, le feuillage arborescent fragiliser les racines de l’arbre.
Les deux tendances doivent donc être équilibrées et, comme je l’ai exprimé par ailleurs (in L’Archéofuturisme), l’Europe doit totalement repenser la stratégie de sa volonté-de-puissance en l’accompagnant d’un certain recueillement, d’un retour sur soi. Il est difficile d’être prométhéen, c’est-à-dire de vouloir défier les dieux et les dépasser.
La civilisation européenne est globalement passée par trois phases majeures : une période d’élaboration qui englobe l’Antiquité celto-grécoromaine et le Moyen-Age ; une période d’expansion mondiale et de formation (voir Terre et Mer de Carl Schmitt) qui. va du milieu du XVe siècle au début du XXe siècle, où la civilisation européenne, la première dans toute l’histoire humaine, obtient ce qu’on pourrait appeler le “Règne de la Terre” ; et enfin une période de déclin rapide, à partir de la Première Guerre mondiale, où cette civilisation se voit absorbée par l’Occident américanomorphe qu’elle a elle-même généré et, aujourd’hui, menacée de colonisation de peuplement par ces peuples du Sud qu’elle avait elle-même colonisés.
* * *
La quatrième phase historique de la civilisation européenne s’ouvre aujourd’hui. Ce sera la plus tragique et la plus risquée de toutes. Ce sera celle, chaotique, du regroupement et de la défensive autour de son espace naturel, l’espace eurosibérien. Ce sera celle de la reconquête intérieure, de la libération. Ou bien de la disparition. Tous les concepts de civilisation doivent être repensés. La nouvelle civilisation européenne devra admettre, sans renoncer le moins du monde à une politique mondiale, les notions d’isolationnisme, d’autarcie, d’ethnocentrisme et de cohérence ethnique globale. Ce qui ne signifie nullement, bien au contraire, un renon-cement à la puissance. Toujours aujourd’hui, si elle sait se reprendre, la civilisation européenne est encore assez forte pour ignorer les autres et trop forte pour que les autres l’ignorent.
Les catastrophes majeures qui menacent le système occidental au début du XXIe siècle seront peut-être les accoucheuses de cette renaissance, de cette métamorphose de la civilisation européenne, de cette reconquête aussi bien intérieure que, concrète. Car les reconquêtes spirituelles, culturelles, ethniques et politiques sont intimement liées.
Au fond, c’est la fierté de soi que les Européens doivent retrouver, fierté qu’ils sont presque les seuls à ne plus posséder. Comme l’écrivait Pierre Vial en parlant des personnalités créatrices exceptionnelles qui, mille fois plus nombreuses qu’ailleurs, ont fleuri sur la terre européenne (Terre et Peuple, n°8, mai 1999) : « Tous ont dit, à leur façon, la grandeur unique d’une civilisation dont nous sommes les fils et les gardiens. D’Héligoland à Delphes, de Chartres à Tolède, de Brocéliande à Verden, de Stonehenge à Saint-Pétersbourg, le rêve européen est présent. Nous pouvons le vivre. Il suffit de le vouloir ». Sinon, nous vivrons le crépuscule et nous n’aurons pas de descendants. Nous aurons été le “dernier homme” de Nietzsche, l’esclave heureux qui ricane en sautillant.

CHAPITRE IX
QUELLES SOLUTIONS ? LE PRINCIPE DE LA RECONQUÊTE
Le point de vue de départ est que la tiers-mondisation de l’Europe est à long terme inacceptable, comme fut inacceptable par les peuples concernés la colonisation européenne. La différence est que la colonisation du Tiers monde par l’Europe fut provisoire et n’a pas pris la forme d’une colonisation de peuplement. L’autre différence est que le colonialisme européen fut civilisateur, mais évidemment destructeur des sociétés traditionnelles (mais pas des cultures et religions), et que son résultat fut l’explosion démographique du Sud et de l’Orient et leur montée en puissance. A l’inverse, la colonisation de l’Europe par ses anciens colonisés ne comporte aucun effet civilisateur, tend à ruiner nos équilibres démographiques, obère nos économies et détruit nos identités culturelles.
Bref, le colonialisme européen fut globalement négatif, surtout pour l’Europe, tandis que la colonisation de l’Europe par le Tiers monde est positive pour ce dernier et encore plus dommageable pour nous. On peut dire que le colonialisme européen et la colonisation de l’Europe sont au fond un même mouvement de flux et de reflux, le second étant la conséquence du premier.
Les bien-pensants ont combattu le colonialisme (et le néocolonialisme) au nom du principe de charité, de commisération et d’amour de l’Autre, parce que les Européens étaient coupables de détruire et d’exploiter tous ces peuples d’Outre-mer. Mais ils se refusent à admettre que l’immigration et la colonisation de l’Europe par le Sud et l’Orient détruisent encore plus sûrement la civilisation européenne. Ou plutôt, ils s’en moquent. Ils sont xénophiles et ethnomasochistes, des “porteurs de valises” amis du FLN pendant la guerre d’Algérie jusqu’aux lobbies immigrationnistes d’aujourd’hui.
Le sort des civilisations étrangères leur est beaucoup plus précieux que celui de la leur. Il faut inverser aujourd’hui les préférences : seul doit compter le destin de la civilisation européenne et de ses peuples autochtones. Que nous importe celui des civilisations, des peuples et des cultures étrangères ? C’est pour nous que nous devons combattre, et non pour l’humanité. Soyons enfin ethnocentriques.
Cette position ne signifie pas que les Européens doivent se désintéresser du sort global de la planète. Dans ce “monde plein”, où tous les peuples sont interdépendants, il faut résoudre ensemble, quels que soient les conflits d’intérêts et de puissance, des questions centrales telles que la protection de l’environnement et de l’écosystème ou l’évitement de guerres nucléaires. Mais notre souci du sort de l’humanité est subordonné au nôtre propre.
C’est le principe de subsidiarité appliqué à l’échelle de l’humanité chacun chez soi, chacun responsable de sa société, de ses moeurs, de l’état de sa culture ; mais chacun co-responsable de la planète, de Gaïa, cette boule bleue et minuscule qui roule dans l’immense univers. Nous sommes tous embarqués dans le même navire, à la fois solidaires et adversaires.
Du fait de la nature humaine, la coopération des civilisations, des grands blocs ethniques doit ressembler à une paix armée. L’expansionnisme irresponsable de l’islam ou des États-Unis, ces universalismes prosélytes peu soucieux de la diversité humaine, ces deux monothéismes fanatiques, ne peut admettre que la règle de la force. C’est pourquoi la civilisation européenne doit restaurer sa puissance, et d’abord son identité, c’est-à-dire procéder à une reconquête de son propre espace. Reconquête culturelle et reconquête physique. Purge de l’âme, et purge du corps.
Croire qu’on pourra limiter la colonisation, la gérer, que les minorités ne deviendront pas des majorités; que nous ne risquons pas d’être submergés dans deux générations si le système actuel perdure, tout cela relève du rêve éveillé.

LES SOLUTIONS IMPRATICABLES ET TROP TARDIVES
Ma position relève du pessimisme actif dont parlait Nietzsche. Mais, avant de l’exprimer, passons en revue les diverses solutions proposées par les politiques aux problèmes de plus en plus graves posés par cette colonisation de peuplement.
1) La solution du containment
2) La solution communautariste
3) La solution assimilationniste
4) La solution du retour au pays
5) La solution des expulsions massives de clandestins et de la restriction des séjours.
Les États européens actuels essaient mollement d’appliquer alternativement – ou ensemble – chacune de ces solutions. Revue de détail.
1°) La solution du containment
Il s’agit (avec une certaine mauvaise conscience) de “maîtriser les flux migratoires”, tout en notant, par laxisme et fatalisme que “l’immigration zéro est impossible”. Michel Rocard, en son temps, avait déclaré : « nous ne pouvons pas accueillir toute la misère du monde ». Il s’était prononcé pour l’immigration-zéro, mais cette période est terminée. On utilise maintenant la formule creuse “maîtriser les flux”.
Le Premier ministre espagnol de droite, José Maria Aznar, définit très bien cette doctrine dans un entretien au Figaro (5/10/1999) : « Il faut définir une stratégie européenne commune vis-à-vis de l’immigration. [...] Il n’est las question d’élever des murs qui finissent toujours par tomber, comme celui de Berlin, il y a dix ans. Mais une immigration sans frein provoquerait une explosion. L’Espagne, longtemps. un pays d’émigration, accueille aujourd’hui un million d’immigrants. Pour nous le contrôle des frontières de l’Europe est une question vitale, à cause de notre situation géographique (en face du Maroc. Le détroit de Gibraltar est, comme au Moyen-Age, une route majeure d’invasion). Je suis partisan d’accorder les mêmes droits aux immigrés légaux qu’aux citoyens européens (Donc droit de vote, etc. La droite espagnole va encore plus loin que la gauche française) tout en luttant contre l’immigration illégale en signant des accords avec les pays d’origine pour la création d’emplois et le retour des clandestins ».
Ce discours est totalement contradictoire et d’un flou artistique prononcé. Ce salmigondis est de nature purement électorale : faire croire à l’électeur de droite qu’on lutte contre l’immigration, alors qu’on ne fait rien ou si peu. C’est idiot car il voit bien que dans la réalité quotidienne le mal s’aggrave. Cette langue de coton veut la quadrature du cercle et le mariage de la carpe et du lapin : ralentir les flux d’entrants tout en refusant d’ériger un “mur de Berlin” ; et puis cette perle : accorder aux réguliers une quasi-citoyenneté européenne, tout en refusant les clandestins. Ce qui constituera un incroyable appel d’air, une pompe aspirante pour les clandestins qui espéreront toujours parvenir à se faire régulariser quelque part (ce qui finit toujours par arriver) et obtenir ainsi tous les droits des Européens.
La bêtise de ce raisonnement montre bien qu’il n’est pas sincère et seulement démagogique. D’ailleurs, ces politiques de contrôle et de maîtrise des flux n’ont nulle part en Europe été appliquées, faute de moyens et de volonté. Aucun corps de gardes-frontière n’existe, par exemple. Quand l’Europe en créera un, il sera trop tard. L’invasion sera accomplie. La politique du containment serait non seulement insuffisante si elle était rigoureusement mise en oeuvre, (à cause de l’invasion par les berceaux), mais aucune volonté n’existe de la mettre sérieusement en application, tant les classes politiques européennes sont ligotées par l’idéologie humanitariste dominante. On en reste toujours au niveau des discours. Pis, de plus en plus de politiques et d’intellectuels disent que l’arrêt des flux migrants est impossible – ce qui est faux -, justifiant comme toujours leur dogmatisme idéologique et leur impuissance par des raisons techniques. On se rabat alors sur trois autres solutions, tout aussi abstraites et sans effet.
2°) La solution communautariste
Nous en avons longuement parlé plus haut. Cette solution, elle aussi, au lieu de desserrer l’étau le resserre, puisqu’elle constitue une formidable incitation à venir s’installer en Europe dans “sa” communauté. Le communautarisme est, comme il a été démontré, pratiqué en sourdine par l’État français, à grands frais, depuis le début des années quatre-vingt-dix, un échec complet. Il n’a jamais réussi à faire baisser la délinquance immigrée, par exemple, bien au contraire. Son principal résultat est l’apartheid ethno-religieux, l’extension en taches d’huile des zones territoriales allogènes, l’encouragement des zones de non-droit et de l’économie criminelle et l’implantation accrue de l’islam.
Au départ, nous l’avons vu, le communautarisme de droite ou de gauche part du principe que, puisqu’on ne pas gérer les flux ni expulser en masse, il faut faire avec. Que pour apaiser les tensions, on va gérer une espèce de “reconnaissance des différences” dans l’unité républicaine et “citoyenne”. Alors qu’il ne peut y avoir de citoyenneté que mono-ethnique, comme l’avait posé Aristote par son concept de philia.
Le communautarisme de gauche entend concilier les valeurs citoyennes républicaines et la gestion paisible des différences ethno-religieuses, dans une atmosphère bon enfant et “laïque”. C’est de l’utopie et de la contradiction politique à l’état brut. En fait, il s’agit de réaliser l’apartheid sans apartheid. Ou, dans le cas du Collectif Égalités de Calixte Beyala et Hamadou Dia qui demande des quotas pour les Noirs et autres communautés ethniques, de construire un racialisme sans racisme.
Le communautarisme de droite repose sur des arguments tout aussi oiseux, nous l’avons vu dans les passages se rapportant à ce sujet. Sa nature est purement intellectualiste et, dirais-je même, scolastique. On s’imagine que, contre l’État jacobin, on va constituer une Cité idéale ethnopluraliste, polycentrée, construite sur un fumeux “modèle impérial” (qui n’a d’impérial que le nom, car un Empire durable, ce n’est pas cela) et s’inspirant des théories du “polythéisme social”, reposant sur le dogme de la “tolérance de l’Autre”, cette fois-ci, pseudo-païenne et non plus fondée sur les droits de l’homme. Cet angélisme harmoniciste relève d’une vision onirique du politique, déconnectée de la réalité, et sur l’idée historiquement absurde que le paganisme serait tolérant. Le fondement non dit du communautarisme de droite est d’éviter le melting-pot. Mais son résultat pratique serait l’aggravation de ce dernier, avec, en prime, l’existence de “communautés ethniques”, comme des États dans l’État de plus en plus ingérables. L’exemple de l’Afrique du Sud n’a pas été retenu.
Mais les communautaristes sont des rêveurs. Ils se recrutent dans les milieux intellectuels qui ne connaissent absolument pas le terrain, qui confondent sociologie et spéculation ; à l’exemple d’Emmanuel Kant, qui ne sortait pas de chez lui pour aller voir comment est le vrai monde, et qui ne lisait pas de livres d’histoire, ils bâtissent sur le sable et au gré du vent des projets politiques impraticables d’une vacuité impressionnante.
3°) La solution de l’intégration et de l’assimilation
En revanche les intégrationnistes-assimilationnistes sont plutôt des gens d’action, de droite ou de gauche. Ils connaissent le terrain. Leurs thèses sont théoriquement cohérentes et dans la lignée de l’idéologie de la République française, idéologie purement politique et anti-ethnique. Ils disent : la seule solution est de faire des allogènes des autochtones, de franciser par la force, de transformer les Africains et les Maghrébins en Français européens. Mais cette idéologie est là encore totalement abstraite (C’est l’État qui crée la nation et non l’inverse ; droit du sol ; être Français, c’est mental et non pas ethnique, etc.). Elle ignore toutes les lois de l’anthropologie et de l’ethnologie ; elle ne tient aucun compte du facteur religieux ; elle méprise la notion de peuple. Elle fut formulée au XIXe siècle, de manière gratuite et romantique, dans le vide en fait, possible quand les contingents étrangers étaient faibles. Ou dans les colonies africaines du siècle dernier qui regroupaient des sociétés primitives, des tribus arriérées aux populations clairsemées. Inconsciemment, les assimilationnistes-intégrationnistes veulent appliquer aujourd’hui en France les recettes de l’assimilation coloniale du siècle dernier. C’est le syndrome du “nos ancêtres les Gaulois”.
Cette solution ne fonctionne pas non plus. Restaurer l’école républicaine par exemple, avec sa discipline et sa cohésion, ne marche pas avec les jeunes Afro-maghrébins. Autant pour des raisons de distance ethnoculturelle que par un laxisme éducatif profondément ancré dans les moeurs depuis les années soixante et que rien ne pourra abolir, sauf une crise grave.
L’intégration, tentée depuis le début des années quatre-vingt est aujourd’hui de plus en plus décevante et discrètement abandonnée. Les maires et les offices HLM pratiquent par exemple le regroupement par ethnies. La nationalité française n’a plus aucun sens pour les Beurs-Blacks, sauf à bénéficier d’avantages matériels. Le romantisme républicain ne mord pas dans ces populations, qui se pensent elles-mêmes en termes raciaux.
La notion d’assimilation est viciée à la base. André Lama a magistralement démontré (Des Dieux et des Empereurs, mélanges romains, EDE, op. cit.) qu’elle a été appliquée dans l’Empire romain, notamment après les édits de Caracalla et qu’elle fut une des causes de l’effondrement de cette civilisation du fait du « déversement de l’Oronte clans le Tibre ».
* * *
La solution assimilationniste est aussi bien défendue par des théoriciens de gauche (Jean-Pierre Chevènement) que de droite (Alain Griotteray). Ce dernier précisément fut toujours fort lucide sur les conséquences dramatiques de l’immigration
(« L’immigration peut détruire la France » a-t-il écrit). Partisan d’une immigration-zéro, d’un référendum populaire sur le sujet dont il déplore que la classe politique anti-démocratique l’ait toujours refusé alors qu’il s’agit de l’enjeu le plus fondamental, il dresse le bilan catastrophique de la présence massive et croissante d’allogènes, dont il sait très bien qu’elle se développe encore plus par les berceaux que par les entrées clandestines – dont les faux touristes à visa – et le regroupement familial ; il a conscience du danger que représente l’implantation de plus en plus puissante de l’islam ; il admet que le phénomène est une colonisation de peuplement qui se veut définitive ; dans son livre Les Immigrés Le Choc, il affirmait, dès 1983, « craindre la naissance d’une France multiraciale et multiculturelle ». Et pourtant, en contradiction avec ses diagnostics et ses craintes, il propose la solution suivante : « Contrairement à ce que peuvent imaginer certains électeurs du Front national, nous ne renverrons jamais les immigrés en situation irrégulière chez eux. Il ne faut pas se contenter de les intégrer ou de les assimiler. Mais, selon le mot utilisé en Israël, les absorber. Les faire parler français. Revenir à l’école de Jules Ferry, “Défense d’insulter son professeur ou de parler africain ou arabe” (allusion au “défense de parler breton” des écoles de la 111e République…). Ne pas les entretenir dans une situation d’assistanat. Le travail est un élément d’insertion. » (Le Figaro Magazine, 13/12/1997).
Les solutions d’Alain Griotteray sont entachées de l’utopie jacobine. Elles sont proches des vues de Malek Boutih, le Président de SOS Racisme. Elles manquent de réalisme ethnique et s’apparentent aux espérances américaines ou brésiliennes du melting-pot, qui ont échoué. Il croit encore aux vertus de l’assimilation républicaine dès lors qu’elle serait imposée d’en haut par un État fort. En évoquant Israël, il oublie que la religion juive est une élément autrement plus fédérateur, plus puissant – parce que spirituel – et plus enraciné dans la mémoire que les “valeurs républicaines”, et ce n’en déplaise au rationaliste Marx. Et il oublie aussi qu’en Israël, même cette religion fédératrice, en même temps foi et affirmation d’un peuple, n’a jamais réussi à abolir l’hostilité ethnique entre séfarades et ashkénazes, ni les frictions raciales (avec les Arabes citoyens israéliens ou avec les Falashas, juifs éthiopiens). Bref, alors même qu’il admet les désordres endémiques de toute “société multiraciale”, il reste attaché au mythe cosmopolite de la République française, mythe kantien, fondé sur la raison pure, sur la négation de la personnalité populaire et sur le volontarisme d’un État assimilateur. Un Moloch, qui, selon son expression, devrait « absorber » dans une même civilisation rationnelle les différentes ethnies, en gommant par la menace leurs incompatibilités naturelles de coexistence. Il s’imagine que 1’“autorité de l’État républicain restauré” va avaler les ethnies immigrées ! Par quel miracle va-t-on supprimer les divergences et les hostilités naturelles, anthropobiologiques et culturelles entre les Maghrébins musulmans et les Européens ? Dix siècles n’y sont pas parvenus.
Alain Griotteray oublie enfin, comme tous les fervents républicains, que l’échec de l’assimilation n’est pas dû à l’effondrement des valeurs républicaines, mais que c’est l’effondrement des valeurs républicaines qui est dû à la société multiraciale.
Les assimilationnistes ne négligent-ils pas la volonté expansionniste de l’Islam ? Au fond, les assimilationnistes sont d’anciens colonisateurs colonisés. Ils croient toujours à la potion magique de la colonisation, jadis extérieure, maintenant intérieure. Ils méprisent tellement les immigrés colonisateurs qu’ils les croient incapables de volonté de conquête.
Et puis, il y a plus drôle. A gauche, et surtout dans la presse, on trouve des intégrationnistes-assimilationnistes optimistes. Récemment (en fait tous les mois) un magazine fait sa une sur les bienfaits de la France multicolore et multiraciale sur laquelle il s’extasie. Il faut montrer patte blanche au politiquement correct, non ? En 1999, Paris-Match, Marianne et Quo ont sorti de gros dossiers sur ce sujet. Avec des photos de mannequins de toutes les races, hilares, garçons et filles, enlacés. La France et l’Europe de demain, Messieurs-dames. Avec aussi le portrait, réalisé par ordinateur, de la “Française de l’avenir” – très jolie naturellement -, une métisse de toutes les souches humaines actuelles. Et de grandes prosopopées sur les valeurs de la citoyenneté et de la république. Bref, la rêverie sans aucun argument sociologique. C’est le discours du tout se passe bien, tout le monde se métisse, tout le monde s’assimile. Ce discours de l’assimilationnisme de gauche ressemble au para-marxisme américain du melting-pot des années soixante, comme aux âneries du gauchiste esthète Guy Hocquenghem dans son essai La beauté du métis paru en 1973. L’homme nouveau ne sera plus le prolétaire mais le citoyen-métis. Les lendemains de la société multiraciale et intégrationniste chanteront : telle est la litanie déversée par la pensée néo-bourgeoise dans les médias bien-pensants.
Tout cela échoue déjà sous nos yeux. Tout cela ressemble fort aux discours du vieux Brejnev, qui, en pleine décomposition du communisme soviétique, continuait d’ânonner les espérances léninistes de la société sans classes.
Les solutions communautaristes ou assimilationnistes refusent donc, par dogmatisme, de prendre en compte la nature ethnique et non pas politique du problème. Je ne crains pas de répéter inlassablement les mêmes évidences, afin de les faire entrer comme des clous de charpentier dans les cerveaux de la jeunesse qui me lira : les communautaristes croient en l’apartheid au sein d’un même État. Ils croient en la cohabitation politique possible des ethnies, ce qui échoue toujours. Les assimilation-nistes croient dans l’absorption forcée des ethnies par l’État, ce qui échoue toujours aussi. Les deux doctrines négligent la nature humaine comme la science politique. Elles ignorent que : une République, un Empire, un Royaume ne peuvent fédérer des peuples que si ces derniers sont ethniquement apparentés. La différence n’est fédérable que si elle est faible. Ce qui serait possible au sein d’une Grande Europe rassemblant des peuples proches, par la génétique, la culture et la religion. Mais nos intellectuels ne sont pas des historiens. Ils ne s’intéressent pas aux causes de la chute de l’Empire romain, ni à celles du maintien des Empires chinois et japonais, toujours farouchement mono-ethniques. Ils ne réfléchissent même pas aux temps présents : pourquoi la guerre dans les Balkans ? Pourquoi la guerre du Liban ? pourquoi le drame des Tibétains ? Pourquoi les ghettos américains ? Pourquoi l’échec de la nouvelle Afrique du Sud ? Pourquoi le racisme brésilien ? Mystère… Ils ont la tête dans les nuages et dans les sondages. Mais ils seront engloutis par la chasse d’eau de l’histoire, en risquant d’engloutir – ce qui est un crime – un peuple entier avec eux.
Communautaristes et assimilationnistes, frères ennemis, veulent imposer à l’Europe deux solutions antagonistes, mais au fond animées par le même principe, qui a toujours échoué dans l’histoire : celui de la cohabitation politique possible, par assimilation ou séparation bien gérée, d’ethnies, de races ou de religions différentes sous l’autorité du même Prince au sein d’un même domaine politique. C’est anthropologiquement impossible. Il faut affirmer le principe rigoureusement inverse : l’homme est un animal politique, ethnique et territorial. L’harmonie ne peut naître que de la conjonction de ces trois réalités. Le dieu Internet n’y pourra rien, pas plus que la globalisation des marchés. Il faut se départir de cette croyance rationaliste née dans le cerveau paradoxalement romantique des philosophes des Lumières et des rêveurs scientistes du XIXe siècle, selon laquelle l’homme serait un être de raison, modelable par une éducation universelle et gouvernable par la sagesse, apte à devenir un “citoyen” modèle. Non. Seule une élite en est capable, et encore, dans des conditions totalement artificielles de bienséance bourgeoise. Mais la pensée bourgeoise, comme le savait Nietzsche, est un poison qui tue lentement mais sûrement.
4°) La solution de l’aide au retour
Une quatrième solution, imaginée par les républicains humanistes qu’effrayaient les expulsions (légales, mais illégitimes à leurs yeux) fut l’aide au retour. L’“inversion des flux” a été tentée par Raymond Barre on donne un pécule aux migrants et ils partent se réinstaller chez eux. Ça ne fonctionne pas, car rester et “vivre au bled” ne les intéresse pas. Et, au mieux, ceux qui partent reviennent, après avoir touché la somme offerte. Utopie d’économistes et d’hommes de cabinet.
Aider les pays exportateurs de populations n’est pas efficace et trop coûteux. Il faudrait repenser toute l’économie-monde pour que cette solution intellectualiste fonctionne ! J’ai jadis défendu cette solution, mais je n’y crois plus du tout. Il est trop tard, beaucoup trop tard. Le calcul était le suivant : nous allons aider les pays exportateurs de migrants à créer des emplois chez eux, à développer leur économie et, en même temps, nous allons offrir une prime au départ pour les immigrés qui rentreront au pays. Ils y trouveront donc plus d’intérêt économique que de rester en France. C’était une vision typiquement abstraite, une de ces fausses bonnes idées, brillantes mais creuses, de la tradition intellectuelle française. On a appelé cela le “codéveloppement”, encore un de ces concepts sans signification. L’aide au retour comme l’aide à la création d’emplois dans les pays exportateurs de migrants est un fiasco puisqu’il est plus intéressant économiquement de rester en France pour un immigré compte tenu des allocations et aides qu’il perçoit, mais également parce qu’il est prestigieux pour lui de s’installer en Europe.
La circulaire du 19 janvier 1998 prévoyait une prime de 4500 F par adulte, de 900 F par enfant et une aide pour les projets de réinsertion financés par l’OMI, l’Office des migrations internationales. L’argent public était, évidemment, une fois de plus sollicité pour aider ces malheureux immigrés. Il fallait s’y attendre : seulement 600 personnes, tous clandestins sans-papiers, ont accepté cette solution ! Et il y a fort à parier qu’après avoir touché le pactole, ils sont revenus. On avait prévu 10.000 demandeurs…
Mais Martine Aubry, cette vraie boîte-à-idées technocratiques, a trouvé une autre solution en novembre 1998 : le retour au pays d’origine contre une “aide à la réinsertion professionnelle” sur place et… un visa de circulation temporaire en France. Le coût serait inférieur à celui d’une reconduite à la frontière, qui est de 35.000 F par expulsé… La mesure visait les Maliens, Sénégalais et Marocains. Aucun ne s’est présenté.
5°) La solution de l’expulsion massive des clandestins, de la restriction des séjours et de la “préférence nationale”
Même si elles étaient appliquées avec rigueur, les expulsions de clandestins ou d’étrangers pénalement condamnés, en respect de la loi démocratique, ne résoudraient pas le problème, nous l’avons vu plus haut. Elles permettraient tout au plus de ralentir la croissance de la population allogène.
Mais quid de tous ceux qui sont nés ou naissent en France et sont donc inexpulsablement français ? Quid des étrangers légalement présents, même chômeurs, et des bénéficiaires du regroupement familial ? Même une politique massive d’expulsion des clandestins ne ralentirait pas la croissance de la population allogène colonisatrice. Dans la situation actuelle, des expulsions massives de clandestins – pourtant parfaitement légales – sont inenvisageables par la classe politique, l’administration préfectorale et la magistrature, totalement paralysées par la culpabilité et par le jugement des médias.
De même, ramener la carte de séjour à un an non renouvelable automatiquement, supprimer le regroupement familial, durcir toutes les conditions d’entrées, etc., bien que conformes à la Constitution, serait en l’état actuel des choses refusé par le Conseil constitutionnel. Jamais une majorité, même de droite, n’oserait aller si loin. En France, on ne revient pas sur les avantages acquis, même si ceux-ci sont indus.
On a pensé aussi à supprimer les privilèges sociaux aux immigrés et à appliquer le principe de “préférence nationale”. Les étrangers ne bénéficieraient plus des allocations familiales, du chômage et de toutes les prestations destinées aux autochtones. Ils auraient leurs propres circuits internes socio-financiers. Le permis de séjour ne serait plus accordé à un étranger sans emploi : il devrait retourner chez lui. Ainsi, la “pompe aspirante” sociale qui attire les migrants du Tiers monde en Europe cesserait de fonctionner.
Cette politique, adoptée dans l’ensemble du Tiers monde envers les étrangers, qui a cours également au Japon et aux États-Unis, est pourtant jugée “fasciste” et discriminatoire en Europe de l’ouest. Le “privilège de la nationalité et de la réciprocité”, fondement du droit international public, inscrit dans la Charte de l’ONU, est donc, en Europe occidentale, jugé contraire aux Droits de l’homme. C’est curieux, mais c’est ainsi. Un Français chômeur au Maroc est immédiatement expulsé. Un Marocain chômeur en France est pris en charge.
Il est rigoureusement impossible pour un Belge d’acquérir la nationalité indienne ou chinoise. Mais n’importe quel Indien ou Chinois peut acquérir la nationalité belge… Passons. Pourtant, la préférence nationale (ou européenne), malheureusement inapplicable dans le cadre de l’idéologie actuelle, ne suffirait pas à éponger la croissance endogène en Europe des populations afro-asiatiques. Il faut donc trouver autre chose.

LA NÉCESSITÉ D’UNE CRISE MAJEURE
Résumons : le communautarisme et l’assimilationnisme sont des impasses. L’expulsion réelle des clandestins, la préférence nationale (ou européenne), le rétablissement du droit du sang sont impensables dans l’ambiance idéologique actuelle et, parce qu’il est démographiquement trop tard, du fait du rythme des naissances immigrées.
Dans le cadre du système actuel, il est impossible de résoudre le problème. Même en limitant l’immigration par des réformes de fond strictement républicaines et constitutionnelles, comme celles que proposent le FN et le MNR, en adoptant le droit du sang plénier, on se heurterait à d’insurmontables résistances et l’on ne résoudrait pas le problèmes des masses allogènes de nationalité française, nées en France ou naturalisées. Toutes les solutions proposées échouent dans le système actuel. Il faut donc changer de système. Les mathématiciens le savent bien : il y a des équations sans solution… sauf si l’on change de référent. Affronter le problème suppose une crise grave qui changera les mentalités et permettra de transgresser les dogmes idéologiques et les tabous actuels.
C’est seulement s’il éclate une guerre civile ethnique que la solution pourra être trouvée. En effet, il faut que les mentalités basculent sous la pression des circonstances pour que soient admis des remèdes de cheval impensables à froid. Oui mais… Une crise majeure est-elle envisageable ? Le système ne va-t-il pas s’accommoder d’une société multiraciale même conflictuelle, s’adapter à la pression de l’islam, gérer la criminalité afro-maghrébine et l’invasion territoriale ? Ses capacités d’absorption, de digestion, de contorsions sont pour certains sans limite. Je ne le crois pas. Nous avons atteint les limites et les seuils de l’adaptation, et la rupture est probable. Voici pourquoi.
L’État français, compte tenu de la faiblesse de ses moyens, va rapidement voir la situation lui échapper, et notamment sur deux fronts :
1°) La délinquance chronique et les guérillas territoriales menées par les bandes ethniques ne font que s’amplifier ; d’autre part, personne, aucun gouvernement, n’a pu enrayer l’effondrement progressif de l’école publique et de la scolarisation des immigrés. On ne voit pas ce qui pourrait inverser la tendance, bien au contraire : du fait des flux migratoires constants incontrôlés et du différentiel démographique, la masse des jeunes Afro-maghrébins – et maintenant asiatiques – en rupture avec notre type de société ne cessera d’augmenter. L’intégration ne fonctionne pas et ne fonctionnera pas, d’abord du fait de l’incivisme chronique des intéressés, ensuite parce que les perspectives économiques d’emploi et de prospérité sont très sombres pour le XXIe siècle : les effets conjugués de la globalisation libre-échangiste et du poids croissant des retraites et des prestations socio-sanitaires interdisent toute extinction de la “fièvre immigrée” par les eaux d’une création d’emploi massive. On assistera au contraire à un renforcement du “communautarisme”, c’est-à-dire à l’extension constante des champs socio-culturels et des enclaves territoriales des communautés allogènes de plus en plus revendicatives, de même qu’à la continuation de leur entreprise de colonisation violente.
2°) Le caractère de plus en plus pressant de la conquête territoriale et ethnique menée dans le désordre par les jeunes immigrés (revanche et ressentiment) fait déjà écho à une volonté d’implantation organisée de l’islam en Europe, activement soutenue par plusieurs pays étrangers. Avec l’accroissement constant des populations afro-maghrébines, des partis islamiques et d’autres représentants, les Afro-maghrébins vont finir par participer au pouvoir. Et par formuler des exigences. Ce que notre classe politique, aveuglée par sa pusillanimité et son ignorance de l’histoire, ne perçoit pas encore.
* * *
La rupture (c’est-à-dire le basculement du système dans le chaos, d’où sortira un nouveau système) se produira lorsque les trois conditions suivantes seront remplies.
1°) Lorsque les forces de l’ordre, ce qui ne saurait tarder, ne seront plus physiquement aptes à contenir sérieusement les exactions des bandes ethniques de plus en plus nombreuses et à étouffer les poches de criminalité qui naissent chaque année un peu partout. Il faudra alors que soit atteint un seuil d’exactions tel que la population ne se perçoive plus seulement en état d’“insécurité” comme aujourd’hui, mais bel et bien de guerre civile. Comme les Pieds-Noirs, jadis, en Algérie.
2°) Lorsque l’islam, pesant d’un poids de plus en plus lourd, formulera des exigences de pouvoir et de privilèges, selon l’impératif que nous avons vu plus haut du Dar al Islam. : exiger, d’abord dans les zones dont il contrôle les municipalité, l’application de la loi coranique en remplacement de celle de l’État laïc. Nous sommes sur la bonne voie.
3°) Pour que l’étincelle se produise, il faut qu’une crise économique se conjugue avec une crise socio-ethnique. Plus simplement que la précarité économique qui touche actuellement les classes moyennes s’accentue et que le chômage progresse encore. En effet, une société qui vit dans l’optimisme de l’abondance matérielle encaisse tous les chocs ; pas si elle est déstabilisée par la menace du paupérisme. On le vit bien lors des révolutions italiennes et allemandes. Il n’est pas lieu de dispenser ici un cours d’économie, mais cette situation a beaucoup de chances de se produire dans les dix premières années du XXIe siècle.
* * *
II faut ajouter un point fondamental et au fond très positif : la fragilité de cette société abaisse tous les seuils de perception des crises. Autrement dit, pour qu’une réaction se produise, pour qu’un basculement des mentalités s’opère, il n’en faudrait pas tellement. Les gens s’estimeront en guerre civile, s’estimeront gravement menacés, prendront peur à partir d’un niveau pas très élevé de désordres. Ce phénomène a été très bien relevé par l’éthologue Konrad Lorenz dans sa théorie des “seuils de plaisirs et de déplaisir” dans son essai L’Envers du Miroir. Dans une société très médiatisée et en même temps fragilisée par l’habitude du confort et l’omniprésence de la technique, un niveau assez faible de désordres peut provoquer un basculement des mentalités.
A ceux qui assertent que cette société peut tout gérer, tout absorber, il faut opposer que des crises mineures peuvent être psychologiquement démultipliées (notamment du fait de l’amplification médiatique) et créer des peurs collectives. Et donc provoquer une situation révolutionnaire, à partir de laquelle l’impensable d’aujourd’hui deviendra possible demain.
Cent morts dans une émeute urbaine au XVIIe siècle ou aujourd’hui en Inde, ce n’est rien. Cent morts dans une émeute dans la France, la Belgique ou l’Italie contemporaines, c’est un séisme.
Bref, une aggravation même modérée de la situation actuelle (aux plans ethniques et économiques) peut provoquer une situation politiquement insurrectionnelle. Les forces intérieures de résistance et de rébellion des Européens, poussés à bout, peuvent se réveiller ; ne soyons pas trop pessimistes. En tout cas, mon idée, que je n’impose pas comme un dogme mais que je lance dans le débat, est la suivante : la situation insurrectionnelle n’est-elle pas plus prometteuse que la situation constitutionnelle ?
Il n’existe aucun moyen sérieux d’endiguer ces phénomènes dans le cadre de la social-démocratie européenne actuelle. Tout ceux qui pensent, à gauche comme à droite, que les “problèmes de l’immigration” peuvent être résolus de manière douce, rationnelle et sympathique pour les uns, par une intégration musclée à l’américaine pour les autres, se trompent lourdement. Tout simplement parce que l’immigration n’est pas un “problème” qui nous est calmement posé, mais une guerre qui nous est faite. Or, une guerre ne peut se conclure que par une défaite ou une victoire.

LES SCÉNARIOS POSSIBLES
Voici trois scénarios qui risquent d’être l’aboutissement de la situation actuelle ; le scénario américain, le scénario républicain et le scénario catastrophe :
1°) Le pourrissement de la situation, une guerre civile rampante avec partitions territoriales et création de pouvoirs politiques islamiques de plus en plus forts. C’est l’hypothèse du recul civilisationnel global, celle au fond de la colonisation réussie de l’Europe.
Nous retournons à une sorte de nouveau Moyen-Age. Une mosaïque territoriale s’instaure, une “peau de léopard”. L’Europe s’effondre comme civilisation et devient une sorte de kaléidoscope ethnique, avec une Union européenne sans pouvoir et des tireurs de ficelles américains et islamiques. Cosmopolis s’endort dans une douce lumière. La société se communautarise, se ghettoise, devient multiconfessionnelle, multiraciale, multiculturelle et parvient à gérer ses tensions, à absorber une criminalité endémique. C’est le scénario américain. Et finalement, malgré des tensions, tout se passe à peu près bien.
Mais attention : la société américaine est une société policière dans laquelle le nombre de prisonniers est proportionnellement presque dix fois plus élevé qu’en France, où règne de fait l’apartheid racial, où le système pénal est très dur. Or une société multiraciale, pour subsister, est toujours fondée sur une répression pénale forte. La culture américaine, pionnière et pragmatique, sans états d’âmes idéologiques, y est parfaitement préparée. Est-ce le cas ici ? D’autre part, ce qu’on oublie toujours, surtout en France où les intellectuels sont brouillés avec la géographie, c’est un pays-continent, aux distances énormes. Dans la ville où j’habitais – exclusivement blanche – les communautés d’autres ethnies étaient distantes de 500 km, sans aucune liaison de transport collectif. Imaginons que le centre de Lyon soit distant de 500 km des cités de Villeurbanne… Eh bien, c’est ce qui se passe. Une politique communautariste y est possible sans frictions. Un habitant de Palm Springs a à peu près autant de chance de rencontrer un Noir qu’un Nantais de croiser un Tchétchène dans la rue. La solution américaine est-elle vraiment exportable à la France et à l’Europe ?
2°) Le melting-pot fonctionne. La société se métisse, les tensions ethniques s’apaisent, les jeunes issus de l’immigration se calment, la démographie immigrée se résorbe, un islam à l’européenne, tolérant et libéral, se fond dans les institutions laïques. C’est le scénario républicain, la position officielle actuelle de l’État, qui tente de concilier assimilation et communautarisme. Cette solution relève de la croyance aux miracles. Pourquoi un modèle qui fonctionne de moins en moins bien se mettrait-il miraculeusement à donner de bons résultats ? Ce modèle repose aussi sur une méconnaissance profonde de la nature de l’islam et sur la croyance qu’un jour, une société multiraciale harmonieuse sera possible. Qu’on en cite un seul exemple historique.
3°) Ça se passe très mal. Une guerre civile dure dégénère. Tout bascule. L’avenir est ouvert. La brèche dans le barrage laisse enfin passer les eaux furieuses. C’est le scénario-catastrophe, autrement dit le scénario historique, le seul intéressant parce que le seul tragique et le seul capable de susciter une reconquête et une renaissance.
Une solution ne pourra être trouvée qu’après de très graves affrontements ; et que si, pour parler clairement, une guerre ethnique déstabilise la France (et éventuellement plusieurs pays européens) au point de rendre la situation insupportable.
J’ai toujours pratiqué les mathématiques. Pour résoudre une équation insoluble, il faut y introduire un élément X à la puissance. Les mathématiques sont assez proches des sciences sociales et de la politique, sauf qu’elles excluent l’élément affectif comme négatron perturbateur (- X). Bref, une catastrophe est toujours positive parce qu’elle permet d’éliminer le sous-ensemble perturbateur. En histoire comme en mathématiques, l’élément affectif doit être considéré comme négligeable.

LE SCÉNARIO DE LA RECONQUISTA
Helmut Kohl avait tracé une ligne utopique dans ses dix points pour l’unité allemande en 1989. Ça s’est réalisé. Les utopies ne sont pas des fantasmes. Elles restent dans les têtes.
1°) Mesures conformes au droit constitutionnel actuel, à la Charte de l’ONU et à la Déclaration universelle des Droits de l’Homme.
Certaines de ces mesures, touchant notamment la préférence nationale et européenne, avaient été instituées par la municipalité de Vitrolles. Elles avaient été invalidées par la Préfecture (et donc par l’État) pour des raisons strictement idéologiques et au mépris du droit public. Notamment la prime de 5000 F à la naissance d’un enfant de nationalité européenne.
Les dispositions suivantes seraient en accord juridique total avec le droit international public, donc insusceptibles de recours devant aucun tribunal.
* Suppression du droit du sol au profit du droit du sang renforcé. La nationalité ne peut s’acquérir que si le père et la mère sont des nationaux. Exception faite des enfants de ressortissants d’autres pays de l’Union européenne.
* Aucun permis de travail ne peut être octroyé à quiconque n’est pas citoyen d’un pays de l’UE, exception faite – avec quotas – de cadres d’entreprises extra-européennes. Aucune entreprise ne peut employer un étranger.
* Les étrangers extra-européens légalement installés non seulement ne peuvent pas travailler, mais ne bénéficient d’aucune prestation sociale ou médicale. Ce qui ne concerne évidemment pas les ressortissants de l’UE.
* Le permis de séjour est limité à un an, non renouvelable automatiquement.
* La moindre condamnation entraîne l’expulsion immédiate et une interdiction de séjour définitive. Notamment les condamnations.
* Tout étranger clandestin est immédiatement expulsé, comme tout étranger ayant fait l’objet d’une condamnation pénale, au terme de sa peine. Le délai de détention administrative avant expulsion est illimité et la décision d’expulsion est administrative et insusceptible de recours.
* Suppression de tous les privilèges publics actuels (logements, allocations, emplois, aides diverses, subventions) fondés sur des critères ethniques ou de nationalité.
* Restriction drastique de l’attribution de visas de séjour aux pays afro-asiatiques, exception faite du Japon, de Taïwan et de la Corée du Sud.
Ces mesures provoqueraient évidemment un arrêt immédiat du flux migratoire puisque la pompe aspirante ne fonctionnerait plus. Elles permettraient de réduire d’environ un tiers le nombre d’allogènes présents en France. Mais elles seraient évidemment insuffisantes puisque la majorité des allogènes sont maintenant de nationalité française.
2°) Mesures en infraction avec le droit international et la Déclaration universelle des droits de l’homme.
Quand passe l’histoire, les cadres juridiques s’effondrent. Car le droit n’est pas une divinité qui surplombe les événements humains, mais le produit même des événements humains et des rapports de force qu’ils engendrent. A la formule barbare “la force prime le droit” – qui correspond d’ailleurs à la pratique de l’islam -, préférons celle de Carl Schmitt (que Charles De Gaulle dut partager) : la légitimité prime la légalité.
La thèse qui sous-tend cet essai, et je m’efforce ici de la répéter avec le moins de passion et le plus de modération possible, est que pour arrêter et inverser l’entreprise de colonisation de l’Europe, les véritables mesures efficaces ne pourront être prises que dans l’urgence, à chaud, le dos au mur, à l’issue d’une crise grave aux termes de laquelle les cadres juridiques et les préjugés moraux perdront brutalement de leur importance.
Comme le pensait Proud’hon, la guerre est l’accoucheuse de l’histoire. Un peuple envahi a le droit au regard de la légitimité historique de se défendre par tous les moyens. “La fin justifie les moyens” : les islamistes et les communistes ont utilisé ce précepte pour leur expansion. Les Européens en seraient-ils interdits pour leur simple défense ?
Quelles pourraient donc être les mesures prises par un imaginaire gouvernement révolutionnaire, à l’issue d’une guerre civile ethnique ? On peut imaginer qu’elles seraient les suivantes
* Abrogation rétroactive de la nationalité pour certaines catégories de la population préalablement définies.
* Politique globale de retour obligatoire et forcé au pays d’origine des personnes concernées, ainsi déchues de leur nationalité d’un pays européen, et recouvrant de plein droit leur nationalité ancestrale, selon un plan quinquennal. Ce plan de retour impératif serait assorti d’aides financières très importantes aux pays concernés. Ces aides à la réinsertion locale ne seraient pas plus élevées que les 4000 milliards de Francs que coûta la réunification allemande ou les 800 milliards que coûte chaque année l’entretien en France des allogènes.
* Application à l’islam en Europe des mêmes règles que celles que les États musulmans imposent aux cultes exogènes chez eux (voir l’annexe à ce livre). Selon le principe de la réciprocité.
* Nouvelles législations systématisant la préférence européenne en matières matrimoniales, maritales, testamentaires, sociales, etc. Ce qui implique d’envisager la discrimination négative comme devant succéder à la discrimination positive actuellement pratiquée à l’égard des envahisseurs.
* * *
On peut – vous pouvez – imaginer d’autres mesures du même type, j’allais dire du troisième type… Elles correspondent en fait, à l’échelle de l’Europe, à ce que les pays arabo-musulmans pratiquent dès aujourd’hui sans que la “communauté internationale” et les savants gardiens du droit international et des droits de l’homme n’y trouvent rien à redire. Deux poids, deux mesures.
Nous devrons imiter l’islam pour nous en tirer, et enfreindre les propres lois que nous avons édictées. On a souvent des leçons à prendre chez son ennemi, notamment des leçons d’audace.
Les scénarios ci-dessus proposés transforment évidemment l’actuelle notion moderne de nationalité, totalement inadaptée à notre époque archéofuturiste. Étant donné que cette notion de “nationalité” ne correspond plus à l’idée (à la fois nouvelle et ancestrale, disons “resurgissante”) d’homogénéité ethnique, mais se fonde sur les anciennes catégories du droit “moderne” abstrait et universaliste, elle devra être bouleversée de fond en combe. Il conviendra d’innover et d’asseoir le concept de nationalité comme celui de droit public européen sur des critères ethno-culturels rigoureux et non plus sur les vieux critères du contrat social universaliste et individualiste désincarné, qui néglige les dimensions biologiques, religieuses et culturelles de notre espèce.
Tout cela s’accorde à la fois aux défis du présent et du futur, mais répond aussi aux plus anciennes traditions juridiques européennes, helléniques, archéo-romaines ou germaniques. Ce serait la renaissance d’un authentique humanisme européen fondé, comme les conceptions actuelles des Arabes, des Chinois, des Indiens, etc., sur le double impératif d’homogénéité ethnique et de droit territorial exclusif et discriminant (voir à cet égard l’intéressante catégorie de “Terre d’Islam”, qui pourra trouver son pendant réciproque dans la notion de “Terre européenne exclusive”).
Bien entendu, ces propos ne sont que des pistes. Je peux tromper et tout peut se passer autrement, les esquisses que je propose se révéler impossibles. Je crois en tout cas que la mondialisation (conséquence d’une planète pleine) appelle en retour l’isolationnisme ethnique. Les deux sont paradoxalement conciliables.
Je crois aussi que l’Europe, entendue en terme dernier comme Eurosibérie, ne pourra développer ces principes incorrects – plus exactement intempestifs au sens nietzschéen -, principes de libération et de reconquista, qu’au final d’une épreuve très grave. Appelons-la de nos voeux. Elle seule pourra réveiller la jeunesse et mettre l’imagination au pouvoir.
Les rêves sont comme des virus et les idées préparent les armes. Le cauchemar des uns est l’idéal des autres. Faisons confiance à l’histoire, à ses voies impénétrables, ses méandres trop lents, et ses surprises brutales. Faisons confiance aussi à la Providence – le fatum romain, la moira grecque qui ceint du laurier des vainqueurs celui qui espère que l’inimaginable est possible. Levez-vous, orages désirés !

CONCLUSION
EXHORTATIONS A LA JEUNESSE EUROPÉENNE
LA FORCE DU CID
Le roman de Jean Raspail, Le Camp des Saints, écrit en 1973, était prémonitoire. Écrire ce roman serait impensable aujourd’hui. N’importe quel grand éditeur le refuserait. Plus le danger se précise, plus le tabou se renforce, plus les défenses immunitaires s’effondrent, plus s’instaure la loi du silence, comme autour d’un malade atteint d’un mal incurable. Chut ! Personne n’a l’idée de regarder, de nommer la vérité en face, de la décrire, de l’analyser et de formuler des remèdes pour la combattre. Parce que même les plus lucides redoutent le jugement des clercs et la punition du système et des ses lois, écrites ou non écrites.
Non, je ne fantasme pas. En 1997, l’Institut de France a organisé sous la présidence de Pierre Messmer un colloque sur la question où toutes les personnalités présentes, de Jean-Claude Casanova à Alain Peyrefitte, ont estimé que l’immigration est le problème essentiel de la société française et bientôt de toute l’Europe. Alain Griotteray a signé un article (Le Figaro Magazine, 13/12/1997) intitulé L’immigration peut détruire la France. Sa thèse est que la IVe République est morte de ne pas avoir su traiter le problème algérien, et que la Ve peut mourir de ne pas arrête, mais pis, tout à la fois de nier et d’encourager, notre colonisation de peuplement. Pourtant, ces grands esprits conscients ne se mobilisent pas vraiment dans le combat. Contrairement à ce De Gaulle qu’il adulent et dont ils admirent, à juste titre, l’esprit de résistance, sans l’appliquer vraiment. Faut-il faire conscience aux élites ? Non. C’est toujours du tréfonds du peuple, de son énergie mystérieuse que surgit le salut. Le peuple est comme une terre fécondée par la graine de certaines idées. Et l’essence du peuple, c’est sa jeunesse, c’est l’aristocratie de sa jeunesse.
* * *
Soyons pessimistes : la France, puis certains pays d’Europe, risquent fort, dans un avenir proche, pour de simples raisons démographiques, de voir d’abord des communes entières, puis des régions, tomber entre les mains des immigrés ou de partis islamistes qui, comme en Angleterre ou en Belgique, commencent déjà à poindre le bout de leur nez. Les Beurs ne votent pas, par désintérêt, pour les partis “européens”, mais ils voteront pour leurs candidats et leurs partis. Alors, quand des pans entiers des pouvoirs élus, à tous les niveaux, tomberont entre les mains des allogènes, certains se réveilleront, mais il sera peut-être trop tard.
Sur la menace de l’islam, le géopoliticien autrichien, le général Jordis von Lohausen reconnaît que ce dernier, en pleine expansion, attaquant à la fois l’Europe par la Méditerranée, le Caucase et l’Asie centrale « dispose d’avant-postes combatifs dans toutes les capitales européennes ». Il ajoute, pointant la collusion islam-Etats-Unis : « En dépit de l’alliance des Américains avec les princes du pétrole, la guerre du Golfe a réussi à raviver chez les Arabes les douloureuses blessures de l’humiliation infligées par les puissances coloniales européennes. [...] Les souverains des États islamiques se réclament toujours de la même parole du Coran “Baise la main que tu ne peux 216
repousser”. Mais c’est bien l’Europe, installée aux portes de l’islam et non les États-Unis, qui sera immanquablement la première à subir la riposte. Le vieillissement de la population, le peu de goût de la population pour la chose militaire, l’inconsistance des politiques d’immigrations, la pleutrerie des politiciens ou encore l’aveuglement des masses conditionnées par un consumérisme effréné, dessinent un avenir sombre. Le compte des musulmans pourrait être un jour le bon. » (in Éléments n°88, avril 1997).
La France a connu bien des invasions militaires, qui n’ont jamais laissé de traces indélébiles. La dernière en date, l’occupation allemande de 1940 à 1944, n’a nullement germanisé la France. Cette occupation ne fut qu’une chiquenaude historique par rapport à ce qui nous arrive. Pour la première fois depuis le début de son histoire, depuis la fin de l’Empire romain, l’Europe est en train d’être colonisée, et par des peuples radicalement différents d’elle. Même les invasions arabo-musulmanes en Espagne, en Aquitaine et en Provence de la période médiévale furent beaucoup moins graves et massives que ce que nous subissons actuellement. A l’arabisation, à l’africanisation biologiques, à l’islamisation, s’ajoute l’américanisation culturelle, stratégique et économique. Jamais nous n’avons connu une situation historique aussi préoccupante. Oui, l’Europe est l’homme malade du monde.
* * *
Est-ce à dire que nous sommes perdus, que notre civilisation, que nos vieilles ethnies européennes ont entamé un déclin irrémédiable, prélude à leur disparition dans le magma ? La réponse est claire, elle s’inspire du pessimisme actif de Nietzsche. Elle tient en cinq points :
1°) Il encore temps, mais pour peu de temps encore.
2°) L’Histoire n’est pas un long fleuve tranquille. Elle est imprévisible après les méandres lents peuvent surgir les rapides et les chutes.
3°) La renaissance ne peut naître que de la crise et du chaos. C’est-à-dire de la conjonction d’une crise économique très grave et d’une guerre civile ethnique. Situation qu’il faut souhaiter et qui, seule, peut faire basculer les mentalités et provoquer l’éveil.
4°) Tout notre salut repose sur la jeunesse européenne, puisque c’est elle qui devra mener la guerre et la gagner. Par “jeunesse”, il faut entendre évidemment une minorité active. Comme toujours la grande masse de la population assistera peureusement aux affrontements sans y participer et se rangera du côté du vainqueur. Peu importe.
5°) En cas de reconquista réussie, l’Europe devra profondément réformer ses modèles de société, plus exactement les métamorphoser, en adoptant des valeurs non bourgeoises et ethnocentriques.
* * *
II s’agit donc de préparer mentalement et idéologiquement la jeunesse européenne à affronter le chaos probable et à assurer l’après chaos. Bien entendu, la majorité de la jeunesse est incapable de réaction. Elle est trop décérébrée, trop engluée dans l’ethnomasochisme. Une large fraction d’entre elle, terrorisée par le spectre du chômage et de la précarité économique, se réfugie dans les valeurs petites-bourgeoises et rêve du statut de fonctionnaire.
Mais dans l’histoire, seules comptent les minorités actives. Les masses suivent les minorités volontaires, comme l’avait compris Lénine. C’est une élite de la jeunesse qu’il faut dès maintenant former, préparer et durcir. En sachant que, quand surviendra la crise, bien des mentalités basculeront et qu’autour d’un noyau dur s’agrégeront de nouveaux combattants, parce qu’ils seront personnellement concernés dans leur sécurité et leur survie.
C’est la matière de ce fameux monologue du Cid de Corneille, aujourd’hui politiquement incorrect; reproduit au début de cet ouvrage. Pour repousser les Maures qui débarquent, une petite troupe de volontaires galvanisés s’ébranlent, sous le commandement du Cid, bientôt rejointe par des foules de nouveaux combattants. Et l’impensable victoire se métamorphose en victoire réelle.
A cette minorité active, à- ce noyau dur qui doit dès maintenant s’organiser et se fédérer en réseau à travers toute l’Europe, il faut inculquer quelques valeurs de base. Quelles sont ces valeurs ?

LES VALEURS FONDAMENTALES
1°) Savoir désigner l’ennemi principal
Une invasion culturelle ou économique, une sujétion stratégique sont rattrapables. C’est beaucoup plus difficile quand la colonisation est démographique et religieuse. C’est pourquoi il s’agit de combattre à la fois l’américanisation, la colonisation ethnique et l’islam. Et surtout à ne jamais sombrer dans la stupidité intellectuelle d’utiliser le tiers-mondisme et l’islamophilie comme armes contre l’américanisme. Ce dernier est beaucoup moins dangereux et beaucoup plus faible qu’on ne croit. Les États-Unis, comme je l’ai expliqué dans un autre ouvrage, sont un adversaire et non pas un ennemi.
2°) Développer une conscience ethnique européenne globale
L’horizon du nationalisme français est insuffisant, puisque cette notion est purement politique et puisque des millions d’allogènes sont juridiquement Français. Ne sont apparentés et “frères” sur ce Continent que les populations ethniquement européennes, quelle que soit leur nationalité ou leur provenance régionale. Les membres d’autres peuples sont parfaitement respectables, comme hôtes provisoires, non comme occupants permanents. Toutes les civilisations raisonnent ainsi, pourquoi pas nous ?
3°) Refuser le “droit à la différence”
Cette notion perverse a été inventée par certains milieux de droite, au départ afin d’affirmer le droit à la différence ethnique… des Européens sur leur propre sol ! C’est un peu le pendant de l’ethnopluralisme dont il sera question plus loin. Le “droit à la différence” servait à affirmer le droit à l’existence des idées identitaires de droite comme des ethnies européennes préservées de tout mélange. Pierre-André Taguieff y a cru voir la manifestation d’un racisme différentialiste. Ce qui est une lourde erreur. Car ce droit à la différence, théorisé par mon ami Alain de Benoist, est en réalité une notion profondément égalitaire, récupérée par l’arsenal idéologique de l’antiracisme et de l’immigrationnisme.
L’auteur précité écrit (in Éléments n°88) : « En raison de son histoire spécifique, la France a toujours eu du mal à admettre la différence, que ce soit celle des idées, des langues, des hommes, des femmes ou des immigrés ». L’argument est très spécieux. On y confond le problème des langues régionales et celui de l’immigration. On oublie que, par le “Pacs”, la France est le premier pays à admettre les unions homosexuelles et, surtout, qu’elle accorde concrètement aux allogènes, surtout musulmans, comme je le démontre largement par ailleurs, des droits exorbitants. En réalité cette plainte que le droit à la différence ne serait pas reconnu en France est sociologiquement contredite par tous les faits. L’auteur de ces propos, succombant à l’intellectualisme, se fait le défenseur de l’égalitarisme du “tout vaut tout”.
Il faut affirmer au contraire qu’au sein d’une même unité politique, qu’au sein d’un même peuple, la différence ne peut être que limitée, qu’elle ne constitue en aucun cas un “droit”, qu’elle doit être absolument subordonnée au principe d’homogénéité (afin de préserver la cohérence de l’ensemble), que la différence n’est pensable que subordonnée à la règle de la hiérarchie et qu’elle doit dans tous les cas s’effacer devant la notion centrale d’appartenance. Règle impérative : contre le droit à la différence, il faut imposer le devoir d’appartenance. S’il existe un droit, ce serait celui de “divergence”, et encore limité au domaine des idées. Dans toute société, l’homogénéité doit primer l’hétérogénéité, afin que l’organisme puisse vivre et croître. Même sur le plan des moeurs et a fortiori sur celui des origines, la différence ne peut être tolérée que si elle ne remet pas en cause l’organicisme social. Or l’immigration, le féminisme exacerbé ou l’homophilie sont des facteurs de désagrégation organique de la société, puisqu’ils touchent à son fondement même, c’est-à-dire à son socle biologique.
Qu’apparaissent, selon les souhaits de Benoist ou de Maffesoli (théoricien du néo-tribalisme), des groupes qui revendiquent une trop grande différence, non seulement la société devient un kaléidoscope de juxtapositions, non seulement toute notion de destin du peuple disparaît, mais cette société devient conflictuelle et tourne à la jungle, comme l’avait vu en son temps Herbert Spencer.
Les théoriciens du droit à la différence reproduisent, en fait, en dépit de leur anti-américanisme, le modèle tribal américain ! Ils se prétendent “anti-modernes”, alors que la caractéristique de la modernité c’est la dilution du lien social en classes, en castes, en groupe raciaux ou en individus isolés, tous surplombés par l’État administratif non porteur d’Histoire et par le règne de la marchandise. Le néo-totalitarisme actuel vise à privilégier l’hétérogénéité (ethnique, sexuelle, sociale) au profit d’un ordre despotique idéologique, fiscal, pénal et médiatique. Etre du côté du “droit à la différence”, c’est conforter le système, c’est l’exemple-même d’une fausse contestation, d’un simulacre de rébellion.
Les adeptes de ce droit à la différence prétendent combattre une “société de clones” alors même qu’ils l’organisent tous, Blancs, Blancs, Beurs, homos, lesbiennes, musulmans, chrétiens, bouddhistes, païens, fétichistes etc., qu’importe ! Qu’ils vivent ensemble, pourvu qu’ils aient tous un téléphone portable et se comportent en atomes actifs sur le Marché. Le droit à la différence, c’est l’habile stratégie de Big Brother : diviser pour régner. Rompre le système nerveux unificateur de l’organisme social, reléguer l’appartenance au rang de folklore, négliger l’importance du fait ethnique.
Mais les défenseurs de cette conception pseudo-émancipatrice et angélique de la société se prennent les pieds dans le tapis : car les différences ethniques qu’ils tolèrent et encouragent n’aboutiront pas à une harmonie, mais à une suite incessante de guerres intestines dont nous assistons aux prémices.
Une grande civilisation ne peut être fondée que sur la notion de destin collectif et de communauté globale d’un Peuple ; communauté hiérarchisée et organique, comme le vit Ferdinand Tônnies, communauté englobante qui fédère de haut en bas les familles, les clans et les ethnies sous l’autorité d’une Souveraineté centrale qui donne à l’ensemble un même sens, un même projet, et qui ne légitime pas les déviances nuisibles, notamment celles qui ont des conséquences biologiques.
Il faut inverser les termes de l’équation et inventer une société d’hétérogénéité sociale hiérarchisée et organique et d’homogénéité ethnique fondée sur la notion de proximité des groupes. Bref, le droit à la différence est une doctrine d’apparence anarchique et libertaire, qui peut aboutir au conflit généralisé et au despotisme soft.
4°) Refuser l’ethnopluralisme au profit de l’ethnocentrisme
L’ethnopluralisme est une notion dépourvue de tout bon sens. La planète Terre est ethno-plurielle, tout le monde le sait. Inutile d’en faire une doctrine : la réalité est là. L’ethnopluralisme, complément du “droit à la différence”, vise en fait à faire admettre en Europe l’idée de cohabitation d’Européens et de communautés allogènes bénéficiant d’une sorte de droit d’installation et d’extra-territorialité. Encore un idée fausse, déréali-sante et démobilisatrice, hélas inventée par une certaine droite dont je parlais plus haut. Et qu’il faut combattre sans merci.
Je ne répéterai pas les arguments. développés dans un chapitre précédent. Toute grande civilisation pour survivre doit ancrer dans l’âme de sa jeunesse l’idée fondamentale de sa supériorité. Les arguments des intellectuels en chambre, plus moraux qu’historiques, ne valent rien face à cette modeste évidence : une civilisation qui ne se pense pas comme le centre du monde sera envahie ou marginalisée.
Notre destin n’est tout de même pas folklorique. Comment peut-on oser comparer avec bon sens l’histoire et la création de l’immense civilisation européenne avec celui de cultures primitives, de peuplades arriérées, de cultures mineures dont le destin devrait nous être indifférent ? Opérons un retour au réel. Sachons cultiver l’indifférence plutôt que la domination. Que nous importe le sort et la survie de toutes ces cultures extra-eûropéennes ? Ont-ils, eux, le souci de notre survie ? Les Européens ne cessent, par complexe de culpabilité, de louanger et de vouloir protéger les cultures extérieures. Mais qui, dans le monde, se préoccupe des cultures européennes ? Nous sommes tellement malades que nous sommes plus intéressés par des cultures allogènes – qui n’ont au fond qu’un intérêt très secondaire – que de la nôtre propre. Soyons résolument égoïstes, ethnocentriques.
La jeunesse européenne doit prendre conscience (tout comme le font sainement les jeunesses arabe, chinoise ou indienne) qu’elle est l’héritière d’une des plus grandes civilisations de l’humanité. Et chacun se bat pour son camp, avec la certitude qu’il est de la meilleure équipe.
5°) Redéfinir la tradition européenne de Liberté
Par rapport aux civilisations orientales et méridionales, la sphère européenne a toujours mis en valeur l’idée de liberté et de création individuelle le communisme totalitaire comme l’islam s’inspirent des mêmes sources du despotisme oriental. La grandeur de l’Europe s’explique par cette tradition de liberté, qui permet aux énergies des sociétés civiles de donner toute leur mesure.
Mais l’idée de liberté est féconde si elle est disciplinée et normée, elle devient funeste si elle est exagérée. La décadence de l’Europe provient d’une dégénérescence de l’idée de liberté individuelle (notamment dans les moeurs et vis-à-vis de l’immigration). La liberté se transforme en licence et, paradoxalement, la police de la pensée se renforce contre toute opinion dissidente qui ose affirmer l’identité européenne. Liberté absolue des moeurs, mais censure des esprits : c’est ce que nous vivons aujourd’hui. La liberté doit s’entendre avec sa sueur, la discipline, et c’est un jeu d’équilibriste. Il faut concilier la liberté de pensée et la discipline des comportements. La liberté de comportement des autorités publiques comme de la société civile doit s’arrêter dès lors qu’est remis en cause le destin du Peuple. Aristoteles dixit. 220
6°) Combattre, en soi-même d’abord, l’individualisme bourgeois
Il ne s’agit pas de prôner l’ascèse ni la mortification, mais de reconnaître que le mode de vie et de pensée bourgeois prédispose à une indifférence envers tout ce qui est collectif, au destin commun de son propre peuple. L’islam défend cette valeur de solidarité communautaire, à juste titre, et il se vante de nous envahir parce que nous l’avons oubliée, parce que les Européens ne sont plus préoccupés que par le matérialisme individuel du court terme. Soyons d’accord avec ces musulmans : ne pas oublier son propre peuple, sa propre communauté au sens large. L’homme ne trouve le bien-être intérieur, comme l’avait parfaitement vu Charles Champetier dans Homo Consumans, non pas dans la prédation et le calcul individuel, non pas dans l’accumulation de richesses superflues, mais dans le don, dans la gratuité du “oui à la vie”, dans l’oeuvre offerte. J’irais plus loin : c’est dans le combat pour son propre peuple que l’être humain trouve, éthologiquement et spirituellement, sa raison de vivre et son accomplissement. Tout au moins pour ceux qui n’ont pas été totalement asservis et fascinés par le système.
7°) N’être altruiste que pour son propre peuple
Au départ, l’humanitarisme (version moderne de la charité) part d’un bon sentiment, tout à fait à l’opposé de l’égoïsme bourgeois : nous nous accomplissons en aidant les autres. Mais, selon ce défaut constant de l’âme européenne, et du christianisme européen, nous allons trop loin. Nous voulons porter secours aux autres avant de nous soigner nous-mêmes. Les stars se mobilisent pour les “sans-papiers” africains, les ONG humanitaristes prônent le droit d’ingérence et se dépensent sans compter pour des populations étrangères. Cet ethnomasochisme a répandu son poison ; les chansons de Claude Nougaro ou de Ferrat. J’ai beaucoup de respect pour ces jeunes médecins, ces religieuses, et tant d’autres, qui avec abnégation risquent leur vie et méprisent leur confort pour partir aider des populations étrangères en détresse. Mais ils se trompent de cible. Leur altruisme les honore, et pourtant que font-ils pour ces millions d’Européens en détresse, SDF, familles précarisées par le chômage, innombrables victimes de l’insécurité et du racisme dans les banlieues ? Les médias suivent la course.
Quitte à se dévouer pour une cause, puisque c’est cela qui donne un sens à la vie, mieux vaut se dévouer pour celle de son propre peuple. Les autres peuvent se débrouiller tout seuls. Ils sont adultes, ils ne cessent de nous le répéter. Alors, qu’ils le prouvent.
Bref, l’énergie altruiste de la jeunesse européenne (d’une partie d’entre elle) doit se recentrer sur la défense de son propre peuple. Ces notions me semblent plus claires et plus concrètes que les fumeux “droit à la différence”, “ethnopluralisme” ou “ingérence humanitaire”.
8°) L’intelligence contre l’intellectualisme
Il faut se méfier des raisonneurs. Ce sont des maîtres en idées fausses. Ils s’enrobent de citations, se déguisent de références, cultivent le jargon, habillent leurs âneries de sophismes ciselés. La pensée juste, la pensée radicale va droit au but, droit au réel. Elle dit qu’il pleut. Comme l’affirmait Boileau : « Ce qui se conçoit bien s’énonce clairement et les mots pour le dire nous viennent aisément ».
Le culte des idées abstraites est funeste ; il démobilise. L’intellectualisme est l’inverse même de l’intelligence et de la lucidité. Les idées compliquées sont en général fausses, les idées simples ne sont pas toujours brillantes comme du chrome, mais elles ont plus de chance d’être justes.
L’intellectualisme ne vise pas la vérité, mais la pompe. Quand il vient de droite, il est encore pire, car il se pare des habits du doute et de l’ironie. Tous ces raisonnements humanitaires, ethnopluralistes, universalistes (le “village global” de la pan-communication conçu comme “nouveau cerveau de l’humanité”), toutes ces prophéties de gourous bourgeois ignorants de la réalité sociale, toutes ces idées chics fascinent l’élite de la jeunesse et l’empêchent de voir l’évidence, l’aveuglante évidence de la mise en péril du substrat anthropologique de l’Europe, qui est le fondement de tout le reste, de la politique, de la stratégie, de l’économie, etc. Le symptôme de l’intellectualisme, c’est de ne jamais aborder la question centrale, la colonisation de l’Europe ; cette dernière est considérée comme primaire, vulgaire, triviale. On préfère parler de sujets secondaires, plus chics, c’est-à-dire disserter du sexe des anges.
Tolérance, fluidité, communication, ouverture, les maîtres du système n’ont que ces mots-là à la bouche. Et les intellectuels répètent comme des perroquets les idées à la mode, qui sont pourtant totalement démodées car totalement inactuelles. L’intellectuel occidental ne sait pas penser, discerner et analyser. Il vit dans ses bibliothèques et, devant ses écrans. Il songe d’abord à sa notoriété, à sa carrière médiatique, comme les starlettes de la télé. Un sur cent seulement sera médiatisé, mais tous courtisent les idées du système dans l’espoir d’une reconnaissance ou d’une gloire. Et, en général, ceux qui prétendent au “politiquement incorrect”, ceux qui fustigent la pensée unique sont les premiers à la pratiquer, par un simulacre pervers que même Baudrillard n’a pas osé analyser. L’intellectuel soi-disant en rupture, prétendu rebelle, va certes critiquer l’ultralibéralisme ou l’américanisation, mais il se garde bien d’aborder la colonisation de l’Europe. C’est un récupéré, un collaborateur camouflé sous l’étiquette de résistant.
L’intellectualisme est coupable d’avoir démobilisé, surtout en France, en Italie, en Belgique et en Allemagne, toute un frange de la jeunesse militante en la détournant de la désignation de l’ennemi principal, en la détournant de l’évidence, par les jeux de miroir de l’esprit faux.
L’intellectuel occidental, de droite comme de gauche, est l’assomption de la mentalité bourgeoise, c’est-à-dire de la superficialité dissimulée sous le masque prétentieux du savant de circonstance. Il ricane, il ne rit pas. Il jacte, il ne parle pas. Il scribouille, il n’écrit pas. Il éblouit, il ne convainc pas. Il critique, il ne condamne pas. Il ornemente, il ne construit pas. L’intellectuel règne sur le discours, mais ignore la parole. Il se veut maître à penser, alors qu’il n’est que marchand d’illusions. Il se veut éveilleur, mais il fourvoie son auditoire. Il y a une sorte d’imbécillité dans l’intellectuel d’aujourd’hui. Et pour reconnaître les plus sots, repérez ceux qui se disent “philosophes”, à l’imitation de Bernard-Henri Lévy.
9°) Le courage
Quelques voix s’élèvent, parmi les plus lucides et les plus courageux, pour dénoncer le péril mortel de la colonisation de l’Europe, mais elles sont vraiment peu nombreuses.
Partout, on tourne autour du pot. La lâcheté face aux interdits et aux tabous du système atteint des sommets. Même à gauche, beaucoup sont conscients du péril, mais il n’est pas question d’en parler. A droite, on entend des arguments confondants : « pas de provocations, n’en parlons pas, le système n’attend que ça ! ». Alors on suit la logique du système. On parle d’autre chose. On disserte de points inessentiels, du sexe des anges. On préfère le confort au courage, car toujours la lâcheté s’enrobe et se légitime d’arguments spécieux.
A droite, on entend de nombreuses critiques de l’immigration, mais elles sont très souvent assorties de préventions et d’excuses : « nous ne sommes pas contre les immigrés, vous comprenez, mais contre l’immigration, nuance ! ». Ou : « s’ils s’intègrent et deviennent de bons Français, tout ira bien » (discours souverainiste). « Mais voyons, c’est l’Amérique qui nous menace, pas l’islam », « Surtout, restons modérés ! Ne nous faisons pas repérer ! Parlons d’autre chose, je vous en prie, c’est trop dangereux, nous allons alerter la police ! ». Bande d’imbéciles. Vous êtes déjà repérés, fichés, logés.
Les partis politiques qui sont allés le plus loin dans la dénonciation du péril ont été diabolisés par les médias , et, le plus extraordinaire, c’est que cette démonologie a réussi. Par un mélange de lâcheté et de conformisme, l’électorat, même confronté à l’évidence, ne s’est pas massivement porté vers ceux qui, pourtant, tiraient la sonnette d’alarme.
En réalité, c’est le manque de courage qui explique tous ces évitements, même s’ils se parent d’arguments sophistiqués auxquels leurs propres prédicateurs ne croient même pas. Vilfredo Pareto l’avait bien montré : les sentiments et les intérêts, les peurs aussi, sont souvent l’explication des idées et des comportements qui se prétendent rationnels.
Je comprends un trotskiste favorable à la colonisation de l’Europe, ou un prélat de gauche immigrationniste. C’est dans la logique de leur pensée. Je respecte aussi, comme ennemis dignes d’intérêt, le. musulman conquérant, le jeune Beur épris de haine et de vengeance. Comme au poker, ils jouent leur jeu.
Mais ce qui est insupportable, ce sont ces Européens qui savent et qui ne disent rien. Un ami irakien me confiait récemment : « vous vous faites envahir et vous ne dites rien. Toute votre énergie passe à nier l’invasion plutôt qu’à la combattre ».

LE RISQUE DE DÉMOBILISATION PAR LES THÉORICIENS DE L’ACTUELLE NOUVELLE DROITE
Beaucoup disent, surtout dans des milieux apparentés à une certaine droite antilibérale (mais qui au fond ne l’est que sur le plan économique et non politique, ce qui est contradictoire), qu’« il ne faut pas s’en prendre aux allogènes, aux immigrés, ruais au phénomène de l’immigration lui-même et surtout à ce qui l’a provoqué, sa racine vraie, c’est-à-dire notre propre décadence idéologique et morale, dont les racines sont l’individualisme, le matérialisme et l’oubli de ses solidarités communautaires comme de ses racines populaires. Telle est la cause ultime du déclin et de l’immigration massive ». Cette vision des choses est à la fois très vraie, mais néanmoins insuffisante. Elle débouche sur l’inaction.
Certes, l’homme européen est responsable de sa propre décadence et de sa propre lâcheté. Le mal est en nous. L’Europe, civilisation tragique et prométhéenne, a produit l’Occident, qui se retourne maintenant contre elle.
Une chose est de nous guérir de notre mal intérieur (nous avons dominé et puis, par décadence endogène, nous nous sommes laissés dominer, chez nous). Une autre chose est d’éteindre le feu, dans l’urgence.
En trois générations nous sommes passés du statut de colonisateurs à celui de colonisés. Là est l’urgence. C’est ce problème qu’il faut traiter d’abord par une logique de rupture et de conflit avant de songer à la reconquête morale des Européens qui prendra beaucoup de temps.
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J’ai déjà eu l’occasion de mettre en garde contre la rhétorique de certains théoriciens de l’actuelle Nouvelle droite qui, en France, en Belgique, en Italie, en Espagne et en Allemagne, ont eu une influence très démobilisatrice face à l’immigration et à l’islam. Ces positions, je les partageais il y a quinze ans. Mais la force des faits m’a fait totalement revoir mon point de vue, alors que d’autres persistaient dans l’erreur, voire même accentuaient sans bon sens une idéologie de la tolérance et de l’optimisme totalement onirique.
Je critiquais les thèses de mes amis de Benoist et Champetier sur le communautarisme. Voici d’autres exemples emblématiques des positions de théoriciens de l’actuelle Nouvelle Droite européenne, qui par sophisme plus que par snobisme en viennent à défendre des thèses objectivement anti-européennes, et qui peuvent carrément être assimilées à des dogmes sociaux-démocrates. Inutile de dire que le public naturel de la Nouvelle Droite et bien d’autres sont complètement désorientés par ces positions irréfléchies.
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Dans un entretien à la revue Éléments (n°87), un des leaders de la Nouvelle Droite espagnole, José Javier Esparza, directeur de la revue madrilène Hesperides, prône carrément des positions collaborationnistes. Refusant de voir que son pays suit la même pente que la France et est en proie, via le Maroc, au retour massif des Maures musulmans, il affirme tranquillement : « Nous regardons avec sympathie les mouvements des peuples qui veulent affirmer leur identité. (Il parle des Arabes. Merci pour eux. Mais les peuples, comme les Européens, qui perdent leur identité face aux nouveaux colonisateurs, qu’en pense M. Esparza ?) Notre position est donc claire : l’islam n’est pas un ennemi de l’Europe. (Non, bien sûr, c’est un ami. D’ailleurs, tout ce que l’islam fait chez lui pour promouvoir la culture européenne le prouve, n’est-ce pas ?) Nous sommes voisins, nous partageons une mer et une histoire communes, ainsi que la volonté d’échapper à la machine écrasante du nouvel ordre mondial ». En quoi le fait d’être voisins rend-il alliés ? C’est tout le contraire qui est vrai. Quant à l’“histoire commune”, cet Espagnol devrait savoir qu’elle fut essentiellement belliqueuse. D’autre part, les Arabo-musulmans participent allègrement au nouvel ordre mondial, main dans la main avec les Américains ! M. Esparza a-t-il jamais entendu parler de la question pétrolière ? Il ignore évidemment que les puissances musulmanes sont les premières à demander le libre-échange généralisé et l’ouverture de l’Europe à tous leurs produits. Etc.
Puis vient la langue de coton humanitaire, style Balladur : « Il convient d’ouvrir les voies du dialogue et de la compréhension ». Plus loin, il se fait lyrique : « Nos dieux respectifs, même s’ils sont différents, peuvent se dresser ensemble face au monde des titans. » Le totalitarisme d’Allah acceptera bien sûr de pactiser avec les païens et les catholiques contre Wall Street. Et puis le final : « En ce sens, le “pacto olimpico” avec l’islam ne concerne pas seulement l’Espagne pour des raisons géopolitiques : c’est aussi la mission de tous ceux qui veulent une Europe libre et souveraine ». Mais bon sang, c’est bien sûr : pour nous libérer de notre sujétion vis-à-vis des États-Unis, pour être souverains, nous avons besoin de l’islam libérateur… et d’un “pacte olympique”.
Les positions du leader de la Nouvelle Droite espagnole sont l’exemple même de l’esprit faux. Attention au romantisme : il peut parfois mener à l’enfantillage intellectuel.
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Encore plus hallucinant et déréalisant, un texte de Michel Marmin (Éléments n°88) qui assimile l’accueil des immigrés et des clandestins au vieux devoir d’asile et d’hospitalité des Européens ! Écoutons ce morceau de bravoure immigrationniste, intitulé La Nation récompense le dénonciateur pour fustiger la loi Debré sur l’hébergement des étrangers « Devant ce genre de loi, l’homme de droite peut se poser par exemple ces questions : une telle loi eût-elle été pensable dans une société telle que celle dépeinte par Homère ? Quelle eût été l’attitude de Don Quichotte ? Comme eussent réagi un Péguy ou un Bernanos ? [...] Dans les sociétés traditionnelles le devoir d’asile et d’hospitalité était sacré. [...] L’hôte pouvait lui demander “son nom, sa race”, sans jamais d’ailleurs l’obliger à répondre ». Etc. Le reste du texte, qui se réclame pêle-mêle des valeurs de l’Iliade, de la Chevalerie, et de la bouteille à l’encre des “traditions”, déverse une succession d’idées tout aussi confuses. Partant de valeurs qu’il veut “de droite”, il en arrive aux mêmes conclusions que les trotskistes, que Mgr Gaillot, que le Pr. Schwartzemberg et autres cinéastes droit-de-l’hommistes pétitionnaires pour les “sans-papiers”. Marmin opère un détournement des valeurs européennes qu’il prétend défendre. Il confond – avec sincérité, ce qui est encore plus confondant – l’accueil provisoire de quelques hôtes en galère (en général d’ethnies proches) dans l’Antiquité et le Moyen-Age, avec l’arrivée massive d’allogènes. Sur quelle planète de Disneyland vivent ces gens-là ?
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Un autre théoricien de talent proche de la Nouvelle Droite, Arnaud Guyot-Jeannin, dans un article sur René Guénon (Éléments, n°88) utilise le même détournement des valeurs européennes “traditionnelles” pour formuler un plaidoyer pro-musulman et, au delà, implicitement pro-immigration. Évidemment, au nom de principes spiritualistes assez fumeux, il fait l’apologie de Guénon, converti à l’islam, ainsi que de l’esthète arabophile et « libertin » Gabriel Matzneff, « ouvert à la diversité du monde et à la splendeur de l’Orient », et dont la préoccupation est d’« aider le monde arabe ». Aider le monde européen, c’est un autre problème. L’auteur, suivant les thèses plus ou moins délirantes d’auteurs gnostiques (Parvulesco, Thibon, Simone Weil), avoue que Guénon (Abdel Wahed Yahia selon son nouveau patronyme) était « dénué de tout prosélytisme ». Bref, un “musulman-païen”, l’alliance de la carpe et du lapin.
Rien n’est plus dangereux que cette fausse spiritualité superficielle et mal assimilée, un sentiment d’autodidacte, qui néglige à la fois le bon sens et la connaissance des religions. Le résultat concret en est une sympathie ou une indifférence vis-à-vis de la colonisation et de la déculturation de l’Europe. Il faut en finir avec ce prétexte du faux spiritualisme et de la “Tradition” biaisée, dont le résultat concret est la dépolitisation et la démobilisation d’une certaine jeunesse. Dans l’Iliade, les dieux combattent, l’épée au poing. L’évolianisme ou le guénonisme auront eu une influence mal interprétée et hallucinatoire à laquelle aura su parfaitement échapper, par exemple – parce qu’il est cultivé – Christopher Gérard, directeur de la remarquable revue Antaïos.
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Un autre théoricien de la Nouvelle Droite européenne, l’Autrichien Jürgen Hatzenbichler, interrogé par le même trimestriel (n°91), rédacteur à la revue Zur Zeit, se démarque, comme son interviewer le lui demande, de « la réaction nationaliste et xénophobe face aux défis de l’immigration » et estime que « le populisme est avant tout un opportunisme ». Défendre son peuple, ce n’est pas sincère, ça fait désordre et vulgaire. Continuant dans l’intellectualisme bourgeois, et bien qu’il s’oppose au “politiquement correct”, l’Autrichien affirme : « j’appartiens à une corporation très ouverte de tendance conservatrice et national-libérale ». Cependant, on ne trouve dans ses propos aucune dérive en faveur de la tolérance envers l’immigration. Il n’en parle pas. Sans doute, en Autriche, le problème ne se pose-t-il pas ?
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Par ailleurs, deux dirigeants de la mouvance allemande de la Nouvelle droite, Dieter Stein et Hans von Sothen (qui se disent chrétiens), proposent eux aussi des analyses douteuses (in trimestriel précité n°86). Ils animent le quotidien berlinois Junge Freiheit, un grand succès de presse outre-Rhin dont la stratégie vers le grand public, très pertinente, interdit évidemment tout propos provocateur. Les deux théoriciens évoquent à juste titre la démocratie contre les prêt-à-penser, la nécessaire défense du grand patrimoine culturel allemand mis à mal par une américanisation forcenée, l’impératif de solidarité européenne, la nécessaire renaissance de ce peuple européen central, etc. Mais tout cela sent trop l’intellectualisme et la biaiserie. Où est le combat dans tout ce discours ?
La question centrale, parce que biologique, du déclin démographique allemand – et européen – absolument catastrophique, n’est jamais abordée dans cette profession de foi idéologique ! Exactement comme dans le récent “manifeste de la Nouvelle droite” française, un ratage remarqué et au demeurant abscons et jargonnant. Aucune allusion, chez ces Allemands, au catastrophique “droit du sol”, d’inspiration française, qui menace le peuple allemand ; aucune allusion non plus, dans les propos des deux intellectuels précités, à la présence massive des Turcs. A quoi sert-il de se dire “démocrate et près du peuple” si l’on n’aborde pas les questions centrales qui préoccupent le peuple allemand et si l’on se limite à disserter de Carl Schmitt, de Jünger et de la Konservative Revolution, sujets passablement secondaires et convenus en ces temps d’incendie ? Jamais, au grand jamais, le sujet central n’est abordé. C’est un signe des temps. On ne parle pas de corde dans la maison d’un pendu, n’est-ce pas ?
Ces critiques faites, on peut mettre ces silences tonitruants sur le compte de l’atmosphère idéologique du pays. Mais c’est quand même dommage. On a vraiment l’impression que la modération bourgeoise a émasculé tous ces guerriers de l’Idée.
Bien entendu, si je m’élève contre les dérives de la Nouvelle Droite française et européenne à laquelle j’ai jadis appartenu, cela ne veut pas dire que je ne sois pas en parfait accord avec nos analyses géopolitiques communes et la conception d’une Europe souveraine et débarrassée des micro-nationalismes diviseurs, comme de nos positions convergentes contre le règne sans partage de la marchandise et pour une résistance efficace à l’emprise américaine. Cela ne veut pas dire, chez les auteurs que je critique durement, que je ne sois pas capable de reconnaître un indéniable talent et une perspicacité évidente. Oui mais…
Mais sur le chapitre de l’immigration et de l’islam, la Nouvelle Droite se fourvoie très, très gravement, à propos d’un sujet essentiel. Sans le savoir, elle dilapide un capital irremplaçable et elle décourage ou détourne de la seule voie qui compte pour réveiller la jeunesse et la faire réfléchir : la Résistance contre le véritable ennemi. Inconscient sabordage.
* * *
Vis-à-vis du monde arabo-musulman, l’alliance, répétons-le, n’est possible que dans l’hypothèse du chacun-chez-soi et de la paix armée. Corrigeant les positions erronées de la Nouvelle droite française et européenne, voici ce qu’il convient de dire : nous ne pourrons passer de pacte avec la grande civilisation arabo-musulmane que si 1°) il n’y a pas
d’interpénétration ethnique, 2°) l’islam n’a pas la moindre place en Europe, 3°) les États musulmans cessent leur politique de collaboration et d’alliance souterraines avec les États-Unis contre l’Europe, 4°) le droit à la domination totale et sans partage aucun est reconnu aux peuples de souche européenne sur l’espace allant du sud du Portugal au détroit de Behring, en incluant le nord-Caucase et la totalité de l’espace sibérien. Tout le reste n’est que propos de salon.

FINAL
Si l’Europe succombe, si notre civilisation disparaît, noyée par le chaos ethnique, envahie par la religion du désert, subordonnée à l’ordre imbécile et souvent criminel de la World Company américaine, nos colonisateurs n’auront pas à se réjouir. Ils nous auront colonisés et décérébrés, mais ils ne laisseront aucune trace dans l’histoire. Ils ne fonderont aucune civilisation durable, parce qu’ils n’en ont pas le talent historique. Ils ne laisseront que champs de ruines et désolation derrière eux. Ils auront scié la branche sur laquelle ils se sont assis. Sic transit gloria mundi.
Il faut que certaines choses soient dites. Pour les générations futures. Qu’au moins la postérité sache que certains savaient. Que notre génération n’était pas totalement lâche et stupide.
Chaque peuple est solitaire face à son destin. Un peuple privé de ses dieux, parce qu’il les a bannis, n’a plus la force de se battre. Il n’ose plus faire couler le sang de ses ennemis, donc son propre sang ne coule plus en ses veines.
Nous sommes issus d’une civilisation supérieure. Contre les censeurs et les intellectuels, il faut affirmer cette évidence.
Il faut se battre, se battre, toujours se battre – et d’abord contre soi-même – pour ne pas se laisser aller. C’est la leçon du Cid de Pierre Corneille. Il faut chasser le désespoir, l’affronter et, au final, le vaincre. L’horizon est noir, mais comme disait Hölderlin, c’est au plus profond de la nuit, c’est à la minuit du monde qu’on est sûr que le soleil se lèvera et que l’heure du matin se rapproche. L’essentiel est de garder son âme sereine Il faut puiser au fond du psychisme individuel et populaire, les gisements de forces de résistances et de reconquête.
L’islam pense à long terme. Son objectif est d’écraser toute laïcité et de ne tolérer, tout en les soumettant et les opprimant, que les seules religions du Livre, les deux premières, la juive et la chrétienne totalement soumises à sa volonté.
C’est l’esprit bourgeois qu’il faut abolir. Cet esprit bourgeois qui désarme l’homme européen. Qui l’empêche de défendre ses femmes et ses enfants, qui le dévirilise. La tolérance, la commisération, la pitié pour l’Autre, le lointain ; l’indifférence pour ceux de son clan, pour ses proches : telle est la logique de l’esprit bourgeois, cette peste qu’il faut combattre selon l’ordre nietzschéen de l’Umwertung, le “renversement de toutes les valeurs”. Notre poison intérieur est bel et bien l’individualisme matérialiste bourgeois, ce mélange de xénophilie abstraite et d’angoisse xénophobe et inavouée.
Le bourgeois, surtout s’il se veut moderne et branché, signe des pétitions pour accueillir toujours plus de “sans-papiers” impunis, mais refuse d’inscrire ses enfants dans les écoles publiques trop denses en immigrés. Le bourgeois ne se préoccupe nullement du peuple auquel il appartient, son principal souci étant son enrichissement et sa sécurité personnels. Au cours du XXe siècle, il a même perdu le sens de la communauté familiale. Il n’a pas d’idées : ses idées ne sont que des affiches sociales, qui varient au gré des modes et de ses intérêts.
En ce sens, face à la colonisation de peuplement, à la défiguration de la civilisation européenne et de son germen, le bourgeois n’est pas concerné ; parce qu’elle ne l’atteint pas (encore) personnellement. La bourgeoisie ne pourra basculer que lorsque les désordres ethniques la toucheront directement et concrètement. En ce sens, la bourgeoisie est bien une masse molle, aisément manipulable et pusillanime, qui cède à toute force et se range toujours du côté du manche. Des minorités actives, surgies du peuple, peuvent la retourner en cas de crise. Une paupérisation économique comme une guerre civile seraient suffisantes pour disloquer l’esprit bourgeois.
Les docteurs de la foi mahométane, les élites musulmanes, prennent à juste titre les Européens pour de grands naïfs, incapables de déceler leur rouerie. Mais ils se trompent. Ils devraient se souvenir de la reconquista espagnole et du coup d’arrêt du Franc Charles Martel. Contre le sabre d’Allah, l’épée cruciforme des Croisés demeure dans son fourreau. Et la Croix du Christ se laisse desceller, tandis que les églises sont offertes et transformées en mosquées et qu’à Rome même, symbole s’il en est, on s’apprête à en construire une immense. S’abattra peut-être un jour la foudre de Zeus ou le Marteau de Thor.

ANNEXES

L’ISLAM ET LE VIOL, DU DROIT INTERNATIONAL FAISONS UN GAG
Amusons-nous un peu. Imaginons qu’on applique, en Europe, à l’islam, exactement les mêmes règles qui s’appliquent au catholicisme, à l’orthodoxie ou au judaïsme dans une bonne moitié des pays musulmans de la planète. Selon la règle de la réciprocité. Cela donnerait : éradication totale de l’islam en Europe, sans aucune exception de tolérance. Voilà la transposition, appliquée à l’islam, de ce que ce dernier inflige aux autres religions en “Terre d’Islam”
1) Interdiction de tout culte mahométan public.
2) Fermeture de la plupart des mosquées et interdiction absolue de construction. Plus de capitaux publics pour l’entretien des mosquées existantes. Interdiction aux pays musulmans de subventionner l’entretien ou, pis, la construction de mosquées en Europe.
3) Dissolution de toutes les associations islamiques et interdiction de toute réunion publique ne regroupant que des musulmans.
4) Pénalisation forte de tout prosélytisme musulman.
5) Abolition des privilèges extra-légaux d’abattage pour l’Aït-el-Khébir ; abolition de tous les privilèges liés au ramadan ; abolition de tous les privilèges alimentaires accordés aux musulmans dans les cantines publiques et scolaires.
5) Interdiction de la pratique du ramadan pour les mineurs.
6) Interdiction des écoles coraniques, répression du port de tous signes religieux musulmans dans les lieux publics, et donc du voile pour les femmes, surtout à l’école.
7) Pénalisation aggravée de tous les cas de polygamie.
8) Révocation immédiate de la fonction publique de toute personne se livrant à du prosélytisme musulman.
9) Surfiscalisation de toute entreprise commerciale liée de près ou de loin à l’islam.
10) Expulsion immédiate ou interdiction de tous les juges coraniques.
11) Tolérance des imams et de quelques mosquées dans la seule mesure où leur activité n’est pas le prosélytisme religieux mais la charité publique (comme pour les religieux catholiques installés en Algérie).
12) Tolérance de la pratique privée de l’islam, en famille et en lieu clos (à l’exception du ramadan pour les mineurs), à condition de payer un impôt spécial ; cet impôt peut être levé en cas d’abjuration de ladite religion.
13) Interdiction d’union concubine, de relation sexuelle ou de mariage entre toute femme non musulmane et tout homme musulman.
14) Interdiction de la présence physique de tout musulman dans un lieu de culte non musulman.
On pourrait continuer. La liste est fort longue. Que signifie cette parabole ? C’est simple : il est évident que ces mesures de discriminations extrêmement dures choqueraient l’opinion publique actuelle et seraient considérées comme tyranniques, fascistes, voire pires. Pourtant, à l’encontre des non-musulmans, l’équivalent de ces mesures est appliqué dans plus d’une dizaine de pays musulmans. ,
Si ces mesures anti-islam étaient appliquées en Europe, l’ONU se dresserait comme un seul homme. Nous serions mis au ban de l’humanité. Pourtant, personne ne bouge contre les pays musulmans qui procèdent à ces discriminations contre les non-musulmans, ni l’ONU, ni Amnesty International, ni même l’Église catholique, pourtant interdite de séjour dans les pays concernés. Salman Rushdie et Taslima Nasreen ont été menacés et persécutés pour avoir dénoncé cette religion barbare. Mais aucun intellectuel n’en a tiré les véritables conclusions.
Ces mesures de protection contre l’islam contreviendraient évidemment à la Charte de l’ONU comme à la Déclaration universelle des droits de l’homme ; elles sont pourtant la reproduction exacte de celles que pratique l’islam au vu et au su de la communauté internationale, notamment sur les mariages. Les dispositions interdisant toute union, concubine ou maritale, entre une musulmane et un non-musulman (un Allemand a été condamné en Iran pour avoir eu une maîtresse iranienne) s’apparentent aux lois national-socialistes de Nuremberg. Mais je ne critique pas l’islam ! Je constate.
Je constate que l’islam et les pays musulmans violent impunément la liberté religieuse et le droit international. Et personne ne dit rien. Les pays musulmans, qui ont tous signé la Charte de l’Onu, ne l’appliquent pas sur ce point capital. Aucun n’est jamais rappelé à l’ordre ni sanctionné. Le caractère vindicatif et absolutiste de l’islam s’impose à la communauté internationale, qui aurait pourtant les moyens de faire cesser ce désordre. La charia est juridiquement incompatible avec la Charte de l’ONU. Et, hypocritement, personne n’élève la moindre protestation.
Pourquoi ? En accord absolu avec Alexandre Del Valle, auteur de Islamisme et Etats-Unis : une alliance contre l’Europe (Éditions L’Age d’Homme), je pense que c’est parce que les États-Unis font pression pour que rien ne soit entrepris qui puisse “vexer” les pays musulmans et exiger de l’islam une réciprocité de tolérance. En effet, ils contrôlent et exploitent les ressources pétrolières de toute la péninsule arabique et de l’Algérie. C’est le pacte pétrolier arabo-américain, dimension capitale des relations internationales dont personne ne parle jamais, qui explique cette mansuétude envers l’islam, dont l’Europe fait évidemment les frais. Mais n’existe t-il pas une parenté secrète entre le puritanisme profond américain et le fanatisme consubstantiel à l’islam ?

LA SOLUTION DE PROMÉTHÉE ET DU DOKTOR FAUST
Je vais vous paraître maintenant incroyablement utopique, autant que ceux qui, au début du siècle, prévoyaient que pour faire tourner les usines, on n’aurait plus besoin de lourdes machines à vapeur, mais de simples prises de courant encastrées dans les murs. Aussi utopique que ceux qui croyaient que le plus lourd que l’air peut voler, que le papier carbone allait être remplacé par les photocopieuses, que le communisme était soluble dans le libéralisme, et que la première religion en France pourrait peut-être un jour être l’islam.
La caractéristique centrale de l’histoire, c’est qu’elle est beaucoup plus surréaliste que la science-fiction elle-même. Sur le fleuve de l’histoire, l’impensable est possible. Je m’explique. Les historiens du futur, de l’an 3000 disons, considéreront peut-être que l’événement majeur du XXe siècle et du début du XXIe n’aura pas été la Première ou la Seconde Guerre mondiale, ni le communisme et sa fin, ni l’aviation, ni l’automobile, mais la métamorphose – mot plus fort que “révolution”(1) – des civilisations humaines du fait de la conjonction de l’ingénierie biologique et de l’informatique.
La technoscience est un facteur historique d’une dimension capitale. Elle bouleverse toutes les cartes. Même celles de la géopolitique et des capacités génétiques innées des peuples. Elle interfère avec la spiritualité et transforme les données de la religion et de la philosophie.
Sans entrer dans les détails, nous savons dès aujourd’hui que 1°) la puissance des ordinateurs va être centuplée, voire plus, d’ici 2020 ; 2°) des ponts s’établissent entre l’ingénierie génétique et l’informatique ; 3°) la capacité d’intervention sur le génome (humains, animaux, plantes) suit une progression géométrique.
Non, nous n’irons pas dans les étoiles, nous ne coloniserons pas d’autres planètes, d’autres systèmes solaires (au fait, ça sert à quoi ?), mais nous ferons bien mieux, ou bien pis : nous modifierons l’homme de l’intérieur. Autrement dit, c’est la fin de l’humanisme. En bio-informatique, tout risque de devenir possible. De la fabrication de chimères (hybrides hommes-animaux), à l’homme bionique (homme assisté par ordinateur, HOA) en passant, en vrac, par : eugénisme positif (fabrication d’humains spécialisés, hyper-intelligents, hyper-résistants, hyper-guerriers, ou à la très longue longévité, etc., au choix) ; clonages, fabrication d’hybrides médicaux fournisseurs d’organes ou de gènes de secours, naissances sans grossesse en incubateurs avec éventuelle programmation du foetus (fermes d’élevage humain), création d’ordinateurs biologiques à bio-puces doués de méta-intelligence et de méta-sensibilité, ainsi que d’androïdes du même type. Etc.
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Dans cette perspective, la notion de “race” risque d’exploser ou d’imploser, au choix des manipulateurs. Au fait, le robot biotronique X-27 de la firme Typhoone, commercialisé en 2037, il est de quelle race ? Blanc, Noir, Asiatique ? Non. Il est de la race X-27. Est-ce un “homme” ? Non, vous dis-je. C’est quoi, c’est qui, alors ? On ne sait pas. Ce qu’on sait, c’est que, comme l’avait prédit Michel Foucault, l’humanisme va sombrer et la notion même d’“homme” se relativiser. Ce bouleversement sera un maelström, auprès duquel la révolution néolithique et la révolution industrielle auront été des bals de campagne et la Révolution française un non-événement.
Pour la première fois dans l’histoire humaine, le “discours”, qu’il soit philosophique, métaphysique ou épistémologique, n’aura plus d’explication pour rendre compte ou nommer l’action.
Face à ce défi, qui touche l’ordre fondamental du vivant, que le mythe grec de Prométhée avait prévu, comme Goethe, dans son allégorie de Faust, toutes les philosophies, toutes les métaphysiques s’effondrent. L’homme s’automodifie. Il touche à l’ordre du vivant. Il s’érige en remplaçant du Dieu maître créateur et ordonnateur de l’univers. Martin Heidegger, lui aussi, dans son texte Frage über die Technik (La question de la technique), avait prédit que la technoscience allait être un véritable “arraisonnement du monde” et enseignait que, l’homme, et notamment la civilisation gréco-européenne qui a donné lieu à cette technoscience, pouvait être qualifié du concept présocratique de deinotatos, “ce qu’il y a de plus risqué”. L’allégorie juive médiévale du Golem, cette poupée qui prend vie et devient folle, constitue aussi une remarquable prescience de ce qui nous arrive. Cette allégorie vise à mettre l’homme en garde de “ne pas chercher à imiter Dieu” en se substituant à lui comme créateur de matière vivante.
En effet, les théologies juive, chrétienne et musulmane, partent du principe que le monde est “créé” et séparent, à l’inverse du panthéisme, le sacré et le profane. L’homme, dont l’activité terrestre, le travail, s’apparente au profane, ne peut en aucun cas se substituer à l’acte créateur divin, ni modifier la nature, oeuvre de Dieu. Pour le judéo-christianisme, l’homme peut la dominer et l’utiliser en locataire, mais certainement pas recréer – comme va le faire l’ingénierie génétique – une autre nature, une méta-nature à partir de la nature originelle. Dans la conception judéo-chrétienne, les manipulations génétiques reviennent tout simplement à se répéter – en plus grave- le péché originel d’Adam : s’approprier la connaissance divine afin de concurrencer Dieu lui-même, et par là en nier l’existence. C’est commettre, par le pire des péchés, celui d’orgueil, une véritable OPA hostile sur Dieu.
Le déchaînement prévisible des biotechnologies – qu’aucun “comité éthique” ne saurait arrêter à l’échelle de la planète – aboutit à ce paradoxe philosophique que l’assomption même de l’homme, à travers sa puissance technoscientifique, aboutissement de l’humanisme grec et de celui de la Renaissance, revient à abolir l’homme lui-même et à clore l’humanisme, qui se sera donc autodétruit. Il s’agit du “retournement dialectique”, dont parlaient justement Hegel et Marx. Et n’est-il pas vain de s’y opposer ?
Les biotechnologies à venir, alliées au centuplement de la puissance informatique, vont également pulvériser toutes nos catégories éthiques. L’anthropocentrisme – produit du théocentrisme – des visions du monde monothéistes n’aura plus lieu d’être. Comme l’a vu Baudrillard, la génétique et l’informatique déboulonnent également le naturalisme et la notion même de nature, puisqu’à côté de cette dernière apparaissent une nature virtuelle (informatique) et une méta-nature (biologie), qui d’ailleurs pourront à l’occasion fusionner.
Toute notre perception du réel, héritée du christianisme et de l’aristotélisme, va en être bouleversée. Les “marionnettes” de la caverne de Platon (ta aggalmata) ne seront plus des illusions, des rêves éveillés (phantasmoï), mais accéderont au statut de présence, de para-réalité.
En revanche, cet avènement, ce déchaînement de la bio-informatique, est conforme aux conceptions du monde des paganismes les plus archaïques, comme j’ai tenté de le montrer dans mon essai L Archéofuturisme. Dans ces conceptions, l’homme est déjà posé comme divin. Dieu est partout et nulle part. Seul existe le cosmos et tout est sacré. Le monde n’a jamais été créé par un Être suprême, il est incréé, il est lui-même l’Être suprême. Puisqu’il n’existe pas de domaine profane, il ne peut exister de profanateurs ni de profanations. Dans le chamanisme, l’homme adore les animaux et se transforme, par la magie, en loup, en hibou, en serpent, en animaux mythiques. L’humain n’est pas consubstantiellement différent du règne animal, comme il l’est dans l’augustinisme et le judéo-christianisme.
Autrement dit, la biologie à venir introduit le retour de la magie. La manipulation magique du vivant, sa transmorphose, n’était pas considérée comme perverse dans l’antique paganisme chamanique de l’Afrique, du Tibet, de l’Inde ou des pays celtiques. La bio-informatique réintroduit la sensibilité magique et se heurte de front à la vision naturaliste et humaniste, théo-anthropocentrique et rationnelle du monde.
Incroyable paradoxe : c’est la conséquence technoscientifique du rationalisme grec anti-magique qui, vingt-cinq siècles plus tard, rétablit la vision magique du monde. Retournement dialectique, là encore…
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En Allemagne, pays de tous les tabous idéologiques, un philosophe, Peter Sloterdijk, a fait scandale en se positionnant comme “posthumaniste”, à la suite d’une conférence sur les biotechnologies à Elmau. Le magazine Der Spiegel, pour le critiquer, a titré en une : « Un projet génétique : le Surhomme », agrémenté de statues de Breker, un des sculpteurs du IIIe Reich. En fait, pour Sloterdijk,.qui n’ose pas d’ailleurs aller jusqu’au bout de sa pensée, l’humanisme a échoué à domestiquer l’espèce humaine et à construire une modernité satisfaisante ; les biotechnologies, entre autres, pourraient donc « aller vers une réforme des qualités de l’espèce ». Il n’hésite pas à parler d’« une technologie anthropologique, y compris une planification explicite des caractéristiques humaines ». Reprenant les thèses eugénistes de Carrel et de Rostand (qui parlaient alors dans le vide puisqu’à leur époque les technologies du génome n’existaient pas), Sloterdijk se demande « si toute l’espèce humaine ne va pas passer d’un fatalisme de la naissance à une naissance choisie et une sélection prénatale ». Toute l’espèce humaine, j’en doute, mais pourquoi pas une partie d’entre elle ? Pour lui, les biotechnologies permettront de « nouvelles possibilités d’optimisation et de sélection de l’espèce » bien plus efficaces que les immémoriales pratiques sociales (mariage, éducation, castes, classes, etc.). L’indignation des médias allemands repose évidemment sur le fait que cette remise en cause de l’humanisme renvoie à la conception-du-monde national-socialiste et surtout que le pouvoir hitlérien pratiquait l’eugénisme – comme d’ailleurs les Américains et les Scandinaves à la même époque. Mais c’est oublier que l’eugénisme national-socialiste ne reposait que sur la vieille technique des mariages préférentiels et la sélection phénotypique des parents, pratique courante par exemple dans d’innombrables familles asiatiques ou indiennes. Mais là, il s’agit de bien autre chose. Les biotechnologies vont permettre un eugénisme qui ne reposera plus sur la lente sélection familiale, mais sera endogène et immédiat. En une seule génération, on modifiera le patrimoine génétique de toute une lignée, par l’intermédiaire d’une technique d’“attaque directe” du génome.
Peter Sloterdijk écorne les bien-pensants du politiquement correct, lorsque, dans un entretien à l’hebdomadaire Focus, il se demande si le temps n’est pas venu « de mener le combat des grands éleveurs de l’homme contre les petits éleveurs (les prêtres et les maîtres chez Nietzsche) et le combat des humanistes et des surhumanistes, des amis de l’homme et des amis du surhomme ».
Se plaçant dans les,pas de la pensée inégalitaire du surhumanisme nietzschéen, il envisage ainsi implicitement un “homme naturel” et un “surhomme”, fabriqué, qui serait en quelque sorte le Fils de l’Homme, mais lui serait supérieur. On pense irrésistiblement au meurtre du Père… Rêvons un peu : ce surhomme, aidé de quelques androïdes bioniques, ne pourra-t-il pas, non seulement asservir son “père”, l’homme naturel, mais créer à son tour un super-surhomme. C’est une spirale sans fin, vertigineuse, qu’offre la tentation des biotechnologies au XXIe siècle.
Une chose est claire : au moment même où l’idéologie égalitaire règne en maîtresse dans les esprits, elle est condamnée par les faits, en économie comme en biotechnologie. La technoscience condamne l’égalitarisme et tous les fondements du judéo-christianisme. L’aventure commencée avec Galilée se continue et s’accélère… « Et pourtant, elle tourne ! »
On est tenté de citer la phrase du mathématicien Ian Malcolm dans le roman de Michael Crighton, Jurassic Park : « Dieu a créé les dinosaures. Dieu a tué les dinosaures. Dieu a créé l’homme. L’homme a tué Dieu. L’homme a recréé les dinosaures. Les dinosaures ont tué l’homme ».
Selon le Frankfurter Allgemeine Zeitung, Sloterdijk en appelle tout sim-plement à la fin de 1’“hypermorale” qui régente les sociétés occidentales. Nous en revenons au mythe de Prométhée, qui, à mon avis, illumine le sens de toute la civilisation européenne. Prométhée donne le feu aux hommes et, en punition, les dieux jaloux l’enchaînent et un vautour vient lui dévorer le foie. Le feu : sa maîtrise. La lutte de l’homme grec contre les dieux, contre ses propres dieux, afin de se transformer lui-même en dieu, ou plutôt en surhomme.
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Il aura fallu du temps pour que cette métamorphose civilisationnelle (que des auteurs visionnaires comme Philip K. Dick étaient capables de prévoir) se mette en place ; comme il a fallu du temps pour que l’électricité s’installe dans les fermes de France, que le fax (le “bélinographe” du XIXe siècle, alliance de la photo et du télégraphe) s’impose ou que le téléphone portable se généralise à toute allure dans les années quatre-vingt-dix, alors qu’il fut inventé en 1915 par un certain Amédée Méchin et utilisé par l’artillerie française pour ajuster ses tirs pendant les offensives boucheries de 1916-1918. De même, la télévision, inventée dans les années vingt, ne se généralisa à grande vitesse que dans les année soixante. Le “temps de latence” de la technoscience est long, comme toute incubation, mais après on note une accélération dans les applications. Tout va aller très vite, dès le début du XXIe siècle.
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Mais en quoi l’ingénierie génétique peut-elle entrer dans notre propos sur la colonisation, de l’Europe ? Parce qu’elle va rapidement fournir les instruments artificiels pour compenser et redresser notre déclin démographique et biologique. Nous n’oserons peut-être pas les utiliser. Mais en tous cas, ils existeront.
Puisque les solutions naturalistes ne suffisent plus, ne faut-il pas les épauler par des procédés technologiques ? N’est-ce pas dans la logique du prométhéisme de la civilisation européenne, qui consiste à prendre la vie et lé destin à son propre compte et les arracher des mains des dieux ? Bien entendu, les régimes actuels, pénétrés d’anthropocentrisme et d’humanitarisme ancien, rejetteraient aujourd’hui de pareilles esquisses de solution, considérées à juste titre (de leur point de vue) comme diaboliques. Mais, sous la pression des circonstances, les vieux préjugés anthropomaniaques peuvent changer. La barbarie d’aujourd’hui sera peut-être la civilisation de demain comme elle fut celle d’hier, pourrait-on répondre de manière très archéofuturiste.
La technoscience peut apporter deux types de remèdes artificiels à un déclin naturel de la civilisation européenne et de son germen
1°) Les naissances artificielles par incubateurs (sans grossesse) qui permettraient de redresser la natalité de manière artificielle ;
2°) L’eugénisme positif, par alliance de l’ingénierie génétique et de la “néo-informatique” qui permettraient l’émergence d’une nouvelle élite, dont les capacités globales compenseraient la loi du nombre des populations démographiquement menaçantes.
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Cette théorie, je la laisse à votre perspicacité. II se peut que je sois accusé de folie, comme Jules Verne, quand il prédisait les sous-marins et les avions, ou que mes propos ne relèvent que de rêveries de science-fiction, dignes de Philip K. Dick, de Barjavel ou de Lovecraft. Mais, attention : il se peut aussi que non.

DE GAULLE ET L’IMMIGRATION
Outre ses propos contre l’immigration cités par Alain Peyrefitte dans C’était De Gaulle, le général a pu déclarer : « Sur le plan ethnique, il convient de limiter l’afflux des Méditerranéens et des Orientaux, qui ont depuis un demi-siècle profondément modifié la composition de la population française. Sans aller jusqu’à utiliser, comme aux États-Unis, le système rigide des quotas, il est souhaitable que la priorité soit accordée aux naturalisations nordiques (Belges, Luxembourgeois, Suisses, Hollandais, Danois, Anglais, Allemands, etc.) » (juin 1945, cité par Philippe Alméras, dans Retour sur le siècle, Les Cahiers de Jalle, Boston et Paris, 1999, p. 101).
Note (1) : Selon son étymologie latine, la révolution est le basculement d’un système sur lui-même (volvere : “tourner”). Il s’agit d’un même système, dont les structures fondamentales ne changent pas, mais qui évolue. Evolvere et revolvere sont pratiquement le même verbe. La révolution est, à l’intérieur d’un même ensemble civilisationnel et philosophique, une redistribution des cartes, des hiérar-chies, des valeurs. Mais on joue toujours au même jeu de cartes. La forme globale (Gestalt dans la philosophie allemande, morphè dans la philosophie grecque) reste absolument la même. La révolution française, par exemple, ou la révolution industrielle n’ont fait que modifier, accentuer, accélérer un état de fait antérieur, sans en changer les principes fondamentaux.
Il n’en va pas de même du mot d’origine grecque “métamorphose” : il signifie littéralement une “forme à côté et au-dessus”, (méta morphè) une autre chose, un impensable qui surgit, un autre monde. Ce concept est beaucoup plus puissant et inquiétant que celui de révolution. Les repères fondamentaux ne sont plus les mêmes. Tout change de sens. C’est l’Umwertung dont parlait Nietzsche.

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TABLE DES MATIÈRES
AVERTISSEMENT………………………………………………………………………………………………..4
INTRODUCTION Une symphonie espagnole…………………………………………………………………………………………6
CHAPITRE I Les mécanismes de la colonisation et de la submersion démographique………………………………..9
L’implacable logique des chiffres……………………………………………………………………………….9
Un désastre démographique……………………………………………………………………………………12
Casser le thermomètre pour ne pas savoir. Un travail de désinformation………………………………..13
Une colonisation “par le bas”, très différente de l’ancien colonialisme européen………………………15
L’immigrationnisme des politiciens…………………………………………………………………………..17
Le cercle vicieux des régularisations………………………………………………………………………….19
L’imposture du droit des “sans-papiers”………………………………………………………………………20
Quand les clandestins deviennent inexpulsables…………………………………………………………….22
Contre le fatalisme, penser l’impensable……………………………………………………………………..25
Le scénario-catastrophe…………………………………………………………………………………………26
Guérilla ethnique et expulsions territoriales des Européens……………………………………………….28
Black mic-mac et droit du sol………………………………………………………………………………….30
Les collaborateurs de la colonisation…………………………………………………………………………30
Fragilité humanitaire de l’opinion face aux clandestins…………………………………………………….35
CHAPITRE II L’Europe inconsciente……………………………………………………………………………………………38
La menace démographique et géopolitique de l’Afrique du Nord…………………………………………38
La possibilité d’un condominium américano-islamique sur l’Europe……………………………………..39
Le projet délirant et suicidaire d’unir le Maghreb a l’Union européenne…………………………………40
Le sort de la France ne réveille pas les autres Européens…………………………………………………..42
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Contre les nationalismes européens, pour le nationalisme européen……………………………………..44
CHAPITRE III L’utopie communautariste et multiethnique…………………………………………………………………46
Communautarisme ou assimilation ? Les cafouillages de l’idéologie dominante